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Ugo Mulas – Arte e Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!” in mostra a Palermo

Ugo Mulas in mostra a Palermo

L’Orto Botanico del Sistema Mueale di Ateneo (SiMuA) dell’Università degli Studi di Palermo espone una selezione di 60 stampe originali vintage del maestro della fotografia italiana Ugo Mulas. La mostra dal titolo «Ugo Mulas – Arte e Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!”» si apre al pubblico venerdì 24 gennaio alle 18.00 nel Tineo dell’Orto Botanico (via Lincoln, 2), dove resta allestita fino a sabato 14 marzo 2020.  L’esposizione, curata da Maria Chiara Di Trapani, ripercorre nelle sale del Tineo il fermento culturale creato da artisti, critici e intellettuali dal secondo dopo guerra, con una attenzione al lavoro di Ugo Mulas come fotografo ufficiale dell’Esposizione Internazionale d’arte di Venezia dal 1954 al 1970, presentando al pubblico un momento cruciale nella storia dell’arte italiana.  Uno speciale approfondimento propone le sequenze fotografiche realizzate durante i giorni di apertura della XXXIV Biennale d’arte di Venezia del 1968, testimonianze della storica protesta degli artisti partecipanti e della chiusura integrale dei padiglioni espositivi (italiano, svedese, francese, inglese, etc.) in rivolta contro il vecchio sistema culturale sancito dallo statuto della Biennale.

 

Per maggiori informazioni www.unipa.it

Ugo Mulas: New York. Arte e persone

«Certo che quando ho visto la mostra dei pop alla Biennale io non ho voluto perdere il colpo; ho sentito che quella era la mia occasione. Sono partito per New York e qui come un’astronauta sulla Luna e senza sapere l’Inglese ho incontrato Leo Castelli, che mi ha aiutato molto dandomi fiducia presentandomi ai giovani artisti. Fotografare una cosa nel momento in cui capita, vuol dire essere testimoni di un fatto che è destinato a durare nel tempo, vuol dire approntare del materiale: più che foto di quadri e di arte, fotografie di interni, di studi, di case, di gallerie di mercanti, che saranno preziosissime per capire quei momenti» Conversazione con A.C. Quintavalle,1973

L’ ’interesse di Mulas per l’arte contemporanea era cominciato molto prima, quando un camion notturno che portava l’Unità  a Venezia, accompagnò i bohémien milanesi Mario Dondero e Ugo Mulas alla Biennale del 1954. Tutte le manifestazioni che seguirono lo videro presenza sensibile e attenta fino alla sua morte prematura nel 1973. La Biennale che però lo colpì maggiormente fu quella del 1964, che vide sbarcare la Pop Art  in laguna e premiò Rauschenberg come miglior artista straniero. L’incontro e l’amicizia con Alan Solomon curatore del Padiglione Americano gli permisero di recarsi a New York già nell’autunno del 1964. Mulas tornò ancora nell’autunno del 1965 e del 1967, per completare la realizzazione di questo fotolibro lungamente meditato. Come già aveva fatto Hans Namuth nel documentare l’action painting di Jackson Pollock, Mulas è consapevole che la ripresa fotografica dell’opera d’arte nel suo farsi, diventa sempre più importante per la sua comprensione. Quindi, niente istante decisivo bressoniano e ritratto dell’artista davanti alla sua opera, ma una sequenza che illustri il corpo a corpo mentale e fisico dell’artista con il suo lavoro, individuando una chiave critica e interpretativa in una nuova funzione linguistica e narrativa per la fotografia. Ma oltre alla documentazione, diventa determinante fotografare i presupposti, del fare come del non fare, della concentrazione, dell’attesa, della preparazione e dei rituali, cioè l’operazione mentale e concettuale che porta alla realizzazione dell’opera. Rivelatrice di questo approccio, l’impaginazione delle oltre cinquecento fotografie – insieme a Michele Provinciali –, tesa a rendere al meglio le atmosfere, gli atteggiamenti mentali e fisici, le abitudini e i metodi di lavoro degli artisti. L’incontro ravvicinato con personalità così diverse, da Duchamp a Warhol, ma tutte sulla stessa scena creativa, che si incontravano alle feste nei loft, è per Mulas anche il modo di confrontarsi con la loro disincantata poetica e rinnovare il proprio punto di vista e la propria pratica fotografica. Importante è poi la scoperta, a casa di Jim Dine, di un autoritratto rivelatore di Lee Friedlander, a cui Mulas dedicherà un suo autoritratto nelle Verifiche . Insomma, un’esperienza che lo condurrà all’elaborazione critica e concettuale descritta nel radicale punto di svolta de La Fotografia (1973): svelamento visivo dell’operazione artistica e ricerca del proprio senso di essere fotografo. Considerato un capolavoro dei libri sull’arte del Novecento, New York: Arte e persone  rimane un fotolibro di riferimento. Molto ricercato nelle diverse edizioni, raggiunge quotazioni tra i 1.000 e i 1.300 euro.

