Albania
1992, Durazzo, Albania Dall’Italia sta arrivando una nave carica di albanesi. Tra i passeggeri che scendono, un uomo urla, cerca, chiama; inizia a correre e io lo seguo. Dalla folla in attesa esce il fratello. I due si abbracciano, cadono a terra, in ginocchio. I volti nascondono il pianto, la rabbia, la fine delle illusioni. Vedo il passaporto stretto fra le dita, un lasciapassare sognato a lungo. In pochi giorni, il simbolo della sconfitta

Il fotogiornalismo è formarsi per informare. La riflessione di Mauro Galligani

Il celebre fotoreporter di Epoca – vi ha lavorato dal 1975 al 1997 – e collaboratore di Life sottolinea l’importanza del ruolo del fotogiornalista nel mondo della comunicazione contemporanea. È d’obbligo, secondo il suo pensiero, considerare questa professione, prima di tutto, dal punto di vista dell’informazione mediatica. Un percorso nel quale devono maturare anche delle chiare competenze narrative per esporre in modo appropriato una storia per immagini, una narrazione visiva corretta, offrendo al lettore tutti gli elementi utili alla comprensione di ogni situazione investigata. C’è la necessità di rivedere i fondamentali di una professione che perde consenso e valore ogni giorno di più. Mauro Galligani, reporter di grande esperienza, ci aiuta a far luce sul significato dell’essere fotogiornalista.

Quando hai scoperto l’amore per la fotografia? Ho frequentato la Scuola di Cinematografia di Roma. Alla fine del percorso di studi ci si diploma in direzione della fotografia, ma non era per me. La storia la narra il regista, non chi gestisce le luci sul set. Decisi, quindi, di cambiare strada perché il mio desiderio era di creare dei racconti per immagini, avendo il controllo di tutto, dall’inquadratura alla costruzione della storia. Sono stato per un breve periodo all’agenzia Italia a Roma e successivamente mi sono trasferito a Il Giorno di Milano. Tutti i giornalisti che erano lì sono passati poi a la Repubblica, come Bocca, Panza, Valli e altri. Fondamentale è stato il mio impegno a Epoca, dove sono stato una vita. Qui ho lavorato con Gianni Mura, Alberto Baini, Enrico Deaglio e tanti altri e l’insegnamento di questi grandi giornalisti così come dei colleghi de Il Giorno è stato molto significativo. Quando la testata ha chiuso, sono stato chiamato come picture editor a Panorama.

Afghanistan
1979, Kabul, Afghanistan Pochi giorni dall’invasione sovietica, davanti al carcere di Pule Charkhi, i parenti dei detenuti politici sono in attesa della loro scarcerazione

Com’è il mestiere del fotoreporter? Complicato. In Italia è una professione che se non è già morta, sta morendo. Bisogna essere prima di tutto un giornalista, poi un fotografo. È necessario saper raccontare una storia visiva, dando nello stesso tempo tutte le informazioni utili. C’è un parallelo tra il giornalismo per immagini e il giornalismo scritto, nel senso che un racconto si può scrivere in modi differenti. L’importante è essere sempre chiari e, prim’ancora, ben informati su cosa si va a fotografare. Su tutto. Fondamentale è conoscere la storia di quel luogo e degli eventi. Le immagini devono avere un contenuto di valore informativo altrimenti non valgono nulla. È la ragione per la quale in Italia i direttori dei giornali non comprano più fotografie. E fanno benissimo. Si affidano, abbonandosi a un servizio, a importanti agenzie straniere che sono cresciute nel tempo e che hanno al loro interno reporter validissimi. In Italia, le agenzie, anche le più importanti, non parlano di fotogiornalismo, ma di progetti, di percorsi – un cumulo di cose perlopiù campate per aria –. L’avvento del digitale, inoltre, ha avuto un peso determinante nell’ammazzare definitivamente questa professione.

