Alcune pagine del libro Iran 1970, pubblicato in aprile dalla casa editrice Humboldt Books

Iran 1970. Gabriele Basilico in un rocambolesco itinerario che lo porterà nell’estate del 1970 verso l’Oriente

Dubrovnik, Istanbul, Teheran, Persepolis, Isfahan, Shiraz, Qom. Le fotografie in bianco e nero di Iran 1970 rivelano le tappe di un viaggio tra Croazia, Turchia e il Paese degli ayatollah. L’autore del diario visivo è Gabriele Basilico. Per gli estimatori dell’opera del celebre fotografo sarà difficile riconoscerne la cifra, perché ci troviamo di fronte alla fotografie realizzate da un giovane ventiseienne durante un rocambolesco itinerario che lo porterà nell’estate del 1970 verso l’Oriente. «Sia per Gabriele sia per me era il primo vero viaggio, con in testa una mescolanza di Conrad e Salgari, e forse di Kerouac e Ginsberg», ricorda Giovanna Calvenzi, compagna di Basilico e testimone di quel percorso. È un tempo di grande libertà, in cui si può pensare di partire da Milano con una Fiat 124 e un equipaggiamento di fortuna per arrivare fino a Kabul, ipotetica destinazione mai realmente raggiunta. Gabriele ha intenzione di realizzare una serie di scatti da vendere a qualche rivista italiana: sono gli anni in cui matura l’interesse per la fotografia, grazie anche ai fermenti culturali respirati nelle aule del Politecnico di Milano. Come scrive Roberta Valtorta nel testo Trent’anni dopo  (tratto dal catalogo Milano ritratti di fabbriche 1978-1980 ): «la fotografia, forma narrativa viva e aderente alla realtà, sulla spinta dell’esperienza politico-sociale prende il posto del disegno, da lui amato oltre che studiato e praticato nella sua formazione di architetto. Come molti fotografi della sua generazione, rivolge i suoi primi interessi al reportage sociale […]. Ma presto capisce che quella non è la sua strada, che non ama lavorare sull’accadimento, sulla realtà in movimento, sul momento decisivo bressoniano, e che il suo interesse è “verso la città e verso le condizioni permanenti dell’abitare”. La sua attitudine non è quella di cogliere veloci frammenti di realtà, ma, al contrario, di esplorare e di osservare»


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