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elisabetta
Redattrice della rivista Nphotography, Digital Camera e PhotoProfessional

Arianna Rinaldo e le novità di Cortona On The Move

Dall’11 luglio al 29 settembre, torna nella splendida cittadina toscana Cortona On The Move, festival internazionale di fotografia, giunto alla nona edizione. Organizzato dall’associazione culturale ONTHEMOVE, con la direzione artistica di Arianna Rinaldo, il festival guarda con particolare interesse all’evoluzione del linguaggio fotografico, con l’obiettivo di offrire al pubblico spazi di riflessione e di confronto. Non solo belle immagini, dunque, ma storie che raccontino il mondo di oggi, come sottolinea Arianna Rinaldo, che ci guida alla scoperta delle iniziative e delle mostre in programma quest’anno.

Intervista a Arianna Rinaldo

Arianna, in ogni edizione è possibile individuare un filo rosso che lega le diverse mostre in programma: qual è quello di quest’anno? Ci segnali qualcuno tra gli autori presenti in questa edizione?
Mi piace che tu abbia usato l’espressione filo rosso piuttosto che tema. Cortona On The Move non è un festival tematico ma sicuramente ogni anno c’è un aspetto che lega e dà coerenza alle diverse proposte, che è sempre ispirato dall’attualità, da ciò che sta succedendo nel mondo, dalle parole chiave che emergono a livello globale. Quest’anno il filo rosso è il paesaggio nella sua relazione con l’essere umano. Quindi, da una parte le questioni ambientali ed ecologiche, ampliando anche la tematica del paesaggio ad altri tipi di relazioni con l’umanità: le tracce della storia dell’umanità nel paesaggio, le migrazioni, l’appartenenza, gli spostamenti nel territorio, il modo in cui noi stessi siamo influenzati dal luogo, dal paesaggio in cui viviamo. Nello specifico, una mostra che voglio mettere in evidenza, perché è stata creata ad hoc, è quella di Simon Norfolk, dal titolo abbastanza provocatorio, Crime Scenes, Scene del crimine. Simon Norfolk è conosciuto come fotografo di paesaggio, un paesaggio visto non in senso naturalistico ma come specchio dell’azione umana. Per la prima volta mi ha permesso di unire quattro suoi lavori, alcuni come stampe, alcuni come video, in cui si guarda al paesaggio toccando diverse tematiche, quella storica, quella ecologica, quella del tempo che passa. In generale, quello che mi interessa è che le mostre presenti al festival raccontino una storia, raccontino la storia del mondo in cui viviamo.

Tra i main sponsor del festival c’è anche Canon, che sarà Digital Imaging Partner. Ci racconti alcune tra le iniziative in programma quest’anno?
Sono tutte interessanti, a partire dal Premio Canon Giovani Fotografi, che abbiamo rilanciato lo scorso anno, e dalla Summer School. Vorrei però sottolineare ARENA – Video and Beyond, sezione del festival che vuole dare spazio a quei fotografi e film maker che, pur con una forte base fotografica, lavorano con più media e con linguaggi diversi, sempre con il fine di raccontare storie del mondo di oggi. ARENA, quest’anno alla sua seconda edizione, è curata da Liza Faktor e ospita otto autori.

Tra le iniziative di questa edizione del festival ce n’è una che, come direttrice artistica, hai voluto fortemente, che ti rende particolarmente orgogliosa?
C’è un tema, un discorso che quasi tutti gli anni abbiamo portato a Cortona e che mi sta molto a cuore ed è quello delle migrazioni. Negli anni passati abbiamo più volte parlato delle migrazioni verso l’Europa; quest’anno, per ampliare la tematica, ho voluto parlare delle migrazioni legate al Messico attraverso i lavori di due fotografe, una messicana e una americana. Da una parte abbiamo un approccio più fotogiornalistico, documentativo, che è quello di Ada Trillo con La Caravana, dall’altra un approccio concettuale, storico – quello di Lara Shipley – per vedere chi sono le persone che, nel tempo, sono passate attraverso questo confine, non solo migranti ma anche conquistadores, contrabbandieri, ecc.

Hai parlato spesso di storie…
Sì, l’idea del festival non è scegliere quindici fotografi e farli vedere, scegliere immagini che lascino a bocca aperta, ma scegliere immagini che facciano riflettere, che provochino, emozionino, facciano parlare. Raccontare le storie del mondo di oggi è la cosa più importante, perché poi ognuno le legge a proprio modo, le riceve a seconda della propria provenienza, della cultura e delle esperienze. Soprattutto la cosa importante è creare spazi di riflessione, di confronto: le conferenze, gli incontri che facciamo nelle giornate inaugurali del festival fanno sì che il pubblico possa sentirsi parte attiva, essere coinvolto.

L’intervista completa è su Photo Professional n. 116

La luna di Pietro Lucerni tra fotografia e danza

Naked Moon di Pietro Lucerni

Fino al 13 settembre, Copernico ospita nella sua Gallery di Via Lunigiana a Milano Naked Moon, la mostra personale del fotografo Pietro Lucerni a cura di Pier Paolo Pitacco e Giorgi Sarti, con protagonista Virna Toppi, prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano. La luna, piena e magnetica, si unisce alla grazia e all’eleganza di Virna Toppi per dar vita a scatti che emanano femminilità, sensualità, fascino, mistero e raffinato erotismo.Racconta Lucerni: «L’associazione con una figura femminile è stata istintiva. Ho pensato alla danza, a una donna che balla, al chiaro di luna. L’ho immaginata nuda perché solo quando si è nudi si entra davvero in contatto con ciò che ci circonda, con ciò che ci avvolge. Ho pensato alla danza, che insieme alla fotografia è una mia grande passione. C’è un legame tra le due: la danza è l’arte del movimento che diventa poesia, è equilibrio e armonia ma anche potenza e trasgressione. La fotografia, a volte, è capace di catturarne l’emozione in un tempo infinito. Ecco che la danza e la fotografia si uniscono per formare (e fermare) le emozioni». L’iniziativa fa parte di “Art Journey”, il progetto culturale sviluppato da Copernico – la rete di luoghi di lavoro e servizi dedicati allo smart working – che esplora interconnessioni e assonanze tra il mondo dell’arte, del business e del lavoro.

