Ingar Krauss, Sophia dal ciclo East Germany Portraits, stampa analogica in bianco e nero, 2001 foto dall’archivio dell’artista
Ingar Krauss, Sophia dal ciclo East Germany Portraits, stampa analogica in bianco e nero, 2001 foto dall’archivio dell’artista

Luce e silenzio al di là del tempo.

Ingar Krauss è il fotografo autodidatta che nel 2004 vinse inaspettatamente il Leica Prix. La profondità delle nature morte e l’intensità dei ritratti di adolescenti dei Paesi dell’ex blocco sovietico colpiscono ancora oggi come allora. Un crescendo di mostre e di progetti lo rende uno dei fotografi più ammirati al mondo. Quali sono gli elementi distintivi di questo artista? Forse la sua capacità di vedere e rappresentare l’essenza della realtà al di là del tempo e dello spazio. Anche gli oggetti più comuni finiscono con il sembrare vere e proprie Stonehenge di e con la luce. Conosciuto dai collezionisti internazionali soprattutto per i suoi sorprendenti ritratti, lo scopriamo qui in una veste inedita grazie a una mostra allo spazio Gaggenau da poco conclusa.

La dialettica tra luci e ombre

Ipnotiche e perfette, le immagini di Ingar Krauss sono fotografie di luce. È una luce che non chiarisce, ma crea profondità. Sono luci e ombre che palesano l’inquietudine che caratterizza l’animo dell’artista. Osservando da vicino le sue opere, si comprende come dietro ogni scatto ci sia un lavoro di silenzio e sul silenzio che richiede ore di paziente preparazione. L’artista lavora sempre da solo in uno studio nella campagna tra Germania e Polonia dove si è rifugiato con la famiglia subito dopo i primi successi. Tutto il suo lavoro sembra così bilanciato ed etereo, ma in realtà,  è il risultato di un equilibrio di opposti, di luce e di ombre, di vita e non-vita. Regista di tale relazione è proprio la luce, che l’artista ama chiamare materia e che negli anni è diventata addirittura l’oggetto dell’indagine fotografica, come dimostra il ciclo dei Vetri, recentemente presentato da Gaggenau Hub a Milano. L’artista ripete spesso che è la luce a farci grandi e a permettere all’essere umano di vedersi distinto dallo sfondo. La luce però nelle sue opere non è mai fonte di rivelazione o illuminazione, quanto origine di chiaro-scuri e di una profondità, che sembra celare un irraggiungibile aldilà o un universo parallelo. Le nature morte, i paesaggi e persino i suoi ritratti risultano così essere sospesi in un tempo indefinito, in un eterno presente in cui il fluire degli eventi è rallentato, dilatato o invertito, ma non fermato. Come di fronte a una tempesta, l’animo dello spettatore resta in bilico tra la quiete trasmessa dall’armonia della composizione e l’inquietudine per l’attesa di qualcosa che sta per avvenire. C’è tanto di non detto nelle opere di Ingar Krauss. Se il soggetto/oggetto rappresentato è sempre semplice, persino quasi banale, il modo in cui l’autore restituisce l’immagine è un mix unico di chiari- scuri, suggestioni, rimandi e citazioni.
 Ingar Krauss, Hollyhock, stampa analogica in bianco e nero colorata con la tecnica delle velature, 2015 foto dall’archivio dell’artista
Ingar Krauss, Hollyhock, stampa analogica in bianco e nero colorata con la tecnica delle velature, 2015 foto dall’archivio dell’artista

Le basi della ricerca artistica

La curiosità e l’ottima memoria fotografica hanno consentito all’artista di compensare la limitata scolarità con l’assimilazione e la restituzione tanto dell’architettura in cui è vissuto quanto della pittura fiamminga e rinascimentale trovata sui pochi libri di scuola.
Ingar Krauss, Berlin, foto inedita stampa analogica in bianco e nero 1994, foto dall’archivio dell’artista
Ingar Krauss, Berlin, foto inedita stampa analogica in bianco e nero 1994, foto dall’archivio dell’artista
Il teatro è infine l’elemento meno esplicito, ma fondamentale, per comprendere pienamente la ricerca artistica di Ingar Krauss. Dopo aver lasciato il lavoro di meccanico prima della caduta del Muro, nel tentativo di trovare un lavoro più vicino alle sue inclinazioni umanistiche, l’artista trovò lavoro come assistente di scena nel famoso teatro berlinese Volksbühne. L’esperienza dietro le quinte durò poco, il vivere il teatro ha però permeato il suo modo di vedere la realtà: tutte le opere, dai ritratti alle nature morte, sono costruite a livello compositivo come attori su un palco. Dal teatro deriva anche l’impostazione data al rapporto tra opera d’arte e spettatore. Come nel teatro, al pubblico l’onere e la possibilità di assistere allo spettacolo, di vedere l’attore, ma mai il dietro le quinte. Davanti agli scatti di Ingar Krauss non ci resta che custodire e nutrire silenziosamente le nostre suggestioni e i nostri dubbi, abbandonando ogni tentativo di interpretare razionalmente il reale e lasciandoci piuttosto accompagnare in una dimensione al di là del tempo e dello spazio. A livello tecnico sarebbe limitante pensare a Ingar Krauss come a un semplice fotografo, dal momento che la pittura ha assunto un ruolo sempre più importante nel corso degli anni. Se Caravaggio è di ispirazione per lo studio della luce, la pittura fiamminga e in particolare Van Der Weyden diventano presto anche dei punti di riferimento tecnici. Il maestro fiammingo, celebre per il suo Ritratto di dama del 1464, ispira tanto l’impostazione del set dei ritratti quanto la tecnica della velatura che Ingar Krauss applica dal 2009 alle sue nature morte. In tali scatti l’artista passa dal bianco e nero al colore. Nel dare il colore alle stampe analogiche decide di riprendere e adattare alla fotografia l’antica tecnica della velatura che prevede l’applicazione manuale, sulla tela, di una velatura a base di olio. Le stampe fotografiche, così imbevute di olio, fino a sei strati, perdono la propria rigidità e si incurvano. Questa densità e tridimensionalità materica non è corretta, ma enfatizzata attraverso l’inserimento delle fotografie dipinte in cornici realizzate dallo stesso artista.

Analizzando i diversi cicli di opere di Ingar Krauss si comprende come sia un artista al di là del proprio tempo e impossibile da incasellare. Forse è proprio tale indipendenza a renderlo così profondamente contemporaneo. La sua arte risulta universale a livello formale e contenutistico.

di Sabino Maria Frassà

Ingar Krauss

Ingar Krauss
Berto Poli, 2019 © Gaggenau
Artista tedesco, nato nel 1965 a Berlino Est. Ha lavorato come meccanico, addetto di scena e operatore in un ospedale psichiatrico. Autodidatta, i suoi primi scatti amatoriali risalgono ai primi anni Novanta. Vince il Leica Prix (sezio- ne Reportage) nel 2004 e nel 2005 pubblica il suo primo libro Ritratti (Hatje Cantz). Da allora ha partecipato a numerose mostre internazionali, come alla Hayward Gallery di Londra, al Musée del’Elysée di Losanna e al Centro Internazionale di Fotografia di New York. Dopo anni di assenza, nel 2019 torna in Italia con la personale Vitreus curata da Sabino Frassà da Gaggenau Hub a Milano. Tra le pubblicazioni Face. The New Photographic Portrait(Thames&Hudson) e 39 Bilder (Hartmann Books).

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