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Larry Towell: il fotografo Magnum che fa concerti e vende dischi

Larry Towell accompagna musicalmente la proiezione delle sue foto alla Sem Presser Lecture, durante la cerimonia di premiazione del World Press Photo ad Amsterdam nel 2013 (foto ©Cecile Mella)

Può sembrare strana l’agenda con gli impegni lavorativi di Larry Towell. Un giorno inaugura una mostra fotografica e un altro è in sala di registrazione per il nuovo disco. In viaggio per scattare un reportage e per esibirsi in un concerto. Non parliamo di un fotografo professionista con un semplice interesse per la musica o, viceversa, di un affermato cantautore che, nel privato, coltiva e pratica la fotografia. Il caso Towell è decisamente unico e sorprendente: due respiri in una sorta di magnifico anfibio, due forme espressive giocate entrambe ad altissimo livello e con potentissimi intrecci tra di loro.
Nato in Ontario nel 1953, figlio di un carrozziere, nella sua città studia arti visive; dopo un periodo di volontariato in India nel 1976, una volta rientrato, decide di dare lezioni di chitarra. Tutti, in famiglia, suonano e questa “famiglia musicale” arrotonda le entrate prestandosi per matrimoni e feste. È solo nel 1984 che intraprende la strada del reportage come freelance lavorando, tra l’altro, in Nicaragua al tempo della guerra tra i contras e il governo sandinista, durante la guerra civile in Salvador, sui veterani della guerra del Vietnam. Recupera in fretta e solo quattro anni dopo è candidato per l’ingresso nell’agenzia Magnum, ufficializzato poi nel 1993 dopo il lungo iter di iniziazione. Pubblica sulle maggiori testate del mondo e si dedica anche a progetti di lungo respiro, tra cui quello sui Mennoniti– minoranza religiosa che vive rifiutando la modernità – e sul conflitto israelo-palestinese, lavori che daranno vita a libri fotografici memorabili: The Mennonites  (2000) e Then Palestine  (1999); sarà poi in Afghanistan per ben cinque volte tra il 2008 e il 2011. Un’intensa carriera, tutt’ora in corso, che lo ha visto anche ricevere prestigiosi premi del settore come il W. Eugene Smith Award (1991), il World Press Photo (1994), l’Alfred Eisenstadt Award (1998) e l’Hasselblad Foundation Award (1999).
E la musica, dunque, è rimasta nel ricordo di quel giovane che si guadagnava da vivere insegnando chitarra e suonando ai matrimoni insieme al padre? Niente affatto! Non solo ha continuato a coltivarla, ma ne ha fatto una seconda carriera, e non una seconda vita, giacché la vita di un uomo è una sola. Tra un reportage e un concerto, sempre più le due attività di Larry Towell sono andate, com’era forse scritto nel suo destino, a confluire. E da diversi anni, questo singolare autore che è fotografo, musicista, ma anche poeta e scrittore, si esibisce in pubblico con l’esplosione multimediale della sua visione del mondo. Una multimedialità – sia chiaro – molto analogica, ruspante ed emozionante in un teatro puntualmente sold out. Lui, bretellone e cappello di paglia in testa, con chitarra e vecchi strumenti musicali country in legno, tasti e mantici, canta e suona mentre sullo sfondo sono proiettate le sue celebri fotografie. Lui musicista è la colonna sonora, dal vivo, di se stesso fotografo. Una meraviglia e una forza della natura.

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Larry Towell accompagna musicalmente la proiezione delle sue foto alla Sem Presser Lecture, durante la cerimonia di premiazione del World Press Photo ad Amsterdam nel 2013 (foto ©Cecile Mella)

FOUR CORNERS OF THE WORLD: mostra fotografica di Roberto Polillo

Roberto Polillo gira il mondo e ne fotografa alcuni particolari. Quelli che più lo colpiscono. Ma non come la maggior parte dei fotografi viaggiatori: non vuole documentare gli aspetti caratteristici – diversi o semplicemente curiosi – dei luoghi che visita, cerca, invece, di catturare e rappresentare lo “spirito dei luoghi”, la loro atmosfera, ciò che sta dietro a ciò che si vede. Ne ricerca l’anima, e tenta di trasmetterla con le sue immagini. Esplora la diversità del nostro pianeta, con lo spirito del collezionista. È affascinato da quei luoghi che possiedono quella speciale “magia” che il viaggiatore percepisce immediatamente quando li visita. Quei luoghi che comunicano sensazioni che non si dimenticano anche dopo molti anni, quei luoghi unici in cui desideriamo ritornare.

