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Vanessa
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L’illusione che tutto sia facile: Quale futuro per i giovani talenti?

La fotografia contemporanea è un immenso orfanotrofio. Scusatemi se parto così negativa, ma se mi guardo intorno vedo molti giovani fotografi abbandonati a se stessi, come se fossero rimasti solo loro in un Paese sopravvissuto a una guerra. Stanno lì, smarriti, tra le macerie di un mondo che non esiste più, guardandosi l’un l’altro senza sapere come proseguire il cammino. Alcuni improvvisano, altri emigrano dove i conflitti agiscono più lievi, altri si lasciano deperire. Chi mi conosce lo sa: il pallino di dare una spinta a questi ragazzi ce l’ho da tempo e ho compreso fin troppo bene le ragioni di questa desolazione. L’editoria mondiale è in difficoltà e in Italia è una strage. Le testate che un tempo consentivano a un autore di realizzare la sua storia per immagini, oggi non hanno soldi per assegnare servizi o pagare quelli inediti già prodotti. È l’economia intera, capillarmente e in qualunque settore, a soffrire. Le aziende hanno sospeso la pubblicità cartacea, ed è stato il web, con la sua fruibilità gratuita, a cambiare radicalmente le regole del mercato. Andava previsto e affrontato, se ne parla da più di un decennio. Oggi le scuse sono finite. Dobbiamo capire come andare oltre, individuando nuovi modi di operare.

Quale futuro per i giovani talenti? La crisi dell’editoria mondiale

Si chiama resilienza, è l’adattamento al cambiamento e vale per tutti. Per noi direttori di giornali, per gli imbianchini, le rock band, i tapparellisti, le tintorie e per i fotografi. Occorre puntare sulla qualità di quello che si produce e sulle strategie per promuoverlo. In cosa sbagliano molti giovani? Nell’illusione della conoscenza. Pensano di nascere già “imparati”, di comprarsi una reflex ed essere dei professionisti, di fermarsi al corso intermedio più economico possibile e poter fare un matrimonio, di usare i social invece di un marketing manager, di autoprodursi un libro senza rivolgersi a un curatore e a un editore che non faccia solo il tipografo. La passione e il talento oggi non bastano più. Bisogna studiare tanto e imparare tanto e investire tanto, altrimenti non si lavora. Vale per tutti i generi fotografici: il fotogiornalismo, le cerimonie, la moda, l’arte… Se molti di questi orfani, non tutti è chiaro, avessero iniziato negli anni Cinquanta del Novecento, oggi forse sarebbero considerati tra i grandi fotografi italiani. Nomi come Ferdinando Scianna, Giovanni Gastel, Gian Paolo Barbieri, Franco Fontana, Mario De Biasi, così come i maestri americani dell’agenzia Magnum, sono emersi e saliti nell’olimpo anche grazie alle riviste che li ospitavano, pagandoli e valorizzandoli. Fateci caso, hanno tutti superato la boa dei sessant’anni. Agli emergenti bisogna dare sostegno guidando le loro strategie, trovando loro nuovi genitori e nuovi asili. Possiamo farlo noi, che stiamo da questa parte della barricata, ma devono pensarci loro stessi essendo resilienti. Occorre attuare la reazione opposta a quella in atto: le piccole comunità, i singoli individui, nel corso della “perturbazione” si sono chiusi a riccio. Ognuno per sé e tutti contro tutti. Questo modo di resistere controvento porta a spezzarsi. Per adattarsi al nuovo bisogna invece provare a rigenerarsi e a collaborare. Qui non funziona? Bene, cerchiamo altrove altri modi, alzando (tutti) l’asticella della qualità. È la sola via.

Barbara Silbe

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Ferdinando Scianna: le fotografie messe in pagina

Ferdinando Scianna: le fotografie messe in pagina. Ci sono sempre delle storie dietro le fotografie di Ferdinando Scianna. Racconti e aneddoti che riguardano persone e amicizie, sentimenti e desideri. I retroscena sulla nascita del libro sulle feste religiose raccontano una storia di quelle che capitano solo una volta nella vita e sono capaci di segnare un destino. Fernando Scianna (all’epoca tutti lo chiamavano così) a soli 20 anni, nel 1963, propone la sua prima mostra al circolo culturale di Bagheria. In parete, affissa con puntine da disegno, la sequenza della sua ricerca sulle feste religiose in Sicilia. Un reportage in bianco e nero che doveva servire come documentazione visiva di una tesi di laurea di antropologia. Leonardo Sciascia, concentrato sulla stesura del suo nuovo libro Morte dell’inquisitore, visita per caso l’esposizione, ne rimane colpito e, da vero gentiluomo, lascia un biglietto cortese al giovane Fernando, complimentandosi per il lavoro. Scianna, inorgoglito e incuriosito da quel messaggio, si mette sulla tracce dello scrittore. Il 16 agosto, accompagnato dal nonno Benedetto, Scianna si reca a Butera, per fotografare la festa del Serpentazzo, poi passa da Palma di Montechiaro dove documenta scene di dura miseria. Chiede informazioni sullo scrittore e lo raggiunge in campagna.

