Search result

Milano anni 60

125 result(s) found.

Milano anni 60, storia di un decennio irripetibile

Funerali di Piazza Fontana © Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

Palazzo Morando Costume Moda Immagine di Milano ospita, dal 6 novembre 2019 al 9 febbraio 2020,  la mostra Milano Anni 60 che ripercorre la storia di un decennio irripetibile che ha consacrato il capoluogo lombardo come una delle capitali mondiali della creatività in grado di assumere il ruolo di guida morale ed economica del Paese. Spinta dal boom economico, Milano si trovò improvvisamente a vivere un irrefrenabile fermento culturale, caratterizzato da una forza progettuale senza precedenti e dalla voglia di lasciarsi alle spalle in maniera definitiva gli orrori della guerra. La grande stagione della musica a Milano si inaugura con il concerto di Billie Holiday del 1958 allo Smeraldo e proseguirà felicemente con tutti i grandi del Jazz da Duke Ellington a Thelonius Monk fino a Chet Baker e Gerry Mulligan che a Milano erano di casa. Anche la musica leggera conosce un periodo d’oro con il concerto dei Beatles al Vigorelli del 1965 e dei Rolling Stones al Palalido del 1967, che suggellano il ruolo di Milano come città moderna e pronta ad accogliere i più grandi protagonisti della musica pop e rock d’oltremanica e d’oltreoceano. Sono anni di grande fervore artistico con l’opera di Lucio Fontana e Piero Manzoni, di pietre miliari del design italiano quali Marco Zanuso, Bruno Munari, Vico Magistretti, Achille Castiglioni, Bob Noorda e di grandi esponenti della fotografia quali Roberto Polillo, Carlo Orsi, Uliano Lucas, Gianni Greguoli, Fedele Toscani, Fabrizio Garghetti, Giorgio Lotti, Emilio Frisia, Cesare Colombo, Ernesto Fantozzi, Paolo Monti, Silvestre Loconsolo, Piero Raffaelli, di intensa vita notturna dei locali del jazz con Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Questi sono solo alcuni dei protagonisti della scena milanese che contribuirono all’incanto di quel decennio.
Un sogno da cui la città si svegliò bruscamente, il 12 dicembre 1969, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Curata da Stefano Galli, realizzata in collaborazione con il Comune di Milano Cultura, Direzione Musei Storici e con la Questura di Milano, organizzata da MilanoinMostra con il patrocinio della Polizia di Stato e della Regione Lombardia, la rassegna presenta fotografie, manifesti, riviste, arredi, oggetti di design e molto altro ancora, che faranno rivivere l’atmosfera di quell’epoca.

Milano anni 60: percorso espositivo

Il percorso espositivo si apre con le immagini della nuova Milano, il cui volto si modifica grazie alle nuove costruzioni, come il Pirellone, la Torre Velasca, la Torre dei servizi tecnici comunali, il Centro direzionale, la Torre Galfa ma anche la nascita dei quartieri periferici, tra i quali spiccano Quarto Oggiaro, Olmi, Gallaratese, Gratosoglio, Comasina, quest’ultimo iniziato nel 1953 e ultimato nel 1960, il più importante intervento edilizio in quegli anni in Italia con i suoi 11.000 vani e 83 palazzi.
Fotografie e riviste dell’epoca documentano il boom economico, con la realizzazione delle tangenziali milanesi, del tratto Milano-Piacenza dell’autostrada A1, infrastrutture che portarono una più rapida circolazione delle merci con una maggiore crescita delle aziende; celebri nomi della grafica pubblicitaria furono chiamati a ripensare i brand delle nuove e rinnovate realtà aziendali, a partire dal fondamentale progetto di Franco Albini e Bob Noorda per la Metropolitana Milanese. Numerosi sono gli oggetti che aiutano a rievocare la grande stagione del design, con maestri del calibro di Bruno Munari, Marco Zanuso, Vico Magistretti, Enzo Mari, Achille Castiglioni, Sambonet, Joe Colombo, Gio Ponti. Si racconta la storia delle aziende milanesi coinvolte in questa clamorosa stagione. Tra tutte Brionvega, Cassina, Zanotta, Kartell, Tecno, Fontana Arte, Artemide, Flos, Arflex e Danese. Anche il mondo della cultura, delle gallerie d’arte e del cabaret visse un periodo di grande spolvero. E naturalmente la musica, in particolare il jazz, che trovò casa in numerosi club sparsi per la città, come la Taverna Mexico, dove si esibirono i migliori esponenti di questo genere.
Chiude la mostra la sezione dedicata a piazza Fontana e alla fine del sogno, con le fotografie della strage e dei funerali, accompagnate da documenti e alcuni oggetti legati a questo tragico avvenimento alla cui ricerca e selezione, presso gli archivi della Polizia di Stato e non solo, ha collaborato la Questura di Milano.

