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La Fotografia della settimana: Robert Frank, Elevator Girl

Elevator Girl © Robert Frank

Il 9 novembre del 1924 nasce Robert Frank.
Le domande di Jack Kerouac su una delle sue icone, la
ragazza dell’ascensore fotografata a Miami durante il lavoro The Americans.Quale è il suo nome? Quale è il suo indirizzo? È Jack Kerouac a porsi queste domande mentre scrive la prefazione di The Americans e si trova di fronte al volto della quindicenne Sharon – The Elevator Girl – fotografata nel 1955 in un ascensore di Miami da Robert Frank. Come dire che c’è una Storia della Fotografia, ed una storia della fotografia, e che le nostre domande devono essere rivolte ad entrambe.

In fotografia c’è un prima e un dopo Robert Frank. Lo spiega molto bene Philip Gefter, giornalista del NY Times, nel libro “Photography After Frank”: The Americans ha dato inizio alle nuove sfide della fotografia contemporanea: la tecnica, la luce, le regole narrative, il viaggio e il suo movente,la fotografia documentaria. Per fare qualche nome: Stephen Shore, Ryan McGinley, Annie Leibovitz, Philip-Lorca diCorcia, tutti si sono confrontati con il viaggio di Robert Frank attraverso l’America, e probabilmente con le domande di Jack Kerouac e di tutti noi.
La storia è piuttosto nota. Nel 1955 Robert Frank attraversa gli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio della Fondazione Guggenheim, realizza un lungo lavoro pubblicato per la prima volta nel 1958 dall’editore francese Delpire con il titolo Les Américains (e questa è l’edizione per collezionisti). Poi, tutto è entrato nella Storia della Fotografia, il lavoro è stato ripubblicato nell’edizione americana con la prefazione di Jack Kerouac ed oggi è best seller dei tedeschi di Steidl.Ma torniamo alla ragazza dell’ascensore. Sharon Goldstein aveva 15 anni quando è stata fotografata. Si è rivista in quella fotografia solo una quindicina di anni fa, durante una mostra a San Francisco.“Mi sono fermata di fronte a questa foto per almeno cinque minuti, senza capire il motivo per cui mi fossi bloccata lì” racconta Sharon “Solo dopo, ho capito che la ragazza nella foto ero io. In quell’ascensore, Robert Frank mi ha scattato circa quattro foto, senza flash. E poi, quando l’ascensore si è svuotato dei suoi ‘demoni”, mi ha chiesto di girarmi e di fargli sorriso.  Lui stesso ha fatto a me un sorriso. Ha visto qualcosa in me che la maggior parte delle persone non ha mai visto. Ho il sospetto che Robert Frank e Jack Kerouac abbiano visto in me qualcosa di più profondo, che solo le persone molto vicine a me possono vedere. In questa foto non c’è necessariamente la solitudine, è piuttosto… sognante”.
di Enrico Ratto

La Fotografia della settimana: il Miliziano di Robert Capa

© Robert Capa / Magnum Photos

Il 22 ottobre nasce a Budapest Endre Friedmann, Robert Capa, considerato il più leggendario fotografo di guerra. La sua fotografia del “miliziano morente” non ha mai smesso di fare discutere. Sono passati più di ottant’anni e la vicenda del miliziano di Robert Capa resta una delle storie più affascinanti della fotografia. Non è tanto la cronaca in sé ad accendere le discussioni tra lettori, appassionati e addetti ai lavori, ma tutta la teoria sul mestiere del fotografo che questa foto ha scatenato. La domanda sul Miliziano di Capa è molto semplice: quella foto è stata davvero scattata a Cordoba, nel 1936, nell’istante in cui un soldato dell’esercito repubblicano viene colpito a morte da un proiettile franchista? O è tutta una messa in scena? Insomma, quella foto è vera o è una ricostruzione? Chi ha conosciuto Robert Capa e chi ha studiato la fotografia ha risolto ogni dubbio: quel fatto è realmente accaduto.