Ingresso alla mostra su appuntamento, scrivendo ad art@coperni.co
www.coperni.co

Happiness ONTHEMOVE: la felicità secondo Stephanie Gengotti

Circus Love © Stephanie Gengotti

La fotografa italo-francese Stephanie Gengotti si è aggiudicata l’ottava edizione di Happiness ONTHEMOVE, premio internazionale realizzato nell’ambito del festival Cortona On The Move in collaborazione con il Consorzio Vino Chianti. Con il suo progetto Circus Love – The Magical Life of Europe’s Family Circuses (Amore da circo: la magica vita delle famiglie circensi d’Europa), l’autrice ha fatto propria la mission del premio: rappresentare la felicità attraverso il linguaggio fotografico. Iniziato nel 2016, Circus Love è un progetto a lungo termine dedicato al Nuovo Circo e alle famiglie nomadi – una per ogni capitolo – che hanno rivoluzionato il concetto di arte circense. Ultimi eredi di un mondo quasi scomparso, questi artisti viaggiano per il mondo, esibendosi nei festival internazionali di street art e condividendo la loro arte e la loro passione con le persone che ancora sono capaci di aprire gli occhi e il cuore alla meraviglia.

Stephanie Gengotti si è aggiudicata l’ottava edizione di Happiness ONTHEMOVE

La giuria – di cui hanno fatto parte Peggy Sue Amison (East Wing), Alexa Becker (Kehrer Verlag); Elena Boille (Internazionale), Arianna Rinaldo (Cortona On The Move), Andreas Trampe (Stern Magazine) e James Wellford (National Geographic) – ha commentato: “Partendo dal circo come metafora della vita, Stephanie Gengotti si è immersa nella quotidianità dei piccoli circhi itineranti, per esplorare la possibilità di un’esistenza diversa, in cui la centralità dei legami affettivi e la libertà di muoversi ed esprimersi in armonia con l’ambiente ripagano degli sforzi e della situazione di precarietà. Con immagini dalla luce accogliente, sapientemente costruite nella loro spontaneità, Circus Love – The Magical Life of Europe’s Family Circuses restituisce quel senso di pace che viene voglia di chiamare felicità”. Stephanie Gengotti riceverà il premio il 13 luglio a Cortona da Lorenzo Tersi, Marketing manager del Consorzio Vino Chianti, e il suo lavoro sarà esposto al festival Cortona On The Move nel 2020. Il festival Cortona On The Move 2019 sarà in scena dall’11 luglio al 29 settembre.

Info: www.cortonaonthemove.com

 

A tutto festival! Un’estate all’insegna della fotografia

© Sam Harris

Non avete ancora deciso dove trascorrere le vacanze? Vi suggeriamo quattro città che ospitano altrettanti festival di fotografia, tra i più importanti al mondo, per vivere un’estate all’insegna dell’ottava arte, tra mostre, workshop, letture portfolio e incontri con gli autori.

Cortona – Cortona On The Move
Dall’11 luglio al 29 settembre
Diretta da Arianna Rinaldo, la nona edizione del festival internazionale di fotografia Cortona On The Move indaga la relazione tra le persone, il paesaggio e il territorio, attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea, le opere di grandi maestri e gli archivi storici. In particolare, lo sguardo si concentra sulla trasformazione del mondo che ci circonda – che rivela molto di noi, delle nostre azioni, della nostra storia – ponendo interrogativi sul presente e sul futuro. Alla ricerca di forme originali di comunicazione visiva è, invece, dedicata la seconda edizione di ARENA – Video and Beyond, sezione curata da Liza Faktor che ospita video sperimentali, installazioni e opere transmediali, realizzati da fotografi che lavorano tra fotografia, film e tecnologia. Nelle giornate inaugurali del festival, dall’11 al 13 luglio, sono in programma talk, letture portfolio ed eventi con fotografi, photo editor ed esperti di fama internazionale. Le mostre – tra cui spiccano quelle di Paolo Verzone, che racconta i cambiamenti climatici a partire dall’esperienza di una comunità che lavora alla base di Ny-Ålesund nelle isole Svalbard, e di Simon Norfolk – sono dislocate tra il centro storico di Cortona e la Fortezza Medicea del Girifalco. www.cortonaonthemove.com

Ragusa – Ragusa Foto Festival
Dal 26 luglio al 25 agosto
Con uno sguardo attento ai giovani e al Mediterraneo, dalla sua fondazione nel 2012 il Ragusa Foto Festival costituisce un’occasione di approfondimento e di scambio dedicato alla fotografia. L’edizione di quest’anno, intitolata “Intersezioni”, si rivolge alla famiglia e alle sue trasformazioni, temi indagati attraverso punti di vista differenti, quelli dei fotografi professionisti, dei fotogiornalisti, dei fotografi artisti, ma anche di giovani autori provenienti da tutto il mondo specializzati nelle istituzioni di Alta Formazione Artistica. Come è rappresentata dai media e come si rappresenta la famiglia all’interno dei nuovi media digitali? Qual è il suo posto nella società, nell’economia, nella cultura? Tra le mostre in programma segnaliamo Visioni di Famiglia del fotografo palermitano Ferdinando Scianna, con la sua riflessione sulla famiglia siciliana attraverso cento scatti tratti dal suo archivio. Tra i nomi presenti anche Sam Harris con The Middle of Somewhere, Yvonne De Rosa con Hidden Identities, Daniel W. Coburn con The Hereditary State e Julia Kater con What Where. Durante le giornate inaugurali, da venerdì 26 a domenica 28 luglio, il festival propone un programma di eventi che comprende conferenze, talk con gli autori, proiezioni, workshop, passeggiate fotografiche. Tornano anche le Letture Portfolio, un’occasione utile per ricevere consigli da critici e autori; i partecipanti potranno concorrere alla selezione per il Premio Miglior Portfolio 2019. www.ragusafotofestival.com

