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Vanessa
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Sarah Moon: la poetica dell’immagine

Sarah Moon

«Mi ricordo di una notte in cui era caduta la neve; al mattino appena sveglia, feci quello che non avevo mai fatto: spinta da non so quale necessità, fotografai le ortensie del giardino, sepolte. Sul positivo, un rettangolo bianco, c’erano solo delle tracce e dei segni. Non ero più io, ma la vita che raccontava la sua storia: e premendo leggermente l’indice sullo scatto, in un battere di ciglia, in una frazione di secondo, io la facevo mia. È allora che tutto è cominciato, che ho fotografato per me stessa, mentre prima qualcuno me lo doveva chiedere perché osassi»

Questa precisa fase della vita professionale e privata di Sarah Moon, che l’artista stessa ricorda, giunse in seguito alla tragica morte di Mike Yavel, suo assistente, amico e “occhio sinistro”, come lo ha definito, vicino alla fotografa per più di quindici anni. Da quel momento in poi il suo modo di osservare trovò un’evoluzione, donando ai suoi scatti quell’intensità, profondità ed eleganza che unanimemente vengono riconosciute alla sua grande opera artistica: «Fotografa di moda lo sono e lo rimarrò – ricorda l’autrice –, questo lo posso dire, ma oltre a questo io fotografo, senza un fine, tutto e niente, quello che mi pare e che non si somiglia». Guardare le straordinarie fotografie di Sarah Moon è come immergersi nel mondo dei sogni, evocando momenti, sensazioni e coincidenze provenienti da una realtà immaginaria, filtrata dal ricordo e dall’inconscio. Immagini decadenti e cariche di tensione drammatica, che penetrano nella psiche e che richiamano alla memoria quella realtà profonda e misteriosa che caratterizza le opere simboliste. Attraverso le sue visioni evanescenti e atemporali, ha rivoluzionato la fotografia di moda e l’idea di bellezza degli anni Settanta, ritraendo le modelle, in particolar modo nella prima fase del suo lavoro, come delle moderne Madonne giottesche, attingendo a un’estetica che per molti elementi ci riporta alla memoria gli scatti di Adolf De Meyer, primo fotografo di moda, ma anche artisti come Clarence H. White, Edward Steichen e Julia Margareth Cameron, tra i protagonisti della straordinaria esperienza di Camera Work.

Sarah Moon: le mostre

Dallo scorso settembre Milano rende omaggio al suo quarantennale lavoro attraverso due grandi mostre, una alla Fondazione Sozzani dal titolo Time at Work  e l’altra, From one season to another , all’Armani/Silos. Le mostre ripercorrono, attraverso una panoramica particolarmente ricca, le espressioni più significative dell’intera opera di Sarah Moon, tra stampe di grande formato in bianco e nero e a colori, esposte negli spazi Armani, e un focus su gli anni tra il 1995 e il 2018 nelle sale di Corso Como 10. Abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda all’artista, che ci ha raccontato qualcosa di più sul suo rapporto con le proprie immagini.

Intervista a Sarah Moon

Attraverso le sue fotografie, ha rivoluzionato l’ideale della donna nella moda. Cos’è la bellezza secondo lei?
«La bellezza è una specie di Hydra. È proteiforme. Ciò che è bello per uno potrebbe non essere per qualcun altro. È un riflesso. È un’evidenza negli occhi e, tuttavia, è una percezione individuale».

Milano omaggia la sua carriera con due grandi esposizioni a lei dedicate, una alla Fondazione Sozzani dal titolo Sarah Moon. Time at Work e l’altra all’Armani/Silos intitolata From One Season to Another. Che relazione ha con i suoi lavori del passato?
«È un continuum , passo dopo passo. Anche se spero sempre di trovare un altro modo per cantare la mia canzone. È vero che mi relaziono più a ciò che è recente. Alcuni lavori si ergono nel tempo, a patto che non siano solo aneddotici, e che ci sia un valore aggiunto, che non dipende da me, ma da un rischio o da una possibilità. È raro. Probabilmente è inconscio. Non ho una spiegazione, ma quando riconosco qualcosa, allo stesso tempo la scopro. Sono sempre stata conscia del tempo, ne sono sempre di più, e la fotografia è la metafora perfetta in quanto l’istante scompare non appena viene catturato. Nelle Polaroid che non ho fissato, e che sono esposte alla mostra Time at work , il tempo le cancella o lavora su di esse, lasciando tracce del suo passaggio».

Pop Art is back! Una straordinaria mostra a Torino

A Torino da Camera sono in mostra le opere dei grandi interpreti della Pop Art, da Andy Warhol a Mario Schifano

Siamo agli inizi degli anni Sessanta e, in piena rivoluzione culturale basata su i nuovi valori della Beat Generation, Andy Warhol si apprestava alla realizzazione, quasi ossessiva, di una delle opere più iconiche della storia dell’arte: la serigrafia di Marylin Monroe. L’opera nel tempo ha guadagnato lo status di simbolo della straordinaria e visionaria vicenda della Pop Art che, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, oltre ad aver sovvertito il modo di fruizione dell’arte contemporanea da parte del pubblico, ha soprattutto messo le basi per nuovi paradigmi della comunicazione attraverso una moderna mitologia del consumismo.

