Il soggetto mi risponde. L’editoriale di Pier Paolo Pitacco

La fotografia è sicuramente il mezzo di comunicazione più potente e, nello stesso tempo, il più difficile da utilizzare. Perché in una sola immagine bidimensionale è raccontata una intera storia, che ognuno di noi può poi, con la propria immaginazione, ampliare in mille sfumature e connessioni, ma a prima vista comunica a tutti un primo e chiaro messaggio. Questo significa che il contenuto è, in prima istanza, l’essenza della fotografia. Oggi, questo concetto è più vero che mai. Infatti, se vado su Instagram, il social network fotografico per eccellenza, tra migliaia di foto postate mi fermo solo là dove il mio occhio viene impressionato da una immagine che si stacca da tutte le altre perché il suo contenuto risulta più potente. In fondo questo avveniva anche in passato, ma sui muri delle città o nelle pagine dei giornali quando una pubblicità si presentava con un messaggio talmente differente dalla massa diventava subito iconica e referenziale. Pensate a cosa è stata la campagna ideata e realizzata da Oliviero Toscani per Benetton negli anni Novanta o, ancora prima, negli anni Settanta le foto pubblicitarie di Guy Bourdin per Charles Jourdan, immagini che hanno cambiato il modo di pensare e di realizzare le fotografie. In questi casi la fotografia aveva anche un contenuto di alto valore qualitativo, ma se prendo queste immagini e le posto su Instagram cosa rimane? La potenza del contenuto! Emergerebbero comunque tra centinaia di post perché è il contenuto a fare la differenza e non la qualità intrinseca della foto. Io, però, in questo editoriale voglio parlare ai fotografi per spingerli a un metodo di lavoro che permetta a tutti, anche per chi non possiede una statura visionaria come Guy Bourdin o Oliviero Toscani, di poter ottenere fotografie che siano il miglior risultato possibile di ogni lavoro da affrontare. E per spiegarmi meglio lo farò con due foto di Herb Ritts che fanno parte della storia della fotografia. Il primo è il ritratto di Jack Nicholson (Los Angeles, 1986) – sopra in evidenza ndr. Tutto il mondo conosceva il sorriso sardonico di Nicholson e molti grandi fotografi l’avevano già ritratto per le maggiori riviste del mondo, ma nessuno aveva pensato di fare un “Pop Up” con una lente di ingrandimento del sorriso dell’attore creando così, con una semplicità disarmante un’immagine così potente. Herb Ritts si era domandato: qual è la cosa più conosciuta di Nicholson nel mondo, quella che ti immagini quando pensi a lui? Come faccio a esaltarla? Ecco la risposta: ingrandire il suo sorriso con una lente.

Cher 1991

Il secondo esempio è il ritratto di Cher, sempre nel suo studio di Hollywood nel 1991. Arriva Cher in studio e Ritts la osserva e si domanda: che faccio? Ha già un sacco di fantastiche foto da Avedon a Annie Leibovitz. La osserva. Due sono gli elementi più iconici di Cher: i capelli e… il suo sedere. Quindi la mette contro il muro bianco dello studio e la ritrae di spalle mettendo in evidenza questi due caratteri distintivi. Semplice e ancora una volta disarmante. Tutto il lavoro di Herb Ritts lavora sull’osservazione del contenuto del soggetto per poter poi estrarre una semplice ma iconica interpretazione. Dunque: se osservo il soggetto, mi risponde. 

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