Scopriamo più da vicino gli spazi colore standard: sRGB, Adobe RGB e ProPhoto RGB. Quale dei tre ci conviene utilizzare?

4 Agosto 2022 di Redazione Redazione

Dopo aver scoperto la differenza tra spazi colore device-independent e device-dependent, vediamo più da vicino gli spazi colore standard, ossia sRGB, Adobe RGB, PhotoPro RGB.

a cura di Marco Olivotto

Gli spazi colore standard: sRGB

Tra gli spazi colore standard, quello più noto è sicuramente sRGB IEC61922-2.1 – abbreviato per gli amici in sRGB. Questo spazio colore è nato nel lontano 1996 al fine di descrivere il comportamento medio dei monitor dell’epoca. Dopo tutto questo tempo la tecnologia è molto cambiata, ma molti display hanno ancora uno spazio colore assimilabile a quello descritto da sRGB.

Per “assimilabile” intendiamo semplicemente che il loro spazio colore non differisce in maniera sproporzionata da sRGB.

spazi colore standard

La figura qui sopra rappresenta l’estensione di sRGB (triangolo nero interno) comparata con quella dello spazio colore di un monitor di fascia media (triangolo bianco tratteggiato). I due triangoli non sono identici, ma sono ragionevolmente simili. Il monitor, peraltro, ha uno spazio colore del tutto diverso da Adobe RGB (triangolo nero esterno), un altro spazio colore standard – più esteso di sRGB – del quale parleremo tra poco. 

In senso stretto, il nostro monitor non potrà mai essere “sRGB”. Ma è lecito affermare che l’estensione del suo spazio colore, come detto in precedenza, è assai simile.

Dal monitor alla stampa

sRGB ha un problema non secondario relativo alla stampa offset, che si basa sulla tecnica denominata “quadricromia” e utilizza quattro inchiostri: ciano, magenta, giallo e nero – ossia il ben noto sistema denominato CMYK. All’epoca della creazione di RGB, la stampa era predominante rispetto al Web, ed era auspicabile che il colore degli inchiostri primari di quadricromia (ciano, magenta e giallo in particolare) ricadesse all’interno dello spazio colore RGB standard utilizzato per visualizzare le immagini su uno schermo.

sRGB purtroppo non rispondeva a questi requisiti. Il problema si manifestava in particolare per quanto riguardava il colore dell’inchiostro ciano: il colore definito in CMYK da una copertura di ciano pari al 100% non è rappresentabile in sRGB.

La figura qui sopra mostra a sinistra il colore di un campione composto solamente da inchiostro ciano alla massima copertura possibile, a destra la più accurata rappresentazione di quel colore ottenibile in sRGB. La discrepanza è inaccettabile. Questo significa che un display standard, il cui spazio colore sia assimilabile a sRGB, non è in grado di riprodurre il massimo ciano ottenibile in stampa.

Di conseguenza, non è possibile ottenere una simulazione di stampa accurata a monitor nel caso che quel colore sia presente in una fotografia o un’illustrazione. E lo stesso vale per diversi altri colori stampabili in offset ma non rappresentabili su un monitor “normale”.

Tanto per complicare le cose, va detto che è vero anche il contrario: moltissimi colori disponibili in sRGB non sono stampabili.

Adobe RGB è bello

Per ovviare all’inconveniente, nel 1998 Adobe realizzò uno spazio colore standard denominato Adobe RGB. L’implementazione purtroppo non fu delle migliori: a causa di un errore, il colore definito da 100C non rientrava in Adobe RGB – benché la situazione fosse di gran lunga migliore che nel caso di sRGB.

I pannelli dei monitor di alta fascia, oggi, riescono a coprire quasi tutto lo spazio colore Adobe RGB, che è decisamente più esteso rispetto a sRGB. In particolare, mette a disposizione tinte verdi che in sRGB non si possono ottenere. Non solo: in alcuni casi questi pannelli riescono a spingersi oltre i limiti di Adobe RGB e coprire l’estensione necessaria a simulare la stampa in CMYK (in parole povere, possono sostituire le prove colore su carta previa opportune impostazioni mirate a quell’utilizzo).

Il terzo incomodo… è scomodo

Come detto, esiste un terzo spazio colore standard, ProPhoto RGB, diffuso soprattutto tra i fotografi. Fu creato da Kodak per ovviare ai limiti insiti in sRGB e Adobe RGB. La sua estensione è enorme, rispetto agli altri due, e questo lo rende uno spazio colore difficile in cui lavorare. Tra tutti, è quello che più si discosta dalla performance media di un monitor.

Non esiste alcun dispositivo in grado di riprodurre tutti i colori che ProPhoto RGB è in grado di generare, e alcuni di questi sono di fatto… dei “non-colori”, nel senso che alcune terne corrispondono a stimoli che risulterebbero invisibili per il nostro sistema visivo!

Spazi colore standard: in quale lavorare?

Ci sono molti altri spazi colore standard, alcuni caduti in disuso per obsolescenza, altri ancora presenti ma assai meno diffusi dei tre citati. A oggi, la triade sRGB, Adobe RGB e ProPhoto RGB è pressoché padrona in campo fotografico.

Uno dei problemi più annosi è posto dalla domanda: “In quale spazio colore standard è più opportuno lavorare?”. La risposta è disarmante nella sua semplicità: “Dipende”. Non c’è una regola che valga in generale, e ciascuna scelta ha dei pro e dei contro…

È vero che ProPhoto RGB offre una tavolozza di colori estremamente estesa, ma dobbiamo chiederci se ne abbiamo bisogno e se siamo pronti ad accettare che alcuni di questi colori non potranno mai essere visualizzati.

In mano a una persona inesperta, un’immagine ProPhoto RGB ha maggiori probabilità di generare problemi in post-produzione e in stampa rispetto a una che utilizzi uno spazio standard con un gamut meno esteso.

Nella maggioranza dei casi, quindi, Adobe RGB è una scelta perfettamente sensata. Se lavoriamo per il Web, d’altra parte, sRGB è un’opzione pressoché obbligata per l’output finale. Questo non significa che dobbiamo utilizzare in esclusiva il più piccolo tra gli spazi standard attualmente diffusi, ma solo che dovremo preparare una versione dell’immagine finale convertita in sRGB per il Web. 

Infine, ricordiamo che non sempre le fotografie contengono colori che cadono fuori dal gamut di sRGB, che può essere uno spazio colore del tutto sensato per la post-produzione laddove non siano richieste saturazioni estreme. In generale, inoltre, le manovre di correzione sono più facili da eseguire in uno spazio colore il cui gamut è limitato.

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