Pop Art da Andy Warhol a Mario Schifano

La Pop Art è stata la prima corrente artistica a sfruttare linguaggi a tutti conosciuti come quello dei mass media, della pubblicità, della televisione e del cinema, tipici della società dei consumi. Oggi più che mai sono molti i parallelismi tra l’attuale periodo storico e quello che vide nascere l’eccezionale esperienza, in particolar modo nella tendenza di alcuni artisti contemporanei ad utilizzare e sfruttare il linguaggio dei social media tipico della rivoluzione tecnologica che internet e le nuove frontiere della comunicazione hanno portato con sé. Ecco allora che Camera, Centro Italiano della Fotografia di Torino, ospita uno dei più interessanti approfondimenti degli ultimi anni sulla cultura della Pop Art, con l’intento di indagare quel preciso momento storico mettendo in luce sia gli aspetti artistici che quelli sociali.

Pop Art da Andy Warhol a Mario Schifano: la mostra

La mostra, dal titolo CAMERA POP . La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co , presenta al pubblico più di centoventi opere dei più grandi interpreti, nazionali e internazionali, della fortunata vicenda tra quadri, collages, grafiche e, ovviamente fotografie. Il curatore della mostra, il direttore di Camera Walter Guadagnini, sottolinea che «la Pop Art ha rivoluzionato il rapporto tra creazione artistica e società, registrando l’attualità in modo neutro, fotografico, adottando gli stessi modelli della comunicazione di massa per la realizzazione di opere d’arte. In questo senso, la fotografia è stata, per gli artisti Pop, non solo una fonte d’ispirazione, ma un vero e proprio strumento di lavoro, una parte essenziale della loro ricerca». Tra gli artisti in mostra, non potevano mancare i lavori firmati dai più grandi interpreti di tale corrente espressiva come, per l’appunto, la serigrafia di Marilyn Monroe di Andy Warhol, il celebre collage dell’artista inglese Richard Hamilton del 1956 dal titolo Just what is it that makes today’s home so different, so appealing  unanimemente considerato come la prima opera compiutamente Pop della storia, ma anche alcuni esempi dell’estro creativo di Robert Rauschenberg, Jim Dine, Ed Ruscha e David Hockney. Non meno importanti, le esperienze Pop più incisive del panorama italiano come quella di Mario Schifano, che ha sempre operato attraverso la fotografia, di Ugo Mulas, a cui è dedicata un’intera sala dove trovano spazio le immagini delle serie realizzate negli Stati Uniti e alla Biennale di Venezia del 1964, di Mimmo Rotella, Michelangelo Pistoletto, Umberto Bignardi e di molti altri.

Un tuffo nel passato con Polaroid One Step 2: il regalo di Natale perfetto

Polaroid One Step 2

Nital è il distributore italiano di Polaroid Originals che è tornata sul mercato con One Step 2 (130 €), versione moderna, ma ancora analogica, della One Step che è stata ed è un’icona della fotografia istantanea. Concepita con lo stesso semplice sistema punta-e-scatta dell’originale e con il medesimo look spudoratamente anni Settanta, la macchina ha un’ottica a focale e fuoco fissi, tre livelli di esposizione, un flash integrato (all’occorrenza disattivabile con l’apposito interruttore) e il leggendario slot in cui inserire la cartuccia i-Type da 8 scatti (15-16 € a seconda della versione). Le concessioni alla modernità prevedono una batteria a lunga durata, un cavo USB per la ricarica di quest’ultima e un timer per l’autoscatto.

Per acquistarla clicca qui! 

World Press Photo al Forte di Bard

World Press Photo

Dal 7 dicembre al 6 gennaio, il Forte di Bard accoglie la mostra degli scatti finalisti del World Press Photo, uno dei più prestigiosi premi al mondo dedicati al fotogiornalismo. Più di 70mila, da 125 Paesi, le fotografie candidate a questa 61esima edizione, selezionate da una giuria internazionale indipendente. Vincitore assoluto del 2018 è il fotografo venezuelano Ronaldo Schemidt con lo scatto Venezuela Crisis che ritrae un giovane in fuga, avvolto dalle fiamme, nel giorno della manifestazione contro il presidente Nicolás Maduro, a Caracas, nel maggio del 2017.

World Press Photo
Dal 7 dicembre al 6 gennaio
Forte di Bard
www.worldpressphoto.org
 

Immagine in evidenza
© Ronaldo Schemidt

NEW PERSPECTIVE: una mostra evento per sensibilizzare alla lotta contro il mieloma multiplo

Fabio Giampietro

NEW PERSPECTIVE una mostra per sensibilizzare alla lotta contro il mieloma multiplo promossa da AIL con il supporto di Takeda Italia

Un’iniziativa dal valore sociale unico promossa dall’ Associazione italiana contro le Leucemie, linfomi e mieloma, con il supporto di Takeda, e il patricinio del Comune di Roma, della Regione Lazio, della SIE Società Italiana di Ematologia, della Fondazione GIMEMA onlus e con l’egida dello European Myeloma Research Network: presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma New Perspective, un evento dedicato alla promozione e lo sviluppo della ricerca scientifica sulle malattie ematologiche, con lo scopo di informare e sensibilizzare alla lotta contro i tumori del sangue, con particolare attenzione al mieloma multiplo.  A caratterizzare l’inedita iniziativa è la sensibilizzazione alla conoscenza del mieloma multiplo e lo scopo benefico, infatti i proventi ricavati dalla vendita dei biglietti e del catalogo saranno devoluti a sostegno di progetti AIL destinati a pazienti affetti da mieloma multiplo.

