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Il fotografo palestinese perde la vista in un attacco delle forze israeliane

Il fotografo Attiyah Darwish è rimasto ferito in un attacco dalle forze israeliane e ha perso la vista nell’occhio sinistro. Per la seconda volta in meno di tre mesi, un fotoreporter palestinese ha perso la vista dopo essere stato colpito dalle forze israeliane durante una protesta. Un contenitore di gas lacrimogeni ha colpito la faccia di Attiyah Darwish nel dicembre 2018 mentre stava riprendendo le proteste settimanali del venerdì nella Striscia di Gaza. Secondo il centro per i diritti umani Al Mezan di Gaza, durante le manifestazioni sono stati uccisi almeno 215 palestinesi, tra cui due giornalisti. Decine di migliaia di altri sono stati feriti.
A Darwish domenica è stato comunicato, dopo le lunghe cure, di aver perso la vista nell’occhio sinistro.”Stavo scattando, poi improvvisamente ho sentito un colpo in faccia seguito da un’esplosione”, ha detto il 32enne alle agenzie di stampa palestinesi. “Sono caduto dal dolore e dallo shock.”
Gli utenti social palestinesi hanno creato l’hashtag #AttiyaEye e #EyeOfTruth in arabo dopo che una popolare campagna di supporto per il fotografo Muath Amarneh è diventata virale lo scorso novembre. Amarneh, giornalista indipendente, è stata colpito alla vista da un proiettile israeliano.
Darwish attualmente lavora per l’agenzia di stampa palestinese Alray . “Non sento la parte sinistra del mio viso e il dolore intenso non mi lascia. Soprattutto quando fa freddo e quando mangio”, ha detto Darwish, aggiungendo che continuerà a scattare fotografie. “Ho ancora un occhio “

Gerhard Steidl vince il Premio “Outstanding Contribution to Photography”

Gerhard Steidl Outstanding Contribution to Photography

La World Photography Organisation ha annunciato che, nell’ambito dei Sony World Photography Awards, il premio Outstanding Contribution to Photography 2020 è stato assegnato a Gerhard Steidl.  Per la prima volta nella storia degli Awards il premio Outstanding Contribution to Photography è stato conferito a un non fotografo: Steidl verrà premiato per il lavoro svolto nel mondo della fotografia e per l’impatto significativo dei suoi libri fotografici.
La casa editrice di Steidl ha avviato un programma dedicato alla fotografia nel 1996,arrivando alla realizzazione di quello che è ora il più vasto catalogo mondiale di libri di fotografia.
Tra i volumi del catalogo figurano le opere di Bruce Davidson, Joel Sternfeld, Robert Frank, Nan Goldin,Berenice Abbott, Robert Adams, Henri Cartier-Bresson.

 

Il Bianco e Nero per la street photography

Street photography

Anche nella fotografia di reportage, il bianco e nero è spesso funzionale al racconto, dato che aiuta a ridurre l’effetto di quegli elementi “distraenti” che potrebbero altrimenti indebolire il soggetto principale. Per esempio, una brillante insegna rossa sullo sfondo potrebbe facilmente costituire un elemento di disturbo in una fotografia a colori, mentre in una fotografia in bianco e nero apparirebbe grigio scuro e si perderebbe tra altri elementi. La sola conversione in bianco e nero può quindi bastare a garantirci immagini più semplici e dirette. I migliori risultati si ottengono, però, con un approccio mirato.

Street photography: a caccia di ombre

Le ombre create dai passanti, dagli edifici e dagli arredi urbani sono ottimi soggetti per il bianco e nero. Dato che le ombre si allungano nelle prime e nelle ultime ore della giornata, sono proprio queste quelle migliori per uscire in cerca di buone foto. Quando fotografiamo le ombre, abbiamo sempre due possibili soluzioni di scatto: includere gli elementi che hanno generato quelle ombre, per creare un contesto, oppure concentrarci solo su di esse, per un risultato più astratto ed enigmatico. È consigliabile sottoesporre l’immagine, da mezzo a uno stop, per fare in modo che la parte scura risulti molto marcata.