Muore Ugo Mulas. È il 2 marzo del 1973

Ugo Mulas

L’incontro di Ugo Mulas con la fotografia avviene quasi per caso, senza alcun apprendistato. Tra i tavolini del bar Jamaica, il ritrovo dei giovani artisti a pochi passi dall’Accademia di Brera, si parla anche di fotografia. Con lui c’è l’amico Mario Dondero, compagno di molte avventure – insieme realizzeranno dei reportage –. Chi vuole fare il fotogiornalista, chi documentare il Nord industriale, chi la desolata edilizia popolare della periferia. Rigorosamente in bianco e nero, le sue prime fotografie sociali danno subito rilievo di una spiccata sensibilità estetica e curiosità intellettuale. Inizia nel 1954 a frequentare la Biennale di Venezia, divenendone ben presto il fotografo ufficiale – la collaborazione durerà fino al 1972 –. La sua è stata una vita dedicata a questo medium di ricerca e straordinario linguaggio visivo. È ricordato per le immagini dedicate agli artisti e all’interpretazione dell’arte – avrà modo di documentare, tra gli altri, il lavoro di Frank Stella, Fontana, Lichtenstein e Rauschenberg – e per un’intensa attività di sperimentazione.

Per approfondire la vita e le opere di Ugo Mulas clicca qui 

Immagine in evidenza Lucio Fontana, 1964 – Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

Ugo Mulas: riflessioni sulla Fotografia e sugli aspetti estetici ed etici del mezzo

Lucio Fontana, 1964 - Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas
Lucio Fontana, 1964 - Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

Ugo Mulas

Ugo Mulas (1928-1973) è tra i fotografi italiani più apprezzati. Formatosi come fotogiornalista a Milano nei primi anni Cinquanta, presto troverà nell’ambiente artistico, sia italiano sia internazionale una delle sue chiavi di lettura del mondo.
Le Verifiche, tra le sue serie più concettuali, sono riflessioni sulla Fotografia e sugli aspetti estetici ed etici del mezzo. Guardando questo ritratto, la drammaticità del controluce, il micromosso della mano che ha appena compiuto il taglio, siamo certi che stiamo vedendo il gesto della creazione. La fotografia testimone della realtà, degli avvenimenti, ci permette di entrare nel mistero dell’arte. Ugo Mulas, grande interprete e frequentatore di artisti e atelier, qui mostra la creatività del fotografo. Questa fotografia è l’ultima di una sequenza che parte dalla tela intatta per arrivare al taglio. Lucio Fontana collabora attivamente con Ugo Mulas. Per la messa in scena decidono che sarà una sorta di performance: Fontana interpreta se stesso nell’azione, ma in realtà tutto è già predisposto, sia la tela intatta che quella tagliata. È l’ inganno del vero che ancora ci sorprende.

“Di Lucio Fontana ero amico, come lo eravamo tutti, qui a Milano. Di tutte le fotografie, soltanto una serie – praticamente fatta nel giro di una mezz’ora – ha un senso preciso. Fino a quel momento l’avevo fotografato e basta, ora volevo finalmente riuscire a capire che cosa facesse. Forse fu la presenza di un quadro bianco, grande, con un solo taglio, appena finito. Quel quadro mi fece capire che l’operazione mentale di Fontana (che si risolveva praticamente in un attimo, nel gesto di tagliare la tela) era assai più complessa e il gesto conclusivo non la rivelava che in parte”.