Ferdinando Scianna e Leonardo Sciascia: inizio di un’amicizia infinita

Fra i due c’è subito sintonia e l’invito a pranzo. Sciascia chiede di poter avere le fotografie di Palma di Montechiaro e le invia al settimanale Vie Nuove. Ne uscirà una pubblicazione di otto pagine con didascalie secchissime dello stesso Sciascia, che in seguito si proporrà di scrivere il testo per il libro, Feste religiose in Sicilia, pubblicato nel 1965 per Leonardo da Vinci Editore nella collana Piccolo Orizzonte. Ferdinando Scianna ricorda: «Sciascia mi fece capire che la mia idea di usare le foto delle feste religiose come supporto per la tesi di laurea era contraddetta dalle immagini stesse, che rivelavano, secondo lui, ambizioni diverse, e forse più importanti, di narrazione del mondo, anche di quel mondo, piuttosto che della sua analisi e catalogazione. Per me è stata una salvezza. Nonostante io abbia incontrato Sciascia dopo che già da un paio d’anni facevo seriamente fotografie, la sua influenza è stata determinante. Io dico addirittura retroattiva. Finché non mi ha fatto l’offesa terribile di morire, è rimasto il mio angelo paterno.
Il libro sulle feste religiose ottiene un successo incredibile: 7.500 copie ufficiali – in realtà ne uscirono 15.000 –. Durante le presentazioni volano sedie e non sono risparmiati insulti, a causa del contenuto considerato dissacrante. L’Osservatore Romano esce con una stroncatura clamorosa e scrive di un giovane artista – nemmeno fotografo, artista! – plagiato dallo scrittore comunista, che si prende gioco della fede. Ma il libro continua a suscitare interesse. Fernando diventa Ferdinando e ottiene premi e riconoscimenti. Organizza mostre e continua a pubblicare quelle fotografie che riflettono sulla condizione materiale della religione, dando inizio a un percorso professionale e autoriale che non si è mai interrotto. Nel 1967 entra nello staff de L’Europeo e nel 1968 è già inviato in Cecoslovacchia. Nel 1974 altri due incontri sono destinati a segnare la sua vita, quelli con Henri Cartier-Bresson e Romeo Martinez. Il 1982 è l’anno del suo ingresso nella celebre agenzia Magnum. Nel 1987 comincia la sua esperienza nel mondo della pubblicità e della moda –celebre è la collaborazione con Dolce e Gabbana e la musa ispiratrice Marpessa –. Una parentesi di otto anni che lo porta in giro per il mondo sperimentando una nuova dimensione di fotografo.
Scianna riprende la parola: «L’ho già ripetuto fino alla nausea, i libri sono per me scopo e senso del fare. Ne ho pubblicati una cinquantina e ancora altri ne voglio realizzare. Molto di quanto ho tentato di combinare nel mio mestiere, nel bene e nel male, in qualche modo è finito nei miei libri. Libri riusciti e libri sbagliati. Del resto, una fotografia messa in pagina cambia di senso… ho sempre cercato di fare libri con le fotografie e non di fotografie. Ma ci sono vari tipi di libri che può fare un fotografo come me. Ci sono libri che affrontano un tema, un argomento e sono strutturati come saggi o racconti. Ci sono quelli che io chiamo repertorio, nei quali si mettono insieme immagini che rivelano percorsi o ossessioni tematiche e persino estetiche. Delle quali magari non avevi piena coscienza nell’imprevedibile azzardo del fotografare e che prendono senso diventando libro». Insomma, la passione di Ferdinando Scianna per i libri è la somma delle sue eredità culturali e sentimentali. Per lui contano le sue radici, le letture, le poesie, gli incontri, ma anche gli odori e i sapori, in una parola contano i sentimenti. I suoi insegnamenti più preziosi sono la sua costanza e il suo impegno verso una fotografia che continua a essere racconto e memoria.