MILANO ANNI 60 Storia di un decennio irripetibile
a cura di Stefano Galli
Palazzo Morando | Costume Moda Immagine
Dal 6 novembre 2019 al 9 febbraio 2020

Base, Milano – JazzMI- presenta: Swing, Bop & Free! Il Jazz degli anni ’60

John Coltrane, Milano 1962
 5 – 16 NOVEMBRE 2016
JAZZMI – BASE – MILANO
INAUGURAZIONE (APERTA AL PUBBLICO) IL 4 NOVEMBRE DALLE 19.00
CON “SWING, BOP & FREE” ROBERTO POLILLO
RACCONTA IL JAZZ DEGLI ANNI ’60 E RICORDA IL PADRE ARRIGO, IL PIÙ FAMOSO STORICO DEL JAZZ IN ITALIA


Nell’ambito di JazzMi, al Base di Milano Roberto Polillo mette in mostra il Jazz degli anni ’60 in onore del padre Arrigo, direttore per decenni della rivista Musica Jazz e autore della più famosa storia del jazz scritta nel nostro paese. A commissionargli le immagini era lo stesso padre, organizzatore anche dei più importanti concerti jazz dell’epoca, per il quale Polillo ritrasse i musicisti di passaggio in Italia dal 1962 al 1974. Composta di circa 100 immagini, tratta in parte dall’omonimo libro edito dalla Marco Polillo Editore, la mostra racconta quella che è considerata l’età dell’oro della musica Jazz, il periodo in cui erano ancora attivi sia coloro che avevano codificato il genere, come Louis Armstrong e Duke Ellington, sia coloro che l’avrebbero completamente rivoluzionato e stravolto, come Miles Davis, Charles Mingus e John Coltrane. Autore del testo introduttivo è Francesco Martinelli, Direttore del Centro Studi “Arrigo Polillo”, Sezione Ricerca della Fondazione Siena Jazz.


 
Nelle immagini da sinistra a destra, dall’alto in basso: Abbey Lincoln, Milano, 1964; Ella Fitzgerald, Milano, 1968; Marion Williams, Juan-les-Pins, 1965; Sarah Vaughan, Lecco, 1967; John Coltrane, Milano, 1962; Thelonious Monk con la moglie Nellie, Milano, 1964; Louis Armstrong, Juan-les-Pins, 1967


Al Base di Milano di via Bergognone 34, nell’ambito di JazzMi (www.jazzmi.it), inaugura il 4 novembre dalle 19.00 la mostra fotografica “Swing, bop e free. Il Jazz degli anni ‘60”, tratta in parte dall’omonimo libro stampato nel 2006 dalla Marco Polillo Editore e dedicata da Roberto Polillo, autore delle immagini, alla memoria del padre Arrigo. In programma fino al 16 novembre 2016, l’esposizione mette in scena l’epoca più gloriosa e celebrata della musica Jazz con più di 100 foto realizzate tra il 1962 e il 1974 in un centinaio di concerti, svoltisi principalmente in Italia, Svizzera e sulla Costa Azzurra. A commissionargli i servizi fotografici era lo stesso padre, direttore per decenni della rivista Musica Jazz, autore della più famosa e ristampata storia del jazz pubblicata in Italia, e organizzatore nel dopoguerra dei concerti che portarono per la prima volta in italia i più importanti musicisti jazz dell’epoca.


Compito di Roberto Polillo, appena sedicenne agli inizi della sua avventura fotografica, era quello di ritrarli quando arrivano in aereo e di seguirli prima, durante e dopo le performance, quando da personaggi pubblici rientravano nella loro dimensione privata. Lo faceva con una disinvoltura sorprendente, vestendo con talento nello stesso tempo i panni del fotoreporter e quelli del ritrattista. Ha accumulato così nel corso degli anni una serie di immagini di forte impatto estetico, capaci in un attimo di rievocare tutte le suggestioni di un’epoca irripetibile, che ha rappresentato nello stesso tempo l’apice e l’inizio della fine della storia del jazz. Come spiega Francesco Martinelli, il Direttore del Centro Studi “Arrigo Polillo”, Sezione Ricerca della Fondazione Siena Jazz e autore del testo introduttivo sia del libro che della mostra.


“Le fotografie di Roberto Polillo – infatti sottolinea – hanno colto quella che è stata giustamente definita l’ultima età dell’oro del jazz, un periodo di straordinaria fertilità in cui erano ancora attivi i musicisti che hanno definito le coordinate storiche di questa musica – Armstrong e Duke Ellington con le loro orchestre – e allo stesso tempo operavano Miles Davis, Charles Mingus, John Coltrane: coloro che dall’interno hanno operato quell’eversione stilistica che ha trasformato il jazz in un movimento policentrico e multistilistico impossibile da chiudere in una definizione, tanto distanti sembrano le sue ali. Per fornire una approssimata periodizzazione, il decennio chiave è quello simbolicamente delimitato dal 1959 – l’anno di Kind of Blue e dell’esplosione del free jazz con l’arrivo di Ornette Coleman a New York – e dal 1969, segnato tra le altre cose dalla svolta “elettrica” di Miles con la registrazione di Bitches’ Brew da parte di un gruppo che magistralmente integra il jazz modale post-coltraniano, il free e il funk”.