NEW PERSPECTIVE una mostra curata da Denis Curti

Curata da Denis Curti, l’esposizione presenta installazioni, fotografie e video di 21 artisti le cui opere porteranno i visitatori a guardare la realtà, spesso difficile, da un’angolazione inedita ed arrivare a comprendere come le prospettive di un malato di mieloma multiplo possano essere diverse, come le ricerche possano migliorare la qualità di vita e dare una nuova visione della quotidianità.
Un gruppo di artisti – afferma Denis Curtidotati di un particolare sismografo interiore, riesce a svelare punti di vista inediti sul mondo accompagnandoci all’interno di uno sviluppo armonico capace di misurare una quantità umana senza peso specifico”.
Si potranno così ammirare le installazioni di Carola Bonfili, Carlo Cossignani, Theo Drebbel, Manuel Felisi, Martino Genchi, Fabio Giampietro, Eva Marisaldi, Liliana Moro, Luca Pancrazzi, Lorenzo Vitturi, le fotografie di Silvia Camporesi, Lorenzo Cicconi Massi, Paola De Pietri, Maurizio Galimberti, Fabio Paleari, Marco Palmieri, Agnese Purgatorio, Paolo Ventura e i video di Olivo Barbieri, Paola Di Bello, Francesco Jodice.
Traguardi notevoli sono stati raggiunti in questi ultimi anni per quel che riguarda la cura, e quindi l’aspettativa di vita, nel caso del mieloma multiplo. Come spiega il dott. Massimo Offidani, dirigente Medico Clinica di Ematologia, AOU Ospedali Riuniti di Ancona: “Questo tipo di tumore ha visto un particolare fiorire sia della ricerca in campo genomico – con le tecnologie del nuovo sequenziamento genico – sia delle nuove terapie. Negli ultimi dieci anni, infatti, non c’è stata nessuna patologia ematologica e oncologica in cui sia stato registrato uno sviluppo così importante di nuovi farmaci. Mentre negli anni Ottanta la sopravvivenza media dei pazienti era di circa 36 mesi, ora si assiste a un’aspettativa di vita che va verso i 7 anni e più. La malattia può comunque essere controllata bene per un tempo molto lungo, anche se poi avrà delle ricadute. Con le condivisioni dei nuovi farmaci stiamo andando quindi verso un traguardo ambizioso: quello della guarigione totale – senza pericolo di recidive – del paziente. Un traguardo che il lavoro costante e gli sforzi dei nostri ricercatori sta facendo diventare sempre più probabile all’orizzonte.”

Salute e arte – ha sottolineato Rita Cataldo, Amministratore delegato Takeda Italiaprocedono una accanto all’altra nella mostra New Perspective di AIL, che Takeda ha voluto sostenere. Crediamo nelle iniziative condotte da AIL, sostenendo il loro impegno costante come punto di riferimento per i pazienti nella lotta contro le patologie onco-ematologiche. Attraverso le opere della mostra, vogliamo invitare il pubblico a guardare la realtà con occhi diversi e a scoprire, così, nuovi orizzonti. Un invito alla riflessione su un tema, quello delle nuove prospettive così soggettivo e personale”.

New Perspective: una mostra interattiva con percorsi di riflessione e d’interpretazione

AIL ha scelto l’arte contemporanea per informare con un linguaggio capace di segnalare nuove prospettive, nuove speranze, nuove percezioni nei confronti della malattia. Uno dei compiti degli artisti è infatti quello di registrare i cambiamenti della società con occhi nuovi e di stimolare un’inedita visione del mondo, oltre a percepire la realtà da un diverso orizzonte cognitivo. Uno dei valori aggiunti di New Perspective risiede nel suo carattere interattivo, con percorsi di riflessione e d’interpretazione che si autoalimentano grazie all’intervento del visitatore, con opere che vivono di una doppia identità a seconda della prospettiva da cui le si guardano. Ecco, allora, il groviglio di un nastro di ottone di Carlo Cossignani che rivela, avvicinandosi a esso, un profilo di due volti, o le ombre proiettate da due bicchieri che producono la forma di una bottiglia nell’opera di Luca Pancrazzi, o il panorama metropolitano di Fabio Giampietro che si anima di una terza dimensione indossando un paio di occhiali Oculus Rift, o la costrizione e l’angoscia di trovarsi all’interno di una fitta selva che si stempera in speranza e nella possibilità di un cambiamento solo se si alza lo sguardo verso il cielo azzurro, come nella fotografia di Manuel Felisi. Mentre, nel video di Paola Di Bello, lo scorrere delle persone in una delle torri dello stadio di San Siro produce l’effetto di una vite senza fine che ruota all’infinito su sé stessa. Nelle fotografie di Maurizio Galimberti, invece, le regole prospettiche vengono disattese da nuovi punti di vista generando orizzonti inattesi; gli autoritratti di Paolo Ventura in veste di soldati reduci dalle grandi guerre riescono a comunicare la loro voglia di lasciarsi alle spalle tutti gli orrori che hanno vissuto per ricrearsi una nuova vita. Inoltre, un’installazione interattiva situata all’interno di una “camera immersiva”, che aggiunge valore e sentimento alla mostra, farà scoprire ai visitatori come anche i pazienti affetti da mieloma multiplo, possano vedere la malattia da una nuova prospettiva. Nel buio della stanza, infatti, parole dall’accezione negativa prenderanno forma, grazie all’intervento del pubblico, e si tramuteranno in vocaboli dal significato positivo, dando vita a una poesia visiva che si potrà vedere e ascoltare. In questo modo, la parola IF, che indica i dubbi e le incertezze di aver contratto un tumore del sangue, si trasformerà in LIFE, ovvero nella speranza di vita che i trattamenti a disposizione hanno significativamente migliorato; o ancora OVER, che segna la disperazione di quei giorni in cui si pensa di aver perso tutto, si trasforma in LOVER, ovvero nell’importanza di mantenere una buona qualità di vita con il supporto di medici e di chi sta intorno al malato.