Ma per molti è stata l’occasione per introdurre una terza via tra i campi di battaglia, una possibilità che ha molto a che fare con l’etica: quando si documenta un combattimento non sempre esiste solo il vero o il falso, esiste anche il verosimile. Molte delle domande degli ultimi anni riguardo il mestiere del fotoreporter, ruotano proprio intorno a questo tema.Una sintesi è contenuta in una conversazione tra Frank Horvat e Marc Riboud.
Frank Horvat: Prendiamo il caso del miliziano colpito a morte, nella foto di Capa. Certi hanno sostenuto che fu una messa in scena.
Marc Riboud: È falso. Robert Capa non avrebbe imbrogliato.
Frank Horvat: Lo credo anch’io. Ma lasciami fare l’ipotesi: se questa foto fosse stata messa in scena, mostrerebbe una realtà della guerra che corrisponde, effettivamente, alle osservazioni di Capa. Che ci sarebbe di male?
Marc Riboud: Io non la chiamerei una messa in scena, ma una truffa.Ma d’altra parte, il leggendario photo editor di Life, John G. Morris, grande amico di Robert Capa e referente a Londra quando i negativi del D Day di Capa vennero distrutti in fase di sviluppo, non ha mai avuto dubbi su quella foto. “Capa non mi parlò mai di quella foto, ma posso capire la sua reticenza” scrive John Morris in un lungo articolo “Chi vorrebbe farsi una reputazione a causa della sfortunata morte di un compagno? Personamente non sono particolarmente interessato a stabilire le circostanze esatte in cui la foto venne scattata, il luogo esatto in cui fu realizzata, il nome dell’uomo che morì. Io credo nell’integrità di quella foto, e nell’integrità di Robert Capa”. 

La Fotografia della settimana: Helmut Newton, Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent "Le Smoking", 1975 © Helmut Newton

Interessato alla fotografia sin da bambino, nel 1936 Helmut Newton era già un fotografo professionista. Nel 1938, a seguito delle leggi razziali, lasciò la Germania e, dopo essersi imbarcato a Trieste sul Conte Rosso, si fermò a Singapore. Allo scoppio della II guerra mondiale fu deportato dalle autorità britanniche in Australia. Visse in Australia, di cui diventò cittadino nel 1945, in Europa e negli USA. Autore tra i più conosciuti, rivoluzionò la fotografia di moda che con lui, per la prima volta, fu accolta tra la fotografia d’autore ed esposta in gallerie d’arte. Morì per un incidente stradale a Hollywood nel 2004. Oggi a Berlino vi è la sede della sua Fondazione. Cosa succedeva nei bellissimi palazzi delle nostre città, nei saloni sontuosi che solo pochi potevano vedere, negli attici mozzafiato? Helmut Newton, con le sue fantasie, mostrò il lato nascosto della borghesia, le sottili perversioni che restano segrete, un erotismo urbano da alta società. Le sue donne, dai corpi atletici, apparivano come entità superiori, dotate di poteri speciali; Newton con il suo obiettivo, occhio che spiava per noi dalla serratura, come Luis Buñuel in Il fascino discreto della borghesia, immaginò un sovvertimento dei codici di comportamento in cui le sue donne, valchirie contemporanee, dominavano la scena del mondo con la loro sensualità. Newton compose un erotismo ambiguo con immagini dal bianco e nero assoluto, che non lasciavano mai indifferenti. Con Newton il corpo nudo diventò il nuovo abito da indossare. Dissacrante e allo stesso tempo ironico, Newton resta un maestro inimitabile anche quando sostiene che guardare attraverso l’obiettivo è come vedere il mondo attraverso il buco della serratura. L’uso del banco ottico nelle fotografie di Helmut Newton rende le sue opere particolarmente incisive. Tutta la scena è perfettamente a fuoco e leggibile, così come le sue donne, sempre in atteggiamento dominante. Una padronanza tecnica perfetta, un uso sapiente delle luci sia in esterno sia in interno, che bilancia fonti naturali, artificiali, ombre e contrasti: Helmut Newton sembra avere un senso innato per le composizioni, tanto da far apparire le sue opere come fossero delle istantanee. Anche grazie a questo le fotografie di Helmut Newton sono degli scorci su scene altamente verosimili e indimenticabili.