Roberto Polillo nel 1974 abbandona la fotografia per dedicarsi all’informatica, diventando uno dei pionieri della nuova e rivoluzionaria disciplina sia in ambito universitario che imprenditoriale. Riprende a fotografare solo una decina di anni fa avviando una ricerca personale nell’ambito della fotografia fine art realizzata con tecnologia digitale che lo avvicina soprattutto al movimento artistico ICM – Intentional Camera Movement di cui oggi è un importante esponente in Italia (fino al 13 novembre alla Fondazione Stelline è esposta “Visions of Venice”, mostra interamente realizzata con tecnica ICM). Ma le sue foto degli anni ’60, entrate ormai nella storia della fotografia di spettacolo, continuano ancora a raccontare la storia del jazz, sia perché esposte in numerose mostre personali, sia perché utilizzate di continuo in riviste (in particolare sui mensili Musica Jazz e JazzIt), libri, CD e magazine online. Infine una sua mostra è in esposizione permanente alla Fondazione Jazz di Siena.

Fotolibro: Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati

Il fotolibro: Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati è stato pubblicato in occasione della mostra tenuta nel gennaio- febbraio del 1984 presso la Pinacoteca provinciale di Bari, e rappresenta il manifesto della nuova fotografia di paesaggio, raccolta attorno alla figura carismatica di Luigi Ghirri, autore capace di coagulare attorno a questo progetto una sensibilità e uno sguardo condivisi nel leggere, attraverso la fotografia, la realtà del belpaese costretto a fare i conti con una rapida antropizzazione e trasformazione del territorio. Una mostra itinerante fino a Reggio Emilia, di trecento fotografie, con il catalogo che propose in copertina una semplice carta geografica:  «un’immagine che sembrava volersi sbarazzare dei riferimenti artistici e letterari. L’Italia appariva semplicemente come un luogo geografico della terra», scriveva Giorgio Messori. Viaggio in Italia  è il racconto corale, non sempre omogeneo, ma vitale, che volle rifondare il linguaggio fotografico accettando la banalità e rifiutando abbellimenti e indulgenze per mostrare, secondo Celati, «il mondo così com’è», nella consapevolezza che la fotografia non poteva più essere semplice illustrazione, ma era costretta a riflettere su se stessa e sui propri codici.

Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati: «il fotolibro più nuovo sull’antropologia del paesaggio, non solo in Italia»

Quintavalle, in Appunti , ripercorre la storia della fotografia di paesaggio e indica questo fotolibro come: «il più nuovo sull’antropologia del paesaggio, non solo in Italia», che fa i conti con il mito dei «viaggiatori delle immagini», che dal Grand Tour  ha costruito un immaginario visivo confluito nella retorica del pittoresco e del suggestivo fin nei circoli fotografici di impronta crociana ambiguamente combattuti tra pittorialismo e realismo. Quintavalle cita le Verifiche  di Mulas e New Photography USA , da lui organizzata nel 1971, come momenti di formazione della nuova fotografia italiana per un’iconografia che rifiuta il falso e l’irreale della cartolina, per puntare lo sguardo sui confini della città diffusa, sui margini della campagna, fino agli spazi vuoti e desolati. Quentin Bajac spiega bene la preoccupazione curatoriale di Ghirri: «promuovere una generazione: la sua, quella dei fotografi nati per la maggior parte tra il 1940 e il 1955, con cui intrattenere un rapporto di prossimità, quando non di amicizia, e con il cui lavoro sente delle affinità. Proponendo una pratica modesta della fotografia all’ascolto del mondo e rispettosa di esso, esprimendo una certa empatia nei confronti del suo soggetto». Ghirri rimase fondamentalmente fedele all’approccio al reale nella lezione delle «carezze fatte al mondo» di Walker Evans e Paul Strand e, per dirla con le parole di Rossellini: «cercando un’immagine semplice, per mostrare senza dimostrare», accettando l’ovvio e il banale come realtà del paesaggio umano in cui viviamo, nel «bisogno di scoprire la normalità della cose, antieroica, antimitica, quotidiana e non retorica», come sostenne vent’anni dopo Gabriele Basilico. Viaggio in Italia  si propose così, autorevolmente, all’interno del dibattito internazionale sulla fotografia di paesaggio scaturito con la mostra americana New Topographics. Photographs of a man altered landscape  del 1975, portando a importanti e felici sviluppi, come L’archivio dello spazio  per la Provincia di Milano e l’emiliana Linea di Confine . L’importanza di questo fotolibro è ribadita a ogni anniversario con pubblicazioni e convegni, ma l’invenduto dell’edizione originale, pubblicata da una piccola casa editrice, finì al macero anche per i problemi distributivi che affliggono l’editoria italiana. Per questa ragione Viaggio in Italia  è diventato una rarità bibliografica di difficile reperibilità e per cifre che raggiungono i 600-800 euro.

