©Gus Powell

Family Car Trouble. Powell ci racconta la sua famiglia

Family Car Trouble (TBW Books, 2019) è la terza monografia dell’autore ed è una narrazione intima della propria famiglia. Le immagini della moglie e delle due figlie si accompagnano alle fotografie del padre malato. Una storia privata che l’autore intreccia con la presenza della macchina, una vecchia Volvo station wagon chiamata Jimmy, costantemente in panne. Il libro si presenta come un classico romanzo, con tanto di raccomandazioni per la lettura e biografia dell’autore sui risvolti di copertina. Presentato a Parigi nel novembre 2019, è stato scelto come miglior libro dell’anno da autori del calibro di Alec Soth e Christian Patterson.

Da dove è nata l’ispirazione? Dalla tua famiglia o dalla tua macchina?«Le immagini nascono sempre dalla vita che mi scorre davanti agli occhi. Pensavo che tre metri e mezzo fossero la mia distanza ideale dalle cose. Poi sono arrivate le bambine e le ho osservate imparare a usare i cinque sensi proprio mentre vedevo mio padre perderne progressivamente il controllo e ho capito che avevo guardato la vita da una distanza di tre metri e mezzo perché era a quella distanza che avevo vissuto. Sapevo di voler fare qualcosa con le fotografie che avevo scattato alla mia famiglia, ma non avevo ancora intuito le coordinate di quel lavoro. Poi è arrivato uno di quei giorni rari e preziosi in cui senti l’urgenza del fare e riesci a rispondere positivamente».

Gus Powell
© Gus Powell

Il poeta italiano D’Annunzio scrisse che «l’Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza». Hai chiamato la tua macchina Jimmy.
Cosa rappresenta l’auto per te e perché è maschile?
«Comprai la macchina perché avevo bisogno di portare mia figlia, che aveva 6 mesi, dalla bisnonna che allora aveva 94 anni – oggi ne ha 103 e spero di avere ereditato i suoi geni – a Clymer, in Pennsylvania. Clymer è proprio accanto a Indiana, la città natale di James Stewart. Nel centro della città hanno sistemato un’enorme statua dedicata all’attore. Lì ho comprato un portachiavi di Jimmy a cui è attaccata, ancora oggi, la chiave della Volvo».

Gus Powell
©Gus Powell

Fin dalle prime pagine trascini i lettori dentro la storia. Tuo papà e tua figlia si guardano l’un l’altro a cavallo di una pagina, come se si accordassero segretamente su qualcosa, e poi compaiono insieme, rivolgendosi direttamente a noi e invitandoci a entrare. Nell’ultima immagine siamo seduti in macchina accanto a te e Arielle e guardiamo le ragazze attraverso il vetro. Fuori, davanti a noi, la luce è bellissima, si vede il mare. Le due ragazze trasmettono un meraviglioso senso di libertà. Perché non ci fai uscire, perché ci fai restare in macchina?«A volte ho la sensazione che la fotografia non sia altro che la decisione di dove fissare i quattro angoli dell’inquadratura. Un finestrino di un’auto può fare la stessa cosa al posto tuo, senza bisogno di una macchina fotografica. Un’inquadratura su ruote. Come uno schermo cinematografico, il più delle volte per un pubblico di una sola persona. Guardare le mie figlie attraverso quel parabrezza sporco, un anno o più dopo la morte di mio padre, sedute sul caldo cofano dell’auto, vicine a me, ma anche lontane in un mondo esterno tutto loro, è stato bellissimo. Avevamo viaggiato insieme fino a un attimo prima, ma avremmo ricordato l’arrivo in modo diverso. Girando la pagina siamo ancora nello stesso posto ma ora una delle bambine si è alzata e ha aperto le braccia, mentre l’altra guarda più lontano, verso l’orizzonte. Poterlo vedere è stato un grande regalo. Le bambine sono al di là di un vetro che non riuscirò mai a pulire del tutto, si protendono verso uno spazio e un tempo sconosciuti che la presenza del mare e dell’orizzonte suggeriscono».

Leggi l’intervista completa su Il Fotografo#321 o acquista la versione online qui.


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