Helmut Newton, Yves Saint Laurent

Intanto una premessa. Scegliere una foto di Helmut Newton, di questi tempi, non è semplice. Causa censure svelte come clic, dobbiamo per forza parlare di una foto in cui modelli e modelle siano coperte, vestite e ben abbottonate. Ci siamo ricordati di questa campagna per Yves Saint Laurent scattata a Parigi ed entrata a far parte della serie White Women. L’unico elemento nudo, in questa foto, è il marciapiede. Questa fotografia fa parte di un lavoro per Yves Saint Laurent e il soggetto non è il Marais, non sono le luci né i marciapiedi di Parigi: è “Le Smoking”. Grazie ad una modella androgina, ad una sigaretta, ad una cravatta bianca e ad un bianco e nero che isola tutto il resto, Helmut Newton ha trasformato questo abito YSL in una icona. Un anno dopo, nel 1976, questa foto è entrata a far parte della serie White Woman nella quale Helmut Newton rivoluziona ancora una volta la fotografia di moda e indaga il ruolo della donna nella società occidentale. Per esempio, tornando a fotografarla in strada. “Non mi sono mai piaciuti gli studi e i fondali” ha detto Newton “Una donna non vive di fronte ad un fondale di carta. Una donna vive sulla strada, su un’automobile, nella camera di un hotel”.

 

Gli scatti più celebri di Robert Doisneau raccolti in un video

© Robert Doisneu - Autoportrait au Rolleiflex 1947

Grande maestro della fotografia, Doisneau è il rappresentante più celebre della cosiddetta “fotografia umanista”, ossia quel tipo di sensibilità visiva che pone l’accento sulla condizione disagiata dell’uomo nella società. Nasce il 14 aprile del 1912 a Gentilly, un sobborgo di Parigi che segnerà profondamente la sua estetica e il suo modo di guardare le cose. Diplomatosi incisore litografo alla scuola di Estienne decide di abbandonare quella strada per gettarsi nella realtà viva e cruda delle periferie, dimensione che all’epoca nessuno considerava. Sceglie poi di utilizzare un mezzo d’espressione al tempo ancora guardato con un certo sospetto: la fotografia.

Soggetto privilegiato del fotografo: Parigi. Produce una serie di scatti innovativi, geniali e dominati da una forte carica umana: sono le immagini che lo hanno reso celebre. Quello che colpisce i fruitori e gli operatori del settore è che non si tratta di una Parigi convenzionale, quella che domina negli ambienti della pubblicità, della moda, dei giornali o del cinema ma è una Parigi di piccola gente, di arie di fisarmonica, di grandi e bambini, i cui sguardi trasudano umanità e tenerezza.

Doisneau amava immortalare la cultura dei bambini della strada e dei loro giochi, arrivando a conferire alle loro attività, seppur infantili, rispetto e serietà.

“Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.”

Gli scatti più celebri di Henri Cartier-Bresson raccolti in un video

Gli scatti più celebri di Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908–L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è considerato da tutti il padre del fotogiornalismo. Soprannominato “l’occhio del secolo”, i suoi scatti hanno fatto la storia e sono conosciuti in tutto il mondo.

Andiamo a riscoprire gli scatti più celebri in questa video-raccolta, con il sottofondo musicale di una grandissima cantautrice francese, Edith Piaf.