Immagine in evidenza Lucio Fontana, 1964 – Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

Ugo Mulas: il fotografo degli artisti

Ugo Mulas

Nato nel 1928 a Pozzolengo (Brescia), nel 1948 si trasferisce a Milano, dove inizia a frequentare l’ambiente dell’Accademia di Brera e gli intellettuali che si ritrovavano al bar Jamaica. Scoperta quasi per caso la fotografia, nel 1954 Mulas conosce Mario Dondero con cui realizza il suo primo reportage alla Biennale di Venezia, manifestazione che seguirà fino al 1972. Fotografo di moda e pubblicità, ma anche di architettura, ben presto Mulas si avvicina alla scena artistica italiana e internazionale. Nel 1961 e 1962 collabora con Strehler e, sempre nel 1962, in occasione della mostra Sculture nella città, conosce molti artisti tra cui Pietro Consagra e David Smith. Nel 1964 incontra il critico Alan Solomon e il mercante d’arte Leo Castelli che lo introducono nel panorama artistico d’Oltreoceano. Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, ha modo di documentare importanti pittori al lavoro, tra cui Lichtenstein e Rauschemberg, e ritrarre artisti del calibro di Duchamp, Warhol e Cage. Questo sodalizio culminerà con la pubblicazione, nel 1967, del volume New York: arte e persone, nel quale Mulas presenta la sua analisi del lavoro di questi grandi artisti.

Parigi ospita il grande Ugo Mulas

A Parigi sbarca uno dei più grandi fotografi italiani del XX secolo: Ugo Mulas.

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Andy Warhol, Philip Fagan and Gerard Malanga, New York, 1964, © Andy Warhol, Philip Fagan and Gerard Malanga, New York, 1964, © Estate Ugo Mulas, Milano – Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli

La Fondazione Henri Cartier-Bresson – fino al 24 aprile – ospita circa 60 fotografie vintage in bianco e nero, tutte selezionate dall’autore italiano per il suo leggendario libro La fotografia, pubblicato da Einaudi nel 1973.

Sessanta scatti che svariano dal ritratto degli artisti italiani e newyorkesi al fotoreportage d’autore della Biennale di Venezia del 1954, per concludere con le immancabili Verifiche, vero e proprio testamento artistico che riflette sulla pratica stessa del fare fotografia, interrogandosi sulle sue intenzioni e finalità.

Proprio negli scatti in mostra, possiamo ancora percepire l’intima relazione che Mulas aveva sviluppato con ciascuno degli artisti ritratti. Al di là del valore documentario di queste fotografie, è evidente come si fondino su una narrazione, su spunti biografici e autobiografici assieme, che soltanto una conoscenza approfondita poteva cogliere in modo così diretto e informale.

contact@henricartierbresson.org
www.henricartierbresson.org

200 fotoritratti dall’archivio di Maria Mulas a Palazzo Morando

© Maria Mulas - Christo New York 1979
OBIETTIVO MILANO
200 fotoritratti dall’archivio di MARIA MULAS
a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre
1 giugno – 6 settembre 2017

Uno spaccato di storia milanese dagli anni Settanta ad oggi in un racconto fatto di personaggi, volti ed espressioni


 

© Maria Mulas – Jannis Kounellis 1985

Dal 1° giugno al 6 settembre 2017, le sale espositive di via Sant’Andrea 6 di Palazzo Morando | Costume Moda Immagine ospitano la mostra promossa da Comune di Milano | Cultura, Direzione Musei Storici e organizzata in collaborazione con l’associazione Memoria & Progetto, “OBIETTIVO MILANO. 200 fotoritratti dall’archivio di MARIA MULAS”, a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre.
L’esposizione si inserisce nel palinsesto della Milano Photo Week in programma dal 5 all’11 giugno: una settimana di mostre, incontri, visite guidate, laboratori, progetti editoriali, opening o finissage, proiezioni urbane dedicati alla fotografia.

Maria Mulas è una tra le più importanti fotografe italiane riconosciuta a livello internazionale che con la sua macchina fotografica ha saputo immortalare il mondo, dalle architetture ai personaggi dell’entourage artistico e culturale. Schiettezza, empatia e verità del soggetto sono i ‘cardini’ su cui si muove la sua ricerca e ampiamente illustrati nella selezione dei 200 ritratti in mostra a Palazzo Morando.