Street photography: il controluce

Un’altra buona ragione per scattare a ridosso dell’alba o del tramonto, quando il cielo è basso, è la possibilità di sfruttare il controluce. Questa tecnica è perfetta per creare forti contrasti, spesso accompagnati da ombre interessanti. Scattando in controluce, è normalmente impossibile preservare dettaglio sia nelle zone delle alte luci sia nelle zone delle basse luci, pertanto dovremo decidere quale delle due privilegiare (esponendo di conseguenza). Se vogliamo preservare le alte luci, dovremo sottoesporre, il che creerà delle silhouette; per un buon risultato a questo scopo, dobbiamo cercare soggetti che si prestino all’effetto e studiare la giusta inquadratura. Per esempio, se fotografiamo una persona, scegliamo un’inquadratura di profilo. Nove volte su dieci faremo centro. L’approccio opposto è quello di bruciare le alte luci, mantenendo però dettaglio all’interno delle ombre, il che richiede una sovraesposizione. Questo tipo di scatto enfatizza la luce che inonda la scena, per un effetto quasi etereo.

Immagine in evidenza Fabio di Stefano

Ugo Mulas – Arte e Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!” in mostra a Palermo

Ugo Mulas in mostra a Palermo

L’Orto Botanico del Sistema Mueale di Ateneo (SiMuA) dell’Università degli Studi di Palermo espone una selezione di 60 stampe originali vintage del maestro della fotografia italiana Ugo Mulas. La mostra dal titolo «Ugo Mulas – Arte e Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!”» si apre al pubblico venerdì 24 gennaio alle 18.00 nel Tineo dell’Orto Botanico (via Lincoln, 2), dove resta allestita fino a sabato 14 marzo 2020.  L’esposizione, curata da Maria Chiara Di Trapani, ripercorre nelle sale del Tineo il fermento culturale creato da artisti, critici e intellettuali dal secondo dopo guerra, con una attenzione al lavoro di Ugo Mulas come fotografo ufficiale dell’Esposizione Internazionale d’arte di Venezia dal 1954 al 1970, presentando al pubblico un momento cruciale nella storia dell’arte italiana.  Uno speciale approfondimento propone le sequenze fotografiche realizzate durante i giorni di apertura della XXXIV Biennale d’arte di Venezia del 1968, testimonianze della storica protesta degli artisti partecipanti e della chiusura integrale dei padiglioni espositivi (italiano, svedese, francese, inglese, etc.) in rivolta contro il vecchio sistema culturale sancito dallo statuto della Biennale.

 

Per maggiori informazioni www.unipa.it

La torre di Pisa in uno scatto a 190 chilometri di distanza

La torre di Pisa visibile in una foto scattata dalla Corsica, a 190 chilometri di distanza. Stiamo parlando dell’incredibile scatto del fotografo naturalista Antoine Mangiavacca. Il fotografo è salito sul monte Cinto e, con un obiettivo a infrarossi, è riuscito a fotografare la costa e l’entroterra toscano, in cui sono riconoscibili i monumenti di Piazza dei Miracoli.
La fotografia, pubblicata qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook Klape, è stata scattata nel 2018 dal monte Cinto, in Corsica: “Nel 2018 sono riuscito a fotografare la Torre di Pisa, il Battistero e il Duomo dalla bellezza di 190 km di distanza. È una fotografia a infrarossi scattata con una focale equivalente di 1000 mm. Probabilmente è l’unica foto simile esistente. In primo piano si vedono i rilievi di Capo Corso e la punta sullo sfondo è il Corno alle Scale, a 246 km di distanza”.

Nello scatto Mangiavacca ha inserito la ricostruzione di piazza dei Miracoli e l’ingrandimento dalla sua foto.

“Il Cuore Nobel delle Donne”, mostra fotografica su Rita Levi Montalcini

Rita Levi Montalcini, una delle più grandi scienziate del XX secolo

Il 24 gennaio sarà inaugurata a Roma una mostra fotografica dedicata a Rita Levi Montalcini, una delle più grandi scienziate del XX secolo, l’unica italiana a essere stata insignita nel 1986 del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia, la prima donna a essere stata ammessa all’Accademia Pontificia.
Oltre 40 immagini della Professoressa ritratta dal fotografo Maurizio Riccardi in varie occasioni, nella sua casa e tra i suoi ricordi, durante i numerosi eventi organizzati per festeggiare il traguardo dei suoi 100 anni, fino alle foto proiettate sul Colosseo il 31 dicembre del 2012, il giorno dopo la sua scomparsa.