NEW PERSPECTIVE
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Viale delle Belle Arti, 131 00197 Roma
8 novembre – 2 dicembre 2018
martedì – domenica, 8.30-19.30
Informazioni
www.newperspective.it

 

Giuseppe Mastromatteo: 2018 un anno importante

Giuseppe Mastromatteo

A ottobre ha inaugurato la mostra nella nuova galleria con la quale collabora, la 29 Arts in Progress Gallery, e, sempre lo stesso mese, è uscito Humanscape, il libro dedicato all’intero suo percorso artistico. L’occasione del nostro incontro è stata Photo London (17-20 maggio), la fiera internazionale di fotografia seconda in Europa solo a Paris Photo – questa era la quarta edizione e c’è chi scommette in un primato a breve, viste le intenzioni dei curatori e la qualità degli espositori –. In mostra a Milano, oltre alle celebri serie Indipendense I, II e III, Homogenic e Unknown Identity si potrà scoprire la sua produzione completa dell’ultimo progetto dal titolo Eyedentikit: trentadue ritratti disposti su due file che coinvolgeranno le quattro pareti centrali della galleria di via San Vittore. Entrando attraverso il bel cortiletto interno, appena varcato il portone del civico 13, l’occhio del visitatore sarà catturato da una sequenza di grande valore artistico ed espressivo: ogni volto, che sia di un giovane o di un adulto, che provenga dal Sud o dal Nord del mondo, mostra gli stessi identici occhi, ovvero, quelli dell’artista. Dei primi piani di grande effetto, di dimensione 50×60 cm, propongono un’interessante doppia lettura di carattere socioantropologica. Da un lato si sottolinea la volontà dell’artista di infrangere il distacco e di provocare il contatto e una sintonia empatica, dall’altro, non manca la considerazione del mondo nel quale viviamo: un insieme di individui sempre più uguali, interscambiabili, capaci di una sola identità, perché cresciuti attraverso esperienze e percorsi prefabbricati favoriti da vecchi e nuovi media.

Intervista a Giuseppe Mastromatteo

«Perché hai deciso ora di realizzare un libro?
«Humanscape nasce da un’esigenza molteplice; parte da una necessità personale di sintetizzare e di mettere insieme vari percorsi intrapresi in questi quindici anni, ma anche di poter comunicare attraverso un libro a un vasto pubblico tutto quello che è stato il mio lavoro fino a oggi. L’accessibilità all’arte è ormai di dominio digitale, ma il libro è memoria e fisicità; proprio come un’immagine che, per esistere, deve poter essere raccontata e vista soprattutto in maniera fisica. Infine, significa mettere ordine; porre in fila il mio percorso mi aiuta a ripartire per nuovi progetti e nuovi pensieri».

Un libro può essere inteso come uno strumento chiave per aprire nuove opportunità/contatti?
«Certo. Un volume circola e apre nuove conoscenze e nuove opportunità. È memoria e fisicità. Un libro esiste, un’immagine circola in rete, un sito sintetizza tutto per essere veloce e facile. Il libro, per me, ferma e fissa, ma soprattutto parla e racconta. Humanscape è nato proprio così, per poter sentire fisicamente tutto il mio lavoro e veder raccontato da tanti contributor il pensiero che è alla base dei miei progetti».

Un libro segna un momento importante della vita artistica. È un “rito di passaggio” anche per te?
«Penso che un libro sia come farsi un autoritratto. È un momento di consapevolezza; prima o poi devi avere anche il coraggio di pubblicarlo, di vincere il rischio, proprio come una personale in galleria. Progettare un libro e comporlo è come esporre se stessi, senza i riflettori della galleria d’arte. Un libro è riflessione e approfondimento e diventa memoria, qualcosa su cui far riferimento. Amo i libri d’arte, la mia vita è circondata da libri, centinaia e ovunque, dalla mia scrivania  alle pareti di casa. Ogni parete dovrebbe essere piena di libri. È un’ossessione bellissima ed è l’oggetto al quale ritorno sempre e con grande piacere. Umberto Eco, che aveva una collezione di trentamila volumi, distingueva le persone in due tipologie: quelle che, entrando in casa, dopo aver visto tutti quei volumi, esclamavano: «Professore, ma li ha letti tutti?», e quelli che, guardando quelle bellissime librerie colme di sapere, ne prendevano uno e iniziavano a leggere».

Il titolo del libro a che mondo riporta?
«È la sintesi di una grammatica umana – la mia, come autore –. Humanscape è un paesaggio fatto di molti ritratti, di pelle, di interpretazioni e di attenzione all’essere umano e alle possibilità infinite che un corpo può raccontare. Ogni centimetro di pelle è un universo, un landscape».

Ci sono contributi firmati da persone diverse, da Oliviero Toscani a Rankin. Perché questa scelta?
«Ho invitato a partecipare e a contribuire persone che stimo molto e che nel tempo ho avuto il piacere di conoscere. Ho messo intorno al tavolo amici che potessero raccontare dal loro punto di vista il mio percorso. Hanno aggiunto significato, letture inaspettate e sintesi che altrimenti non avrei mai potuto raccontare così bene».