Paolo Ventura, l’inventore dei sogni

The Automaton 2, 2010

Paolo Ventura

Le magiche storie di Paolo Ventura partono sempre dal reale per arrivare alla morbidezza della dimensione onirica

Nel libro di Yan Mc Evan, L’inventore di sogni Peter è un bambino che, come Paolo Ventura, non si accontenta della realtà così come è e allora la ricostruisce su misura, esattamente come si può confezionare un abito. Nel 2006 Paolo  Ventura è un affermato fotografo di moda con una grande curiosità per le storie e la messa in scena. Proprio in questo periodo prende forma il suo primo progetto: War Souvenir. Una serie di immagini legate fra loro dalle suggestioni della guerra che la nonna gli raccontava durante l’infanzia e l’adolescenza.  Storie che riaffiorano e che si trasformano in tanti piccoli diorami: ricostruzioni in miniatura che, una volta ultimati, vengono fotografati. Paolo disegna le scene, poi cerca, compra, incolla, costruisce ogni particolare. Tutto in miniatura:  case, finestre, pavimento, tavoli, lampade, letti, vasi di fiori, figure umane, animali, anche i  cieli. Il risultato è sorprendete: sembra vero. Lo spettatore, esattamente come accade al cinema, deve fare la sua parte, cioè completare il racconto e rendersi disponibile a credere alla finzione, partecipando al gioco collettivo dell’inganno. War Souvenir è un successo planetario. Mostre, un libro con Contrasto Editore e moltissimi collezionisti che si contendono le tirature limitate di quello che può essere considerato un nuovo genere della fotografia. Paolo Ventura abbandona la moda e si ritrova tra le star della fotografia contemporanea. Nel 2009 è la volta di Winter Stories, un racconto dedicato alle suggestioni del freddo, della neve. I paesaggi malinconici punteggiano il suo linguaggio che si fa sempre più preciso e definito, tanto nella ricostruzione delle scene, quanto nella capacità di ricreare situazioni cariche di emozioni e di rimandi. Nel frattempo Ventura si è trasferito a New York e il libro che accompagna il suo ultimo lavoro è del prestigioso editore Aperture. Il successo di  Ventura è internazionale. Le sue fotografie raggiungono quotazioni importanti. I formati piccoli costano 7000 euro, quelli più grandi arrivano a 15.000 euro. Non solo: Il mercato si contende anche i diorami (le sue ricostruzioni, i suoi modellini) che i collezionisti cominciano ad acquistare. La trilogia si chiude con un progetto dedicato a Venezia: The Automaton. Nei lavori successivi, Paolo Ventura, in piena coerenza con le opere precedenti, fa un ulteriore passo avanti: non ci sono più i pupazzi ricostruiti ma è lui stesso che entra nelle sue opere. Le scenografie si fanno più asciutte. Il lavoro, ora, è a togliere. L’obiettivo è una sintesi totale. La sua figura di uomo si confronta con la città e con gli spazi immaginati, che si ritrovano nelle nuove serie Short Stories e nella Città infinita.
…la realtà così com’è, mi interessa poco, esiste già.  Allora la ricostruisco a modo mio. Mi interessa raccontare mondi che non esistono. Anche se le scale sono sbagliate, o la prospettiva è allungata o schiacciata, poco importa: la fotografia rende tutto credibile. E’ sempre stato così.

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Blow Up – Sotto la superficie del mondo

Sotto la superficie del mondo

Un produttore americano dopo il successo internazionale di Blow-up offrì ad Antonioni di girare Peter Pan con Mia Farrow. Il regista rinunciò al film nonché a una montagna di dollari. Ma ve lo vedete Michelangelo Antonioni girare Peter Pan?

Tutte le volte che mi è capitato di parlare con i fotografi, quelli veri, a un certo punto, il discorso cadeva su Blow-up, il film di Michelangelo Antonioni. Molti di loro avevano pensato di diventare fotografi dopo aver visto il film e la loro scelta non era un’assurdità perché Blow-up fu un film epocale e fece scuola.


I critici hanno versato fiumi di inchiostro per questo film ed è innegabile che Blow-up, espressione che significa ingrandimento, anticipi molte delle riflessioni sulla mancanza di senso del reale e sul senso dell’immagine. Questo film, che appartiene alla storia del cinema, ha influenzato generazioni di fotografi e registi e consente ancora oggi di fare i conti con la nostra dimensione esistenziale, imprigionata in una realtà che ci sfugge e che si trasforma di continuo. La fotografia in quegli anni era ancora schiacciata tra i reportage dei giornali illustrati e i circoli dei fotoamatori e il dibattito teorico sulla fotografia e la società delle immagini era agli albori: l’osservatore, ancora ingenuo, si ostinava (e si ostina) a vedere nelle fotografie, il mondo stesso, ignorando che la riproduzione fotografica è un’illusione.