Maurizio Riccardi

MAURIZIO RICCARDI (1960), fotografo, è direttore dell’Agenzia di documentazione fotografica Agr. Dirige l’Archivio Riccardi e opera su tutta la sfera della comunicazione multimediale. Fra le sue mostre “Vita da Strega”, “I papi santi” e “Donne & lavoro”. Ha pubblicato numerosi libri tra cui Africa perché (New Media, 2008), San Giovanni Paolo II. Il Papa venuto da lontano (Armando, 2014), e con Giovanni Currado I tanti Pasolini (Armando, 2015), Gli anni d’oro del Premio Strega (Ponte Sisto, 2016), Il popolo della Repubblica (AGR, 2017), Aldo Moro | Memoria Politica Democrazia (AGR, 2018) e Italia al voto | Quando il web era la strada (AGR, 2019).

Dal 24 Gennaio 2020 18:30 – 31 Gennaio 2020 20:00
SPAZIO5,Via Crescenzio 99, 00193 Roma RM

Rino Barillari: The King of Paparazzi

Rino Barillari

Rino Barillari sarà pure diventato un re, ma per lui la vita non è stata poi così dolce. Dopo mezzo secolo abbondante di caccia fotografica ai vip e tanta cronaca – oltre a un centinaio di ricoveri al pronto soccorso, undici fratture e settantasei fotocamere ridotte a pezzi – the king of paparazzi, al secolo Rino Barillari, continua a macinare chilometri girando a piedi per le vie del centro di Roma con la sua attrezzatura da lavoro in spalla. «Si fa presto a dire paparazzo!», dice. «Ore di inseguimenti, appostamenti, con il sole e con la pioggia, in ogni momento della giornata e dell’anno, e con il rischio di prendere botte (…). È un mestiere duro il mio, ingiustamente bistrattato». Negli anni della dolce vita romana, la riserva di caccia per lui e per altri impavidi fotografi come Tazio Secchiaroli, Marcello Geppetti e Antonio Tridici è via Veneto, con i suoi locali pieni di divi e di rampolli con tanta voglia di divertirsi e di mostrarsi. Barillari è arrivato a Roma nel 1959, scappando da casa con altri due amici. «Avevo quattordici anni, non sapevo neppure attraversare la strada e parlavo solo il dialetto del mio paesino in Calabria». Comincia a lavorare con gli scattini, i fotografi che ritraggono i turisti davanti ai monumenti. Ma vuole fare di più. Alla fine degli anni Cinquanta il boom economico ha reso l’Italia un Paese più spensierato e libero. Al cinema danno i musicarelli e i sandaloni e i loro protagonisti appaiono anche su rotocalchi e fotoromanzi. Nella Città eterna, oltre all’andirivieni di aristocratici, intellettuali, artisti e sovrani in esilio, arrivano attori e registi stranieri per girare i loro film negli studi di Cinecittà. La sera si ritrovano in via Veneto, all’Harry’s bar, al Cafè de Paris o al Caffè della Pace, e Rino va a fotografarli. Non sempre esce indenne dai suoi appostamenti. Ancora minorenne, la rissa con Peter O’Toole ubriaco che gli spacca un orecchio lo rende famoso. Intanto vende i suoi negativi all’Ansa, all’Associated Press, alla Reuters. «Il mio segreto? Non ho fatto il playboy. Ho lavorato sodo. Altri, invece, non avevano pazienza di aspettare e dopo un po’ andavano via con qualche ragazza. E poi non sono mai diventato troppo amico di un personaggio per non avere vincoli sul lavoro». La dolce vita è una parentesi favolosa e intensa, ma dura pochi anni. L’Italia deve far fronte a nuovi problemi: la contestazione, i sequestri di persona, il terrorismo. Anche il lavoro di Barillari cambia. Di giorno si occupa di cronaca nera e di notte continua a inseguire i vip nei locali del centro o nei salotti della “Roma bene”. Mentre si occupa di cronaca subisce aggressioni ben più gravi di quelle di via Veneto. «Negli anni di piombo ho scattato foto scomode, per questo mi hanno accoltellato e sparato», racconta. «Poi è arrivata la Seconda Repubblica con politici nuovi, non più grigi personaggi da scrivania ma gente che ama la bella vita». Smetterà mai il re di inseguire le “stelle”? «La guerra è guerra. Smetterò di fare il paparazzo solo quando non riuscirò più a fronteggiare la concorrenza. Oggi vinco ancora io. Vincono il mestiere, la testa e le gambe».