Al contempo, i primi giorni di ottobre inauguri la personale nella tua nuova galleria.
«È da qualche mese che collaboro con Eugenio Calini e Luca Casulli e l’incontro è stato una bellissima sorpresa. Conoscevo il loro lavoro come galleristi e da lontano ho sempre ammirato la capacità di proporre autori di grande valore come Gian Paolo Barbieri e Greg Gorman per scoprire, qualche tempo dopo chiacchierando con loro, che la stima era reciproca. È una galleria dinamica, seria e ambiziosa con un programma molto interessante sia qui a Milano, ma anche con uno sguardo verso l`Europa e le fiere d’arte contemporanea più prestigiose. Il confronto con una nuova galleria è sempre molto delicato e ci deve essere una grammatica comune. Con loro è stato immediato e molto piacevole porre le basi per una collaborazione che spero continui a lungo».

Davide Monteleone: sulla rotta di Lenin

The April Theses

Davide Monteleone: un frammento di storia racconta la nascita dell’esperimento sociale in Russia

La fotografia è un linguaggio in continua evoluzione e abituarsi a una prassi sarebbe un errore. Nel suo ultimo lavoro The April Theses, pubblicato da Postcart in occasione del centenario della Rivoluzione bolscevica, il fotografo narra, in particolare, il viaggio di Lenin dalla Svizzera alla Russia ricorrendo a interventi e manipolazioni che gli permettono di affiancare, alla fotografia del paesaggio, la documentazione e la ricerca negli archivi per la ricostruzione storica.

Intervista a Davide Monteleone

Che cosa ti ha portato a lavorare in Russia?
«Una coincidenza personale e professionale. Sedici anni fa ho avuto l’opportunità di fare un viaggio in Russia. Doveva essere breve e si è prolungato per due anni. È continuato fino a oggi».

Perché ti interessa questa parte del mondo?
«È un Paese molto grande dove c’è una relazione particolare tra l’individuo e il potere. È questo esperimento sociale che mi interessa».

Nel tuo libro ripercorri il viaggio di Lenin dalla Svizzera alla Russia. Perché hai scelto questo particolare momento storico?
«Volevo realizzare un lavoro sul centenario della Rivoluzione bolscevica. Naturalmente è un argomento su cui è già stato detto e scritto molto, così ho cercato di restringere il campo, concentrando la mia attenzione sul viaggio che ha condotto Lenin dalla Svizzera in Russia. Un viaggio che è stato probabilmente agevolato dal governo tedesco. Insomma, una rivoluzione sponsorizzata da un altro Paese».

È un libro fotografico che contiene molti interventi personali, dalle manipolazioni sulle fotografie ad alcuni scatti nei quali interpreti Lenin.
«Innanzitutto, è un libro. Da sempre trovo molto più stimolante l’aspetto narrativo della fotografia piuttosto che concentrarmi sulla singola immagine. Le manipolazioni e le ingerenze sono utili per comprendere la sottile linea che divide la cronaca e la propaganda. È vero che ci sono delle regole nella fotografia documentaria, e ancora più forti nel fotogiornalismo, ma la fotografia deve lasciare un margine di interpretazione. Trovo interessante che si parli della manipolazione della fotografia e del fatto che molte immagini di questo lavoro siano una messa in scena. Da alcuni questo è considerato illegittimo, ma alla fine è l’onestà intellettuale, il fatto di dichiararlo, che fa la differenza. Non sono le fotografie che mentono, sono i fotografi».

Se non sono più i giornali, chi sono i tuoi interlocutori pricipali?
«Non è del tutto vero che i giornali non siano più i miei interlocutori. Lo sono diventati in modo diverso. Non ho più relazioni di dipendenza con l’editoria in senso stretto; lavoro con giornali con cui posso stringere relazioni più di partnership che di pura commissione. Propongo progetti personali e con loro discuto per costruire un percorso. I giornali restano un tassello della mia modalità di lavoro che prevede anche istituzioni, musei, gallerie».

Il fotografo è un imprenditore oggi?
«Molto spesso sì. Sono una piccola impresa che produce idee rappresentate attraverso la fotografia e distribuite utilizzando più  canali. Non aspetto più che un committente mi assegni un lavoro, sicuramente oggi ho un’attitudine più imprenditoriale

La fotografia può avvicinare anche altri linguaggi, come il video o l’illustrazione?
«Assolutamente sì, ci sono molti esperimenti che vanno in questa direzione, così come ci sono collaborazioni significative tra la fotografia e il mondo dei dati. La fotografia è sempre stata usata in tanti modi, dai cataloghi industriali ai matrimoni, alla documentazione delle guerre. Lo stile e il linguaggio si stanno evolvendo, non si deve restare legati al linguaggio visivo a cui siamo stati abituati».

Tu vivi da molti anni in Russia; si può dire che sei un locale. C’è ancora un’egemonia occidentale della cultura visiva?
«È una domanda che mi faccio spesso anch’io. Sicuramente sì, e questo dipende da un fatto di industria, di mercato, di Paesi che hanno colonizzato altri Paesi. Ma oggi è il momento giusto per interrogarci e capire che culture diverse hanno un linguaggio visivo potenzialmente diverso».

Antoine D’Agata: la poetica dell’anarchia

FRANCE. EUROMED Project: city center of MARSEILLE. Teenager who lives in this neighbourhood, before the reconstruction. * Image manipulated by Antoine d'AGATA.

