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Vanessa

Un sabato di fotografia firmato Antonio Manta & FUJIFILM

© Antonio Manta Maramures
© Antonio Manta Maramures

Antonio Manta & FUJIFILM

Per un pieno di fotografia, sabato 26 gennaio FUJIFILM e Antonio Manta danno appuntamento ad Arezzo presso BAM, via Isaac Newton 23.
Dalle 10 alle 19, si potrà accedere liberamente allo spazio e partecipare a workshop di ritratto, seguire incontri tecnici, testare sul campo la migliore tecnologia FUJIFILM con il servizio touch&try e avere il piacere di visitare due mostre fotografiche. L’evento, dedicato a tutti coloro che vogliano approfondire la cultura dell’immagine, presenta dalle 11 alle 13 un workshop di ritratto gestito da Antonio Manta, per unire la sua riconosciuta esperienza fotografica alle tecnologie FUJIFILM. Nel pomeriggio, dalle 15 alle 17, Onnik Pambakian dirigerà l’incontro “Lavorare con il banco ottico, revisione delle tecniche fotografiche alla luce delle nuove tecnologie” in cui si metterà sotto stress il medio formato FUJIFILM.  Inoltre, per tutta la durata dell’evento, ci sarà uno spazio FUJIFILM Touch&Try in cui lo staff tecnico FUJIFILM sarà a disposizione per dare in prova i prodotti della gamma GFX e Serie X e approfondire le peculiarità dei diversi sistemi e dare consigli sulle migliori modalità di utilizzo.

Durante l’evento saranno esposti il lavoro fotografico di Antonio Manta “Maramures” e quello di Luigi Bartolini Montanari “Zanzibar”, quest’ultimo sarà inaugurato proprio il 26.

Mimmo Jodice: complice Napoli, un dialogo tra passato e presente

Apollo da Baia, 1997
Apollo da Baia, 1997

Mimmo Jodice

La splendente è il titolo di un libro, pubblicato da Feltrinelli, scritto da Cesare Sinatti, giovane filosofo laureato a Bologna. La splendente è Elena di Troia. Ho acquistato questo bel saggio per il soggetto, naturalmente, ma ciò che mi ha attratto a prima vista è stata la foto di copertina, nella quale ho riconosciuto la mano di Mimmo Jodice – lo considero il maggiore, anzi l’unico fotografo dell’antico –. Jodice osserva e medita. Legge. Il suo messaggio fotografico ha una struttura linguistica che dall’esterno rinvia all’interno, dalla superficie alla profondità, all’infinitamente altro che si può dedurre se, invece di limitarsi a vedere, ci si perde a guardare. Nella sua lectio magistralis del 16 novembre 2006 tenuta presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, cita una frase di Fernando Pessoa, a lui molto cara al punto di sentirsi rappresentato: «Ma che cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?» Ecco la sua inclinazione naturale: perdersi a guardare, contemplare, immaginare, cercare visioni oltre la realtà. Capace di uno sguardo lento, ha in sé, come egli stesso ammette, il bisogno di fantasticare, qualità che oggi si vanno perdendo sempre di più, nella fretta di afferrare la realtà delle cose per passare oltre e accumulare testimonianze e informazioni. Con Jodice, la fotografia diventa un autentico saggio in cui confluiscono tutte le espressioni dell’arte del passato, un «immenso serbatoio di emozione e riflessione. Non si può non partire dalla storia delle cose create dai grandi maestri che ci hanno preceduto. Bisogna lavorare sulla base di una conoscenza profonda dell’eredità artistica ricevuta».