© Maria Mulas – Christo New York 1979

Fil rouge dell’esposizione è Milano, la sua intensa storia culturale, la continua trasformazione che si traduce nell’essere costantemente al passo con i tempi: Milano è uno specchio che riflette le tendenze internazionali in ogni ambito della società, dell’innovazione, della ricerca. Maria Mulas descrive con naturalezza ed empatia i diversi volti di Milano a cui è particolarmente legata, catturando i ritratti di artisti, galleristi, critici, designer, architetti, stilisti, scrittori, editori, giornalisti, registi, attori, intellettuali, imprenditori e amici che con questa città hanno intessuto un particolare rapporto.
Sette sezioni scandiscono il percorso espositivo della mostra: la prima, “Coda rossa” con macchina fotografica, accoglie autoritratti e fotografie scattate all’artista dai fratelli Ugo e Mario Mulas e dal pittore e scrittore Emilio Tadini; seguono nelle sale successive i fotoritratti di Amici artisti, La città del design, Il mondo della moda, Le arti dello spettacolo, I borghesi sono gli altri e Scrittori, giornalisti, editori.

Completano la rassegna fotografica disegni, dediche, cartoline, scritti e documenti che testimoniano i profondi legami intessuti da Maria Mulas con le personalità da lei ritratte.


Maria Mulas ritratta di schiena, 1980

Che si tratti di ritratti posati o di scatti rubati, nelle fotografie di Maria Mulas si legge una spiccata inclinazione a coltivare relazioni e incontri, una complicità con il soggetto che trapela dalle immagini. Nelle opere emerge l’abilità nel cogliere la naturalezza o l’artificiosità, le espressioni, gli atteggiamenti, le abitudini, i caratteri, gli stili di vita, in un continuo dialogo tra quotidianità ed eccezionalità, tra realismo e ironia.
Il progetto di allestimento è a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio nell’ambito di una sponsorizzazione tecnica della mostra da parte di Fondazione Gruppo Credito Valtellinese.
La mostra è realizzata con il sostegno di
Archivio Maria Mulas Libreria Galleria Andrea TomasetigFpe d’Officina.

Palazzo Morando | Costume Moda Immagine
via Sant’Andrea 6 – piano terra
1 giugno – 6 settembre 2017
Orari: martedì-domenica, ore 9-13 e 14-17.30

INGRESSO LIBERO


 

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Giovanni Chiaramonte brilla nel firmamento della fotografia italiana

Chiesa di Sant’Egidio Abate, Cavezzo (Modena), 2012

Fotografo, ideatore e direttore di collane di libri, insegnante, ma prima di tutto intellettuale. Giovanni Chiaramonte brilla nel firmamento della fotografia italiana e come un corpo celeste, errante e solitario, prosegue ancora oggi il suo percorso nello spazio dell’arte, senza satelliti o stelle attorno alle quali orbitare. La sua storia di fotografo è difficilmente classificabile perché fortemente intrecciata alla sua vicenda esistenziale, agli incontri e alle amicizie strette lungo il cammino. Parlare di fotografia con Giovanni Chiaramonte significa parlare dell’origine dell’uomo, del suo destino e della sua possibilità di redenzione. L’atto di fotografare come ricerca di senso. E proprio “l’origine perduta” è il soggetto delle sue prime fotografie in bianco e nero. Siamo nel 1970, è estate, e Giovanni Chiaramonte si trova in Sicilia, luogo di provenienza dei suoi genitori, con due Leica al seguito. Le primissime immagini che realizza sono dunque un ritratto di quella terra che gli è particolarmente cara e a cui sente di appartenere anche culturalmente, grazie all’affinità con autori come Quasimodo e Vittorini, «la grande avventura della letteratura italiana della generazione precedente alla mia», prendendo in prestito le sue parole.