 

Una Street Photography a…quattro zampe!

Lo street photographer Alan Schaller ha girato il mondo per mostrare le diverse personalità dei cani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alan Schaller, un fotografo internazionale che solitamente dà vita a lavori surreali, geometrici, dai forti contrasti che tendono a risaltare le diversità dell’uomo, questa volta ha deciso di cambiare e viaggiare per il mondo per mostrare le differenti personalità… dei cani! A ogni strada il suo.

Il fotografo londinese predilige gli scatti in bianco e nero che ritraggono i contrasti e le diverse realtà umane. Gli individui, questa volta però, non sono i soggetti che l’autore è interessato a ritrarre per svelarne la personalità; per questo nuovo progetto ha deciso di viaggiare per il mondo e dedicarsi a una street photography che mostri l’unicità del rapporto che esiste tra l’uomo e il suo fedele amico a quattro zampe nonché alla soggettività propria di ogni cane. Dai cuccioli…ai cani di grossa taglia, ai segugi. Questo progetto di street photography “sui generis” ha portato inevitabilmente a familiarizzare con i cani, creando un legame speciale e guadagnando la loro fiducia tanto che Schaller ha affermato “In generale, ritengo che i cani riescano ad essere costantemente più amichevoli, imprevedibili e divertenti rispetto a noi uomini. Quasi tutti i cani che ho fotografato, a meno di situazioni tragiche, al limite, mi hanno tutti fatto ridere“. Attraverso le sue foto, Alan Schaller spera di sensibilizzare le persone a sostenere le diverse associazioni cinofile e gruppi di volontari per aiutare le fide creature a quattro zampe ad avere una vita migliore.

“La grande bellezza” secondo Antonio Saba

Da trent’anni Antonio Saba cattura la bellezza sotto diverse forme: dalla fotografia di architettura al life style

Classe 1966, Antonio Saba ha avuto prima uno studio a Cagliari e uno a Milano, poi, per un breve periodo, ha lavorato negli Stati Uniti e dal 2013 vive e lavora a Dubai, considerata punto strategico sia come base per raggiungere il resto del mondo sia come principale fonte di business. “Le agenzie, quelle classiche, ci sono tutte“, afferma Saba. A queste, poi, si aggiungono quelle libanesi. “In questi anni mi sono concentrato nel settore dell’hospitality: a Dubai si aprono quattro o cinque grandi alberghi ogni anno. Mi occupo della produzione fotografica, in particolare per l’advertising, ma anche per le pubblicazioni editoriali e i nuovi media“.

Antonio Saba, forte della ventennale esperienza di banco ottico e pellicola, cerca di realizzare gli scatti il più definiti possibili anche se poi comunque si affida alla post-produzione digitale per rifinire il file. “La fotografia dell’angelo in volo sulla terrazza quella con alle spalle la torre Burj Khalifa, èstata ultimata in post. La figura non l’ho scattata in studio, ma in una terrazza dal vero. Le ali, invece, le ho fotografate successivamente, a Barcellona, utilizzando la stessa luce.“[…] Oltre al business legato al lusso e al life style, Antonio Saba si sta dedicando al settore della fine art: cioè una produzione che implica tecnica e qualità nonché tutte le attenzioni normalmente richieste dal circuito delle gallerie d’arte e dei musei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fotografo che scatta appeso a un elicottero!