Arles – Les Rencontres de la Photographie
Dall’1 luglio al 22 settembre
Nel 1974 Lucien Clergue chiese ad Ansel Adams, uno dei maestri della fotografia del Novecento, di tenere una masterclass ad Arles. Les Rencontres de la Photographie si tenevano solo da pochi anni ma la presenza del fotografo statunitense diede nuova linfa al festival, assicurandogli un successo destinato a rafforzarsi nel tempo. Infatti, nel 2019, Les Rencontres festeggiano il 50esimo anniversario, confermando Arles nel suo ruolo di capitale mondiale della fotografia. L’edizione di quest’anno, in programma dall’1 luglio al 22 settembre, è dedicata ai fondatori del festival – Lucien Clergue, Michel Tournier e Jean-Maurice Rouquette, scomparso lo scorso gennaio – con l’intento di custodire il passato di questa manifestazione e riflettere sul suo futuro. Come ha scritto Sam Stourdzé, direttore de Les Rencontres, “lo spirito originale rimane immutato. Arles è ancora il luogo dove sono state lanciate molte carriere, sono state fatte nuove scoperte, sono stati proclamati manifesti, dove si è continuamente messo in discussione il modo in cui si intendeva la fotografia”. Molto ricco il programma che propone, tra le altre, alcune mostre che “vogliono fare luce su un mondo in continuo stravolgimento dove l’immagine, spesso, gioca un ruolo fondamentale, come testimone o protagonista”, scrive ancora Sam Stourdzé. Segnaliamo, in particolare, le sezioni My Body Is a Weapon (“esistendo, resistendo, fotografando, il corpo è anche un’arma”), On the Edge e Inhabiting, che rivisitano i concetti di confine e di casa, infine Building the Image, dedicato a una nuova generazione di artisti che costruiscono l’immagine unendo fotografia e installazioni. www.rencontres-arles.com

Perpignan – Visa pour l’image
Dal 31 agosto al 15 settembre
“A Perpignan, continueremo a presentare storie da ogni parte del mondo. Crediamo nel giornalismo e il nostro impegno è più grande che mai”. Con queste parole, e con un richiamo ai soprusi che giornalisti e fotografi subiscono ogni giorno, Jean-François Leroy, direttore di Visa pour l’image, presenta la nuova edizione del festival, in scena dal 31 agosto al 15 settembre. Festival di fotogiornalismo tra i più importanti del panorama internazionale, Visa pour l’image propone ogni anno un programma molto ricco che riunisce mostre, letture portfolio, incontri, oltre ai premi Visa d’or. Tra gli autori di questa edizione segnaliamo il Premio Pulitzer Lorenzo Tugnoli con un reportage sulla crisi nello Yemen, Brent Stirton con la serie Rangers, Ivor Prickett con il reportage The End of the Caliphate e Louie Palu con una serie che documenta la crescente militarizzazione dell’Artico nord-americano. www.visapourlimage.com

 

 

 

 

 

EverydayClimateChange: la mostra a Orbetello

Una volpe artica in una tana di ghiaccio vicino a Kluane National Park, Canada, 2017 © Peter Mather

Nell’ambito del Festival ImagOrbetello, dal 5 luglio al 18 agosto, il Museo Archeologico “Polveriera Guzman” di Orbetello, in provincia di Grosseto, ospita la mostra fotografica EverydayClimateChange, a cura di Photo Op, in collaborazione con James Whitlow Delano e Matilde Gattoni e con il supporto di Fujifilm. Nato come feed di Instagram, per sensibilizzare l’attenzione sull’emergenza ambientale ormai diffusa in ogni angolo del pianeta, il progetto EverydayClimateChange si è ampliato anno dopo anno con l’obiettivo di mostrare, attraverso le fotografie, le prove visibili del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Negli anni Cinquanta, una parte della comunità scientifica aveva già iniziato a lanciare l’allarme sui danni provocati dall’inquinamento e dal crescente aumento delle temperature. Nel tempo, le denunce, gli appelli, gli studi si sono moltiplicati ma – per quanto le ripercussioni del cambiamento climatico siano sempre più evidenti – poco è stato fatto di concreto e c’è addirittura chi continua a negare l’esistenza del fenomeno.

EverydayClimateChange: per testimoniare quanto il cambiamento climatico sia concreto

Facendo propria la massima di Berenice Abbott, secondo cui la fotografia aiuta le persone a vedere, il progetto EverydayClimateChange vuole testimoniare quanto il cambiamento climatico sia concreto e come nessuno sia immune ai suoi effetti. Lo fa attraverso le immagini di fotografi militanti che operano in diverse parti del pianeta e che, con le loro differenti visioni, cercano di raggiungere un pubblico sempre più vasto. A ImagOrbetello saranno esposti gli scatti di Rodrigo Baleia, Nina Berman, Ashley Crowther, James Whitlow Delano, Bernardo Deniz, Sima Diab, Luc Forsyth, Sean Gallagher, Katharina Hesse, Esther Horvath, Ed Kashi, Suthep Kritsanavarin, Matilde Gattoni, Balazs Gardi, Georgina Goodwin, Mette Lampcov, Peter Mather, Gideon Mendel, Palani Mohan, John Novis, Matthieu Paley, Paolo Patrizi, Michael Robinson Chavez, J.B. Russell, Vlad Sokhin, Jeremy Sutton-Hibbert, Sara Terry, Franck Vogel ed Elisabetta Zavoli.