Mostra fotografica di Roberto Polillo

Le tecniche tradizionali utilizzate nella fotografia di viaggio non sempre riescono a comunicare queste sensazioni. Ecco perché le immagini di Roberto sono sempre mosse. In questo modo i dettagli sono nascosti, per portare alla superficie quelle atmosfere che percepiamo per istinto. Quando l’immagine funziona, essa mostra aspetti della realtà che l’occhio “fermo” non può percepire: è così possibile catturare quelle relazioni fra le forme, i colori e gli elementi della scena che solo il movimento può mostrare. Lo scopo di Roberto è quello di esplorare aspetti della realtà che altrimenti resterebbero nascosti.
Le immagini presentate in mostra sono una selezione tratta dai viaggi di Roberto nei quattro continenti serviti dall’aeroporto di Malpensa: quattro angoli del mondo con “anime” molto differenti. I Paesi rappresentati sono:
Europa: Italia, Russia, Islanda;
Africa: Marocco, Egitto, Mozambico;
Americhe: USA, Canada, Messico, Cuba;
Asia: Emirati Arabi Uniti, India, Cina, Giappone, Myanmar.

FOUR CORNERS OF THE WORLD: mostra fotografica di Roberto Polillo
Photo Square
Terminal 1 dell’aeroporto di Milano Malpensa – piano -1 – Parking P3apertura:
23 maggio – 10 settembre 2019
www.rpolillo.photoshelter.com

Roberto Polillo: biografie e opere

Nato a Milano nel 1946, Roberto Polillo si è fatto inizialmente conoscere per le sue fotografie di musicisti di jazz: negli anni 60 ha fotografato oltre un centinaio di concerti, realizzando una galleria molto completa dei più noti musicisti dell’epoca. Queste foto sono state pubblicate su molte riviste, libri, copertine di dischi e presentate in numerose mostre personali. Una sua mostra permanente sul jazz è visitabile nei locali della Siena Jazz University, nella Fortezza Medicea di Siena. Dagli anni 70, Roberto si è dedicato all’informatica, come imprenditore e professore universitario. Appassionato viaggiatore, ha ripreso a occuparsi attivamente di fotografia dal 2003, con una vasta ricerca personale nell’ambito della fotografia di viaggio, con tecniche digitali. E questo ha fatto viaggiando, per quasi 15 anni, in oltre 25 Paesi, dal Medio all’Estremo Oriente, dal Sud al Nord America e, naturalmente, in Europa.
Libri fotografici:
Swing, Bop & Free (Polillo Editore, 2006)
Visions of Venice, (Skira, 2016)
Future & The City (Fiameni, 2017, limited edition)
Uno Sguardo Profondo (Fiameni, 2019, limited edition)
Jazz Icons (Fiameni, 2019)

A roma torna Photo Marathon: la maratona fotografica

Torna a Roma la Photo Marathon,  maratona fotografica che coinvolgerà professionisti e amatori.
La maratona fotografica è organizzata con il patrocinio della FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) e  nove saranno i temi fotografici e uno il tema video attraverso cui raccontare il territorio.
Sarà possibile partecipare soltanto ad una delle due categorie (foto e video) o ad entrambe.
Gli scatti raccolti dovranno poi essere caricati entro la mezzanotte del giorno successivo alla maratona  nell’area riservata sul sito ufficiale della Roma Photo Marathon.

Roma Photo Marathon: come partecipare

Per partecipare  bisogna accedere al sito www.italiaphotomarathon.it, iscriversi e pagare la quota di partecipazione di 15 euro, comprensiva di maglietta dell’evento e prova gratuita delle attrezzature Nikon, Manfrotto e Plaber per 3 ore.

Appuntamento per Domenica 26 maggio ore 10:00
piazza San Silvestro, Roma

A Palermo nasce un nuovo Museo della Fotografia

I cittadini di Palermo dovranno aspettare solo diciotto mesi per avere il loro Museo della Fotografia.
Il Museo verrà realizzato all’interno del Villino Favaloro di piazza Virgilio, e secondo indiscrezioni potrebbe essere intitolato a Enzo Sellerio, fotografo e editore.
Il progetto aveva conquistato il cuore dell’assessore Sebastiano Tusa, scomparso qualche mese fa in un incidente aereo in Africa.
Il progetto è del Centro regionale per l’inventario, la Catalogazione e la Documentazione (Cricd) e sarà finanziato tramite i fondi del Mibac attraverso il Pon Cultura: 1.710.929 euro.
All’interno del museo saranno esposti pezzi di proprietà del Centro regionale del catalogo con opere di Seffer, Incorpora, Alinari. Inoltre ci saranno degli spazi riservati alle mostre temporanee.