Mimmo Jodice: la sua tecnica lavorativa rimane ancorata alla camera oscura

Date queste premesse, si comprende come anche la sua tecnica lavorativa rimanga saldamente ancorata alla camera oscura, elemento basilare dell’attività dell’artista. Le possibilità espressive offerte dal lavoro manuale in camera oscura sono, pur nella loro diversità, paragonabili al lavorio del pittore che mescola i colori sulla tavolozza per creare la sfumatura di sua personale invenzione o del letterato che cesella le frasi con l’orecchio sempre teso all’allusione antica e alla lenta ma costante trasformazione del linguaggio. E non è un caso che gli esordi di Jodice siano rivolti alla pittura e che con la pittura e i pittori egli mantenga sempre stretti rapporti. La camera oscura permette di frammentare l’immagine e di ricomporla, adoperando i procedimenti noti con il nome di polarizzazione, solarizzazione, sgranatura, sovrapposizione, sovraimpressione, viraggi, movimento in fase di stampa, collage. Sono appunto tecniche che permettono a Jodice quasi di dipingere mentre stampa il negativo. A ciò si deve aggiungere l’uso della luce, che costituisce forse il più grande contributo di Jodice. Un uso assoluto, potente che si aggiunge alle altre molteplici possibilità del lavoro manuale in camera oscura.

L’articolo completo sul nuovo numero de Il Fotografo in edicola e online cliccando qui 

Immagine in evidenza Apollo da Baia, 1997

Charles Fréger con Fabula in mostra all’Armani/Silos

Charles Fréger
Charles Fréger

Charles Fréger Fabula

Giorgio Armani è lieto di annunciare la nuova mostra di Armani/Silos, dedicata al lavoro del fotografo Charles Fréger. Intitolata Fabula, la retrospettiva documenta l’estensione e la profondità di una ricerca antropologica che si focalizza su diverse comunità,gli individui che le compongono e i codici di abbigliamento che adottano per far parte del gruppo. La mostra ha aperto il 12 Gennaio durante la settimana della moda uomo di Milano e durerà fino al 24 Marzo 2019. L’intero piano terra di Armani/Silos farà da sfondo a oltre duecentocinquanta immagini: un ampio repertorio dell’opera fotografica di Fréger, dalla serie dei nuotatori di pallanuoto – Water Polo – dell’anno 2000 alle immagini più recenti come quelle della serie Mardi Gras Indians, scattata nel 2016. L’allestimento creerà un dialogo tra i diversi gruppi di immagini attraverso un modello visivo  in cui i ritratti fotografici coesistono con le uniformi e l’accento è posto sulla crescente componente teatrale nell’opera dell’autore. La selezione include ritratti della squadra di pattinaggio su ghiaccio finlandese (Steps), immagini dei giovani lottatori di Sumo (Rikishi) e degli eserciti europei e delle loro uniformi di rappresentanza (Empire), foto di soldati Sikh (Sikh Regiment of India) e degli elefanti di Jaipur (Painted Elephants), fino alle serie salienti di Wilder Mann e Yokainoshima, dedicate alle maschere tradizionali inserite in un contesto rurale. Ogni comunità ha il suo codice, ma il principio guida dietro l’impulso di esprimere appartenenza attraverso l’abbigliamento è in qualche modo comune. Le immagini di Fréger evidenziano questo aspetto.