Immagine in evidenza
Il body guard di Claudia Schiffer, seduta al tavolo del Bolognese , “innaffia” il paparazzo, 1994

Fotogiornalismo di guerra: per ricordare che il mondo è anche un inferno

Un campo base Vietcong brucia

Fare il fotoreporter di guerra non è facile. Entri ed esci dalle follie del mondo di continuo. Il giorno prima sei seduto con i tuoi cari a guardare la televisione e il giorno dopo ti ripari dalle schegge di una bomba mentre intorno a te i feriti urlano di dolore. E prima che tu li possa aiutare li devi fotografare. Perché questo è il mestiere di un fotoreporter di guerra. Un mestiere vecchio quasi quanto la storia della fotografia. Infatti il potere straordinario del nuovo mezzo viene immediatamente intuito dal potere. È l’esercito di sua maestà britannica che per primo ingaggia un fotografo per raccontare un conflitto, quello di Crimea. Ed è Roger Fenton, il primo fotografo autorizzato e obbligato a stare al seguito delle truppe, che accetta l’incarico nel 1855. Nasce così ufficialmente la fotografia di guerra. E la sua iconografia classica: foto in posa e paesaggi, perché i limiti dello strumento non permettono nient’altro. Ma che tuttavia rendono un’importante servizio alla storia come le foto realizzate da Alexander Gardner che ha immortalato la guerra di secessione americana e la scoperta dei nuovi territori indiani dell’Ovest. Le potenzialità del nuovo mezzo sono intuite anche dall’editoria: si moltiplicano le testate dei giornali illustrati nel nord Europa e nei paesi anglosassoni. Il fotografo John Burke, ad esempio, testimonia la guerra afgana del 1878 con l’album “The Afghan War”. Alla fine dell’800 lo strumento si evolve: i tempi di esposizione si accorciano, le lastre possono essere preparate molto prima e sviluppate molto dopo.

Nasce il fotoreportage contemporaneo

Nasce il fotoreportage contemporaneo: l’attimo è finalmente colto in movimento. E si sviluppa la rete: fotografi free-lance forniscono alle agenzie immagini che vengono distribuite ai giornali. Già con il primo conflitto mondiale la fotografia di guerra delle origini raggiunge la sua maturità espressiva con risultati di una qualità e modernità eccezionale. Mentre le foto della seconda guerra mondiale diventano già a colori avvalendosi di una tecnica acquisita nel 1936 grazie alle pellicole della Agfacolor. Dunque il fotoreportage di guerra come oggi lo concepiamo non se l’è inventato Robert Capa negli anni ’30 durante la Guerra di Spagna come vuole la leggenda. Ma è negli anni ’30 che si afferma il concetto del fotografo di reportage come autore e artista che ha il diritto di firmare la sua opera. Ed è ancora con Robert Capa e i suoi colleghi della Magnum che inizia formalmente il dibattito sulla figura del fotoreporter e sulla sua autonomia espressiva. Che tradotto significa la libertà di essere una continua spina nel fianco dei governi. Se ne accorge l’America con la guerra in Vietnam. L’appoggio al conflitto finisce quando i genitori, nelle immagini dei fotoreporter, guardano in faccia i loro figli disperati mentre stanno per morire. L’editoria fotografica internazionale, con la rivista americana Life a fare da traino, sarà in continua espansione fino agli anni ‘70. Ma è proprio in quegli stessi anni che comincia anche la sua lenta decadenza durata fino a oggi. A toglierle lo scettro di regina dell’informazione è il mezzo televisivo a colori, un concorrente formidabile. Le grandi riviste che vivono di fotoreportage chiudono una dopo l’altra. I soldi sono sempre meno. E la crisi economica mondiale del 2008 certo non ha aiutato. Ma il fotogiornalismo di guerra ciononostante non è scomparso. A tenerlo in vita un possibile futuro offerto dai nuovi mezzi di informazione dell’era digitale, sempre affamati di immagini. E soprattutto i fotografi che credono ancora nella loro missione: ricordarci che il mondo è anche un inferno.