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum

Erich Lessing, Belvedere Gardens, Vienna, Austria, 1954; © Erich Lessing/Magnum Photos

MAGNUM’S FIRST. La mostra presenta 83 stampe vintage in bianco e nero di otto maestri del Novecento: Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Werner Bischof, Inge Morath, Erich Lessing, Marc Riboud, Jean Marquis, Ernst Haas.
Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini, fino  al 6 ottobre 2019, è in programma la mostra che celebra Magnum Photos, una delle agenzie fotografiche più importanti del Novecento, attraverso 83 opere vintage in bianco e nero dei suoi maggiori esponenti, da Henri Cartier-Bresson a Marc Riboud, da Inge Morath a Jean Marquis, da Werner Bischof a Ernst Haas, da Robert Capa a Erich Lessing. L’esposizione, curata da Andrea Holzherr, Global Exhibitions Manager di Magnum Photos, in collaborazione con Magnum, col patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente, dal titolo Magnum’s first. La prima mostra di Magnum riveste un grande significato storico. La rassegna, infatti, ripercorre la prima mostra del gruppo Magnum – intitolata Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) – tenuta tra il 1955 e il 1956 in cinque città austriache. Curiosamente, tutto il corpus di immagini venne dimenticato in una cantina di Innsbruck e ritrovato cinquant’anni dopo, nel 2006, ancora chiuso nelle sue casse.
“Ciò che trovammo nelle casse – afferma la curatrice Andrea Holzherr – era, a dir poco, sorprendente: una serie di vecchi pannelli di legno su cui erano montate delle fotografie molto sporche. Perciò, il mio primo contatto con la vecchia mostra somigliava più alla scoperta di una mummia che a quella di un tesoro. I materiali erano in pessime condizioni: le foto erano ricoperte di polvere, sporco e muffa, e avevano perfino un odore di stantio!”. “La mostra – prosegue Andrea Holzherr – è un rompicapo, un mistero, e rimane la prima mostra in assoluto di foto Magnum di cui si abbia notizia! La sua esistenza è la prova che, sin dall’inizio, la Magnum era diversa dalle altre agenzie fotografiche. Dagli esordi, con il programma di mostre ed eventi, la Magnum difendeva sia il valore della foto come documento”.

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum: percorso espositivo

Il percorso espositivo, che presenta otto servizi fotogiornalistici, corredati da una sezione introduttiva, ruota attorno alle diciotto fotografie in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, sugli ultimi giorni e il funerale del Mahatma Gandhi, che facevano parte del servizio pubblicato dalla rivista Life nel febbraio 1948. Allontanandosi volutamente da quel genere di reportage di guerra che lo aveva reso famoso, ecco tre immagini di Robert Capa, che documentano un gruppo di popolani che danza a una festa basca, a Biarritz, nel sud della Francia nel 1951. Queste fotografie, pubblicate postume, avevano lo scopo di sottolineare il ritorno alla pace in una regione divenuta sinonimo di barbarie, al tempo della Guerra civile spagnola. La mostra prosegue con le foto di scena di Ernst Haas, scattate sul set del kolossal hollywoodiano La regina delle Piramidi del 1955, allestito nelle cave di pietra di Assuan, dove caldo, tempeste di sabbia e il Ramadan fecero dell’impresa una vera e propria tortura per le quattromila comparse, quasi tutte musulmane. A queste, fanno seguito le sette fotografie di Werner Bischof, raccolte durante il suo viaggio intorno al mondo nei primi anni cinquanta. Immagini come il bambino che suona il flauto in Perù, o il prete shintoista nel cortile del tempio in Giappone, sono piene di delicate sfumature, pregevoli sia per la composizione che per le tonalità di bianco e nero. Unica donna del gruppo, Inge Morath propone una serie di dieci fotografie, realizzate a Londra, per un articolo pubblicato sulla rivista Holiday nel 1953, tra cui il ritratto di Lady Nash, il suo scatto più famoso. Altro grande contributo di fotogiornalismo è quello di Jean Marquis, autore poco conosciuto fuori dai confini della Francia, probabilmente membro della Magnum fino al 1957. Le sue fotografie furono scattate durante un viaggio che fece con la moglie in Ungheria, nel maggio 1954, e che furono pubblicate nel novembre dello stesso anno sul New York Times Magazine.
Erich Lessing ha documentato l’occupazione nazista di Vienna, la sua città, da cui trapelano serenità e anche, in certo modo, buonumore, in luoghi simbolo della capitale austriaca come il giardino del Belvedere, il Prater, il Rathauspark. Chiude idealmente l’esposizione, le opere giovanili di Marc Riboud, che risalgono al 1951, prima del suo ingresso nella Magnum, e documentano la vita nei villaggi dalmati, tra Vrlika, Spalato e Dubrovnik. Emblematica la foto finale di questa serie, ovvero un grande ritratto del presidente jugoslavo Tito mentre viene riportata al suo posto alla fine di un congresso.