A cura di Vittorio Scanferla

Workshop in Brand Design con Giacomo Giannini

Il workshop in Brand Design con Giacomo Giannini è aperto a tutti gli amanti della fotografia e intende introdurre alle conoscenze necessarie per l’utilizzo della fotografia nella comunicazione, esplorandone i vari linguaggi, attivando una sperimentazione per applicare nella realtà concreta la capacità di raccontare attraverso le immagini. Allo stesso tempo, il corso intende aiutare i partecipanti a progettare la propria l’identità visiva e il coordinamento dei differenti ambiti di spendibilità (per esempio Web e social network). Saranno proposti una serie di esercizi che consistono nella “lettura” e nella riproposizione in chiave differente di temi assegnati attraverso l’uso di racconti fotografici.

Giacomo Giannini, art director, fotografo, videomaker, si dedica a un’intensa attività di ricerca per l’innovazione dei linguaggi visivi, caratterizzati da confini sempre più fluidi tra immagini ferme e in movimento.

Workshop in Brand Design con Giacomo Giannini: programma del corso

Focus su:
• La visione: il punto di vista.
• La messa in scena: i vari attori, gli strumenti, il backstage.
• Composizione e interpretazione.
• La realtà rappresentata.
• La realtà fotografata.
• Nuove tecnologie e trasformazione della professione.
• Case-history di come narrare un marchio e come usare il Web per entrare in contatto con i propri clienti o utenti (case-history Alessi/Design) e linguaggi della comunicazione.

Sabato 29 febbraio 2020

• Conoscenze necessarie per l’utilizzo della fotografia nella comunicazione, i vari linguaggi, case-history.
• “I format e il Web”: entrare in contatto con i propri clienti o utenti.
• La capacità di raccontare attraverso la fotografia.

Domenica 1 marzo 2020

• Sviluppo e realizzazione del progetto/i assegnato/i e relativa presentazione.

In collaborazione con Bottega Immagine – Centro Fotografia Milano.
Al termine del corso saranno rilasciati un ATTESTATO firmato dal docente e 6 MESI di ABBONAMENTO DIGITAL a una rivista Sprea Editori a scelta!

Dove e quando


29 febbraio – 1 marzo 2020
Bottega Immagine – Centro Fotografia Milano, Via Carlo Farini, 60
Per informazioni sui corsi e workshop:
www.ilfotografo.it/accademia
tel. 0292432444
accademia@sprea.it
Costo Euro 250

Il Fotografo si riserva la possibilità di rimandare o annullare il corso nel caso non si raggiungesse il numero minimo di iscritti partecipanti, la nuova data verrà comunicata entro una settimana dalla data prevista del corso. 

Bob Krieger a Milano: in mostra il grande fotografo di moda internazionale

Dalila Di Lazzaro per Valentino. Foto © Bob Krieger

E’ ospitata presso le sale di Palazzo Morando a Milano, la mostra Bob Krieger imagine. Living through fashion and music. ’60 ’70 ’80 ‘90.
Saranno esposte al pubblico immagini provenienti dalla preziosa collezione privata di Bob Krieger, testimonianze di un periodo che ha visto la nascita e l’esplosione di un incredibile fenomeno: il Made in Italy. Da Armani a Ferrè, da Valentino a Versace, Krieger immortala protagonisti e volti di un ‘epoca d’oro che da allora ha aperto la strada all’eccellenza italiana nel mondo e che, anni e anni dopo, non sembra essersi ancora arrestata. L’artista seppe documentare l’affermarsi del Made in Italy nel mondo e fu uno dei protagonisti del travolgente successo della moda italiana nel mondo.
L’esposizione è promossa dal Comune di Milano ufficio Cultura, Direzione Musei Storici, patrocinata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana e organizzata dalla MGV Communication, con il progetto d’allestimento firmato dall’architetto Carlo Colombo e la curatela di Maria Grazia Vernuccio.

Al nuovo spazio “The Warehouse” di Milano, la mostra fotografica “METROPOIESI, VISIONI DI PERIFERIA”

La mostra fotografica “METROPOIESI, VISIONI DI PERIFERIA”

Curata dagli studenti dell’Accademia di Brera con la supervisione del fotografo Andrea Boyer, la mostra racconta la nascita della nuova periferia Milano Ovest

In programma fino al 9 febbraio presso il nuovo spazio The Warehouse di Milano, la mostra fotografica “Metropoiesi, Visioni di Periferia” curata dagli studenti dell’Accademia di Brera Michele Bonicelli e Giada Lanzotti con la supervisione del fotografo Andrea Boyer, racconta la nascita di un nuovo centro cittadino alle porte della grande metropoli milanese.  33 foto degli studenti del corso di Nuove Tecnologie per l’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Brera guidano il pubblico alla scoperta di un mondo fatto di incastri e ingranaggi, geometrie e spazi indomati.  L’esposizione arriva al termine di un percorso didattico ideato dalla docente del corso, la storica e critica dell’arte Jacqueline Ceresoli, con il coinvolgimento del fotografo Andrea Boyer, che commenta cosìHo concepito il mio workshop come un dialogo, un’occasione per approfondire attraverso le immagini la capacità di osservazione e il linguaggio fotografico, entrambi importanti per chi si esprime a livello artistico. I luoghi scelti sono stati i complessi architettonici di via Gallarate e, in particolare, il complesso residenziale Monte Amiata, particolarmente rilevante nell’ambito dell’architettura milanese di fine Anni ’60. Il lavoro è stato affrontato dai partecipanti con una preparazione e una partecipazione che hanno dato risultati eccellenti”.