Charles Fréger Fabula: stile cristallino e diretto

Adottando uno stile cristallino e diretto ma mantenendo uno sguardo empatico sui soggetti, Charles Fréger esplora i codici vestimentari di gruppi sia piccoli che grandi, concentrandosi sugli strati esterni – abiti, maschere. La ricerca del fotografo è espansiva: parte dal piccolo e dal locale per allargarsi nel corso degli anni fino a raggiungere una dimensione universale. Che si tratti della cuffia bianca del nuotatore, o delle maschere rituali indossate in tutto il mondo – Europa, Giappone, America Centrale e Meridionale – Fréger è interessato al modo in cui gli uomini affrontano paure profonde ed esprimono il bisogno o la volontà di appartenere. Il suo lavoro costruisce una codificazione progressiva di segni ed evidenzia il potere degli abiti come mezzo di comunicazione non verbale. Ciò che rende il lavoro così sorprendente è il coinvolgimento del fotografo con i soggetti. Charles Fréger arriva a prendere parte attiva, talvolta, nel mascheramento e nel travestimento, per comprendere appieno ciò che sta studiando. Tale sforzo umano si traduce in immagini potenti e oneste che catalogano con accattivante vivacità la ricchezza visiva del genere umano.
“La vitalità del colore è ciò che inizialmente ha attirato la mia attenzione sul lavoro di Charles Fréger. Quel colore, tuttavia, non è un puro espediente visivo, ma una rappresentazione di energia umana. Come stilista di moda, so che l’abbigliamento ha un enorme potere simbolico: Fréger ce lo ricorda costantemente, scavando gli aspetti più profondi del vestirsi come modo di comunicare. Sono molto felice di ospitare questa mostra all’Armani/Silos” , afferma Giorgio Armani. “Esporre all’Armani/Silos è un’occasione per presentare le mie serie fotografiche dal 2000 a oggi in uno spazio stimolante. Si ha l’impressione di visualizzare il succedersi delle immagini per capitoli, come se fosse la sublime architettura del Silos a dare ritmo alla mostra. C’è una sensazione di tempo ed evoluzione, una conversazione tra le stanze, i muri di cemento grigio e l’illuminazione precisa che danno il miglior risalto possibile al colore delle mie fotografie. Un’eco che crea un dialogo tra le eleganti silhouette di Armani/Silos e le uniformi, i costumi e le maschere rappresentati nelle fotografie”, afferma Charles Fréger. L’artista è nato a Bourges, in Francia, nel 1975, e si è diplomato alla Rouen School of Art nel 2000. Il suo lavoro si concentra sulla rappresentazione poetica e antropologica di gruppi sociali come atleti, collegiali e forze armate, con attenzione su ciò che indossano, intendendo l’uniforme come la manifestazione più evidente del gruppo stesso. Fréger si concentra sull’esuberanza e su situazioni più modeste. Ha pubblicato numerosi libri ed esposto in importanti festival di fotografia, in diversi musei e gallerie in Europa, Asia e Stati Uniti.

 

Ugo Mulas: riflessioni sulla Fotografia e sugli aspetti estetici ed etici del mezzo

Lucio Fontana, 1964 - Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas
Lucio Fontana, 1964 - Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

Ugo Mulas

Ugo Mulas (1928-1973) è tra i fotografi italiani più apprezzati. Formatosi come fotogiornalista a Milano nei primi anni Cinquanta, presto troverà nell’ambiente artistico, sia italiano sia internazionale una delle sue chiavi di lettura del mondo.
Le Verifiche, tra le sue serie più concettuali, sono riflessioni sulla Fotografia e sugli aspetti estetici ed etici del mezzo. Guardando questo ritratto, la drammaticità del controluce, il micromosso della mano che ha appena compiuto il taglio, siamo certi che stiamo vedendo il gesto della creazione. La fotografia testimone della realtà, degli avvenimenti, ci permette di entrare nel mistero dell’arte. Ugo Mulas, grande interprete e frequentatore di artisti e atelier, qui mostra la creatività del fotografo. Questa fotografia è l’ultima di una sequenza che parte dalla tela intatta per arrivare al taglio. Lucio Fontana collabora attivamente con Ugo Mulas. Per la messa in scena decidono che sarà una sorta di performance: Fontana interpreta se stesso nell’azione, ma in realtà tutto è già predisposto, sia la tela intatta che quella tagliata. È l’ inganno del vero che ancora ci sorprende.

“Di Lucio Fontana ero amico, come lo eravamo tutti, qui a Milano. Di tutte le fotografie, soltanto una serie – praticamente fatta nel giro di una mezz’ora – ha un senso preciso. Fino a quel momento l’avevo fotografato e basta, ora volevo finalmente riuscire a capire che cosa facesse. Forse fu la presenza di un quadro bianco, grande, con un solo taglio, appena finito. Quel quadro mi fece capire che l’operazione mentale di Fontana (che si risolveva praticamente in un attimo, nel gesto di tagliare la tela) era assai più complessa e il gesto conclusivo non la rivelava che in parte”.

Immagine in evidenza Lucio Fontana, 1964 – Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

Jeff Widener: un uomo solo è in grado di fermare una colonna di carrarmati?