Questo fotografo preferisce scattare mentre è appeso a un elicottero che usare un drone

Jin-Woo Prensena vive a Los Angeles ed è un fotografo di fine art, che scatta bellissime foto aeree ma senza usare un classico drone, di cui si sente tanto parlare, bensì preferisce appentdersi fuori da un elicottero mentre tiene salda tra le mani una Phase One XF 100MP medio formato per scattare foto da 100-megapixel. Prensena si è avvicinato alla fotografia aerea 4 anni fa, insieme a un suo amico pilota di elicotteri: Aaron Fitzgerald di Airborne Images. Mentre Fitzgerald pilota l’elicottero a circa 7,500 piedi d’altezza, Prensena è appeso fuori dal portellone aperto grazie a un’imbragatura sulla sua schiena mentre punta verso il basso la sua fotocamera per scattare immagini incredibili. Mentre fotografa, Prensena deve resistere al vento forte che costantemente gli fa piangere gli occhi, lo scuote e gli rende impossibile sentire l’otturatore della sua fotocamera per il rumore! Scattare a 100 megapixel consente a Prensena di stampare e vendere le sue foto in formato gigante con misure di circa 147×261 cm. Le sue foto, una volta appese al muro dei suoi clienti, diventano imponenti, colpiscono garantendo una sicura e ottima pubblicità “passa parola”!

Fonte

Fotografia pratica: idee viaggio per fotografare l’aurora boreale

Idee viaggio per fotografare l’aurora boreale

La caccia all’aurora boreale attira ogni anno migliaia di persone da tutto il mondo speranzose di ammirare e fotografare i suoi colori. Ecco alcuni suggerimenti per organizzare il tuo “safari fotografico”. L’aurora boreale è un fenomeno ottico dell’atmosfera terrestre che da sempre affascina chiunque e porta ogni anno migliaia di turisti a invadere il Grande Nord per godersi uno spettacolo unico nel suo genere. Un fenomeno così incredibile e imprevedibile attira soprattutto i fotografi, non solo professionisti, che vogliono mettersi alla prova con una fotografia naturalistica non comune e che richiede, a parte la pazienza dell’attesa, l’uso della giusta tecnica. Proprio per questo motivo i workshop fotografici verso queste mete sono molto richiesti tanto da diventare un vero e proprio business. Hai tempo fino a marzo per ammirare l’aurora, ecco quindi, alcuni suggerimenti logistici per prenotare il tuo safari fotografico nel grande nord!

Dove e quando vedere l’aurora boreale

Le località non sono poche: in tutto il nord della Scandinavia, in Svezia, in Finlandia e in Norvegia, soprattutto nelle regioni della Lapponia, ma talvolta anche in Scozia (nelle isole Shetland e nelle Orcadi). A Ronas Hill, il punto più alto delle Shetland, d’estate il sole non tramonta mai ed è possibile ammirare l’aurora boreale. Mete privilegiate ma più a lungo raggio e difficili da raggiungere sono Canada, Alaska e Groenlandia. Il periodo migliore è tra febbraio e marzo e la fine dell’autunno, in coincidenza degli equinozi, i fenomeni di aurora boreale sono più frequenti. Più facile ammirarli da febbraio a marzo, durante la lunga notte polare, quando l’iridescenza delle luci brilla nel buio più intenso. L’orario migliore va dalle nove di sera all’una di notte.

Idee di Workshop fotografici dell’aurora boreale

Se vuoi andare alle isole Lofoten – Novergia, FotoCorsi organizza con Nikon School, e altre aziende del settore, viaggi fotografici a fine gennaio e nella prima metà di febbraio. In Islanda, invece, nella seconda metà di febbraio, clickalps organizza un viaggio itinerante a caccia dell’aurora boreale e dei paesaggi invernali: cascate di ghiaccio, oceano in tempesta, sole basso e notti lunghe. Sempre on the road per l’Islanda, viaggifotografici ha già aperto le iscrizioni per un workshop a fine ottobre. Intregraphotonaturecreative propone un workshop nei fiordi delle isole Lofoten a fine febbraio, organizzato da Massimo Coizzi, che organizza tour fotografici in Europa. Agamatour, oltre ai viaggi classici per avvistare l’aurora boreale, organizza tour fotografici in collaborazione con il fotografo Gabriele Menis.

Non rimane che fare la valigia!

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