“METROPOIESI, VISIONI DI PERIFERIA”
presso The Warehouse” in Via Settala 41 a Milano
apre al pubblico dall’1 al 9 febbraio 2019
Dal Lunedì al Venerdì: 10:00-12:30 e 15:00-19:30
Sabato: 14:30-19:00
Domenica: chiuso

Immagine in evidenza Vanessa Biffi

Raffles Milano: il Master di fotografia con Denis Curti

Raffles Milano: il Master di fotografia

Dieci mesi straordinari. Dieci professionisti della fotografia internazionale in aula, una al mese, con le loro figure chiave. Dieci occasioni uniche per imparare direttamente dai protagonisti. Master di Raffles Milano. Finalmente qualcuno ci ha pensato.
Fotografare vuol dire proporre un modello del mondo utile e interessante, che raccontando la realtà ci aiuti ad amarla. Il fotografo non è più un mestiere da artigiani. La tecnologia digitale lo spinge a “scrollarsi di dosso” l’ossessione della tecnica a favore di una logica sempre più legata al saper vedere, al saper interpretare e al saper raccontare.

Il fotografo deve essere un interprete attivo, efficace e consapevole della contemporaneità. E per questo le lezioni sono costruite sulla logica dell’aggiornamento permanente. La bravura, l’esperienza e la capacità di rompere gli schemi dei docenti coinvolti assicurano un percorso formativo di alto profilo. Al termine del quale, gli studenti hanno la possibilità di trovare posizioni professionali nel mondo della produzione visiva sia in ambito nazionale che internazionale, in varie aree della comunicazione e dell’immagine, dallo still & motion allo storytelling, dall’advertising agli ambiti corporate.

Il Master si rivolge a tutte le persone che desiderano conoscere e approfondire i temi della fotografia contemporanea, trasformando la passione in un mestiere. In particolare, è disegnato per chi vuole intraprendere un percorso di (ri)definizione e (ri)posizionamento professionale al passo con i contesti di oggi. Chi sono i fotografi di domani (e di oggi)? Persone che dispongono di competenze, abilità e strumenti critici per affrontare senza complessi la vastissima scena della produzione contemporanea, e per dare inizio a una propria attività autonoma, continuativa e di successo.

Raffles Milano, il Master di fotografia:  Course leader Denis Curti

Nato nel 1960, è una delle figure critiche di riferimento per il mondo della fotografia italiana e internazionale. Ha curato mostre dedicate a maestri dell’obiettivo come Helmut Newton, Henri Cartier-Bresson, David Lachapelle, Elliott Erwitt e gli italiani Gianni Berengo Gardin, Franco Fontana e Ferdinando Scianna. Esperto di mercato e collezionismo, ha curato aste per Sotheby’s e Minerva Auction. È autore del primo manuale sul collezionismo fotografico e fondatore della galleria Still di Milano. Per 15 anni è stato direttore della sede milanese di Contrasto, con cui ha dato vita molti progetti per aziende e istituzioni. Co-fondatore della Fondazione Forma di Milano, fino al 2014 ne è stato vicepresidente. Negli anni ha coordinato attività editoriali e di advertising con i più grandi fotografi internazionali, in particolare con quelli dell’agenzia Magnum. Dirige il mensile Il Fotografo e coordina le testate appartenenti al gruppo Sprea Fotografia. È membro del Comitato artistico della Villa Reale di Monza e direttore dei festival di fotografia di Capri e di Bergamo.

Raffles Milano, il Master di fotografia: argomenti del corso

  • Contesto della fotografia italiana e internazionale
  • Mercato del collezionismo e fine art.
  • Creatività e progettualità in fotografia.
  • Advertising e corporate.
  • Beauty e ritratto.
  • Centralità dello storytelling.
  • Organizzazione e curatela di mostre ed eventi.
  • Costruzione del portfolio.
  • Tecnologia digitale al servizio della creatività.

Raffles Milano, il Master di fotografia: docenti di progetto

Imparare direttamente dai protagonisti vuol dire acquisire alla fonte le visioni e i metodi più avanzati. A differenza dei Master tradizionali, i Master Raffles Milano portano in aula saperi in azione grazie a 10 professionisti ai vertici del mercato che si alternano in aula nell’arco dei dieci mesi.

Raffles Milano, il Master di fotografia: Docenti di metodo

Ci sono conoscenze e abilità anche teoriche che non si imparano in corsa e richiedono un approfondimento ad hoc. Non si sa quando potranno servire, ma una cosa è certa: serviranno.

