Studentesse in una scuola, Polonia, 1962 ca. Archivio Caio Mario Garrubba
Studentesse in una scuola, Polonia, 1962 ca. Archivio Caio Mario Garrubba

Caio Mario Garrubba: colui che cercava nei volti della gente la speranza del cambiamento

«Oggi ho fatto delle belle foto. Senza la macchina fotografica, però…». Ogni tanto Alla Folomietov Garrubba si sentiva dire questa frase da suo marito Caio Mario al rientro dalle passeggiate che faceva nei vicoli di Spoleto, prima che la malattia compromettesse del tutto la sua vista e i suoi movimenti. Nella cittadina umbra si erano trasferiti da Roma nel 1996. Da allora lui ha continuato a “scattare” senza la sua Leica ma con il suo intuito, il suo senso critico, il suo fervore ma anche «(…) la sua tenerezza talvolta ingenua che ha conservato fino alla sua scomparsa, nel maggio del 2015», racconta Alla.

Caio Mario Garrubba: il fotografo che inseguiva il cambiamento

Per più di quarant’anni Garrubba ha inseguito il cambiamento. Nella carriera, così come nella vita, prende le distanze dalle sue origini borghesi – che pure gli avevano concesso il privilegio della cultura e l’amore per l’arte – e sostiene il pensiero politico e rivoluzionario di sinistra. Senza completare gli studi universitari si iscrive al Partito Comunista e trova lavoro in un giornale della CGIL. Negli anni Cinquanta il suo amico gallerista di Roma Plinio De Martiis lo incita a scattare e lui parte per la Spagna franchista con una Rolleiflex al collo. Quasi digiuno di tecnica, torna con pochi scatti e una certezza: lasciare il giornalismo scritto per diventare un reporter. Insieme a De Martiis, Franco Pinna e al suo amico Nicola Sansone, fonda il Collettivo di Fotografi Associati, un esperimento di “socialismo fotografico” in cui tutti lavorano e guadagnano in base alle rispettive capacità e bisogni. Il collettivo ha vita breve, così lui continua la sua avventura fotografica autonomamente. Arrivano gli anni della Dolce Vita a Roma. Ne fotografa i protagonisti con garbo, alla giusta distanza, evitando il fare rapace del paparazzo. Il suo approccio piace soprattutto alle riviste tedesche e francesi che comprano quegli scatti e, in seguito, i reportage che realizza in tutto il mondo. In Italia, invece, è pressoché ignorato e continuerà a esserlo per molti anni. Segue le vicende dell’Est europeo e nel 1961 in Polonia incontra Alla Folomietov, all’epoca aiuto regista, che l’anno dopo diventerà sua moglie e assistente. Insieme viaggiano in U.R.S.S. e in altri Paesi. Nel 1959 è uno dei pochissimi fotografi occidentali a entrare nella Cina di Mao. Più tardi, a Parigi incontra Cartier-Bresson che dà la benedizione alla bozza del suo libro sul socialismo reale, suggerendogli persino l’immagine di copertina: la foto della colomba che spunta da una valigia, scattata in un mercato di Mosca. Caio Mario Garrubba era fotografo nell’animo. Non era bravo a vendere le sue fotografie ma le sapeva fare. Generoso e schivo, ha creduto nella rivoluzione cogliendone le speranze nel volto della gente comune, senza svenderla a chi non l’avrebbe capita ma solo strumentalizzata. Non ha cercato l’effetto dell’icona ma il respiro lungo della storia. Raffinato ma mai distaccato, ha sperimentato il fascino dell’immediatezza senza restare in superficie. «Era un uomo per bene», ricorda sua moglie Alla. «E gli uomini per bene sono sempre dalla parte del giusto. Anche se gli altri non se ne accorgono».

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