Fotografi di guerra: scattare per testimoniare

Quando un film racconta una guerra moderna non può esimersi dal narrare anche il personaggio del fotografo. Un fotoreporter di guerra è qualcosa di simile al soldato di ventura, un odierno mercenario che rischia la vita per guadagnarsi da vivere, ma anche moderno Don Chisciotte che con il suo lavoro vorrebbe far indignare e muovere a pietà l’opinione pubblica. Quasi sempre a disagio e fuori luogo se lontano dalle zone dove si combatte, molti di loro sono assuefatti al pericolo e scappano dalla pace in cerca dell’adrenalina. Alcuni fotografi di guerra hanno scritto le loro memorie da cui, qualche volta, sono stati tratti dei film.

Fotografi di guerra: Richard Boyle in “Salvador”

Uno di loro è stato sicuramente Richard Boyle, immortalato nel film Salvador (1986) di Oliver Stone. È il 1980 e il fotoreporter californiano, interpretato da James Wood, è allo sbando: senza denaro e in fuga da una donna italiana e da un figlio piccolo, per risollevare la carriera si reca in Salvador dove sta infuriando la guerra civile e la popolazione inerme si trova schiacciata tra gli squadroni della morte e la guerriglia marxista. Boyle, che è stato sui fronti di tutte le guerre e le rivolte recenti, dato per morto in Guatemala, arriva in Salvador non per denunciare la violenza e l’ingiustizia, ma cinicamente per tornare in patria con degli scatti unici da vendere alle riviste e tornare così in auge. Nel corso del film incontra un altro mitico fotoreporter americano, John Cassidy, interpretato da John Savage, anche lui in Salvador, ma con l’intento di realizzare dei reportage in grado di scuotere l’opinione pubblica. In una scena del film, Cassidy, che cerca di sensibilizzare Boyle, gli dice: “Sai perché erano grandi i fotografi come Robert Capa? Perché non lavoravano per i soldi. Loro fissavano la nobiltà delle sofferenze umane”. E, poco alla volta, anche Boyle sceglierà di schierarsi in difesa della popolazione civile e rischiare la vita per documentare le nefandezze dei militari e mettere al sicuro nei tacchi delle scarpe i rullini con la sua testimonianza fotografica. Salvador , che è un atto di accusa nei confronti della politica estera americana, di cui Oliver Stone aveva diretta esperienza, essendo partito volontario a 18 anni per il Vietnam, fu boicottato in patria perché molto lontano dagli intenti celebrativi verso l’eroismo americano. Richard Boyle per questo film fu candidato all’Oscar, con Oliver Stone, per la miglior sceneggiatura originale.

Fotografi di guerra: We were soldiers

Anche il film We were soldiers , (2002) di Randall Wallace, è tratto da un libro di memorie. Pubblicato nel 1992 e scritto a quattro mani dal tenente colonnello Harold Moore e dal fotoreporter americano Joseph Galloway, il libro testimonia la battaglia di la Drang del 1965, la prima che i soldati dell’esercito americano, comandati da Moore, combatterono in Vietnam. In quell’occasione fu sperimentato il nuovo sistema offensivo americano basato sull’impiego di un gran numero di elicotteri che permettevano di trasferire le truppe in modo rapido. Dopo tre giorni di combattimento, la vittoria fu rivendicata sia dall’esercito statunitense che da quello popolare vietnamita, ma la verità fu che entrambe le parti subirono gravi perdite. Joseph Galloway, fotoreporter tra i pochi che poterono seguire quella battaglia apparteneva a una dinastia di militari che avevano partecipato a tutte le guerre che l’America aveva combattuto. Quando scoppiò la guerra in Vietnam, Galloway però non scelse di arruolarsi, ma di andare al fronte con la sua macchina fotografica per capire cos’era una guerra e soprattutto per farla capire a quelli che stavano a casa. Il fotoreporter ricevette una Bronze Star Medal per aver prestato soccorso ai soldati feriti durante la battaglia di la Drang, a rischio della vita. Nessun biopic, purtroppo, è stato ancora tratto dall’autobiografia di Robert Capa, l’icona dei fotografi di guerra. Capa, che comincia la sua presenza al fronte durante la Guerra di Spagna e la termina su una mina nel 1954, durante la Prima guerra di Indocina, ebbe però modo di frequentare il mondo del cinema. Tutto ebbe inizio nel giugno del 1945 quando Robert Capa si innamorò di Ingrid Bergman e per seguirla a Hollywood lavorò come fotografo di scena per Notorius (1946) di Alfred Hitchcock. In seguito fu sul set di altri film tra cui Moulin Rouge  (1952) e Il tesoro dell’Africa  (1953) di John Houston, di cui diventò grande amico. Capa scattò foto anche su alcuni set di film girati in Italia come Riso amaro  (1949) di Giuseppe De Santis, La carrozza d’oro  (1952) di Jean Renoir e La contessa scalza (1954) di Joseph L. Mankiewicz. Oltre alla Magnum, Robert Capa, durante la seconda metà degli anni Quaranta, creò anche una piccola casa di produzione cinematografica con cui produrrà e girerà 29 episodi dedicati ai grandi sarti parigini, brevi filmati purtroppo andati perduti.

 


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