Valentina Loffredo in mostra a Milano

© Valentina Loffredo

AS FOR ME, I’M VERY LITTLE – mostra personale di Valentina Loffredo Da Instagram a Milano, passando per Hong Kong


 


Da Instagram al mondo dell’arte, il passo è stato breve per Valentina Loffredo, artista emergente italiana, che vive e lavora ad Hong Kong da 12 anni.
Quando, nel 2013, Loffredo iniziò a sperimentare con la fotografia e a condividere le sue immagini online, non avrebbe mai immaginato che, attraverso Instagram, il suo lavoro sarebbe stato notato da nomi di riferimento del mondo dell’arte.


© Valentina Loffredo

Quattro anni e 80mila followers dopo, il suo debutto ufficiale come artista, con la prima esibizione personale ad Hong Kong (febbraio 2017), nella quale presenta la serie di lavori As For Me, I’m Very Little. Una selezione delle stesse fotografie viene poi esposta a Londra, al The Other Art Fair, ed è tuttora in mostra a Venezia, in Personal Structures, evento collaterale della Biennale di Venezia.

A novembre la serie completa, accompagnata da 5 nuovi lavori, sarà presentata con una personale in Italia, nella galleria Post Design di Milano.


© Valentina Loffredo

Valentina Loffredo su AS FOR ME, I’M VERY LITTLE:

“Il concetto di “LITTLE” è centrale nel mio lavoro. Essere piccoli vuol dire essere all’inizio di un percorso, porsi nella condizione di poter crescere. Ed è una condizione che mi affascina perché cela dentro di sé i concetti di potenzialità, esplorazione e trasformazione.”

Estratto dall’introduzione che Denis Curti, critico della fotografia, ha fatto a AS FOR ME, I’M VERY LITTLE:

“Non c’è spiegazione logica che tenga nel tentativo di lettura di queste immagini: ciò che è grande appare d’improvviso minuscolo, ciò che è vuoto si riempie di presenze inaspettate e i colori sono pronti a decorare ogni superficie. È come se un cortocircuito visivo irrompesse nelle scenografie perfettamente allestite e, in un solo colpo, spezzasse le geometrie su cui si fondavano. Valentina Loffredo definisce questo processo creativo come una “Celebrazione delle possibilità”. E di possibilità, in effetti, si tratta. Possibilità che spezzano la monotonia e la superficialità del luogo comune a favore di una dialettica anticonformista che non è solo estetica ma suggerisce nuovi orizzonti di pensiero. A guardare bene, c’è sempre un dettaglio fuori posto, una piccola coincidenza di forme o allusioni visive che offrono l’occasione per andare oltre le apparenti rigidità.”


© Valentina Loffredo

“Scelgo un posto che trovo interessante e in qualche modo familiare (piscine, architetture, semplici, geometrie) e lo cambio appena, per costruirne un altro quasi uguale ma con un elemento di sorpresa. […] Ciò che vorrei trasmettere è la grazia che ci concediamo quando guardiamo oltre, quando ci esponiamo a qualcosa che non avevamo considerato, con curiosità e vulnerabilità”.

La ricerca del significato che sta oltre la superficie è un bisogno endemico che guida i valori estetici e stilistici della fotografia out stage di Valentina Loffredo. E le sue parole sembrano pronunciate ad hoc per questa serie fotografica che racconta la realtà trasformandola. Trasmettendoci il dubbio che ciò che stiamo guardando in verità non è come appare.


Sarà possibile visitare la mostra dal 9 novembre al 31 dicembre nella galleria Post Design, Largo Treves 5, Milano.

Vernissage 09 Novembre 2017, dalle 18:00 alle 22:00 Mostra 09 Novembre – 31 Dicembre 2017

Sito Internet dell’artista: www.valentinaloffredo.com

Mounir Fatmi alle Officine dell’Immagine di Milano

© Mounir Fatmi

Officine dell’Immagine, Milano. DAL 26 OTTOBRE 2017 AL 7 GENNAIO 2018 Mounir Fatmi – Transition State

 a cura di Silvia Cirelli

 La personale di una tra le figure più interessanti del panorama artistico internazionale, inaugura la nuova sede di Officine dell’Immagine, in via Carlo Vittadini 11, a Milano.


© Mounir Fatmi

Molto noto a livello internazionale, mounir fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra “The Absence of Paths”, e al NSK State Pavilion.

Chiamato a esporre in prestigiosi musei come il Centre Georges Pompidou, il Brooklyn Museum, il Victoria & Albert Museum, il Mori Art Museum di Tokyo, o il MAXXI di Roma, i suoi lavori fanno parte di grandi collezioni pubbliche come quelle dello Stedelijk Museum di Amsterdam, la Fondation Louis Vuitton pour la création di Parigi o il Mathaf, Arab Museum of Modern Art di Doha.

Artista poliedrico, mounir fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza.

Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea.

La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia.

Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo.

L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, mounir fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale.

La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti.

La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization (2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.