Dennis Hopper: un attore che ha fotografato per indagare la propria inquietudine

Paul Newman by Dennis Hopper

Per gli attori come Dennis Hopper cominciava, alla fine degli anni  50, con la crisi del cinema classico hollywoodiano, un periodo buio dovuto alla necessità di riorientarsi nel lavoro, ma soprattutto nella vita. Bisognava cambiare pelle, approccio, presenza nel mondo come persona oltre che come attore, per cui tra il 1961 e il 1969 non lavorò molto per il cinema e la televisione, ma si dedicò moltissimo alla fotografia con il desiderio di indagare la propria inquietudine. Narra la leggenda che la sua prima macchina fotografica la ricevette in regalo da James Dean; pare invece accertato che fu un regalo della prima delle sue cinque mogli in occasione del suo venticinquesimo compleanno. Da quel momento Dennis Hopper cominciò a documentare la trasformazione dell’America da Paese vincitore della Seconda guerra mondiale, impegnato in Vietnam, sostenuto da Dio e da famiglie sorridenti con casetta e giardino, in un Paese dove le giovani generazioni cominciavano a produrre orizzonti di senso contrari a quelli seguiti dai propri genitori.

Dennis Hopper: fotografava, sviluppando nei drugstore,

Fotografava, sviluppando nei drugstore, i primi gruppi di paesaggi urbani desolati, biker tatuati, musicisti come Miles Davis, Ike e Tina Turner, Byrds, Jefferson Airplane, Grateful Dead e i raduni del movimento hippy a cui sentiva di appartenere. Ci sono anche i ritratti degli amici famosi Jack Nicholson, Paul Newman e scatti del matrimonio a Las Vegas della sua amica Jane Fonda con Roger Vadim. Nel frattempo documenta anche se stesso con una serie di autoritratti in cui appare bellissimo e sempre più sull’orlo del precipizio. Questo non gli impedisce di continuare a stare al centro del cambiamento: è nelle università durante i tumulti e si troverà anche a Selma, in Alabama, città da cui partì la marcia per i diritti civili capeggiata da Martin Luther King. Nel 1968 torna sul set per dirigere e interpretare Easy Rider  che esce nel 1969, il primo film che cambierà il cinema americano e che indicherà a una generazione come arginare, purtroppo solo per un breve periodo, il potere ignorante delle grandi major e che dimostrerà come autoprodurre film di successo. Finiranno ammazzati, ma questi motociclisti non sono dei banditi e il loro viaggio verso il carnevale di New Orleans esprime il desiderio di chiamarsi fuori dalla religione delle merci e dai credo dell’Occidente. Easy Rider  ebbe un successo enorme e attualmente è all’ottantaquattresimo posto nella classifica dei migliori cento film americani stilata dall’American Film Institute. Terminato il film, Dennis Hopper sparisce a Taos nel New Mexico da dove lo stanerà Coppola per Apocalypse Now . Fu così sorpreso dal suo lavoro, nonostante lo avesse fatto impazzire, da richiamarlo per recitare nel ruolo del padre di Matt Dillon in Rusty il selvaggio . Marlon Brando, il colonnello Kurtz, non voleva essere sul set con Hopper perché non sopportava le sue improvvisazioni e anche gli altri gli stavano un tantino alla larga perché non si lavava. Probabilmente aveva deciso di calarsi davvero nei panni di un fotoreporter che viveva in mezzo alla foresta della Cambogia sendaza doccia e con un comandante fuori controllo. La cosa curiosa è che poi Dennis Hopper diventò repubblicano e solo alla fine si rappacificò con i democratici sostenendo Obama. Seguendo la sua storia forse si intuisce quale sarebbe potuto essere anche l’iter del suo amico James Dean, a cui Dennis Hopper avrebbe voluto assomigliare.

