Scopriamo la differenza tra spazi colore device-independent e device-dependent e facciamo chiarezza tra le sigle...

2 Agosto 2022 di Redazione Redazione

Tra sRGB, Adobe RGB, PhotoPro RGB e altre sigle, a volte si rischia di fare un po’ di confusione sugli spazi colore. Cerchiamo di fare chiarezza…

a cura di Marco Olivotto

La gestione del colore

La riproduzione del colore è uno dei temi più caldi nei forum e nei gruppi di fotografia. Quotidianamente si innescano discussioni su profili e spazi colore, considerazioni sul gamut, sulla fedeltà della riproduzione a monitor, senza contare quelle legate alla stampa. Spesso, però, emerge una grande confusione sui concetti di base, e il parere dei falsi esperti non migliora certo le cose! 

Per capire, è necessario partire da un punto fondamentale. Un’immagine digitale è costituita da numeri che un software legge e interpreta, rappresentandoli a monitor. Parlare di “interpretazione” è corretto, perché possiamo dare un significato preciso a qualcosa soltanto se sappiamo quale lingua stiamo parlando. Prendiamo a titolo di esempio la parola pain: significa “pane” in francese, ma “dolore” in inglese. In sostanza, se non specifichiamo la lingua, il significato del termine rimane semplicemente indefinito!

Lo stesso vale per i colori. Nel comune metodo colore RGB, un colore è espresso da una terna di numeri, e ciascuna componente della terna è di norma espressa per mezzo di un numero intero compreso tra 0 e 255. Le componenti indicano l’intensità della sorgente di luce a cui si riferiscono: rosso, verde e blu rispettivamente. Variando le intensità relative degli “illuminanti” si generano sfumature diverse di colore.

A titolo di esempio, consideriamo la terna 92R 121G 187B: non possiamo dire con certezza a quale colore corrisponda, perché non abbiamo specificato di quale RGB stiamo parlando. 

La figura qui sotto mostra l’aspetto di questa identica terna in quattro diverse varianti di RGB: da sinistra, sRGB, Adobe RGB, ProPhoto RGB e lo spazio colore del monitor di un Apple MacBook Pro.

spazi colore

I numeri non variano, ma l’aspetto del colore che definiscono è diverso di volta in volta! E ciò accade perché nell’esempio utilizziamo spazi colore diversi: è come se esprimessimo la parola pain in lingue diverse. 

Gli spazi colore RGB, in realtà, sono più assimilabili a dialetti che a lingue. Possiamo considerarli come varianti di un modello generale, genericamente chiamato “RGB”, che prende il nome di “Metodo colore” e, come vedremo, non è di per sé uno spazio colore.

Gli spazi colore standard

I primi tre spazi colore della figura sopra (sRGB, Adobe RGB, ProPhoto RGB) sono detti “standard” e dal punto di vista concettuale sono diversi dal quarto, che è invece lo spazio colore di un dispositivo. I tre spazi standard sono ordinati per estensione crescente: sRGB è il più piccolo, Adobe RGB è quello intermedio, mentre ProPhoto RGB è il più grande. Questo significa, per esempio, che ProPhoto RGB conterrà colori che Adobe RGB e sRGB non sono in grado di riprodurre, e offrirà pertanto una tavolozza più estesa.

Se vogliamo invece descrivere lo spazio colore di un monitor dobbiamo misurarne la risposta, così come misuriamo una stanza per conoscerne forma e dimensioni. La misura si effettua con un colorimetro, o in alternativa con uno spettrofotometro. Il principio di funzionamento dei due strumenti è diverso, ma entrambi misurano determinate caratteristiche della luce che li colpisce.

Le misure, opportunamente elaborate, vengono utilizzate per creare il profilo colore che descrive lo spazio colore del monitor. I profili colore di questo tipo sono chiamati device-dependent, ovvero dipendenti da un dispositivo. Gli spazi standard sono invece device-independent, ovvero indipendenti da un dispositivo. 

Infatti, gli spazi standard non derivano da misure: sono costruiti a tavolino, per mezzo di calcoli matematici. sRGB, per esempio, fu elaborato da Hewlett-Packard più di vent’anni fa per descrivere il comportamento medio dei vecchi monitor a tubo catodico, ma non descriveva né descrive oggi alcun monitor specifico. È pertanto errato affermare che un certo monitor “è sRGB” oppure “è Adobe RGB”. Si può semmai dire che lo spazio colore di quel monitor è assimilabile entro certi limiti a sRGB o ad Adobe RGB. In altri termini, non sarà identico ma neppure radicalmente diverso.

Gli spazi standard definiscono dialetti ai quali chiunque può riferirsi. Se non esistessero, ciascuno parlerebbe a modo proprio, rendendosi potenzialmente incomprensibile agli altri! Vale anche la pena ricordare che lo spazio colore di un monitor è evanescente e privo d’importanza per chi non usa quello specifico monitor, e va rivalutato periodicamente quando si modificano le impostazioni del dispositivo, o semplicemente a causa del degrado delle prestazioni legate al suo invecchiamento.

Nella parte #2 approfondiremo gli spazi colore standard.

Lascia un commento

qui