Ingresso libero

Orari: martedì – sabato 11.00 – 19.00; lunedì e giorni festivi su appuntamento

Catalogo in galleria

info: tel. +39 02 91638758www.officinedellimmagine.com – info@officinedellimmagine.com

Franco Pagetti in mostra al CMC di Milano

© Franco Pagetti
CMC – Centro Culturale di Milano | FRANCO PAGETTI.
Tutti i confini ci attraversano | 6 ottobre 2017 – 21 gennaio 2018
LE FOTOGRAFIE DI FRANCO PAGETTI: DALLA SIRIA ALL’AFGHANISTAN, DALL’IRLANDA ALLA PALESTINA E ALL’IRAQ

© Franco Pagetti

L’esposizione propone 40 original print, tra cui una serie di scatti pubblicati dai più importanti magazine internazionali, che hanno reso il fotografo, uno dei reporter più autorevoli e stimati al mondo.

Dal 6 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018, il CMC – Centro Culturale di Milano, in Largo Corsia dei Servi 4, ospita una retrospettiva dedicata a Franco Pagetti (1950), fotogiornalista tra i più autorevoli a livello internazionale, che vanta collaborazioni con le più importanti testate, come The New York Times, Newsweek, Time, The New Yorker, Stern, Le Figaro, Paris Match, The Times of London e altre.

 

La mostra, dal titolo Tutti i confini ci attraversano, ideata da Camillo Fornasieri, direttore del CMC, e curata da Enrica Viganò, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, col contributo del Credito Artigiano e il sostegno di Arriva Italia e Unipol, inaugura la trilogia che CMC e Admira dedicano al tema “L’uomo e il confine”.

 

Per la prima volta a Milano, la rassegna permette di incontrare da vicino la forza delle fotografie di Pagetti, il cui fiuto giornalistico lo porta a essere presente – spesso per primo – nei teatri di guerra del pianeta, dall’Afghanistan al Kosovo, da Timor Est al Kashmir, dalla Palestina alla Sierra Leone e al Sud Sudan oltre che, con temi diversi, in altri paesi quali Cambogia, Laos, Vaticano, Arabia Saudita, Indonesia.

 

Come dice Franco Pagetti nell’intervista di Enrica Viganò: “Il linguaggio fotografico è uno strumento. Comunicare con la fotografia è davvero un modo per raggiungere gente di ogni lingua e cultura. Da parte mia uso il linguaggio della fotografia declinato in ogni sua forma, secondo quello che voglio fare. Sono sempre foto in cui cerco di mettere me stesso, quello che sono io, quello che sono stato e forse quello che sarò.”

 

La cifra stilistica di Pagetti si riconosce per la sua capacità di trovare l’uomo dentro le situazioni più difficili edi vivere il proprio ambiente attraversato da “confini” visibili e invisibili. Secondo Pagetti, c’è sempre la persona anche nel soldato che esegue degli ordini, c’è il suo volto nell’uomo che combatte, che fugge, che soffre, che resiste.

 

Pagetti coglie con le sue immagini i confini che ci attraversano nei monti e villaggi dell’Afghanistan, paesaggi silenziosi come quelli del pastore errante di Giacomo Leopardi, o negli scatti in bianco e nero di ritratti di uomini e donne in preghiera nelle loro case, mentre fuori imperversa la battaglia, per rivelare quella differenza tra Sciiti e Sunniti che si manifesta nel modo di pregare, o ancora negli orizzonti di muri urbani o geografici di Palestina, Irlanda, Afghanistan, e persino nel paradossale confine fragile dell’amore che ha cucito le tende colorateche campeggiano nelle vie sventrate di Aleppo,dono delle donne per proteggere i loro mariti  e figli dai cecchini nemici.

 

La rassegna del CMC approfondisce quello che sta dentro i fotoreportage di Pagetti, rivelando la sua preparazione e capacità di informazione che interroga il metodo dei media di oggi, argomento di grande attualità insieme quell’uso moltiplicato dell’immagine nei social.

 

Franco Pagetti, che aveva iniziato negli anni ’80 come fotografo di moda per poi scegliere di dedicarsi al reportage dalla fine degli anni ’90, è recentemente tornato alla moda firmando per il secondo anno consecutivo la campagna di Dolce&Gabbana. Riuscendo ad applicare con genialità le tecniche tipiche del reportage di stampo giornalistico al patinato mondo del fashion, ha realizzato degli scatti che hanno saputo destare la curiosità di molte fra le più importanti testate giornalistiche al mondo.”

 

Franco Pagetti è stato inoltre recentemente protagonista del film-documentario Shooting War della regista canadese di origine irachena Aeyliya Husain. Il documentario è stato presentato in anteprima mondiale alla XVI edizione del Tribeca Film Festival, la celebre rassegna ideata da Robert De Niro che si è tenuta a New York nell’aprile 2017.

 

Durante i mesi di mostra si terranno varie iniziative, come momenti d’incontro e dialogo con il pubblico e con le scuole. Accompagna la mostra il decimo volume della collana I Quaderni del CMC (Admira Edizioni) che contiene l’introduzione di Camillo Fornasieri, un testo critico di Elena dell’Agnese, docente di geografia politica e culturale all’Università di Milano-Bicocca, e un’intervista di Enrica Viganò a Franco Pagetti.