Tank man, Pechino, 1989 - © AP Photo/Jeff Widener
Tank man, Pechino, 1989 - © AP Photo/Jeff Widener

Jeff Widener

Jeff Widener (1951), statunitense, fotografo dal 1978, dopo aver vinto una borsa di studio della Kodak, dal 1981 al 1984 fotografo UP, dal 1987 al 1995 fotoreporter AP per il sud-est asiatico, oggi è free-lance e vive ad Amburgo.
Con questo scatto, fu finalista al premio Pulitzer.

Un uomo solo è in grado di fermare una colonna di carrarmati? Siamo a Pechino nel 1989 nei giorni della protesta più grande dalla Rivoluzione del 1949; la repressione causerà centinaia, forse migliaia di morti. Nel viale Changan, all’ingresso di piazza Tienanmen, colma di tensione, un ragazzo in camicia bianca si ferma e blocca i cingolati, un moderno David davanti a Golia. Solo pochi minuti, poi la colonna entrerà nella piazza, ma Jeff Widener lo ferma per sempre con una fotografia. Scatta dalla camera di un hotel che si affaccia sulla piazza, in cui è entrato per cercare un buon punto di osservazione, pur rischiando di essere sorpreso dal personale dell’albergo. Aiutato da Kirk Martsen, uno studente a lui sconosciuto, che lo porta nella sua stanza e che poi ne esce con il rullino nascosto addosso, riuscendo a consegnarlo all’ambasciata americana che a sua volta lo recapita all’AP. La fotografia fu rapidamente diffusa in tutto il mondo, tranne che in Cina, dove fu vietata.

Immagine in evidenza Tank man, Pechino, 1989 – © AP Photo/Jeff Widener

Alberto Korda: il fotografo personale di Fidel Castro

Guerrillero Heroico, Cuba, L’Avana 1960 - © Alberto Korda
Guerrillero Heroico, Cuba, L’Avana 1960 - © Alberto Korda

Alberto Korda

Alberto Diaz Gutierrez, noto come Korda (1928-2001), cubano, fotografo di moda per Havana Weekly, ottimo ritrattista, dopo la Rivoluzione entra nello staff del giornale La Revolucion, fotografo personale di Fidel Castro per circa 10 anni. Orgoglioso che le sue fotografie fossero utili alla causa rivoluzionaria, fu anche il fondatore della sezione di fotografia subacquea all’Istituto Oceanografico Cubano.

Una delle fotografie più conosciute, più riprodotte, più commercializzate al mondo. Ernesto “Che” Guevara si trasforma da simbolo della rivoluzione cubana a icona popolare. Tutto è perfetto: il fondale neutro, la luce radente, lo sguardo alto, la ripresa dal basso. È l’icona dell’eroe. Occorre solo che qualcuno se ne accorga. Lo farà l’editore italiano Gian Giacomo Feltrinelli, nel 1967, vedendo il provino a contatto delle fotografie che Alberto Korda aveva scattato a L’Avana il 5 marzo 1960, durante la commemorazione delle vittime dell’esplosione della nave La Coubre. Feltrinelli si fece donare due scatti che pubblicò come copertina di Diario in Bolivia (1968), e come poster affisso per le strade di Milano alla notizia della morte del Comandante. Il ritratto scattato da Korda divenne il più celebre realizzato a “Che” Guevara, utilizzato e reinterpretato anche nella moda, nel design, nell’arte, nella pubblicità, sui muri delle città, sulle braccia tatuate e in altri mille luoghi. Malgrado ciò il suo autore non ebbe la stessa fama della sua opera. Pur se conosciuto e apprezzato fotografo, tutto questo non fu per lui fonte di guadagno, non avendo mai chiesto che nulla gli venisse riconosciuto.