MAGNUM’S FIRST. La prima mostra di Magnum
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3)
Fino al 6 ottobre 2019

 

Hippolyte Bayard: inventore della fotografia con il metodo della stampa positiva diretta

1840 - © Hippolyte Bayard/ Wikimedia Commons
1840 - © Hippolyte Bayard/ Wikimedia Commons

Hippolyte Bayard

Hippolyte Bayard (1807-1887) Impiegato al Ministero delle Finanze francese, inventore della fotografia con il metodo della stampa positiva diretta, tra i fondatori della Società francese per la fotografia. Fotografo per la Mission Héliographic. Il suo procedimento era molto simile a quello di H. Fox Talbot e probabilmente la sua invenzione è precedente a quella di Daguerre

Hippolyte Bayard: inventore della fotografia con il metodo della stampa positiva diretta

Sono passati pochi mesi dalla presentazione ufficiale del dagherrotipo, con la possibilità di realizzare immagini meccanicamente, e già crescono le polemiche. Un giovane poco più che trentenne posa per un autoscatto, tra i primi della storia della fotografia, con le sembianze di un annegato. Cosa è successo? Anche lui aveva un suo metodo, la stampa positiva diretta. Il 24 giugno del 1838, proprio nel giorno con più luce dell’anno, aveva presentato la sua invenzione ed esposto alcune immagini, mesi prima della presentazione del dagherrotipo all’Accademia delle Scienze di Parigi. Il procedimento prevedeva di imbevere un foglio di carta con una soluzione al cloruro d’argento, immergerla in una seconda soluzione di iodato di potassio, esporla per circa 12 minuti, quindi lavarla con iposolfito di sodio. Si sarebbe ottenuta un’ inversione dei toni e quindi un positivo, direttamente senza altri passaggi. Il risultato era ottimo, solo i tempi di posa erano molto lunghi. Pare fosse stato Arago a suggerirgli di ritardare la presentazione del suo metodo, proprio per dare più risalto all’invenzione di Daguerre. Ecco il motivo di questo autoritratto, allo stesso tempo di denuncia e autoironico.

“Questo che vedete è il cadavere di M. Bayard, inventore del procedimento che avete appena conosciuto. Per quel che so, questo infaticabile ricercatore è stato occupato per circa tre anni con la sua scoperta. Il governo, che è stato anche troppo per il signor Daguerre, ha detto di non poter far nulla per il signor Bayard, che si è gettato in acqua per la disperazione. Oh! umana incostanza! È stato all’obitorio per diversi giorni, e nessuno è venuto a riconoscerlo o a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l’ olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi”.

Immagine in evidenza
Autoritratto come un annegato, 1840 – © Hippolyte Bayard/ Wikimedia Commons

Paolo Novelli: la fotografia come differenza

La mostra “La Fotografia come differenza” propone per la prima volta una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo di ricerca Paolo Novelli, attivo dal 1997. L’esposizione si concentra sul periodo creativo 2002-2013, con l’intento di evidenziare nascita e consolidamento di uno stile personale, tra i più interessanti e coerenti tra le generazioni italiane emerse negli anni duemila. Il percorso di Novelli in questo contesto si distingue infatti per scelte del tutto inusuali, sia nei contenuti che nella tecnica; i cicli di immagini scelti rivelano come filo conduttore una fotografia introversa, essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come “fotografia della solitudine”; linguaggio visivo quindi in netta controtendenza con la comunicazione preponderante nell’attuale era digitale. L’altro aspetto, quello tecnico, rafforza questa direzione atemporale di Novelli, la cui disciplina è in effetti una sola, la Fotografia analogica: pellicola, luce naturale, assenza di filtri; ripresa analogica amplificata da una premeditata anarchia operativa nell’uso dell’apparecchio fotografico, come sottolineato da Olivo Barbieri nel testo introduttivo de “La notte non basta”: “fotograficamente sono tutte sbagliate ma è un errore che può funzionare”. I progetti scelti in questa sede affrontano il tema principale della ricerca di Novelli: l’incomunicabilità”; porte, tunnel, nebbie, finestre e morte s’inseguono in un arco temporale di poco più di una decade, attraverso i progetti: “Vita brevis, Ars longa” (2002), “Grigio Notte” (2004-2006) “Niente più del necessario” (2006), “Interiors” (2007-2012) “La Notte non basta” (2011-2013): La mostra è accompagnata da un catalogo, curato da Giovanni Battista Martini