Info: www.imagorbetello.com/everydayclimatechange

 

 

 

 

Viaggio in Myanmar con i consigli di Jonathan Brioschi

La piana di Bagan, capitale degli antichi regni birmani © Jonathan Brioschi

Uscito faticosamente dall’isolamento cui la dittatura militare lo aveva costretto, il Myanmar, ex Birmania, ha saputo conservare intatte la bellezza dei paesaggi, la maestosità dei templi, la sacralità di tradizioni che si riflettono nella serenità dei suoi abitanti. Jonathan Brioschi, fotografo e viaggiatore, abituato a girovagare in ogni angolo del pianeta, ha trovato una terra che ha saputo nuovamente sorprendere il suo sguardo e regalargli inedite emozioni. Emozioni che si sono impresse nell’obiettivo della sua macchina fotografica e nella sua memoria, dando vita a ricordi che il fotografo ha voluto condividere con noi.

Intervista a Jonathan Brioschi

Jonathan, ci racconti la tua esperienza in Myanmar? Che cosa ti ha colpito maggiormente di questo Paese?
Avevo già visitato gran parte dei Paesi del Sudest asiatico tralasciando la Birmania: temevo che non potesse trasmettermi quelle emozioni di cui ero alla ricerca. Non poteva essere sensazione più sbagliata. Mai, come in questa terra, ho avuto modo di respirare quelle atmosfere di “raffinatezze orientali” di cui si legge nei diari dei primi viaggiatori che hanno raggiunto questa porzione di mondo. Qui il tempo pare essersi magicamente fermato: è l’immagine eterea di un Estremo Oriente che altrove è ormai irrimediabilmente perduto. La tranquillità e la pace si respirano a pieni polmoni e non solo nei templi, ma anche nelle strade, nei mercati, nell’incontro quotidiano con le persone, ovunque abbia avuto modo di andare. Tutti sono sorridenti, ospitali, sereni. Oltre alla magnificenza dei templi, è la gente il vero regalo dato in dono al viaggiatore.

Qual è la stagione migliore per visitare il Myanmar dal punto di vista fotografico e quali sono gli aspetti da considerare nel momento in cui si pianifica il viaggio?
Dal punto di vista fotografico il periodo migliore per visitare il Myanmar va dal nostro autunno alla primavera. Sconsigliata la nostra estate poiché, soprattutto a Sud, il Paese diventa estremamente piovoso: la celebre Golden Rock, per esempio, risulterebbe piuttosto complicata da immortalare. Di particolare interesse fotografico per la pianificazione del viaggio è considerare la possibilità di riprendere le mongolfiere in volo sulla piana di Bagan. Di norma, volano in corrispondenza dei nostri mesi invernali. Bagan fu la capitale di antichi regni birmani e oggi sito archeologico disperso nelle campagne. Una passeggiata in bici o con una carrozza trainata dai cavalli è il modo migliore per spostarsi nella piana e assaporare il lento scorrere della quotidianità. Indispensabile trovarsi al tramonto in cima a uno stupa (monumento religioso buddista): al di sotto, centinaia e centinaia di templi che si perdono alla vista si incendiano in una composizione di tonalità che spaziano dal ruggine delle costruzioni al verde oliva misto sabbia del terreno, per poi fondersi con lo zafferano, l’ambra, l’indaco e le striature cobalto del cielo. Non a caso, anche Marco Polo la definì “uno dei luoghi più belli del mondo”.

Hai incontrato usanze particolari e inusuali nel corso del tuo reportage? Quali accorgimenti fotografici consiglieresti per riprenderli?
Sul lago Inle, l’ingegno ha fatto sì che i pescatori abbiano imparato a navigare muovendo il remo con una gamba e mantenendosi in piedi, con un equilibrio quasi circense, con l’altra, in modo da avere le mani libere per maneggiare le nasse da pesca. Il lago si trova su un altopiano, quasi a 1.000 metri di altitudine, nella zona centrale della Birmania. Migliaia di persone abitano letteralmente sull’acqua. I villaggi, infatti, sono costruiti su palafitte, in legno di bambù o teak. In questo mondo fluttuante, gli spostamenti sono affidati a semplici imbarcazioni che sembrano volare sull’acqua. Nella borsa fotografica uno zoom, con una focale di non meno di 200 mm, risulterà indispensabile per riprendere i pescatori. Spesso sono lontani, per cui una focale corta potrebbe risultare inutilizzabile.

Dal punto di vista dell’attrezzatura fotografica, che cosa non deve mai mancare nella borsa del fotografo?
I volti birmani rapiscono l’attenzione. Soprattutto quelli femminili: indispensabile pertanto un buon obiettivo per i ritratti. Le donne, infatti, hanno l’abitudine di abbellire le guance con una crema cosmetica, di colore giallo, che si ricava dalla corteccia del thanaka, un albero simile al sandalo. Spesso ci si ritrova a fotografare all’interno dei templi, dove, naturalmente, si lavora in condizioni di scarsa luminosità. Particolarmente apprezzati quindi gli obiettivi luminosi e con un diaframma che consenta un’apertura di almeno f 2.8. L’uso del flash sarebbe superfluo e non restituirebbe la meraviglia incantata delle lame di luce che tagliano l’oscurità all’interno degli edifici di culto. I moderni sensori, che consentono di scattare anche a ISO elevati senza eccessivo rumore digitale, non fanno sentire la necessità di luci artificiali aggiuntive.

Dalle tue immagini emerge il desiderio di stabilire un rapporto con le persone: come si deve comportare un fotografo per avere un approccio corretto con le persone e le situazioni?
Nessuno è infastidito dall’essere fotografato. Anzi, le persone paiono apprezzarlo. Qui il Buddismo è fortemente sentito. È cosa comune che tutti, per almeno una parte della loro vita, trascorrano un periodo come monaci. La religione è vissuta profondamente, non come credo dogmatico, ma come stile di vita. Con la macchina fotografica provo a fermare queste atmosfere rarefatte che sono la cosa più difficile da imprimere in un sensore digitale. Davanti all’obiettivo scorrono immagini che vanno dirette all’anima: la timidezza di una bimba celata dietro un sorriso, la disciplina silenziosa di un monaco mentre attende – con la sua ciotola in mano – che gli sia servito il pasto, la dolcezza di una madre addormentata… Un caleidoscopio di emozioni fuori dal tempo. Qui è indispensabile prendersi il gusto antico, caro ai fotografi, di saper pazientemente osservare, in silenzio, la vita che scorre davanti a noi.