Immagine in evidenza Guerrillero Heroico, Cuba, L’Avana 1960 – © Alberto Korda

Nikon Coolpix A1000 e B600 con super zoom: esaltazione della creatività

Nikon Coolpix A1000 e B600 con super zoom

Nital ha presentato due nuove compatte digitali Nikon COOLPIX con ottiche NIKKOR super zoom e caratteristiche capaci di garantire immagini straordinarie in ogni condizione. Dalle riprese panoramiche ai paesaggi urbani, le due nuove COOLPIX, semplicissime da utilizzare, permettono di realizzare sia riprese grandangolari che super tele di alto livello, anche in situazioni di scarsa illuminazione.

Nikon Coolpix A1000

La Nikon COOLPIX A1000 vanta uno zoom ottico 35x, un mirino elettronico integrato e funzioni di registrazione di immagini RAW. Perfetta anche come fotocamera da viaggio, la COOLPIX A1000 consente di passare con facilità dalle riprese grandangolari a quelle con il super teleobiettivo. Riprende filmati in 4K e include un monitor touchscreen inclinabile che semplifica la composizione dell’inquadratura ed ispira la ricerca di angolazioni accattivanti.

Caratteristiche principali di COOLPIX A1000

  • Obiettivo zoom ottico NIKKOR 35x. Lunghezza focale di 24–840mm.² Estendibile fino a circa 1.680mm con Dynamic Fine Zoom.³
  • Filmati 4K. Registra con facilità eccezionali sequenze video 4K/UHD 25/30p o video Full-HD fino a 50/60p.
  • Ampio mirino elettronico. Mirino elettronico (EVF) da 1.166k punti a contrasto elevato per una eccellente e chiara visione della scena inquadrata.
  • Touchscreen inclinabile. Il luminoso monitor LCD da 3 pollici e 1.036k punti può essere inclinato in quasi tutte le direzioni.
  • Pratico controllo zoom. Il controllo zoom laterale e il pulsante “ripristina posizione zoom” consentono di regolare l’escursione focale in modo rapido e fluido.
  • Supporto RAW. Consente agli utenti di salvare ed esportare file immagine non compressi in programmi di sviluppo/elaborazione/modifica ad elevati potenziali.

Nikon Coolpix B600

La fotocamera bridge Nikon COOLPIX B600 include un potente zoom ottico 60x ed un ampio monitor LCD, oltre a consentire una salda impugnatura. Questa fotocamera è perfetta in ogni situazione, dalle gite domenicali con famiglia e/o amici ai week end turistici fino ai viaggi a medio/lungo raggio. La Nikon COOLPIX B600 riprende video Full HD con audio stereo e propone una vasta gamma di modi creativi integrati che invita ad aggiungere un tocco artistico a foto o filmati.

Caratteristiche principali di COOLPIX B600

  • Obiettivo zoom ottico NIKKOR 60x. Lunghezza focale di 24–1440mm.² Estendibile fino a circa 2.880mm con Dynamic Fine Zoom.³
  • Filmati Full-HD. È sufficiente premere il pulsante dedicato alla ripresa video per iniziare a registrare video Full-HD 1080 (25/30p o 50/60i) con audio stereo o filmati accelerati HS 1040 0,5x oppure HS 480 4x.
  • Ampio monitor. Monitor LCD da 3 pollici e 921k punti con luminosità regolabile. Trattato con rivestimento anti-riflesso.
  • Autofocus rapido. La funzione Scelta soggetto AF garantisce che i soggetti siano rapidamente messi a fuoco, anche in condizioni di scarsa illuminazione.
  • Tocco artistico. Modi creativi per personalizzare foto e filmati.

Il fotografo che ha combattuto la depressione con la sua macchina fotografica

Fotografia per combattere la depressione

Greg Sheard è un fotografo che ha sofferto di depressione per quasi venti lunghi anni. Due anni fa ha deciso che doveva uscire dall’incubo, doveva combattere questo male tremendo e lo ha fatto attraverso la sua macchina fotografica.
In un video lanciato sui social dallo stesso fotografo, Sheard condivide la sua esperienza su come la fotografia lo ha aiutato a combattere la depressione.”Una cosa rimane sempre in comune quando esco per fare foto e cioè: improvvisamente tutti i miei problemi sembrano sparire”, scrive Sheard. “Mi sento tutt’uno con la mia macchina fotografica e la posizione in cui mi trovo” “Mi do obiettivi e traguardi da raggiungere per migliorare le mie fotografie e ogni giorno imparo qualcosa di nuovo”, dice Sheard. “Potrebbero volerci anni prima di diventare un fotografo professionista, ma voglio continuare ad andare avanti, perché questo è ciò che mi rende felice”. “Non sto dicendo che la fotografia è una cura per la mia depressione, però mi aiuta a migliorare la situazione”, dice Sheard.