Ferdinando Scianna a Palermo: le sezioni della mostra

LA MEMORIA, Bagheria – La Sicilia – Le feste religiose
IL RACCONTO, Lourdes – I bambini – Kami – Il dolore
OSSESSIONI, Il sonno – Le cose – L’ombra – Bestie – Gli specchi
IL VIAGGIO, America – Deambulazioni – I luoghi
RITRATTI RITI E MITI, Le cerimonie – Donne – Marpessa
Per approfondire i contenuti dell’esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione.
In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. È inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna.

FERDINANDO SCIANNA
Viaggio Racconto Memoria
Fino 28 luglio 2019, Palermo, Galleria d’arte moderna, Via sant’Anna 21
A cura di Paola Bergna, Denis Curti, Alberto Bianda, Art Director
Info e prenotazioni
091.8431605
info@gampalermo.it
www.mostraferdinandoscianna.it

Mountains by Magnum Photographers: la montagna fotografata dai fotografi Magnum

Zermatt, Switzerland, 1950 Robert Capa © International center Of Photography / Magnum Photos

Mountains by Magnum Photographers: la montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi dell’Agenzia Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, che riunisce oggi i migliori fotografi del mondo. La mostra Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione tra Forte di Bard e Magnum Photos Paris, presenta al Forte di Bard, dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry.

Mountains by Magnum Photographers

Prima dell’avvento della fotografia le montagne erano già un motivo iconografico in pittura, dove erano rappresentate da rocce o massi fino al Rinascimento, quando divennero uno sfondo maestoso che contribuì all’idea prevalente della natura. Le montagne erano state tradizionalmente viste come le sedi di potere mistico e sovrumano, qualcosa di pericoloso e inaccessibile agli umani da poter essere osservato solo da lontano.Durante il XIX secolo, con lo sviluppo dell’alpinismo, i fotografi hanno iniziato a fornire emozioni vertiginose grazie ai primi documenti sulla conquista delle vette fino ad allora inesplorate. Le fotografie non erano solo semplici prove del successo di un’ascensione – erano anche un modo per viaggiare attraverso le immagini. Le prime spedizioni fotografiche sulle Alpi iniziarono negli anni Cinquanta del XIX secolo e furono vere prodezze di sforzo fisico: i fotografi alpinisti erano aiutati da portatori che trasportavano la loro attrezzatura ingombrante e delicata. Le loro immagini stupirono il pubblico che non aveva mai visto le cime delle montagne da così vicino e con così tanti dettagli. Le foto mostravano un mondo nuovo, inesplorato e ancora intatto, promettendo viaggi in territori vergini che evocavano le origini del mondo. Fin dalla nascita della fotografia, quindi, il paesaggio di montagna è stato un soggetto che ha affascinato i fotografi.
Queste immagini non sono solo una testimonianza dell’ammirazione che l’uomo ha per le alte vette, ma mettono in risalto anche la venerazione e il timore che l’uomo, da secoli, ha per le montagne. Da 180 anni, i fotografi che hanno eletto le montagne a soggetto privilegiato del loro lavoro ne esplorano le forme e le trame da ogni angolazione. Artisti passati e presenti hanno reso omaggio alla loro immensità, variando i punti di vista e cercando talvolta di amplificarne la natura spettacolare.

Mountains by Magnum Photographers: i fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana

I fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana. Nelle loro fotografie le montagne sono osservate, sfruttate e attraversate. Vediamo persone che trascorrono tutta la loro vita ad alta quota, ma anche persone di passaggio che cercano una guida spirituale, il piacere, un rifugio dalla guerra o semplice sopravvivenza. L’esposizione al Forte di Bard è un viaggio attraverso gli archivi Magnum, un’esplorazione fotografica di come gli uomini hanno fatto proprie le montagne, che in questi scatti hanno poco in comune con quelle che vediamo nelle cartoline. Il tema della montagna, inoltre, permette di avere un’idea dei viaggi dei fotografi Magnum attraverso tutti i continenti e fa comprendere meglio che cosa di volta in volta cattura la loro attenzione.
La mostra comprende inoltre una sezione dedicata a un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato da Paolo Pellegrin, fotografo di fama internazionale e, tra altri prestigiosissimi riconoscimenti, vincitore di dieci World Press Photo Award, frutto di uno shooting realizzato nella primavera 2019.
Per realizzare le immagini presenti in mostra Pellegrin ha dovuto recarsi più e più volte, alla ricerca di quelle luci che lui, amante del bianco e nero, predilige. Sono le luci filtrate dalle nubi sfilacciate dal vento, i violenti controluce sulla superficie della neve, le buie increspature dei crepacci, le scure torri delle creste rocciose, gli arabeschi disegnati sulla superficie dei laghi ghiacciati.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