 

Gianmaria Gava: tra rappresentazione e manipolazione della realtà

Vincitore dei Sony World Photography Awards 2018, categoria professionale “Architecture”, con il progetto Buildings, da diversi anni Gianmaria Gava porta avanti una ricerca molto interessante sulle potenzialità del mezzo fotografico: strumento capace non solo di documentare ciò che ci circonda ma anche di manipolarlo. Le sue immagini sospendono lo spettatore tra reale e irreale, mettendolo di fronte a una scelta radicale.

Intervista a Gianmaria Gava

Gianmaria, come ti sei avvicinato alla fotografia e cosa rappresenta per te?
Ho iniziato a occuparmi di fotografia ai tempi dell’università, quando studiavo Scienze Politiche; ho seguito un corso di fotografia all’Università di Trieste e mi sono subito appassionato. Credo che all’inizio, come capita a tanti fotografi, a interessarmi sia stata l’immediatezza del mezzo e soprattutto la capacità di registrazione del reale. In verità, poi, tutto il mio percorso fino adesso è stato praticamente opposto: sono partito dalla capacità della fotografia di rappresentare il reale e sono andato sempre più verso il surreale e quindi verso la possibilità di astrarre la realtà, di modificarla e manipolarla. È interessantissima nella fotografia questa doppia potenzialità: può sia rappresentare ciò che ci circonda sia camuffarlo, modificarlo e renderlo completamente diverso.

Questa doppia potenzialità si lega al tuo progetto Buildings: ci racconti come è nato e qual è il senso di questo lavoro?
Ho iniziato a occuparmi di architettura nel 2015 ma in studio: ho creato piccole sculture con forme geometriche di base, i classici blocchi di legno utilizzati dai bambini, che rappresentavano archetipi del costruire, e le ho fotografate. Mi interessava il rapporto tra architettura e geometria. Poi, nel 2017, ho iniziato a portare questa esperienza dallo studio alla strada. Ho fotografato diversi tipi di edifici e ho cercato di rendere il più chiara possibile la relazione tra l’architettura e la geometria. Per arrivare a questo ho fatto un lunghissimo processo di modifica digitale dell’immagine, togliendo le informazioni visive e la maggior parte degli elementi strutturali (porte, finestre). Ho quindi pulito le facciate degli edifici evidenziando la struttura geometrica di base, rendendoli semplici solidi di base. Questo è stato il mio primo intento. Successivamente, mi sono reso conto che la seconda conseguenza – che forse per me è diventata la più importante – sta nella reazione dello spettatore di fronte alle immagini. La maggior parte degli spettatori crede di trovarsi di fronte a qualcosa di reale, per altri si tratta di edifici irreali. Tutto il lavoro è basato sulla percezione, sulla linea sottile che divide reale e irreale, sul probabile: gli edifici sono reali, occupano una porzione di suolo, esistono nella realtà ma esistono in modo molto diverso da come appaiono nelle mie fotografie.

Quali elementi valuti per capire se un edificio entrerà a far parte del tuo progetto?
È sempre un percorso lungo che richiede moltissimo tempo e altrettanta ricerca. Fondamentalmente è un lavoro che si basa sul fatto di camminare per la città e cercare gli edifici adatti, dedicando moltissime ore per molti giorni. È un lavoro in negativo, di scarto, piuttosto che di ricerca di un edificio particolarmente interessante. Considerando 1.000 edifici, 999 non saranno fotografati e ne rimarrà uno su tutti. Ci sono molte difficoltà. Una è la struttura dell’edificio stesso, la superficie: una post-produzione di questo tipo si può fare in modo perfetto solo con il cemento. Quindi c’è un elemento architettonico di base e poi ci sono altri elementi: in tutte le immagini della serie non ci sono persone, automobili o altri tipi di veicoli (ci troviamo in uno scenario post-umano). E in una città trovare queste condizioni è praticamente impossibile. Se davanti alle finestre o alle porte ci fossero alberi, pali della luce, fili elettrici, questi edifici verrebbero scartati. Perché il lavoro è basato su una pulizia estrema. Anche il cielo, giusto per rendermi la vita più difficile, è sempre lo stesso: è un cielo invernale, latteo, quasi bianco che mi ha permesso poi di avere ombre ridottissime e di avere un approccio estremamente oggettivo, simile allo stile della Scuola di Düsseldorf, che per me è fondamentale come riferimento.

Hai detto che le tue immagini non possono essere consumate in fretta: che valore assume tutto questo in un’epoca in cui siamo saturi di immagini che passano senza lasciare il segno?
Ci vorrebbe un’altra vita come diceva Paolo Conte. Io sono un iper critico della velocità, del consumo di immagini, però sto cercando di aprirmi a questo. Fino a poco tempo fa non avevo nemmeno un account Instagram, ora ce l’ho e cerco di usarlo in modo intelligente. Ogni giorno vengono prodotti e messi in Rete due miliardi di immagini, ci troviamo di fronte a un’enorme rivoluzione che ci sta cambiando. È interessante notare come alle mie mostre molte persone credono davvero che esistano edifici senza porte e finestre. Assurdo, a ben pensarci. Nessun costruttore sano di mente butterebbe via i soldi per dei bunker. Significa che siamo completamente immersi nel digitale. Tanto da non capire più i limiti, che cosa è reale e che cosa non lo è.