Gabriele Basilico:indagare il territorio grazie alla fotografia

Via Ripamonti, da “Milano ritratti di fabbriche 1978-80”, 1980 - © Courtesy Gabriele Basilico/Studio Gabriele Basilico, Milano
Via Ripamonti, da “Milano ritratti di fabbriche 1978-80”, 1980 - © Courtesy Gabriele Basilico/Studio Gabriele Basilico, Milano

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico (1944-2013), noto soprattutto per la sua fotografia d’architettura e paesaggio urbano inizia come fotografo di reportage sociale sul finire degli anni ’60 del XX secolo. Dopo Ritratti di fabbriche, il suo primo libro pubblicato in collaborazione con il Comune della città di Milano, riceverà numerosi incarichi come fotografo di paesaggio industriale e urbano; la sua indagine sul territorio si estenderà all’Europa, al Nord Africa, alle Americhe, all’Asia.

Milano, un deposito ferroviario. Per Gabriele Basilico è altro. Sono le forme della città. Guardate con un’attenzione diversa, cercate durante un progetto lungo 3 anni, che si completa in un libro nel 1981. La sua è la visione – cercata, attesa, metodica – di un paesaggio antropizzato dove la luce definisce gli spazi. Lui stesso racconta di come accadde per caso, un giorno, di vedere l’architettura industriale di Milano con nuovi occhi, aiutato dalla luce forte e dall’aria tersa. Questo lo porta a fotografare le fabbriche milanesi come soggetti, non come contenitori di produzione industriale. Aspetterà le giornate festive, il cielo sereno, l’assenza di persone, perché gli edifici siano gli unici protagonisti dei suoi ritratti. Costruisce con la fotografia un paesaggio metafisico, immobile nel tempo e nella luce, proprio lì dove ci si aspetta di vedere masse di operai. La sua diventa una città ideale che continuerà a cercare in tutti i successivi progetti.

Immagine in evidenza Via Ripamonti, da “Milano ritratti di fabbriche 1978-80”, 1980 – © Courtesy Gabriele Basilico/Studio Gabriele Basilico, Milano

FUJINON GF100-200mmF5.6 R LM OIS WR: Il teleobiettivo zoom per il sistema Medio Formato FUJIFILM è arrivato!

FUJINON GF100-200mmF5.6 R LM OIS WR

Il medio formato FUJIFILM GFX amplia gli orizzonti di ripresa per nuove esaltanti sessioni fotografiche grazie a FUJINON GF100-200mmF5.6 R LM OIS WR, l’ultimissima novità presentata da FUJIFILM Corporation. Si tratta del primo teleobiettivo zoom GF con una gamma focale, equivalente al 35mm, pari a 79-158mm, ideale per la fotografia paesaggistica e naturalistica grazie al suo stabilizzatore ottico dell’immagine e alla sua struttura che lo rende resistente a polvere e intemperie. Gli obiettivi GF sono la massima espressione della qualità di Fujifilm. Questa qualità viene raggiunta utilizzando le migliori tecnologie ottiche di progettazione e produzione per ottenere un’elevata risoluzione e una ricca riproduzione tonale. Il sistema medio formato GFX trova la sua caratteristica principale nella capacità di catturare elevati livelli di dettaglio e conferire una sensazione di tridimensionalità all’immagine che, unitamente a un design leggero e compatto dei corpi macchina e degli obiettivi, consente un elevato agio di utilizzo. Il sistema FUJIFILM GFX annovera le fotocamere mirrorless GFX 50S, GFX 50R e un parco obiettivi che conta 8 ottiche GF, tutte già molto apprezzate tra i fotografi professionisti e gli appassionati di fotografia. GF100-200mmF5.6 R LM OIS WR è un teleobiettivo zoom in grado di catturare qualsiasi tipo di scena grazie alla combinazione di prestazioni di alta risoluzione e a un incredibile effetto bokeh. Inoltre, la struttura dell’ottica è pensata per resistere alla polvere e agli agenti atmosferici e per funzionare a temperature fino a -10°C. Abbinando l’obiettivo al teleconverter GF1.4X TC WR, si può arrivare a una copertura focale pari a circa 111-221 mm nel formato equivalente al 35mm, senza alcun deterioramento della qualità dell’immagine.