PAOLO NOVELLI “LA FOTOGRAFIA COME DIFFERENZA”
a cura di Giovanni Battista Martini.
3 maggio – 16 giugno 2019 PRIMO PIANO di Palazzo Grillo Vico alla Chiesa delle Vigne 18R – Genova. Inaugurazione alla presenza del fotografo: venerdì 3 maggio ore 18.00

Foto storica: Ferdinando Scianna Festa di S. Alfio, Cirino e Filadelfio Trecastagni

Ferdinando Scianna

La luce in Sicilia può essere una maledizione. Drammatica, distruttiva, rivelatrice e impenetrabile al tempo stesso, in rapporto dialettico con il suo opposto, l’ombra. Non è un caso che Scianna fotografi a partire da quest’ultima, riparando in essa per vedere meglio nell’abbaglio. Per questo le sue immagini sono spesso cupe, materiche. Fin dalle prime che scatta durante le feste religiose, all’inizio degli anni Sessanta, in cui il mistero della fede diventa metafora di una più laica e liberatoria esplosione dell’inconscio collettivo. Nell’estate del 1963 espone la serie sulle processioni di Bagheria. A vedere la mostra va anche lo scrittore Leonardo Sciascia che gli lascia un suo biglietto di apprezzamento. Subito dopo averlo letto, Scianna lo va a cercare “alla Nuci”, in campagna, dove lo scrittore – gli avevano detto – trascorre le sue estati. Nasce così una grande amicizia e una fruttuosa collaborazione professionale. In quelle scene Sciascia aveva visto molto più di una testimonianza della realtà contadina destinata a scomparire o un documento antropologico. Per lui era un racconto visivo autosufficiente che doveva diventare un libro.

Il mistero della fede diventa metafora di una più laica e liberatoria esplosione dell’inconscio collettivo

Dietro la fotografia di Sergio Strizzi

Alain Delon e Monica Vitti ne “L’Eclisse”, 1962. Fotografia di scena. © foto Sergio Strizzi. Dalla mostra Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti.

Due volti, stretti in un primo piano molto ravvicinato, si sfiorano con affetto, incuranti del nostro osservare. Portano ancora i segni di quello che, con tutta probabilità, pochi istanti prima dev’essere stato un lungo abbraccio. Complice l’inquadratura, tutto sembra suggerire un coinvolgimento profondo tra i due soggetti ripresi, tuttavia l’atmosfera è sospesa e una strana tensione pervade l’immagine. C’è qualcosa che non torna, qualcosa che tradisce la vicinanza emotiva suggerita dalla posizione delle spalle, dalla vicinanza dei volti e dal contatto dei corpi dei due protagonisti. Una nota fredda, che corre lungo linea dei loro sguardi. I loro occhi infatti non si incrociano e, come incapaci di sentirsi altrimenti, non convergono neppure nella stessa direzione. Ciò crea una sorta di frattura nella dimensione narrativa dello scatto, lasciandoci intravedere sotto il calore di quel contatto fisico, una distanza forse incolmabile. È una foto eloquente, che riesce a sintetizzare bene i contenuti e le atmosfere del film a cui rimanda, cioè L’eclisse di Michelangelo Antonioni. Ultimo capitolo di quella che è stata definita la trilogia dell’incomunicabilità, questa pellicola, come le due precedenti (intitolate L’avventura e La notte) mostra infatti personaggi emotivamente inariditi, incapaci di liberare le loro fragili individualità dalla dittatura dell’Io e, dunque, di un reale contatto. Come un bacio dato attraverso un vetro, l’abbraccio colto da Sergio Strizzi è quindi carico di pulsioni contrastanti, sintomatiche di quella profonda impasse emotiva ed esistenziale raccontata dal celebre regista in questo memorabile film

Alain Delon e Monica Vitti ne “L’Eclisse”, 1962. Fotografia di scena.
© foto Sergio Strizzi. Dalla mostra Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti.