L’intervista completa la trovate su Digital Camera Magazine n. 200

 

 

Simone Sbaraglia: dal sensazionalismo al racconto

Leone, 2016

L’incontro con Simone Sbaraglia è stato l’occasione non solo per approfondire il suo lavoro ma anche per capire quale direzione stia prendendo, o debba prendere, la fotografia naturalistica in un’epoca in cui siamo bombardati da migliaia di immagini provenienti da ogni angolo del pianeta che ci permettono di ammirare i luoghi più remoti o gli animali più rari. Basta digitare su Google le parole “orso” e “salmone” – come ci ha invitato a fare Simone – per trovarsi di fronte a decine e decine di pagine di fotografie, tutte simili, che ritraggono questo magnifico animale intento a pescare… immagini molto belle, spesso spettacolari, ma che presto finiscono per risultare noiose e monotone. Motivo per cui oggi anche i fotografi naturalisti, come già è accaduto agli autori di altri generi, sono chiamati a trovare nuove strade per far emergere i propri scatti dalla massa.

Intervista a Simone Sbaraglia

Simone, per molto tempo la fotografia naturalistica è stata vista come mera documentazione. È ancora così oggi?
La documentazione ormai è stata fatta, e prosegue quotidianamente con l’impegno di milioni di fotografi in tutto il mondo. Ma questo, inevitabilmente, ha cambiato la fotografia. Pensiamo a quanto è cambiata la fotografia di guerra, di reportage. Oggi i conflitti si raccontano da sé, tramite i protagonisti, tramite i social. Un fotoreporter, allora, deve approfondire, deve fare quello che i protagonisti con lo smartphone non possono fare, perché non ne hanno il tempo o le capacità, deve approfondire il messaggio. Questo significa passare da una fotografia che è semplice documentazione di quello che abbiamo di fronte a una fotografia che comunica qualcosa di personale, un’emozione. Questo approccio mi ha portato a un tipo di ricerca fotografica più lunga, durata una decina d’anni, che mi ha permesso di passare da una fotografia documentativa a una fotografia più astratta, universale, che comunica qualcosa che va al di là del soggetto.

Quando è maturato in te questo diverso approccio?
Ero in Giappone, sull’isola di Hokkaido, dove vivono le gru, animali incredibili che hanno un rituale di corteggiamento straordinario. La situazione, però, è molto caotica, si fa fatica a capire dove inquadrare. Ho iniziato a scattare ma le foto non rappresentavano assolutamente l’emozione che stavo provando. In quel momento ho capito che la fotografia è solo un linguaggio: è un mezzo, uno strumento che serve a comunicare qualcosa. Ma per riuscire a comunicare in modo efficace, dobbiamo sapere che cosa vogliamo comunicare prima di iniziare. Non possiamo iniziare a parlare senza sapere che cosa dire. La stessa cosa accade nella fotografia. Il lavoro molto importante che dobbiamo fare è passare da una mera documentazione della realtà al trasmettere all’osservatore le emozioni che si provano facendo esperienza del quotidiano. Vogliamo comunicare caos, armonia, pace? Se partiamo dal messaggio, la fotografia cambia completamente. Dopo qualche riflessione, mi sono reso conto che in questa situazione così complessa quello che m’interessava presentare più di ogni altra cosa erano l’armonia, l’eleganza, l’equilibrio espressi dalle gru durante la loro danza. Anche le fotografie hanno cominciato a cambiare, sono andato a cercare immagini che comunicassero questo messaggio preciso, ossia l’armonia, e non il caos o altri aspetti.

Nella fotografia di reportage oggi contano più le storie che le singole immagini. Succede lo stesso anche nella fotografia naturalistica?
La fotografia deve essere al servizio di una storia, deve raccontare qualcosa che vada al di là della singola immagine. E ciò è molto importante oggi, perché viviamo in un momento cruciale, di svolta. Negli anni Ottanta e Novanta, avevamo un’attrezzatura primordiale, niente autofocus, niente istogrammi o altri ausili. Tecnicamente realizzare immagini, soprattutto di natura, era difficile: di conseguenza, i fotografi erano pochi. Il progresso tecnologico ci ha messo a disposizione attrezzature straordinarie, si viaggia più facilmente, i costi si sono abbattuti. Tutti, e non solo i professionisti, abbiamo a disposizione macchine eccezionali. Ci sono semplici appassionati che producono immagini di una qualità inarrivabile per un professionista di dieci-quindici anni fa. Non lo dico in maniera nostalgica o critica. Il fatto che il mezzo di comunicazione diventi accessibile a tutti è una cosa straordinaria, positiva, ma ci deve far interrogare su che cosa dobbiamo fare noi professionisti oggi in questo mondo che sta cambiando.

Ossia?
Un fotografo professionista ha la possibilità di investire tempo e riflessione. Ciò significa che un professionista può produrre lavori più profondi, dettagliati, che raccontano storie che nessun fotografo occasionale o amatoriale potrà mai raccontare. E invece che cosa è successo? Si è andati alla ricerca della foto sempre più spettacolare. La competizione, anziché spostarsi verso la ricerca dell’approfondimento, contro la superficialità, si è spostata sul piano della spettacolarità. Tu fai una foto spettacolare? Io la faccio più spettacolare di te! Ma questa è una rincorsa impossibile, che non ci porterà da nessuna parte: si è svuotata la fotografia di qualunque vero contenuto, la fotografia non è più il racconto di una storia ma la ricerca dell’istante spettacolare, dell’immagine che ti colpisce ma non ti dice niente. Penso, invece, che per trovare una via d’uscita sia necessario tornare alla vera natura della fotografia, tornare a quando Terzani diceva “fotografare significa cercare nelle cose quello che uno ha capito con la testa”.