Mountains by Magnum Photographers
Forte di Bard.
Fino al 6 gennaio 2020
A cura di 
Andrea Holzherr, Annalisa Cittera
Partner 
Regione autonoma Valle d’Aosta, Compagnia San Paolo, Fondazione Crt
Media Partner, 
RMC Radio Monte Carlo

Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

 

The Batman: il direttore della fotografia sarà Robert Richardson

The Batman, l’avventura dell’uomo pipistrello, diretto da Matt Reeves e con Robert Pattinson nel ruolo del Cavaliere Oscuro vedrà Robert Richardson direttore della fotografia.
Sì è scelto dunque uno maggiori talenti nel suo campo, l’unico, insieme a Vittorio Storaro ed Emmanuel Lubezki, ad aver vinto l’Oscar nella sua categoria grazie al suo lavoro in JFK, The Aviator e Hugo. Robert Richardson ha inoltre curato la fotografia di Wall Street, Bastardi senza gloria, Platoon, L’uomo che sussurrava ai cavalli, Django Unchained, Kill Bill, Shutter Island e molti altri film.

 

Immagine in evidenza via ScreenWeek Blog

Paolo Emanuele Borsellino è assassinato dalla mafia: è il 19 luglio del 1992

Paolo Emanuele Borsellino, il magistrato di Palermo, insieme a cinque agenti di scorta, è ucciso in via D’Amelio. Una Fiat 126 imbottita di 90 chilogrammi di esplosivo, parcheggiata sotto l’abitazione della madre, è fatta esplodere al passaggio del giudice del pool antimafia. Quest’episodio rappresenta uno dei momenti più dolorosi, insieme all’uccisione pochi mesi prima di Giovanni Falcone, per chi custodiva la speranza di vivere in un Paese libero dal potere di cosa nostra. Circa 10.000 persone parteciparono il 24 luglio ai funerali ufficiati in forma privata – i familiari rifiutarono il rito di Stato –. Per questo atto di violenza sono state condannate all’ergastolo venticinque persone. Tra i mandanti della strage si ricorda il nome di Salvatore Riina.

A Camera Torino doppia mostra di Larry Fink e Jacopo Benassi

English Speaking Union New York, New York December 1975

Larry Fink  e Jacopo Benassi in una mostra doppia a Camera Torino.
Due mostre allestite in contemporanea che mettono in dialogo e a confronto due autori, diversi per generazioni e formazione, accomunati dall’approccio al linguaggio. In questo modo gli artisti in mostra riflettono dunque sulle sfumature e sugli utilizzi del mezzo fotografico e delle sue potenzialità di osservazione dei fenomeni che caratterizzano la società odierna.
Per il primo appuntamento di CAMERA DOPPIA, che aprirà al pubblico giovedì 18 luglio 2019, il direttore di CAMERA Walter Guadagnini ha curato la mostra antologica di Larry Fink (Brooklyn, New York, 1941), Unbridled Curiosity e il progetto di Jacopo Benassi (La Spezia, 1970) intitolato Crack.

Larry Fink  e Jacopo Benassi in una mostra doppia a Camera Torino

Le mostre – entrambe prodotte da “Fotografia Europea” di Reggio Emilia – presentano diversi aspetti comuni, sia dal punto di vista tematico che da quello specificamente fotografico: gli autori, infatti, utilizzano unicamente il bianco e nero e adottano l’uso del flash per focalizzare l’attenzione sul soggetto della rappresentazione, esaltandone atmosfera, forma e contenuto. Nell’antologica del fotografo americano Larry Fink sono presenti oltre novanta immagini, realizzate tra gli anni Sessanta e oggi. La selezione in bianco e nero e di grande potenza estetica, mira a evidenziare quei legami tra le persone e tra le persone e i luoghi che Fink, nel corso di tutta la sua carriera, ha saputo immortalare con occhio attento e “sfrenata curiosità”, mischiandosi ai contesti, rubando momenti di intimità e mettendo in evidenza l’anima dei soggetti ritratti.