Antoine D’Agata: rude, potente, diretto. La sua missione è difendere la propria unicità, rifiutando le regole e il pensiero di massa

Non è semplice definire con le parole il complesso mondo di Antoine D’Agata. Se Dante Alighieri nel XIV secolo aveva aperto alla nostra immaginazione le porte dell’inferno, narrandoci dei tormenti e delle sofferenze a cui l’uomo era destinato, l’artista francese l’ha fotografato, per ricordarci che a volte il male non è poi così lontano. Seppur allievo di grandi maestri come Nan Goldin e Larry Clark in una delle migliori scuole al mondo come l’ICP di New York e membro dell’agenzia Magnum, racconta di non riconoscersi in nessun tipo di stile fotografico e di andare contro ogni possibile influenza culturale. Lontano dall’ipocrisia del politicamente corretto, per anni è stato a contatto diretto con le contraddizioni della nostra natura nel tentativo di comprendere nel profondo il significato dell’esistenza.

Intervista a Antoine D’Agata

Cosa significa per te fotografare?
«In tutta onestà non sono mai stato molto interessato alla cultura fotografica in sé. Questa per me non è altro che un linguaggio e uno strumento molto efficiente per raccontare e interagire con ciò che veramente mi attrae, ovvero il mondo e la vita degli uomini che lo popolano. Senza alcun dubbio, per potermi esprimere attraverso la fotografia ho dovuto  studiare la sua storia e la tecnica, capirla, esplorarne i limiti e il potenziale narrativo, ma non sono mai riuscito a rispettarla e ad amarla fino in fondo. Tutto ciò che per me importa è dare sfogo alle mie intime necessità».

La fotografia, dunque, la intendi come una lente d’ingrandimento con cui scandagliare l’esistenza umana.
«Esattamente. Per più di dodici anni mi sono completamente immerso in un folle viaggio ai confini della notte più profonda. Lì ho percepito che avrei potuto creare, inventare, andare alla ricerca di nuove prospettive e la fotografia è stato lo strumento che mi ha dato questa possibilità. In particolar modo credo che nella nostra epoca, caratterizzata da una società così violenta e alienante, un mezzo come la fotografia sia in grado di cambiare il modo di relazionarsi tra le persone».

In un mondo costantemente connesso a Internet, dove l’immagine di un avvenimento può fare il giro del mondo in tempo reale, ti può portare a credere che la fotografia, con la sua rapidità e facilità di comprensione, sia l’arte che incarni al meglio i valori del nuovo millennio?
«Ritengo che la fotografia sia il linguaggio che più in assoluto rappresenti al meglio la nostra epoca contemporanea. Soprattutto le nuove generazioni hanno bisogno di qualcosa di più delle parole e l’immagine ha colmato questa loro necessità. Queste, senza dubbio sono diventate il linguaggio universale per eccellenza. Negli ultimi vent’anni c’è stata una sorta di fruizione malata, a mio parere, da parte della popolazione di massa dell’utilizzo della fotografia, soprattutto in funzione dei social network. Tuttavia, mi riconosco molto di più in questo atteggiamento, dove le persone rincorrono, fotografano e condividono le loro paure e i loro desideri, piuttosto che nell’approccio dei miei colleghi professionisti».

Un tuo lavoro che mi ha particolarmente colpito è Psicogeographie , soprattutto perché risulta apparentemente molto diverso dai tuoi soliti progetti. Ce ne vuoi parlare?
«Se dovessi definire con una parola il mio lavoro penso che quella più adatta sia schizofrenico.  Nella nostra società convivono due tipologie di violenza. La prima più strettamente legata ai nostri impulsi, alla nostra parte oscura, come gli eccessi, la tossicodipendenza, le perversioni sessuali, il crimine; l’altra, invece, scaturisce da ragioni economiche e politiche. Questo progetto nello specifico si può inserire in quest’ultima categoria dove ho cercato, con distanza e freddezza, di documentare il cambiamento urbano di alcune zone della mia città, Marsiglia, e di come questa trasformazione abbia influito sugli abitanti. Una cosa molto importante da evidenziare è che questo progetto nasce da una commissione pubblica pagata dallo stato francese. Ho fotografato le persone che erano state espulse dai loro quartieri d’origine per via delle riqualificazioni urbane e successivamente ho documentato il cambiamento di queste zone. Una volta in studio ho ripopolato questi nuovi quartieri reinserendo, attraverso la post-produzione, i ritratti realizzati precedentemente alle persone allontanate in un’atmosfera di totale estraneazione. In tutta la mia carriera è stata la prima volta che ho utilizzato il fotomontaggio, mischiando realtà e finzione e ottenendo così un vero lavoro di propaganda, al fine di svelare l’impatto e le vere motivazioni dietro questi processi di rinnovamento urbano».

 

Mostre in Italia: da Milano a Bologna due grandi appuntamenti con la fotografia d’autore

Da Milano a Bologna due grandi appuntamenti con la fotografia d’autore

  • Pendulum: merci e persone in movimento

La Fondazione MAST di Bologna celebra i suoi cinque anni di attività con una grande mostra che presenta una nuova selezione della sua vasta collezione. Oltre 250 immagini, tra storiche e contemporanee, installazioni video e photo album, sviluppano un racconto fotografico sul tema dell’industria e del lavoro. Sessantacinque autori di fama internazionale, da Robert Doisneau a Helen Levitt, passando per David Goldblatt e Mario De Biasi, fino ad alcuni giovani talenti come Richard Mosse e Sonja Braas, costruiscono un percorso espositivo capace di mettere in risalto il processo che, negli ultimi due secoli, ha spinto l’uomo a progettare mezzi e costruire infrastrutture che oggi muovono miliardi di persone, merci e dati. La mostra, curata da Urs Stahel, pone in evidenza soprattutto il tema della velocità che caratterizza la società globale contemporanea: il pendulum – l’oggetto è presente nella mostra – rappresenta una metafora visiva, simbolo del costante movimento del mondo e degli esseri umani nello spazio e nel tempo. Il suo oscillare equivale ai cambiamenti improvvisi delle idee e delle convinzioni e la sua immagine evoca l’idea di traffico, movimento e fermento costante.