L’intervista completa è su Digital Camera Magazine n. 199

Aydın Büyüktaş: giocare con le prospettive

Chi abbia visto almeno una volta un’immagine del Gran Bazar, del ponte di Galata o della Yeni Cami, la Moschea Nuova di Istanbul, non può che rimanere sorpreso di fronte alle fotografie di Aydın Büyüktaş, paesaggi che si curvano all’infinito e che mostrano più punti di vista nello stesso scatto, distorcendo le prospettive e sovvertendo la percezione dell’osservatore. Non si tratta, però, di un semplice esercizio di stile. Dietro a queste immagini si nasconde una precisa filosofia che il fotografo turco ha tratto dal romanzo fantascientifico Flatlandia di Edwin Abbott: un romanzo rivoluzionario per la sua epoca, la seconda metà dell’Ottocento, in cui si raccontano le vicende degli abitanti di Flatlandia, figure geometriche che vivono nella sicurezza del loro mondo bidimensionale, improvvisamente sconvolto dall’arrivo di una misteriosa sfera. A queste pagine, Büyüktaş si è ispirato per la sua serie Flatland, che riunisce immagini della città di Istanbul e dei suoi monumenti più famosi, catturate con un drone e fuse con un software 3D per dar vita a paesaggi surreali. Fotografie di fronte alle quali non si può fare a meno di seguire l’esempio delle creature di Flatlandia, lasciandosi condurre nella terza dimensione, pronti ad abbandonare le nostre sicurezze e ad aprirsi a uno sguardo nuovo sulla realtà.

Intervista a Aydın Büyüktaş

Aydın, come è nata la tua serie Flatland?
Era il 2006. Stavo leggendo Iperspazio di Michio Kaku dove ci sono molti riferimenti al romanzo di Edwin Abbott, Flatlandia. Sono rimasto molto impressionato dal modo in cui questo libro, scritto nel 1884, esemplifichi la difficoltà di comprendere le interconnessioni tra le dimensioni e i passaggi interdimensionali. Il fatto che il romanzo cerchi di raccontare la transizione interdimensionale e la terza dimensione come seconda dimensione corrispondeva alla mia indagine sulla terza dimensione. Quando uno degli abitanti di Flatlandia, il quadrato, incontra una sfera proveniente da Spacelandia (il mondo a tre dimensioni), che gli rivela la presenza della terza dimensione, per la prima volta egli si rende conto di come finora abbia vissuto in un mondo a due dimensioni. L’idea di “curvare” lo spazio e il pensiero che potessi vedere Istanbul da questa prospettiva hanno portato alla nascita di questo progetto per cui non avrei potuto trovare titolo migliore di quello scelto dallo stesso Abbott.

Qual è il messaggio che vuoi comunicare?
Viviamo in luoghi che, la maggior parte delle volte, non catturano la nostra attenzione, luoghi che trasformano la nostra memoria, a cui gli artisti regalano una nuova dimensione, dove le percezioni che attraversano la nostra mente vengono demolite mentre altre prendono il loro posto. Questo lavoro aspira a lasciare l’osservatore da solo con un punto di vista ironico, romantico e multidimensionale.

Quanti luoghi hai fotografato e dove?
La serie Flatland è dedicata a Istanbul. Per la serie Flatland II ho scattato fotografie in quarantacinque luoghi diversi, in Arizona, Texas, California e New Mexico. Ho realizzato trentacinque collage tra cui ho scelto le diciannove immagini finali.

Quanto tempo impieghi a scegliere i soggetti che vuoi fotografare e da che cosa dipende la tua scelta?
Impiego circa due mesi a cercare i luoghi da fotografare su Google Earth e a pianificare i voli. A volte mi capita di trovarli casualmente mentre sono impegnato in sessioni fotografiche. Cerco soprattutto luoghi che siano caratterizzati dal ritmo, da pattern particolari, da linee che creino la prospettiva. Preferisco questi luoghi perché mi danno la sensazione di poter vivere nei miei sogni.

A livello tecnico, come realizzi queste fotografie? E come le post-produci?
Per ogni immagine sono necessarie almeno diciassette fotografie. Mi occorrono circa quattro mesi per trovare la giusta composizione. All’inizio creavo dei collage in modo analogico ma non ero soddisfatto e sono passato al digitale: ci vogliono molti giorni di lavorazione con Photoshop per arrivare al risultato desiderato.

Ci parli delle altre tue serie Parallel Universe e Gravity?
Amo i soggetti fantascientifici. Mi piace ricrearli nel nostro mondo e giocare con la percezione delle persone.

L’intervista completa è su Digital Camera Magazine n. 199

UrbEx: quando la fotografia fa ripartire il tempo

“Take nothing but pictures, leave nothing but footprints”. Non portare via nient’altro che le fotografie, non lasciare altro che le tue impronte: è questa la prima e più importante regola che unisce i fotografi che si dedicano alla Urban Exploration, l’esplorazione di edifici e strutture costruiti dall’uomo, ormai abbandonati, alla ricerca di tracce del passato. Avventurieri della macchina fotografica, attratti dal fascino che questi luoghi emanano e mossi dal desiderio di far rivivere le storie di chi questi luoghi li ha abitati. A unire i membri della “comunità” UrbEx è il rispetto di un’etichetta, di un codice di comportamento pensato proprio per tutelare i luoghi abbandonati. Eppure, è questa stessa etichetta a impedire agli UrbEx di rivelare le coordinate di strutture ed edifici, per evitare che questi ultimi siano presi d’assalto dal grande pubblico. Dunque, un alone di mistero e segretezza circonda gli “esploratori urbani”, regalando alle loro immagini un’aura affascinante ed enigmatica.