Orari: da martedì a venerdì, 10.00–19.00

sabato e domenica, 16.00 – 20.00

lunedì chiuso

tutti i giovedì, alle ore 13.15, visita guidata a € 5 cad

Visite Guidate Scuole e Gruppi

Opera d’Arte Tel. 02 45487400

www.operadartemilano.it

Informazioni e prenotazioni

www.centroculturaledimilano.it

Pietro Donzelli: Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta in mostra a Rovigo

Pietro Donzelli, Il traghetto di Forti per L' isola Camerini, 1953 Delta del Po - Terra senz'ombra © Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

PIETRO DONZELLI
Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta
Rovigo, Palazzo Roverella
fino al 2 luglio 2017



Mostra a cura di Roberta Valtorta

Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con la collaborazione del Comune di Rovigo e dell’Accademia dei Concordi.


Pietro Donzelli, Il traghetto di Forti per L’ isola Camerini, 1953
Delta del Po – Terra senz’ombra
© Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

Pietro Donzelli. Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta è il titolo della importante mostra che, per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Palazzo Roverella propone fino al 2 luglio, a cura di Roberta Valtorta.
Piero Donzelli (Monte Carlo, 1915 – Milano, 1998) ha testimoniato l’Italia dal dopoguerra agli anni sessanta, il passaggio dalla società rurale e preindustriale alla società dei consumi. Fotografo, ricercatore, collaboratore di riviste specializzate e curatore di mostre, Donzelli è stato una figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro Paese. È grazie alla sua instancabile attività che sono state presentate in Italia, per la prima volta, opere di Dorothea Lange, di Alfred Stieglitz, dei fotografi della Farm Security Administration.


Giorno di festa, 1954.
Delta del Po – Terra senz’ombra
© Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

A partire dal 1948 è stato tra i fondatori e gli animatori della rivista “Fotografia” e dal 1957 al 1963 è stato redattore e poi condirettore dell’edizione italiana di “Popular Photography” e nel 1961 e 1963 ha curato, con Piero Racanicchi, due volumi di “Critica e Storia della Fotografia” che raccoglievano testi e materiali sui più importanti fotografi della storia. Nel 1950 è stato tra i fondatori dell’Unione Fotografica (Associazione Internazionale Manifestazioni Fotografiche), che aveva tra i suoi obiettivi quello di spostare l’attenzione sul realismo in fotografia, promuovere manifestazioni di livello internazionale e sostenere la fotografia italiana all’estero.


Cinema a Pila, 1954.
Delta del Po – Terra senz’ombra
© Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

Le sue serie fotografiche affrontano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive. Ha lavorato su Milano, Napoli, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, il paesaggio toscano (serie Crete senesi) ma soprattutto, dal 1953 al 1960 sul Delta del Po e le terre del Polesine, alle quali ha dedicato una grande e importante ricerca dal titolo Terra senz’ombra.
Questa mostra presenta per la prima volta più di cento fotografie di questa serie, molte delle quali assolutamente inedite.


Valle Pega, venditrice ambulante, 1954.
Delta del Po – Terra senz’ombra
© Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

In mostra anche importanti materiali di documentazione del progetto, scritti di Donzelli, composizioni di fotografie di Donzelli con rime di Gino Piva, geniale poeta polesano.
Il Delta del Po è un luogo-mito della cultura italiana ed è stato rappresentato in molte opere cinematografiche (Antonioni, Visconti, De Santis, Rossellini, Soldati, Vancini, Renzi, Comencini) e letterarie (Bacchelli, Guareschi, Govoni, Zavattini, Cibotto, Piva, e più di recente Celati o Rumiz).


Caffè a Rosolina, 1954.
Delta del Po – Terra senz’ombra
© Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

L’opera fotografica che Donzelli, grande narratore, ha dedicato al paesaggio di pianura, al fiume, nei momenti di calma e delle rotte che tanto hanno devastato territori e uomini, al mare, al lavoro dei pescatori e dei contadini, ai momenti di svago, è un vero e proprio affresco umano e ambientale. La serie Terra senz’ombra è considerata una dei pilastri della storia della fotografia italiana, e uno dei più precoci e coerenti esempi di fotografia documentaria, in cui Donzelli dimostra la sua capacità di raccontare la vera realtà umana e ambientale, tra la topografia e la sociologia.


Il Po di Tolle, 1954.
Delta del Po – Terra senz’ombra
© Renate Siebenhaar, Estate Pietro Donzelli, Frankfurt a. M.

II catalogo, 208 pagine, pubblicato da Silvana editoriale, a cura di Roberta Valtorta e Renate Siebenhaar, presenta circa 120 immagini, un saggio storico-critico di Roberta Valtorta, un’ampia antologia di scritti che storici e critici hanno dedicato a Terra senz’ombra dagli anni Cinquanta a oggi.


Mostra promossa da:
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
In collaborazione con Comune di Rovigo
Accademia dei Concordi

Info:

Palazzo Roverelli, Via Giuseppe Laurenti, 8, 45100 Rovigo RO

www.palazzoroverella.com

www.studioesseci.net

info@palazzoroverella.com

1 2 3 12
0 0,00
Go to Top