Giovanni Chiaramonte e la fotografia

Così racconta: «Pensavo che la via della fotografia in Italia fosse quella segnata dalla genealogia dei reporter come Gianni Berengo Gardin. Seguendo questa logica, scattavo con una macchina di piccolo formato e guardavo a essa come a uno strumento di conoscenza del mondo. Già dopo quel primo lavoro, tuttavia, fu l’esperienza della vita a condurmi verso una nuova direzione perché comprendevo di non poter più esprimermi con quella lingua. Il reportage non rispondeva ai miei bisogni, avevo necessità di capire come e perché.
Una prima via la trovai nella cinematografia di Andrej Tarkovskij, che mi colpì profondamente. Quell’immagine davvero mi riguardava, pescava in un orizzonte del mondo e del cuore che era quello che sentivo essere oltre la disperazione e la rivoluzione, le due possibilità offerte dal mio tempo (siamo nel 1968, ndr)». A influenzare l’autore non sono solo le opere del grande regista e sceneggiatore russo, ma anche la fotografia di Paul Strand, il confronto con l’arte contemporanea e la frequentazione di spazi come la Galleria San Fedele, a Milano, all’interno della quale incrocia figure come il famoso collezionista d’arte Giuseppe Panza di Biumo, che un giorno, vedendolo con una macchina fotografica in mano, ironicamente gli dice: «Non è più tempo di immagine figurativa, se proprio devi usare la fotografia togli l’obiettivo!». Altri incontri cruciali sono quelli del 1973 con Carlo Arturo Quintavalle, Paolo Monti e Luigi Ghirri. «Un giorno scopro un cofanetto di fotografie di Luigi, Colazione sull’erba  – rivela Chiaramonte –. Mi faccio dare subito il suo numero di telefono e lo chiamo, inaugurando una stagione di amicizia e di condivisione totale… Fratelli. Questo vuol dire che io, pur stando a Milano, e conoscendo tutti in città, non mi ritrovavo nella dimensione milanese del reportage o della fotografia professionale del mondo del design. Io mi sentivo decisamente altro e con Ghirri inizio un cammino». Tantissime, le esperienze affrontate insieme; la più nota, sicuramente, è quella che prende le mosse nel 1978 quando i due fotografi fondano la casa editrice Punto e Virgola, dando vita a una indagine sul paesaggio italiano che segnerà una svolta importante nella ricerca della nuova fotografia italiana e che, a sua volta, troverà espressione nel 1984 con la celebre mostra Viaggio in Italia . Tornando all’inizio degli anni Settanta, dopo aver realizzato la prima personale presso la galleria Il Diaframma di Milano, nel 1974, Chiaramonte, messo in crisi dalle Verifiche di Ugo Mulas e dalla fine della rappresentazione figurativa nell’arte, sostenuta dai critici del tempo, smette di fotografare per un lungo periodo di meditazione e silenzio, dal quale riemergerà alla fine del 1978, arricchito dallo studio e dall’approfondimento di autori come Paul Strand, Robert Frank e Minor White. Dopo questa interruzione, riprende la propria attività artistica con vigore, facendo «dell’intreccio tra forma dei luoghi, destino degli uomini e viaggio come via di conoscenza e salvezza» il fulcro della propria opera.  Instancabile, organizza mostre in Italia e all’estero rassegne come Luogo e identità nella fotografia europea contemporanea (1982) e si dedica alla scrittura realizzando una Storia della fotografia che sarà pubblicata in Italia, negli Stati Uniti e perfino in Giappone. Gli anni Ottanta sono segnati dall’impegno come fotografo di architettura e paesaggio. Chiaramonte collabora con riviste come Lotus , realizza progetti fotografici per istituzioni come la Triennale di Milano e viaggia tra Berlino, Roma, Atene, Istanbul, Gerusalemme e poi in Messico e negli Stati Uniti per un progetto di ampio respiro sul destino dell’Occidente.  «La parola paese ha la stessa radice indoeuropea di paesaggio e indica prima l’atto del seppellire e poi quello di piantare un albero – spiega l’autore –. È dalla veduta urbana che si declina il paesaggio. Ed è a partire da questa consapevolezza che si forma la mia visione fotografica. Con grande sorpresa ricevo commissioni da riviste come Lotus  proprio perché la mia fotografia è misura armonica, capace di mettere in scena il terribile ordine caotico della periferia. Mi chiamarono per interpretare con il mio linguaggio l’architettura e questo era un risultato straordinario per me che odiavo la decontestualizzazione tipica della fotografia professionale di questo genere».