Kai Ya, viaggio sul fiume azzurro: in mostra il reportage fotografico di Gianluca Micheletti

In mostra il reportage fotografico di Gianluca Micheletti che, nel suo ultimo viaggio in Asia, ha immortalato misteri e contrasti del fiume Chang Jiang, crocevia cinese dell’economia e non solo.
Il fiume Chang Jiang è noto come Yangtze, Fiume Azzurro. È il più lungo dell’Asia ed è un elemento fondamentale nella cultura e nell’economia cinese. Questa linea di demarcazione naturale e culturale tra il nord e il sud della Cina ospita una vasta gamma di ecosistemi, habitat naturali di numerose specie a rischio d’estinzione. Estendendosi dai monti del Tibet fino a sfociare al porto di Shanghai, per migliaia di anni è stato utilizzato per l’irrigazione, i servizi e i trasporti, ed è per questo che si è guadagnato il secondo appellativo di “via fluviale d’oro”.

Kai Ya, viaggio sul fiume azzurro: opportunità e minacce dell’intervento umano sulla natura e le differenza di identità

Affascinato da tanta storia, il fotografo Gianluca Micheletti si è imbarcato dal porto di Chongqing sulla nave Kai Ya, percorrendo il fiume fino a raggiungere la diga delle Tre Gole a Yichang, per raccontare il fiume Chang Jiang in ogni sua sfaccettatura. Attraverso le immagini della mostra “Kai Ya, viaggio sul fiume azzurro”, allestita allo spazio T14 e inserita nel circuito del Photofestival, la tematica del viaggio non rappresenta solo l’esperienza intimista dell’autore, ma si fa paradigma di due tematiche sociali contemporanee: le opportunità e le minacce dell’intervento umano sulla natura e le differenza di identità.

La personale di Gianluca Micheletti, a cura di Sanni Agostinelli e coprodotta da Alessandro Lombardo, inaugurerà venerdì 17 (alle ore 18.30) e si concluderà venerdì 31 maggio 2019.

 

Kai Ya, viaggio sul fiume azzurro
Mostra fotografica personale di Gianluca Micheletti
Dal 17 al 31 Maggio – dal martedì al venerdì dalle 17 alle 20, sabato e domenica dalle 11 alle 19
Inaugurazione 17 Maggio dalle 18.30 alle 00.00
Spazio T14 – Via Luigi Mangiagalli 5 – Piola

 

Dietro l’immagine di Edward Weston

Edward Weston, Nude, 1936. © 1981, Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents.

Edward Weston. Danza lo sguardo, nel circolare ritmare di questa inquadratura. Danza senza sosta, come irretito nell’incessante fluire di linee che, ora sinuose, ora spezzate da repentine deviazioni, sembrano quasi rifiutarsi di imprimere una forma definitiva a quella nudità così plateale, ma anche così naturale e primitiva. Non c’è voluttà nelle morbide consistenze che compongono i volumi di questo corpo, non c’è ostentazione, eppure, più lo si osserva, più la sua cruda fisicità sembra ammantarsi di un’involontaria sensualità. Le sue forme, armoniosamente scomposte, affiorano dalla sabbia quasi fossero cesellate dalla mano di un abile scultore. Sono forme essenziali, pure, che sembrano emergere dal caos dell’indistinto proprio grazie all’intervento di quella mano capace che le ha modellate, separandole per sempre dalla materia impalpabile che le ha custodite, inespresse, fino a quel momento. Forme inconfondibili, la cui genesi, così descritta, rimanda inevitabilmente a un noto racconto biblico, ma anche all’idea primigenia di femminilità. Ma è davvero questo ciò che vuole mostrarci Weston? Difficile dirlo, tuttavia tutto ciò che sappiamo di lui e del suo percorso di ricerca in ambito fotografico sembra ben supportare una lettura in questo senso. Egli si serviva della fotografia per catturare la «vera sostanza» delle cose, la loro essenza ultima, a prescindere dalla loro natura esteriore, e a prescindere che la sua estrema volontà di realismo si traducesse talvolta in pura astrazione. Non è allora solo un corpo femminile quello che vediamo, ma il corpo femminile. Tutto il resto è lasciato a noi, alla nostra libera interpretazione

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