Cosa significa essere fotogiornalista? Per me, anzitutto, è fare una fotografia e inquadrarla in quel momento. Tutto nasce nell’obiettivo e nell’istante in cui si scatta. Non si devono mettere le persone in posa e non si può utilizzare altra luce se non quella esistente. I fotografi seri queste regole basilari le hanno fatte proprie. La tecnologia oggi consente di scattare una foto banale per poi, in post- produzione, estrapolarne un’inquadratura, cosa che con la pellicola era impossibile. Potrò sembrare eccessivo, ma per me non è più fotogiornalismo. Molti colleghi oggi si lamentano perché le redazioni mandano i giornalisti con il telefonino a realizzare le foto. Invece è giusto anche quello perché il giornalista ben conosce le regole di questa professione e non scatta con l’idea di poter vincere un premio o di gratificare il photoeditor. Oggi, i photoeditor, salvo alcune eccezioni, sono ben poco competenti. Mancano del senso giornalistico e, per giunta, insegnano, creando così una catena a peggiorare. Non so se si rimetterà mano a questa professione, ma bisognerebbe cambiare tutto partendo da chi ricopre l’incarico di photoeditor, mettendo a capo di questo ufficio un giornalista, data la responsabilità di scegliere a chi assegnare un servizio e di decidere gli scatti da pubblicare. È una professione che richiede un grande sacrificio e oggi non c’è quasi più nessuno disposto a questo.

Nicaragua
1987, Peñas Blancas Costa Rica. Marito e moglie si abbracciano attraverso “la rete della vergogna”
che separa Costarica e Nicaragua. A nove anni dalla rivoluzione sandinista, i nicaraguensi calano verso sud cercando di passare
il confine. Ogni giorno, in centinaia si ammassano lungo la rete per raccogliere il cibo portato dai parenti più fortunati, quelli che sono riusciti a oltrepassare la frontiera

Senza dimenticare la soggettività dello sguardo. Non bisogna dimenticare che in questa professione ciascuno fotografa secondo la propria personalità. Per assurdo, è più facile fotografare la guerra che dare l’idea di una situazione quotidiana. Si parte per la guerra accompagnati da un coro – e lo dico con tantissima autocritica rispetto al mio passato –. Non dovrebbe mai capitare che il corrispondente di guerra vada a cercarsi la gloria alle spalle degli altri. E aggiungo, in zone di conflitti armati non bisogna andare senza la commissione di un giornale – lo ritengo immorale –.

Cosa suggerirebbe a un giovane che desidera avvicinarsi a questa professione? Avendo fatto circa sette-otto volte il giro del mondo si imparano un bel po’ di cose e ci si accorge da vecchi di non averne imparate abbastanza. Si parla di voto ai sedicenni, invece sarei dell’idea di toglierlo ai diciottenni. C’è poca cultura. Alcuni giovani studiano benissimo la loro materia, ma poi sanno pochissimo del resto. In Italia ci sono sempre le stesse persone che si occupano di fotografia. Purtroppo hanno in mano tutta la cultura della fotografia e continuano a dire sempre le stesse cose. I giovani che intendono intraprendere questa professione non possono rimanere in Italia altrimenti devono compiacere i soliti noti. Credo che l’unica strada oggi sia di andarsene negli Stati Uniti. È un altro mondo, professionalmente parlando. Ci vorrebbe una bella rivoluzione culturale. Ricominciare da capo. Inoltre, ai giovani bisognerebbe dare anche la prospettiva di lavorare nel fotogiornalismo in maniera seria. Fra loro ci sono grandi potenzialità. La storia è fondamentale. Oggi, abbracciare subito la professione diventa autoreferenziale. Devono scoprirsi, scoprendo il mondo.

di Raffaella Ferrari

Mauro Galligani

Mauro Galligani

Frequenta il corso di direttore della fotografia presso la Scuola di Cinematografia di Roma. La storia del cinema e i maestri del Neorealismo formano la qualità filmica dei suoi reportage. Dopo la collaborazione con l’Agenzia Italia entra a Il Giorno ed è a contatto con la migliore scuola di giornalismo italiano che, da allora, segna la coerenza e lo stile di ogni suo servizio. Nel 1971 passa alla Mondadori. Epoca è il suo giornale dal 1975 al 1997, anche in qualità di picture editor. Per questa testata segue i grandi avvenimenti della cronaca internazionale. Alla chiusura di Epoca passa a Panorama come picture editor. Per molti anni ha collaborato con Life.


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