Tano D’Amico: dalla parte dell’uomo

Tano D’Amico

Negli anni Settanta l’abbaglio del miracolo economico è spazzato via dagli studenti e dagli operai che non chiedono più pane ma diritti. Un cambio di rotta che le sue fotografie sostengono con la forza della bellezza e della dignità.
Il “guaio” delle fotografie di Tano D’Amico è che si fanno ricordare. Glielo dicono quelli che lavorano nei giornali, per i quali le sue immagini di gente che invade strade e piazze per difendere i propri diritti potrebbero essere pericolose. Questo vale, soprattutto, per i poteri forti che, ormai da tempo, sfruttano i mezzi di comunicazione per distrarre e addomesticare il popolo. Ecco perché quelle fotografie, modernissime nelle istanze e classiche nei rimandi compositivi all’arte del passato, dalla fine degli anni Sessanta appaiono perlopiù sui giornali della sinistra militante che si oppone alle politiche di un’Italia moderata, clericale e classista.

Tano D’Amico: le sue fotografie si fanno ricordare

«Ciò che ho ripreso negli anni Settanta, le occupazioni nelle fabbriche, le proteste studentesche, le lotte per la casa, i cortei femministi, era già iniziato nel decennio precedente, quando frequentavo l’università, a Milano. Come molti altri studenti ero insofferente. Volevamo rimettere tutto in discussione, ma i grandi giornali non ci davano voce». Alla fine degli anni Sessanta Tano si trasferisce a Roma. Qui trova un clima sociale più effervescente di quello milanese. Giornali politici come «Lotta continua» e «Potere Operaio» pubblicano le sue fotografie. «Per strada mi colpiva il modo in cui le persone si disponevano inconsapevolmente nella scena. L’immagine diventava così un teatro pensato degli avvenimenti. Io dovevo solo intuire il momento in cui l’universo si sarebbe messo in posa», racconta. Ne è un esempio la fotografia che scatta nel 1977 dopo la morte della studentessa Giorgiana Masi, raggiunta da un proiettile durante una manifestazione. Il luogo in cui è accaduto il fatto è ricoperto di fiori. Sullo sfondo, le amiche della studentessa vengono picchiate e allontanate dalla polizia; sul lato destro, due “attrici” principali avanzano verso il “pubblico” con lo stesso urlo muto e la medesima espressione sul volto, quella di una maschera del teatro greco. Ma è tutto reale. Le fotografie, per Tano, riescono anche a preannunciare gli eventi perché mostrano il grado di consapevolezza degli uomini rispetto all’epoca in cui vivono, ne rivelano il sentire «(…) e quando la consapevolezza e i sentimenti diventano incontrollabili dai regimi, accadono fatti di sangue. Anche la Comune di Parigi era stata in qualche modo prefigurata dai ritratti che Nadar faceva ai suoi amici. Nei loro volti c’era già il modo di guardarsi di un’epoca, libero, senza prevaricazione», spiega. Tano ha scelto di stare sulla strada e di restarci per oltre quarant’anni. Per amor del “vero”, un concetto su cui si interroga costantemente «(…) la verità è figlia dell’uomo, non esiste nella realtà. A volte emerge dalle sofferenze e dai sacrifici degli uomini con cui, nel tempo, costruiamo la nostra coscienza. È questa che con il tempo diventa verità»

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