Un breve racconto dedicato alla fotografia analogica e alla stampa in camera oscura, tra magie e tante insidie...

10 Maggio 2022 di Redazione Redazione

Un breve racconto di quello che comportava la fotografia analogica dallo scatto alla stampa delle immagini, quando un fotografo doveva giocare al piccolo chimico.

La fotografia analogica e la camera oscura #1

L’ansia cominciava già con l’inserimento del rullino nella macchina. Infatti, aperto il dorso, bisognava togliere il rullino esposto e introdurre quello nuovo. A questo punto bisognava estrarne una decina di centimetri di pellicola la cui estremità rastremata andava infilata nel rocchetto ricevente facendola passare da sotto in modo che i dentini agganciassero la perforazione, cosa che si otteneva azionando leggermente la leva che contemporaneamente armava l’otturatore e faceva ruotare i dentini.

L’operazione non era semplice come descritto sopra. Poiché la pellicola era arrotolata nel rullino, infatti, tendeva a conservare la sua curvatura convessa e quindi a rimanere leggermente sollevata dai dentini, che non riuscivano ad agganciarla mentre il rocchetto ricevente la trascinava avanti arrotolandola su se stesso.

Alcuni virtuosi riuscivano a premerla con un dito, solitamente il pollice, contro i dentini, ma i più optavano per il pre-tensionamento. La tecnica consisteva in un leggero riavvolgimento mediante l’apposita manovellina in corrispondenza del rullino erogatore, badando a non esercitare una forza eccessiva che avrebbe rovinato la perforazione o sganciato la pellicola dal rocchetto ricevente. In tal caso bisognava ricominciare da capo.

fotografia analogica

A questo punto non restava che chiudere il dorso, fare un paio di scatti a vuoto controllando che durante il riarmo dell’otturatore la manovellina di riavvolgimento certificasse con la propria rotazione antioraria il buon esito dell’operazione, e si era pronti. Con il motore, le cose non miglioravano affatto, perché la brutalità del suo funzionamento era lontanissima dalla delicata sensibilità necessaria a capire se la pellicola avanzasse regolarmente.

Diaframma e sensibilità

Le impostazioni possibili nella macchina erano due: tempo di posa e apertura, familiarmente chiamata “diaframma”. Gli ISO, allora chiamati “sensibilità”, riguardavano la pellicola. Secondo il tipo di foto e di scenario, bisognava sceglierla.

Le sensibilità erano l’equivalente degli odierni 25 o 50 ISO, oppure 100-125 ISO (le più diffuse), oppure 400 ISO, con possibilità di “tirare”, cioè prolungare il tempo dello sviluppo, fino a 800 ISO.

Per l’esposizione, ci si affidava all’esposimetro della macchina e si incrociavano le dita. Infatti, l’unico modo di “controllare” il risultato era l’esperienza degli errori precedenti. Alcuni misuravano la luce, spesso invano, con esposimetri separati grandi come contatori Geiger.

La fotografia analogica e le insidie dello sviluppo

Lo sviluppo della pellicola è un importante capitolo di questa saga. A esso sono legate le più accese dispute su quale sviluppo per quale pellicola, alimentate dall’opposizione tra i sostenitori dell’americana Kodak, gli anglofili di Ilford e i conservatori, fedeli alle teutoniche Agfa e Tetenal.

Chi non ha vissuto quel periodo fatica a comprendere le estenuanti diatribe consumatesi nei circoli fotografici e sulle pagine delle riviste specializzate non solo sugli abbinamenti tra certi prodotti chimici e certe pellicole, ma anche sulle infinite possibilità di variarne tempi di sviluppo, temperature e metodi di agitazione.

Molti fotografi, dilettanti o professionisti, preferivano sviluppare e stampare da sé il proprio materiale. L’operazione era in bilico tra il gioco di prestigio, la chimica applicata e la stregoneria. Lo sviluppo “domestico” avveniva nelle cosiddette “tank”, recipienti a tenuta di luce che contenevano una struttura a spirale nella quale doveva essere infilata la pellicola esposta.

Va da sé che il caricamento della pellicola nella spirale doveva avvenire nella completa oscurità, perciò a questo scopo doveva essere predisposto un locale a tenuta di luce. Completamente al buio, animati solo dalla propria esperienza, bisognava estrarre dal rullino la pellicola esposta, infilarla nelle guide superiori e inferiori del cestello della spirale e, mediante un movimento alternato di rotazione e contro-rotazione di uno dei lati del cestello mentre con l’altra mano si teneva fermo il lato opposto, far entrare tutta la pellicola nella spirale.

La tenebra non era certo scevra da insidie. La pellicola, liberata dalla costrizione del suo piccolo involucro, tendeva a srotolarsi bruscamente, con il pericolo che sfuggisse dalle dita. Il maldestro tentativo di afferrarla, al buio, portava con sé il rischio di provocare piccole piegature che avrebbero irreparabilmente rovinato il tratto colpito.

Altri pericoli in agguato

Scampato questo pericolo, nuovi se ne sarebbero presentati. La pellicola opponeva una resistenza spesso tenace a entrare nella spirale. Poteva anche accadere – e accadeva – che dopo un primo successo e un avanzamento di venti o trenta centimetri, il meccanismo si bloccasse. Le due parti della spirale non andavano più né avanti né indietro. Era il dramma.

Tecnicamente, era successo che la spirale non fosse stata perfettamente asciugata dopo l’ultimo lavaggio e l’umidità residua, o anche una sola maledettissima goccia, avesse provocato una “incollatura” tra l’emulsione e il solco della spirale.

Si era sull’orlo di un baratro. Forzare l’inserimento avrebbe provocato una deformazione del film e chissà quante pieghe e ammaccature, con ovvie conseguenze. Il tentativo di estrarre la pellicola aveva pochissime chance di successo, comportava gli stessi rischi di ammaccatura e, quand’anche fosse riuscito, non si sarebbe trovato un luogo ove depositare temporaneamente il film, dato che il rullino era stato sicuramente danneggiato durante l’operazione di prelievo.

Non rimaneva che aspettare al buio, cercando di escogitare un metodo per asciugare la spirale con quello che l’immaginazione metteva a disposizione. Solitamente le tank ospitavano anche cinque o sei spirali e questo moltiplicava i problemi…

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