FUJINON GF100-200mmF5.6 R LM OIS WR: caratteristiche principali

  1. Elevata qualità d’immagine: l‘obiettivo è composto da 20 lenti in 13 gruppi. Queste includono due lenti Super ED e una lente asferica che riduce le aberrazioni cromatiche e le aberrazioni di curvatura del campo per ottenere un’eccellente qualità dell’immagine.
  2. Stabilizzatore d’Immagine a elevate prestazioni: l’obiettivo è dotato di un’eccellente stabilizzazione d’immagine a cinque stop (Standard CIPA). Ciò consente ai fotografi di sfruttare al meglio le prestazioni di elevata risoluzione del sistema GFX anche quando si scatta con focali tele senza l’uso di un treppiede.
  3. Autofocus silenzioso e ad alta velocità: il motore lineare che guida le lenti di messa a fuoco è molto preciso, silenzioso e veloce. L’obiettivo include anche un nuovo meccanismo per fissare la posizione del motore lineare quando si spegne la fotocamera o si passa alla modalità visualizzazione.
  4. Design curato, robusto e pensato per durare a lungo: l’obiettivo è stato sigillato in 10 punti per garantire la sua resistenza a polvere, agenti atmosferici e il suo funzionamento anche a temperature fino a -10 ° C, così da poter scattare sempre, anche nelle situazioni atmosferiche più difficili.
  5. Compatibile con Teleconverter GF1.4X TC WR: il moltiplicatore di focale 1.4x, GF1.4X TC WR, estende il campo di ripresa a 140-280mm (equivalente a 111-221mm nel formato 35mm), mantenendo una qualità d’immagine molto elevata.

FUJINON GF100-200mmF5.6 R LM OIS WR sarà disponibile da febbraio 2019 al prezzo indicativo suggerito al pubblico di 2.035 euro iva compresa.

Il sistema zonale: ancora oggi, nell’era digitale, mantiene il suo valore

Il sistema zonale

Nel 1940, Ansel Adams ha sviluppato con il suo collega Fred Archer, della Art Center School di Los Angeles, il Sistema Zonale. Da tempo i fotografi erano a conoscenza della possibilità di cambiare il contrasto del negativo variando il tempo di sviluppo: uno sviluppo più corto abbassa il contrasto, uno più lungo lo aumenta. Adams e Archer sono stati i primi a quantificarlo e metterlo in relazione all’esposizione. Hanno poi inventato un metodo preciso per valutare i valori chiari e scuri di una scena, visualizzando la foto finale, esponendo il negativo e sviluppandolo per mantenere il contrasto come lo aveva visto il fotografo. Sui negativi le varie densità sono viste in funzione della luce trasmessa, ossia di quella che attraversa la pellicola; sulle stampe, invece, ci troviamo di fronte a una serie di densità generate dalla luce riflessa dalla stampa stessa. Queste differenti densità sono i toni di grigio dell’immagine, che variano da una massima quantità di argento riducibile presente nell’emulsione, detto massimo annerimento, sino a una minima quantità che lascia intatto il bianco del supporto della carta visto attraverso la gelatina. Questi sono i due toni limite, in mezzo ai quali vi è un’infinità di grigi intermedi che formano, appunto, la scala zonale continua. Proprio per il fatto che la scala tonale è continua, quindi composta da infiniti grigi fra il bianco e il nero, si hanno difficoltà nel controllarla. Infatti, è ben più facile controllare un valore “discreto” e definito di cose (quindi di toni), facilmente riconoscibili, anziché una quantità non determinata. Per poter ottenere sempre il risultato voluto, quindi controllare i toni, si è arrivati a una