FONDAZIONE MAST
Via Speranza, 
42, Bologna
Orari: martedì-domenica
Tel: 051.64.74.332 E-mail: info@fondazionemast.org Web: www.mast.org

  • The Black Image Corporation

All’Osservatorio Prada una selezione di immagini appartenenti all’immenso archivio Johnson Publishing Company – costituito da oltre quattro milioni di immagini – è proposta al pubblico nell’idea di offrire un contribuito visivo per cogliere i codici estetico-culturali della società afroamericana. La mostra, a cura di Theaster Gates, si sviluppa in un percorso incentrato sulle opere dei fotografi Moneta Sleet Jr. e Isaac Sutton, dando vita a una panoramica sull’élite sociale afroamericana, toccando alcuni temi fondamentali della società contemporanea quali la politica, lo sport, la sessualità e il culto della bellezza. «Questi archivi indagano i temi della bellezza e del potere femminile nero – ricorda il curatore – e credo che oggi sia il momento giusto per scavare nel lessico visivo della storia americana e svelare un’iconografia che, all’infuori della mia comunità, gode di scarsa visibilità. Ho voluto celebrare le donne di ogni genere, con una particolare attenzione per quelle afroamericane». Oltre trecento, le immagini presentate per l’occasione con un allestimento che prevede l’interazione diretta tra fotografie e spettatori, potendo anche maneggiare le cornici per osservare più attentamente le opere e leggere alcune annotazioni sul retro delle stampe.

OSSERVATORIO PRADA
Galleria Vittorio Emanuele II, Milano
Orari: lunedì-venerdì 
Tel: 02.56.66.26.11 E-mail: info@fondazioneprada.org Web: www.fondazioneprada.org

Amazon Loft for Xmas: tutti gli appuntamenti da non perdere

Amazon Loft for Xmas

Sono tantissimi gli appuntamenti che dal 16 al 26 novembre animeranno l’Amazon Loft for Xmas, il primo showroom innovativo di Amazon in Italia. Per festeggiare insieme ai clienti italiani la settimana del Black Friday e l’arrivo del Natale, infatti, Amazon ha realizzato uno spazio a Milano, in via Dante 14, dove i visitatori potranno vivere esperienze uniche, scoprire e farsi ispirare da tutti i prodotti per prepararsi alle prossime festività, inclusi quelli che saranno in offerta durante la settimana del Black Friday.
All’interno dell’Amazon Loft for Xmas sarà possibile provare tutti i dispositivi Amazon tra cui gli eReader Kindle, i tablet Fire e gli speaker intelligenti Amazon Echo con integrato il servizio vocale Amazon Alexa, recentemente arrivati in Italia. I clienti Prime avranno a disposizione l’accesso esclusivo ad Amazon Loft for Xmas le domeniche 18 e 25 novembre, alla mattina dalle 10.00 alle 13.00, per poter sperimentare i prodotti e parlare con gli esperti presenti. 

Amazon Loft for Xmas: gli appuntamenti si Sabato 17 Novembre e Domenica 18 Novembre

Sabato 17 novembre:
Ore 11:00: workshop Microsoft – Scopriti creativo con schermo touch, penna e Windows Ink!
Alle ore 12:00: lo chef Paolo Parisi introdurrà “Pelle di Squalo”, la nuova serie di padelle della Baldassare Agnelli firmata dallo stesso chef, raccontandone le caratteristiche con l’aiuto delle materie prime. Paolo Parisi eseguirà tre ricette che mettono in risalto le qualità pratiche della nuova serie di articoli utilizzando materie prime da lui prodotte e raccontando così la sua filosofia produttiva e di vita.
Alle ore 17:00Benji & Fede incontrano i fan e firmeranno le copie di Siamo Solo Noise Limited Edition, il loro album arricchito da quattro  pezzi inediti e da “Niente di speciale” cantata con MrRain, uscito lo scorso 2 novembre. La partecipazione all’evento avviene tramite registrazione, i posti sono limitati (evento sold out).
Alle ore 17:00: workshop Microsoft – Rivedi la tua idea di PC: scopri le funzionalità dei dispositivi Surface.

Domenica 18 novembre
Ore 11:00: workshop Microsoft – Scopri cosa è possibile realizzare con i nuovi dispositivi Surface.
Ore 17:00: workshop Microsoft – Il mondo della tecnologia è cambiato, anche Office…vieni a scoprire le novità!
Alle ore 19:00: Pierfrancesco (in arte PIF) Diliberto presenterà il suo nuovo libro “…che Dio perdona a tutti” e sarà disponibile per un firmacopie. Con la sua inconfondibile voce, Pif esordisce nel romanzo con un’opera divertentissima che costringe il lettore a riconsiderare i rapporti che ci legano gli uni agli altri, il nostro comportamento quotidiano e le parole solidarietà, uguaglianza, verità. L’evento è su registrazione e i posti sono limitati. È possibile registrarsi a questo link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-pif-incontra-i-lettori-52530132039.