Jacopo Benassi e il progetto Crack a Camera Torino 

Nella Sala Grande e nel lungo corridoio di CAMERA, invece, verranno allestite le sessanta immagini che compongono Crack, progetto che Jacopo Benassi ha realizzato mettendo al centro della sua riflessione il rapporto tra classicità e contemporaneità nei corpi e nei legami che gli individui instaurano con uomini e ambienti. Crack – commenta Walter Guadagnini – è un atlante del corpo, elaborato tra gli estremi della plastica antica e della flagranza fisica contemporanea. Il risultato è la sottolineatura non solo della decadenza in agguato tanto per il corpo umano quanto per il corpo scolpito, ma anche, e forse più, della possibilità di ricomposizione delle fratture, delle rotture e del fascino che anche questi elementi assumono nella nostra lettura del corpo e della forma. A tale visione concorrono anche l’incorniciatura delle singole opere e l’intero, sorprendente allestimento della mostra, che sono parte integrante del progetto espositivo e caricano le immagini di un’ulteriore, vitale tensione.

Vivian Maier: la tata fotografa in mostra a Trieste

©Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Vivian Maier, la tata fotografa sarà in mostra, dal 20 luglio al 22 settembre 2019 a Il Magazzino delle Idee a Trieste con Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double, per la prima volta in Italia.
70 autoritratti, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano, raccontano la celebre fotografa attraverso i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia. Nel suo lavoro ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini – il suo universo per così tanto tempo – e anche una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella produzione di Vivian Maier attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all’interno del suo linguaggio.
L’interesse di Vivian Maier per l’autoritratto era più che altro una disperata ricerca della sua identità. Ridotta all’invisibilità, ad una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei.

La mostra Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double

Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in mostra ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l’ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà”, ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. L’intenzione dell’esposizione – che ripercorre l’incredibile produzione di una fotografa che per tutta la vita non si è mai considerata tale, e che, anzi, nel mondo è sempre passata inosservata – è proprio quello di rendere omaggio a questa straordinaria artista, capace non solo di appropriarsi del linguaggio visivo della sua epoca, ma di farlo con uno sguardo sottile e un punto di vista acuto.

Tony Gentile e lo scatto rubato a Falcone e Borsellino

Tony Gentile  inizia a fotografare per il Giornale di Sicilia e per l’agenzia Sintesi nel 1989. Sono gli anni più insanguinati della guerra di mafia in Sicilia e Tony Gentile, cresciuto guardando le fotografie di Letizia Battaglia e Franco Zecchin, si trova reporter di guerra nella sua stessa città. Nel 2003 si trasferisce a Roma per collaborare con la Reuters.

Tony Gentile: la foto a Falcone e Borsellino

Una fotografia che è diventata un’icona. Falcone sussurra qualcosa a Borsellino, che l’ascolta divertito. Un rapido scambio di battute, niente di più, ma sui volti c’è tutta la loro personalità al di fuori delle pose ufficiali. Una fotografia di Tony Gentile che stava seguendo un incontro a cui partecipavano i 2 magistrati. Niente di speciale, una buona fotografia, forse un poco indiscreta, che andava proposta alle redazioni. Ben pochi la pubblicarono. Ma, alcuni mesi dopo, inaspettatamente, questa istantanea prese un altro significato. Entrambi vittime di attentati mafiosi a circa 2 mesi l’uno dall’altro, il ritratto andava ad assumere un nuovo ruolo, diventando l’immagine simbolo che oggi conosciamo. Tutte le redazioni la richiesero, leggendo forse solo ora quello che Tony Gentile aveva visto in un attimo. Pochi secondi di complicità tra i due magistrati, due pose sulla pellicola, quanto basta ad un buon fotografo per scattare la fotografia più nota d’Italia. “Quello scatto purtroppo ha acquisito il significato che oggi gli diamo», racconta Tony Gentile, «per quello che è successo dopo. Altrimenti sarebbe rimasta una foto come tante altre”

Immagine in evidenza Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Palermo, Palazzo Trinacria, 27 marzo 1992 – © Tony Gentile

