Calabria, 1990 © Franco Fontana
Calabria, 1990 © Franco Fontana

Il maestro del paesaggio. Intervista a Franco Fontana

Dagli esordi fino ai capitoli più importanti della carriera internazionale, le sue fotografie sono delineate dai toni saturi e vivaci, un cromatismo brillante che diventa il protagonista assoluto, il soggetto della sua ricerca. Franco Fontana ha iniziato nei primi anni Sessanta all’interno di quel clima di sperimentazione che animò anche Franco Vaccari, Claudio Parmeggiani e Luigi Ghirri. Sono anni nei quali, con l’affermarsi della diffusione di massa del mezzo televisivo, la fotografia sente la necessità di svincolarsi dal ruolo di testimonianza e documento della realtà ereditato dal Neorealismo e dall’era d’oro del fotogiornalismo.

La sua opera si è interessata prevalentemente della componente estetica e compositiva del colore. Dai paesaggi minimalisti ai viaggi negli Stati Uniti della fine degli anni Settanta fino alle piscine, dai paesaggi urbani agli asfalti fino ai paesaggi immaginari degli ultimi anni, Fontana riconferma la sua poetica di libertà di interpretazione della realtà. Tutti gli elementi compositivi sono puliti ed equilibrati: la forma e la struttura sono ordinate, regolari e la bellezza ritorna all’idea di compiutezza.

L’intervista

Come è iniziato tutto? Spontaneamente, in modo naturale, non ho fatto scuole d’arte. Ho iniziato prima giocando con la macchina fotografica in ferie, poi, quando facevo il militare, c’era un amico che aveva una Rolleiflex e scattava foto bellissime. Così ho cominciato a fotografare qualsiasi cosa, come quando un bambino scopre il mondo e si interessa a tutto senza codificare niente. Lentamente il paesaggio ha iniziato ad attirarmi sempre di più, soprattutto il colore. Quando fotografo un paesaggio divento il paesaggio in modo che lo possa autentificare al meglio. Non è più oggetto, una registrazione della realtà: lo inter- preto e lo faccio diventare un fatto, un’identità. L’identità diventa significato dando uno stile e lo stile poi diventa arte.

Qual è la tua definizione di fotografia? La fotografia è il fotografo, è ciò che si fa di essa. Non fotografiamo quello che vediamo, ma quello che siamo. Quando realizzo uno scatto è una parte di me stesso che catturo, andando a cogliere un mio pensiero, una mia codificazione interna. La creatività si avvale poi dell’aiuto del colore. La fotografia non è sinonimo di creazione arbitraria, ma di un movimento che genera la vita, perché la vita è a colori. Non è sofferenza, ma ha una valenza positiva. Come diceva Paul Klee “Il colore è il luogo dove l’universo e la mente si incontrano”. La forma è la chiave dell’esistenza; tutto si identifica attraverso la forma, che è identità, presenza, l’identità di quello che si fotografa. Nel corso della mia carriera non mi sono concentrato solo sul paesaggio perché la fotografia per me è a 360 gradi. Tutto è un pretesto, tutto è fotografia. La mia fotografia non è una fotografia che rappresenta, che illustra. Il peperone di Weston non è un peperone, è una forma poetica, rappresenta tutto, diventa come la musica e la poesia che rappresentano l’essenza. Le forme sono a disposizione di tutti, senza identificare niente. È questa la validità della creatività: rappresentare l’esistenza, non come uno specchio che riproduce, ma donando significato alle cose. Quando si fotografa un albero, l’albero non sa neanche di essere al mondo, esiste perché lo fotografo io. Per significare l’albero devi diventare come l’albero, devi diventare quello che fotografi, immedesimarti e non solo rappresentarlo o fare dell’illustrazione. Non si può conoscere l’essenza di quello che si vede solamente. Una nuvola non è solo una nuvola, il mare non è solo il mare; se fosse solo così vorrebbe dire che la conoscenza si limita alla superficie senza coscienza, senza capire l’esistenza.

Le sorprese più belle? Sono tutti i giorni, uno diverso dall’altro, quando finiscono non ritornano più quindi vanno vissuti nel loro valore. Ci vuole l’entusiasmo che è necessario a questa sopravvivenza. L’immaginazione è fondamentale. Quelli che non immaginano amputano la parte creativa del pensiero; è più facile ragionare razionalmente che creare, ma immaginare è l’unico modo per farci fare il giro del mondo in ottanta giorni e non in tre mesi. La fantasia è quella che aiuta a significare, l’arte fa vedere, identifica quello che non si vede. Vediamo quello che portiamo dentro di noi. Davanti alla mia fotografia dell’orizzonte il direttore di un museo si è inginocchiato. La stessa foto mi era stata chiesta per illustrare la vita di San Francesco.

Molti, i workshop che ti vedono protagonista. Come affronti queste giornate? Non vado a insegnare nulla, vado a colloquiare e a diventare loro amico. Cerco un contatto continuo. Tutte le sere invio loro dei messaggi zen. Nel mio corso di fotografia punto a far capire che ciò che salva è diventare ciò che si è. Non bisogna fidarsi troppo neanche della tecnologia. È stata straordinaria, ha dato molteplici possibilità per esprimere il pensiero al meglio, ma nella tecnologia non c’è il tasto per diventare artista, rimane sempre comunque l’artista a realizzare tutto. Quello che conta non è il come si è realizzata una cosa, ma il perché. La materia è a disposizione di tutti. Con l’alfabeto Dante ha scritto la Divina Commedia. Bisogna tenere sempre una porta aperta sul mondo, bisogna avere molta umiltà e continuare a dare unità alle differenze, fotografare quello che non si ha mai fotografato. Il mio corso non è un corso di fotografia, ma di vita.

Franco Fontana

Franco Fontana © Giovanni Gastel
Franco Fontana © Giovanni Gastel

Nato a Modena il 9 dicembre 1933, comincia a fotografare nel 1961 dedicandosi a un’attività amatoriale. La sua prima mostra personale è a Modena nel 1968 e da quell’anno la sua ricerca prende una svolta sostanziale. Ha pubblicato oltre settanta libri con diverse edizioni italiane, giapponesi, francesi, tedesche, svizzere, americane e spagnole. Le sue opere sono conservate in oltre cinquanta musei in tutto il mondo. Ha firmato numerose campagne pubblicitarie. Ha collaborato con Time-Life, New York Times, Vogue Usa, Vogue France, Il Venerdì di Repubblica, Sette del Corriere della Sera, Panorama, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Epoca, Class e molti altri. Ha tenuto workshop e conferenze nelle più importanti università nazionali e inter- nazionali. Ha collaborato con il Centre Georges Pompidou, il Ministero della Cultura giapponese e il Ministero della Cultura francese.

di Raffaella Ferrari


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