Urban Exploration, esplorazione di edifici e strutture costruiti dall’uomo, ormai abbandonati, alla ricerca di tracce del passato

A raccontarci qualcosa di più di questo genere di fotografia è Alessandro Mordenti che, dopo essersi avvicinato quasi per caso a questo genere, grazie a un amico che gli ha mostrato alcuni scatti, da cinque anni si dedica al progetto Tra polvere e tempo: «All’inizio fotografavo più che altro casolari o ruderi, per lo più quello che trovavo nella mia zona. Poi ho cominciato a cercare luoghi più affascinanti, arredati, dove trovare oggetti che potessero raccontare la storia di chi era vissuto lì. E tutto era coperto da polvere, come a proteggere le cose dallo scorrere del tempo. Da qui è nato il nome del progetto».
Guardando le immagini realizzate da Alessandro – dove si ritrovano librerie colme di libri, spartiti abbandonati sui tasti di un pianoforte, ritratti ancora appesi alle pareti – si capisce bene l’intento che muove il nostro autore: «A parte il fascino che trasuda dall’abbandono, quello che mi piace è raccontare la storia del posto attraverso quello che è rimasto nei luoghi. Ecco perché non tocco o sposto nulla. Anche se qualcuno ha spostato qualcosa prima del mio arrivo, io lascio tutto com’è, perché comunque fa parte della storia del posto, di chi ha vissuto in quel luogo fino al momento in cui sono arrivato io». Alessandro ci racconta che, solo in Italia, sono migliaia i luoghi – ville, fabbriche, ospedali – lasciati in questo stato di abbandono, molti di più di quanto si potrebbe immaginare. «Sono tutti luoghi esaltanti – prosegue il fotografo – perché ognuno ha la sua storia e ti dà emozioni diverse. Però, fra tutti, quello che preferisco è quello che chiamano la Villa dell’Artista. È un luogo molto particolare, pieno di cose, ha una lunghissima storia che risale addirittura al Quattrocento. Dentro è completamente arredato ed è come se le persone fossero uscite in quel momento o da poco tempo e dovessero rientrare: piatti nel lavandino, tavole apparecchiate, un salone principale enorme, tutto completamente arredato, con i libri nella libreria. Addirittura in una stanza ci sono le pantofole appoggiate vicino al letto sfatto. È come se il tempo si fosse bloccato nel momento in cui l’ultima persona è uscita». Alessandro ci spiega anche che i fotografi UrbEx rispettano un’etichetta ben precisa: «Non toccare niente, non portare via niente, non divulgare le coordinate al grande pubblico, non rovinare e vandalizzare. Per entrare in un posto non si rompe nulla: se la casa è sigillata, non si entra. Mi è capitato di fare centinaia di chilometri, arrivare in un luogo e non poterci entrare. In fondo sei in casa d’altri. Io vado lì per fotografare, se no farei lo scassinatore». Parlando di attrezzatura fotografica, invece, il nostro autore ci racconta che porta sempre con sé «una reflex, teleobiettivo e grandangolare (a seconda di quello che mi serve), una torcia, ma soprattutto treppiede e scatto remoto: essendo posti prevalentemente bui, nei quali spesso non apro nemmeno le finestre ma uso solo la luce che filtra, i tempi di esposizione sono molto lunghi, a volte anche 20-30 secondi, quindi treppiede e scatto remoto sono indispensabili». Nel salutarci, chiediamo ad Alessandro su che cosa sta lavorando al momento: «Credo che non darò mai uno stop definitivo al progetto Tra polvere e tempo, un po’ perché mi affascina, un po’ perché è il primo di questo tipo che ho avviato. Però, sto cominciando a lavorare su un altro progetto, sempre nell’ambito dell’abbandono: fotografare gli ex manicomi d’Italia, per raccontare la storia di questi posti, magari aiutandomi con foto dell’epoca e frasi di medici e pazienti. Se questo progetto portasse qualcuno a interessarsi al recupero e alla riqualificazione di questi luoghi ne sarei felice. È un peccato vederli lasciati a loro stessi».

Edoardo Romagnoli e la luna: storia di una seduzione

© Edoardo Romagnoli

Fino al 24 maggio, lo Spazio Kryptos di Milano ospita Dalla terra alla luna, mostra curata da Roberto Mutti che riunisce le fotografie e i disegni di Edoardo Romagnoli. Il percorso espositivo sfrutta i due piani dello Spazio Kryptos seguendo il percorso artistico dell’autore: sotto, le fotografie dei suoi viaggi, sopra, le immagini della luna, frutto di una ricerca che Romagnoli ha iniziato molti anni fa e che ha portato avanti con passione e rigore, dando vita a scatti suggestivi ed emozionanti. Dunque, dal titolo della mostra, un passaggio “dalla terra alla luna”, dalla curiosità alla seduzione.

Dalla terra alla luna, dalla curiosità alla seduzione.

«Se avete provato a fotografare la luna», ha raccontato Roberto Mutti nel corso della presentazione della mostra, «vi sarete accorti che questa scappa. Tu la metti lì, hai un 500 mm, una bella macchina, la centri e lei… si è spostata. Ti chiedi dove sia andata… Edoardo la insegue e poi, a un certo punto, la luna si arrende. E trovo che questo sia davvero un gioco di seduzione. E il terzo a essere sedotto è chi guarda».
Negli anni, il dialogo tra Romagnoli e la luna si fa sempre più serrato: il risultato sono immagini – tutte realizzate muovendo la macchina e senza interventi di post-produzione – che restituiscono il legame tra l’autore e Selene e che fanno scaturire emozioni profonde. Perché, in fondo, la fascinazione che Romagnoli “subisce” è la stessa che colpisce tutti noi quando volgiamo lo sguardo verso il cielo. Un’altra occasione per ammirare le foto di Edoardo Romagnoli è la mostra Luna di seta, fino al 23 maggio al Museo didattico della Seta di Como nell’ambito di Lake Como Festival della Luce. Alcuni scatti sono stati riprodotti su seta amplificando così, con la luminosità del filato serico, l’effetto della luce lunare.

Spazio Kryptos – Via Panfilo Castaldi 26, Milano – www.kryptosmateria.it
Museo didattico della Seta – Via Castelnuovo 9, Como – www.festivaldellaluce.net

 

 

 

 

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