Effetto Araki: Siena celebra il grande fotografo

Siena celebra il grande fotografo giapponese Araki con una selezione di 2.200 immagini che percorrono oltre 50 anni di carriera.
La nuova grande mostra del maestro Nobuyoshi Araki, esposizione a cura di Filippo Maggia che raccoglie opere appartenenti a oltre venti serie prodotte dal fotografo giapponese dai primi anni sessanta ad oggi, s’inaugura giovedì 20 giugno, presso il complesso museale Santa Maria della Scala.
Araki ha voluto celebrare gli oltre 50 anni di attività (è del 1965 la sua prima mostra) con una selezione di 2.200 opere che ripercorre la sua lunga carriera artistica offrendo un panorama pressoché completo sulla sua sterminata produzione, assai complessa e articolata, ben oltre le immagini di bondage che l’hanno reso celebre in tutto il mondo.
Molte serie –Satchin and his brother Mabo, Sentimental night in Kyoto, August, Tokyo Autumn e altre ancora – vengono presentate per la prima volta in Italia, alcune sono inedite in Europa – come Anniversary of Hokusai’s Death e Gloves – e la raccolta Araki’s Paradise – fotografie che Araki scatta utilizzando la sua casa come un palcoscenico – è stata appositamente realizzata per Siena: un Araki dunque originale, riflessivo e emozionante che sembra voler riassumere in questa mostra la sua intera vicenda artistica e umana.

Effetto Araki: il percorso espositivo 

Lungo il percorso espositivo troviamo il racconto dedicato a Satchin and his brother Mabo, due ragazzini vicini di casa di Araki, immagini degli anni sessanta; Subway of Love, fotografie scattate nella metropolitana di Tokyo a cavallo degli anni settanta; ritratti classici di eleganti donne e uomini giapponesi e le composizioni intitolate Araki’s Lovers degli anni ottanta e novanta; una raffinata selezione di bondage; le immagini appartenenti a Tokyo Diary del decennio 2000-2010, diario fotografico che Araki aggiorna quotidianamente dal 1980, e la cronaca del 2017 intitolata Anniversary of Hokusai’s Death, in onore del grande pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai. Accanto al toccante Sentimental Journey in versione completa (il racconto del viaggio di nozze con la moglie Yoko in 108 fotografie in bianco e nero), viene proposta per la prima volta in Italia l’altrettanto emozionante lavoro intitolato Sentimental night in Kyoto; e poi ancora l’Amant d’Août, dedicata alla modella Komari; le fotografie realizzate in occasione dei 60 anni dalla fine della guerra, The 60th year after the End of the War, e una ventina di dittici dalla serie Tokyo Nude, architetture simboliche della capitale giapponese accostate a nudi femminili. Oltre alle Polaroid organizzate in tavoli, scatti che narrano del quotidiano vivere dell’artista a Tokyo, compaiono altre due recenti serie dedicate alla sua città natale: Tokyo Summer Story e Tokyo Autumn, brillante e luminosa la prima – come lo è la calda estate della capitale giapponese-, melanconica e intima la seconda, velata di luce crepuscolare.
Con le composizioni floreali, a celebrare la bellezza e la caducità della vita, viene presentata anche la serie Balcony of Love, fotografie organizzate sulla terrazza di casa animate dalla presenza del gatto Ciro, insostituibile compagno di vita del fotografo giapponese. A completare la mostra un video che presenta Araki mentre seleziona le opere della mostra insieme al curatore Filippo Maggia e un libro catalogo, edito da Skirà, con una selezione di 300 opere fra quelle in mostra.

Effetto Araki
Ente promotore Comune di Siena
Siena, complesso museale Santa Maria della Scala
Piazza del Duomo, 1
Fino al 30 settembre 2019
Mostra a cura di Filippo Maggia
Allestimento curato da Opera – Civita
http://www.santamariadellascala.com

La scimmietta che crede di essere un fotografo naturalista

Una simpatica scimmietta che pensa di essere un fotografo naturalista.  La foto che sta facendo il giro del mondo rappresenta una scimmia che, incuriosita dall’apparecchiatura fotografica, decide di trasformarsi in un fotografo, anche se solo per qualche minuto.
Il fotografo e biologo danese naturalista Mogens Trolle si trovava in Indonesia, nella riserva naturale di Tangkoko, a Sulawesi, quando ha immortalato la scena della scimmietta che curiosa si avvicinava alla sua reflex digitale. Il fotografo ha catturato la scena in un video che è stato condiviso su YouTube da Caters Clips: l’animale guarda attraverso il mirino, armeggia con i pulsanti, gira la fotocamera… “Proprio come faccio io quando fotografo” ha commentato Trolle.

Per fortuna la scimmia non ha schiacciato l’otturatore altrimenti ci saremmo trovati di fronte a un nuovo caso di richiesta diritti fotografici come accaduto alla scimmia Naruto

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