Il sistema zonale: la scala tonale

La scala tonale è stata divisa in più parti, dette zone, che vanno dal bianco puro al nero assoluto, e ciascuna di queste zone rappresenta un determinato tono di grigio. Questa suddivisione della scala continua in più gradini permette un più facile riconoscimento dei valori tonali. Tuttavia, è meramente teorica, perché la pellicola o il sensore continueranno a registrare in ogni caso una scala tonale continua. La suddivisione in zone serve a renderle più riconoscibili. Le zone vanno dalla “0” (zero) alla “X” (dieci) e, più esattamente, la zona “0” rappresenta il nero assoluto, la zona “V” il grigio medio Kodak con riflettanza del 18%, e la zona “X” il bianco puro. Tra una zona e la sua adiacente vi è un solo stop di differenza, il che significa, per esempio, che tra una zona “V” e una zona “IV” vi è un diaframma di distanza che sarà più chiuso, mentre se andiamo dalla “V” alla “VI” sarà più aperto; infatti la zona “VI” è più chiara della “V” in quanto è più vicina alla “X”, il bianco puro. divisione della scala tonale.

Il sistema zonale: lo scarto di brillanza e la luminosità

In fotografia, parliamo comunemente di contrasto, ma con questo termine ci riferiamo allo scarto di brillanza e, per capire esattamente cosa sia, bisogna partire da alcune semplici osservazioni. Sappiamo che un corpo è visibile ai nostri occhi, e al sensore, perché riflette la luce che lo investe; alcuni corpi riflettono quasi tutta la luce e ci appaiono chiari o bianchi, mentre altri ne riflettono poca e ci appaiono scuri o neri; noi fotografi chiamiamo alte luci i colori chiari e ombre quelli scuri. In una scena reale vi sono molti corpi e molte condizioni di luce contemporaneamente, quindi è facile che vi siano oggetti con alto potere di riflessione (chiari) molto illuminati e allo stesso tempo corpi scuri poco illuminati. Lo scarto di brillanza è il rapporto che esiste tra il punto più scuro e il punto più chiaro dell’inquadratura. Immaginiamo di fotografare in pieno sole un’automobile bianca con le ruote in ombra: se l’interno del parafango riflette una quantità di luce pari a 1 (di una unità di misura arbitraria a nostra scelta) è assai probabile che la carrozzeria bianca rifletta invece 10.000. Lo scarto di brillanza sarà pari a 1:10.000. Spesso ciò che intendiamo riprendere arriva a scarti simili, anche se non così elevati. Uno dei limiti più grossi della fotografia è poter rendere scarti di brillanza che, nelle stampe di alta qualità, sono compresi tra 1 e 100. Questa particolarità provoca di fatto una compressione dei toni della scena reale che il nostro cervello accetta grazie a un complicato meccanismo di psicologia della percezione. In fotografia, l’unità di misura è lo stop, o diaframma, e tra uno stop e il successivo più aperto si verifica un raddoppio della luminosità. Per esempio, in un paesaggio lo scarto di brillanza tra il punto più chiaro e quello più scuro potrebbe essere di 1 a 1.024: il punto più chiaro riflette 1.024 volte più di quello scuro, con una differenza di log21024 – log22 = 9 stop. Il contrasto della scena, o meglio, la differenza in stop, è quindi uguale al logaritmo in base 2 del numero più alto dello scarto di brillanza (nell’esempio è 1.024), un valore che il sensore è in grado di registrare ma che non è possibile trasferire su una stampa su carta che può arrivare a una differenza di soli 7 stop. Ai fini della ripresa fotografica, è importante capire come la quantità di luce incidente su quello che  vogliamo fotografare influenzi drasticamente lo scarto di luminosità.

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