Nel corso di tutto il weekend del 17 e 18 novembre, inoltre, un’esperta di beauty mostrerà in azione l’ultimissimo epilatore Braun Silk-épil 9 SensoSmart, con tutti i suoi accessori, e la luce pulsata Braun Silk-expert. Non mancheranno gli esperti Oral Care che saranno a disposizione di grandi e piccini per fornire consigli su una corretta educazione all’igiene orale. Infine, un esperto barbiere Braun sarà a disposizione per chi volesse provare un look diverso, grazie alla versatilità dei prodotti Braun. Sarà possibile inoltre assistere alle dimostrazioni del barbiere e ricevere preziosi consigli su come ricreare vari stili utilizzando le funzioni del multigroomer Braun MGK3085

Huawei presenta:“The Frequency of Love”. Tutta la potenza e l’umanità dell’Intelligenza Artificiale

Huawei presenta: The Frequency of Love”

The Frequency of Love è un progetto sperimentale unico nel suo genere, che si spinge dove nessuno aveva mai osato: creare una connessione tra uomo, tecnologia e natura, attraverso il linguaggio universale della musica. Grazie al nuovo processore dotato di doppia intelligenza artificiale Kirin 980 del nuovo HUAWEI Mate 20 Pro, Huawei è riuscita a trasformare il canto d’amore dei cetacei fra i più maestosi del mondo – le megattere – in una melodia comprensibile all’orecchio umano. La tecnologia avanza a ritmo sostenuto, il progresso è inarrestabile, le soluzioni generate e ispirate dal fermento sono così all’avanguardia da sembrare evanescenti. È, dunque, questa la sfida: continuare ad innovare, a riscrivere i confini del progresso ma generare un reale beneficio per gli uomini. Huawei, grazie al Mate 20 Pro, ha dimostrato come la tecnologia nella sua applicazione più avanzata, l’Intelligenza Artificiale, possa essere perfetta compagna nella vita di ogni giorno consentendo alle persone di elevare il proprio potenziale e raggiungere obiettivi e risultati prima inimmaginabili. The Frequency of Love, dimostra ancora una volta lo spirito pioneristico dell’azienda, perfettamente riassunto nel mantra “Make it possible”, e lo eleva in una nuova e più umana dimensione. Per la prima volta, infatti, grazie a questa sperimentazione, l’Intelligenza Artificiale viene messa al servizio delle “emozioni”, e si riesce a dimostrare come e quanto una delle tecnologie più innovative di tutti i tempi possa addirittura aiutare l’uomo ad entrare in connessione con altri mondi, lontani ma spesso affini.

Huawei presenta il WWF Italia

Insieme a un’equipe di sviluppatori che da tempo opera nel settore dell’AI e grazie alla collaborazione scientifica del WWF Italia, Huawei ha insegnato all’Intelligenza Artificiale del Mate 20 Pro a riconoscere le frequenze dei vocalizzi delle megattere nella fase del corteggiamento e a collegarle, in base ai toni e alla loro posizione all’interno del canto, ad una progressione armonica. I canti d’amore delle megattere non riescono ad essere apprezzati pienamente dall’orecchio umano ma sono organizzati in vere e proprie canzoni con note, strofe e motivi, con una loro frequenza e durata. La loro potente lirica, una volta trasformata in musica, si rivela proprio come una vera e propria canzone: il racconto orecchiabile e piacevole della loro “storia d’amore”. L’app, ideata e progettata da Huawei e dal team di sviluppatori esclusivamente per questo progetto sperimentale, rende possibile la trasformazione del verso della megattera in suono attraverso un processo riassumibile in tre step: l’app registra il canto e l’Intelligenza Artificiale identifica i singoli versi degli animali, poi collega automaticamente il singolo verso a una progressione armonica che rispecchia per ritmo il canto della megattera e, da ultimo, crea e riproduce una melodia ispirata al canto originale. Partner del progetto il WWF Italia, sezione italiana dell’organizzazione che da oltre 50 anni si occupa a livello mondiale di conservazione di specie e habitat: WWF ha collaborato con Huawei mettendo a disposizione i propri esperti e le proprie conoscenze riguardo il mondo del mare e dei cetacei, nello specifico tutto quello che riguarda le megattere, accompagnando inoltre l’azienda in tutte le fasi di realizzazione del progetto. The Frequency of Love, grazie alla collaborazione del WWF Italia, offre infatti una straordinaria opportunità per avvicinare le persone al mondo dei cetacei; non solo, perché nell’ambito di questa collaborazione Huawei ha scelto di sostenere il WWF Italia nell’opera di sensibilizzazione per la tutela di questi splendidi animali. Il WWF Italia è da anni impegnato nella conservazione e salvaguardia del mare e delle sue specie simbolo, con un focus sul Mar Mediterraneo. Nel mare nostrum si trova infatti un’area marina protetta nota con il nome di Santuario Pelagos, istituita a difesa dei cetacei grazie ad un accordo firmato da Italia, Francia e Principato di Monaco. L’area del Santuario è l’habitat principale delle balenottere comuni (il più grande mammifero del Mediterraneo e il secondo al mondo) dei capodogli, di delfini e stenelle e, con i suoi 87.500 chilometri quadrati di mare protetto, essa rappresenta una delle maggiori sfide di conservazione mai lanciate in Mediterraneo.

Con The Frequency of Love, Huawei ha scelto di sostenere l’impegno del WWF Italia per la salvaguardia dei cetacei del Santuario Pelagos. Tutti possono contribuire partecipando alla raccolta fondi a favore del WWF: wwf.it/balena

Clicca qui per vedere il video “The frequency of Love”:

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