Henri Cartier-Bresson Dimanche sur les bords de Seine, France, 1938, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Dimanche sur les bords de Seine, France, 1938, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson. LE GRAND JEU, intuizione, sensibilità, geometria

Se la fotografia ha un’azione immediata, per il pioniere del fotoreportage e membro fondatore dell’agenzia fotogiornalistica Magnum Photos il disegno non può che riferirsi a una forma meditativa. Stanco di fotografare, Henri Cartier-Bresson tornava, appunto, al disegno e alla pittura quando, nel 1973, i mecenati John e Dominique de Menil – il cui nome è legato alla considerevole Menil Collection di Houston – gli chiesero di mettere mano al suo immenso archivio per selezionare le foto più rappresentative.

Henri Cartier-Bresson Simiane-la-Rotonde, France, 1969, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Simiane-la-Rotonde, France, 1969, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Un po’ come porsi di fronte a uno specchio: memoria e sentimento affioravano (e continuano ad affiorare) senza un preciso ordine cronologico in un fluire libero. Tra gli scatti che hanno fermato il tempo, molti sono documenti che hanno scritto la storia, come le foto della Spagna nel ‘33 (tre anni prima dalla Guerra civile), la liberazione di Parigi nell’agosto ‘44, l’incoronazione di re Giorgio VI a Londra (12 maggio 1937), il ritratto dell’architetto Konstantin Melnikov nella sua casa a Mosca nel ‘72, i funerali di Gandhi a Delhi (31 gennaio 1948) o l’ultimo giorno del Kuomintang a Pechino nel dicembre del ’48, dove immortalò anche l’ultimo eunuco della corte imperiale. Accanto a questi momenti decisivi se ne contano moltissimi altri colti nell’anonimato della quotidianità, catturati da Cartier-Bresson senza porsi nella condizione di formulare un giudizio, con lo sguardo aperto dell’umanista. Immagini intense che palpitano di vitalità quelle delle prostitute di calle Cuauhtemoctzin a Città del Messico (1934-35), del picnic domenicale sul bordo della Senna (1938), del ritratto di Joe, trombettista jazz e della sua donna Mary a New York (1935), delle donne vestite di nero a Scanno (1951), dei tanti bambini ovunque nel mondo. In tutto, il fotografo scelse 385 fotografie in bianco e nero che furono stampate ai sali d’argento da Georges Fèvre nel laboratorio parigino Pictorial nel formato che gli era caro (30x40cm) e raccolte in solo sei set.

Oltre che nella collezione franco-texana e nella Pinault Collection, gli altri esemplari della Master Collection (anche nota come Grand Jeu) sono alla Fondation Henri Cartier-Bresson, al Victoria & Albert Museum di Londra, alla University of Fine Arts di Osaka e alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi (che nel 2021 ospiterà la mostra di Palazzo Grassi).

Henri Cartier-Bresson Mexico, Mexique, 1934, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Mexico, Mexique, 1934, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Non meno importante nella formazione del grande fotoreporter comunista (e successivamente buddista zen) che annoverava come maggiori fonti d’ispirazione la strada e la casualità è stata l’influenza del surrealismo attraverso la frequentazione soprattutto di Max Ernst e di André Breton. Nel 1936 fu anche assistente alla regia di Jean Renoir nei film La vie est à nous e Une partie de campagne e nel 1939 in La Règle du Jeu.

Henri Cartier-Bresson Lac Sevan, Arménie, URSS, 1972, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Lac Sevan, Arménie, URSS, 1972, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Grand Jeu

Casualità, automatismo, inconscio e realtà onirica sono proprio elementi della poetica di Cartier-Bresson già dal 1929 quando scatta le sue prime fotografie – rimarranno una costante anche quando nel 1932 acquista la Leica a cui dichiarerà fedeltà assoluta –. Il tema del caso è anche il fil rouge dell’esposizione di Palazzo Grassi, Grand Jeu. Non una mostra monografica, ma l’espressione della simultaneità nel punto d’incontro di cinque singoli sguardi sullo stesso corpus fotografico coordinati dal curatore generale Matthieu Humery. Quello del collezionista François Pinault, per esempio, si confronta con «gioiosa nostalgia» con le foto di Cartier-Bresson in cui egli ritrova memorie che appartengono anche al proprio passato, mentre lo scrittore Javier Cercas parla di «paradossale sforzo per conciliare l’inconciliabile». Sylvie Aubenas, conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque Nationale de France, tra le sue scelte predilige «doppi ritratti, corpo a corpo, coppie fusionali o incontri fortuiti, intrecci visivi, fraternità, coincidenze, immagini nell’immagine, umorismo». Quanto ad Annie Leibovitz, la fotografa rende omaggio al mentore dichiarando che proprio vedendo le opere del fotoreporter francese le venne il desiderio di diventare fotografa: «Ero una giovane pittrice e studiavo al San Francisco Art Institute quando ho scoperto The World of Henri Cartier-Bresson, un libro appena pubblicato (New York, 1968). Non so se mi abbiano sedotta la parola World, mondo, oppure le immagini. Ma per me era incredibile, esaltante, l’idea che la mia esistenza potesse diventare quella di una fotografa che viaggia per il mondo e testimonia la vita delle persone, che guardare potesse diventare una missione». Il regista Wim Wenders, infine, affida le sue scelte a una narrazione in un certo senso cinematografica in cui dietro alla sua «simpatia, l’affetto, la mia risposta alle sue opere», scrive: «Dovevo trovare una sovrapposizione per riconoscerlo, una comprensione dell’uomo». Suggestioni evidenziate dai diversi allestimenti, tutti giocati inevitabilmente sul bianco e nero, sulla luce e l’ombra con la ripetizione (casuale per l’appunto) di alcune fotografie selezionate dai curatori, ignari delle scelte altrui.

Henri Cartier-Bresson

(Chanteloup-en-Brie, Francia 1908 – Montjustin 2004) Nel 1932 scopre la macchina fotografica Leica e nel 1933 espone per la prima volta nella galleria Julien Levy a New York. Viaggia in Europa, Messico e Stati Uniti e inizia a interessarsi al cinema col- laborando con il regista Jean Renoir nel 1936 e nel 1939; realizza anche tre documentari dedicati alla guerra in Spagna. Nel 1947 il MoMA di New York gli dedica una mostra e nello stesso anno fonda l’agenzia Magnum Photos insieme a Capa, Seymour, Rodger e Vandivert. Nel 1952 pub- blica il suo primo volume, Images à la Sauvette. Nel 2000 insieme a sua moglie Martine Franck e alla figlia Mélanie decide di creare la Fondation HCB destinata a conservare la sua opera.

di Manuela De Leonardis


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