La fotografia italiana si mostra: l’autorialità del bel paese è raccolta da M9. Editoriale di Denis Curti

La fotografia italiana si mostra

Mi hanno chiesto di pensare a un grande evento che desse evidenza del valore e dell’impegno autorale. Un anno fa ho iniziato a selezionare i nomi che hanno scritto la storia della fotografia in Italia nell’arco di un secolo – vi assicuro che non è stato facile, avendo dovuto escludere comunque delle grandi firme visto un limite numerico – e di comporre in un mosaico visivo le esperienze che potessero offrire il volto di una nazione. La ricerca mi ha costretto a scegliere la direzione del racconto e a stabilire una modularità e un’articolazione, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, fra gli autori e i relativi contesti culturali. In queste pagine cercheremo di dare conto di tutto questo, nella convinzione di dover incorrere in una parzialità inevitabile. L’occasione è stata anche quella di approfondire un tema di carattere storico: Quanto è italiana la fotografia italiana?

Quanto è italiana la fotografia italiana?

Le ricerche svolte dal giornalista Michele Smargiassi hanno dato un esito che non lascia dubbi: all’inizio la fotografia in Italia o almeno quella degli esordi e poco oltre, parla francese. Nel ritardo italiano fioriscono studi, atelier, botteghe, grandi e piccole. Tutte attività di mestiere, animate da un intento puramente classificatorio, prive di un carattere a eccezione degli Alinari a Firenze e dei Villani di Bologna. Contagiati dallo spirito cavouriano, i fotografi furono chiamati a colmare una lacuna identitaria: fatta l’Italia si doveva far conoscere con l’immagine la nazione agli italiani. Il carattere nazionale doveva emergere da un censimento corale che spesso si rivelò lacunoso e incompiuto. Nell’approfondita ricerca di Michele Smargiassi che arricchisce il catalogo che accompagna la mostra si coglie che anche durante il regime fascista, nazionalizzando lo sguardo fotografico sul Paese e lasciando il resto all’innocuo giocherellare dei pittorialisti tardivi, fu posta una pietra tombale sullo sviluppo di una cultura fotografica italiana consapevole di se stessa, proprio in un momento in cui la fotografia internazionale sviluppava i linguaggi e i generi della sua modernità – tra le poche voci fuori dal coro si rileva l’indagine di Ermanno Scopinich nel sondare le profondità segrete e semisconosciute di quel territorio di sperimentazione che diede i natali ad alcune menti straordinarie –. Fino all’ultimo dopoguerra – scriverà Bertelli nel libro La nascita della visione, in Italia: ritratto di un paese in sessant’anni di fotografia – «pesa sulla fotografia italiana […] un anonimato che ne fa quasi un’opera collettiva, […] che autorizza a parlare della fotografia che precede il 1950 come in altre età storiche si parlerebbe del mosaico o della pittura parietale». Dobbiamo attendere gli anni del boom economico e oltre per cogliere un’uscita dal ghetto della periferia e proporsi, in un tempo relativamente breve, nel confronto internazionale. Ed è di enorme importanza – e al contempo rivelatore –, che questo processo di emersione e di indipendenza sia passato in grande misura per le stesse strade che avevano costretto la fotografia italiana al suo opposto, il conformismo e l’omologazione dello sguardo: quelle della fotografia del paesaggio, della città, del territorio. In fin dei conti, sottolinea Smargiassi, quel che di italiano c’è nella fotografia italiana forse consiste in questo paradosso, di essere cioè una fotografia «fuori di sé», che ha saputo approfittare di una storia senza spiccate connotazioni per emanciparsi da ossessioni nazionaliste e scioviniste, farsi camera d’eco intelligente, che raccoglie, rivive e rilancia le tensioni di un medium a vocazione planetaria. La storia della fotografia italiana potrebbe essere letta allora come un percorso di liberazione da una condizione di oggetti destinatari e perfino vittime dello sguardo altrui; una lunga, secolare lotta di spiazzamento, in senso proprio: da oggetti a soggetti, da destinatari a protagonisti di un linguaggio che, quando è stato nazionale, lo è stato quasi sempre in funzione aggressiva, coloniale, imperialista.

M9
via Giovanni Pascoli 11
30171 Venezia Mestre


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