Luigi Ghirri: Kodachrome

Luigi Ghirri Kodachrome. Una semplice brossura e in copertina un reticolo, come il foglio di un quaderno a quadretti, con un omino stilizzato che fotografa con una vecchia macchina a treppiede. Un’immagine spiazzante, che si distacca dallo stereotipo diffuso dell’editoria fotografica, con un titolo che cita la più conosciuta pellicola a colori. Anche l’operazione editoriale è decisamente originale, perché Kodachrome nasce dalla cooperativa editoriale Punto e Virgola fondata da Luigi Ghirri, Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte con l’ambizione di produrre libri che si inseriscano nel dibattito internazionale sulla cultura fotografica. Kodachrome raccoglie il lavoro fotografico di Ghirri dal 1970 a 1978 e descrive il suo percorso esistenziale e artistico fortemente radicato nell’Emilia delle neoavanguardie dei movimenti di Poesia visiva, Concettualismo e Neo Dada, con cui collabora fotografandone le opere. Le mostre del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma gli rivelano le meditazioni sul medium  nelle Verifiche  di Ugo Mulas (1973), la fotografia della Farm Security Administration  (1975), in particolare di Walker Evans di cui Ghirri citerà sempre le immagini come «carezze fatte al mondo». Ma la sua scelta di utilizzare la fotografia come linguaggio artistico si distacca da ogni rigidità ideologica, per intraprendere un personale cammino di intuizioni poetiche, in una disincantata avventura del pensiero e dello sguardo che lo rivela immediatamente come una voce nuova e originale. Luigi Ghirri riflette sulla complessità della fotografia tra verità e finzione, realtà e artificio e su quanto ci sia di illusorio nella sua presunta oggettività, proponendo una ecologia dello sguardo critico e ironico sul mondo invaso dalle immagini. Perciò, in lui sarà sempre presente il rapporto tra lavoro fotografico sul campo ed elaborazione teorica su quello che definisce «l’enigma della fotografia, perché è difficile capi-  re un’arte così semplice».

Luigi Ghirri: Kodachrome. Immagini stampate in una gamma cromatica neutra, senza forzature coloristiche

Nel libro, le immagini stampate in una gamma cromatica neutra, senza forzature coloristiche, sono montate a coppie su doppie pagine, in un dialogo contrappuntistico e ironico, come motti di spirito, fonte di spunti di riflessione e di stupore senza pretese di narratività definita, ma opera aperta alla libertà di lettura e interpretazione. Parlando della serie Kodachrome, nel 1979 Ghirri sottolinea: «Questo è il mio primo lavoro con una struttura precisa e articolata. Ho terminato queste serie con frammenti d’immagini trovate camminando per strada, non casualmente; nell’ultima, appare la scritta su un giornale accartocciato sull’asfalto: come pensare per immagini , in questa frase è contenuto il senso di tutto il mio lavoro, come nella frase pensare è speculare per immagini  di Giordano Bruno». Questa significativo scatto non è presente in Kodachrome , ma come work in progress nella monografia dello CSAC dell’anno successivo. Comunque, questa intuizione è la riflessione che accompagnerà tutta la sua produzione che, come scrisse Claude Nori, coeditore francese di Kodachrome , «ha risvegliato allegramente la fotografia italiana», riuscendo a coordinare e a sviluppare importanti progetti seminali, da Viaggio in Italia a Esplorazioni sulla Via Emilia  e germinando tra gli altri, nei progetti di Linea di confine  e Archivio dello spazio . Kodachrome  è diventato una vera icona, oggetto del desiderio di fotografi e collezionisti, citato come fotolibro fondamentale in Photobook. A history I  di Parr e Badger. Nel ventesimo anniversario della morte prematura di Ghirri, l’editore inglese Mack ne ha proposto nel 2012 la riedizione anastatica. L’edizione originale rimane comunque molto ricercata e si può trovare per circa 1.000 euro sul web o nelle librerie specializzate, oltre a essere inserita nelle più importanti aste di fotolibri che si svolgono regolarmente nel mondo della bibliofilia

Fotografia: appuntamenti e festival da non perdere

Ugo Mulas (1928-1973) Andy Warhol, Factory, New York, 1964. Vintage print. Stampa ai sali d’argento su carta baritata montata su alluminio, cm 40 x 50. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli © Eredi Ugo Mulas

Appuntamenti e festival fotografici

Oggi vi indichiamo alcuni appuntamenti con la fotografia assolutamente da non perdere.