Un consiglio: ascoltate la colonna sonora di Apocalypse Now , immergetevi in quella energia, e fotografate ciò che fa capire da che parte state.

Fulvio Roiter: Il sublime quotidiano

Bruges (Belgio), 1961 ©Courtesy Archivio Storico Circolo Fotografico La Gondola
Bruges (Belgio), 1961 ©Courtesy Archivio Storico Circolo Fotografico La Gondola

Fulvio Roiter e la fotografia

Cresciuto nel fertile humus fotoamatoriale del Dopoguerra, Fulvio Roiter è diventato professionista con il reportage di viaggio in cui rivela il suo innato senso estetico e la capacità di cogliere il lato sorprendente della prosa quotidiana.
«Voglio andare in Sicilia per vedere se posso fare il fotografo o il chimico», disse una sera a suo padre che sognava per il primogenito un futuro meno duro e incerto del suo, nel nascente polo petrolchimico di Marghera. Era il 1953 e il giovane Fulvio viveva a Meolo, nell’entroterra veneziano. Proprio suo padre una decina di anni prima gli aveva regalato una modesta Welta 24×36 con cui, da autodidatta, aveva ripreso in lungo e in largo il suo territorio. Alcune di quelle immagini le aveva portate al Circolo Fotografico “La Gondola” di Venezia, dove era riuscito a catturare l’attenzione di Paolo Monti e Gino Bolognini. I due finiscono per “adottarlo” mettendogli a disposizione la loro cultura, i loro libri e le conoscenze tecniche nella ripresa e nella camera oscura. Tornando a quella sera d’inverno del 1953, Fulvio Roiter ottiene il benestare del padre per il suo viaggio in Sicilia. Ma si tratta di un ultimatum: al ritorno dovrà decidere cosa fare da grande. Sull’isola Fulvio trova un’Italia ancora arretrata che per la sua ripresa non punta all’industrializzazione come al Nord ma alla riforma agraria e a sterili politiche assistenziali. Percorre tutta la Sicilia in bicicletta e, scatto dopo scatto, costruisce un ricco e vario percorso visivo. Dopo quasi due mesi rientra a Meolo e si affretta a sviluppare e a stampare in casa le sue fotografie. Ne spedisce un pacchetto alla prestigiosa casa editrice svizzera Guilde du Livre e aspetta; da quella risposta dipende il suo futuro. Finalmente il direttore gli scrive entusiasta, proponendogli di includere alcuni ritratti di bambini siciliani in un libro di prossima uscita. Inizia così una fruttuosa collaborazione con l’editore di Losanna che l’anno seguente pubblica il volume Venise à fleur d’eau e, subito dopo, Ombrie. Terre de Saint François con cui riceve a Parigi il Premio Nadar nel 1956. A questi seguiranno molti altri volumi di fotografie riprese in Italia e all’estero, in Spagna, Messico, Brasile e Turchia, dove, più che alimentare immaginari esotici e lontani, rivela la sua indole di cacciatore di bellezza, pronto ad accogliere in modo istintivo lo stupore con cui la realtà si presenta ai suoi occhi. Il tempo e l’esperienza, il ritorno nei suoi luoghi come Venezia, sua città di adozione, o in Paesi già visitati come il Brasile, non hanno mai tolto freschezza alle sue fotografie. «Dicono che l’abitudine distrugga l’occhio, che finisci con il non vedere niente. Può darsi, ma non vale per me, forse perché non ho mai perso la curiosità e la capacità di emozionarmi», diceva qualche anno fa. Un’idea questa che filtra nei suoi scatti essenziali e poetici della realtà, grazie ai quali ha lasciato una traccia profonda nella storia della fotografia italiana.

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Bruges (Belgio), 1961 ©Courtesy Archivio Storico Circolo Fotografico La Gondola

Noah Kalina, il fotografo che ha scattato un selfie ogni giorno per 20 anni

Noah Kalina

Il fotografo Noah Kalina ha presentato il suo ultimo lavoro: un video di 8 minuti dove presenta 20 anni della sua vita. Il fotografo, infatti, ha deciso di scattarsi un selfie tutti i giorni e mostrare al mondo il risultato in soli 8 minuti.  Il video include 7.263 foto e il progetto continua a essere in corso d’opera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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