FERDINANDO SCIANNA. IL VIAGGIO, IL RACCONTO, LA MEMORIAIl 22 settembre 2018, ha aperto al pubblico, negli spazi espositivi del Complesso di San Domenico a Forlì,  la grande mostra retrospettiva dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra e organizzata da Civita Mostre.
Fino al 6 Gennaio, Piazza Guido da Montefeltro, Forlì

SEBASTIÃO SALGADO. GENESISebastião Salgado. Genesi, l’ ultimo grande lavoro del più importante fotografo documentario del nostro tempo. La mostra è sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.
Fino al 6 gennaio 2019
Mole Vanvitelliana, Sala Vanvitelli
Banchina Giovanni da Chio, 28 Ancona

CAMERA POP. LA FOTOGRAFIA, NELLA POP ART DI WARHOL, SCHIFANO & COCAMERA – Centro Italiano per la Fotografia indaga il rapporto tra fotografia e Pop Art con una mostra che riunisce oltre centoventi opere tra quadri, fotografie e grafiche, che illustrano la trasformazione del documento fotografico in opera d’arte.
Fino al 13 gennaio
Camera – Via
delle Rosine 18

ELLIOTT ERWITT, ICONS. In occasione del novantesimo compleanno di Elliott Erwitt (Parigi, 1928), le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia celebrano il grande maestro della fotografia contemporanea con Icons, retrospettiva curata da Biba Giacchetti.
Fino al 27 gennaio, Scuderie Castello Visconteo
Viale XI Febbraio 35, Pavia

STEVE MCCURRY.UNA TESTA, UN VOLTO. PARI NELLE DIFFERENZE . Una mostra fatta di sguardi contro ogni forma di discriminazione, con 40 grandi ritratti, di cui alcuni inediti, che raccontano l’unicità di ogni individuo e il rispetto per la vita.
Piazza Maggiore 6
Bologna
Fino al 6 gennaio 2019

Immagine in evidenza

Ugo Mulas (1928-1973)
Andy Warhol, Factory, New York, 1964. Vintage print.
Stampa ai sali d’argento su carta baritata montata su alluminio, cm 40 x 50. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli © Eredi Ugo Mulas

Mostra Olivetti formes et recherche

U. Mulas, Italo Calvino nel box della scrittura, mostra Olivetti formes et recherche © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano - Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

Olivetti formes et recherche

A cinquant’anni anni dalla mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e l’Associazione Archivio Storico Olivetti presentano la mostra 1969. Olivetti formes et recherche, una selezione di fotografie da quella storica esposizione che, dopo la capitale francese, proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi a Tokyo nell’ottobre del 1971. Curata da Barbara Bergaglio e Marcella Turchetti, la mostra raccoglie oltre settanta scatti provenienti dall’Associazione Archivio Storico Olivetti realizzati dai maestri della fotografia che diedero il loro contributo nelle diverse tappe, da Ugo Mulas per l’edizione parigina ad Alberto Fioravanti e Giorgio Colombo per Madrid e Barcellona, a Tim Street-Porter a Londra. Al racconto per immagini si affiancano altri documenti, tra cui il filmato per la regia di Philippe Charliat, in cui Gae Aulenti guida il visitatore all’incontro con la Olivetti. Non mancano poi i personaggi che gravitavano dentro e intorno alla società Olivetti e alla cultura di quegli anni: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino, ritratto da Ugo Mulas nel box della scrittura (foto sotto). Oltre a rievocare la storica mostra, l’esposizione di Torino vuole offrire al pubblico l’occasione per conoscere un grande modello di impresa responsabile, che ha saputo unire arte, industria, design, produzione, un’azienda la cui “immagine” è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell’Unesco.

Fino al 24 febbraio
CAMERA
Via delle Rosine 18
camera.to

Immagine in evidenza

U. Mulas, Italo Calvino nel box della scrittura, mostra Olivetti formes et recherche
© Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

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