Anna Rahmoni, una rifugiata afghana di 21 mesi dorme all’aperto sotto una rete antizanzare per fuggire dal caldo asfissiante che troverebbe all’interno della tenda della sua famiglia.
CAMPO PROFUGHI, NORD DI ATENE. Anna Rahmoni, una rifugiata afghana di 21 mesi dorme all’aperto sotto una rete antizanzare per fuggire dal caldo asfissiante che troverebbe all’interno della tenda della sua famiglia.

Intervista esclusiva al Premio Pulitzer Muhammed Muheisen

Abbiamo avuto la straordinaria opportunità di incontrare Muhammed Muheisen, l’Ambassador Canon che – per la seconda volta in carriera – ha vinto il prestigioso Premio Pulitzer per i suoi straordinari servizi sulla guerra civile in Siria. Ecco cosa ci ha raccontato.

Muhammed, come ti sei avvicinato al fotogiornalismo? Sono un giordano, nato a Gerusalemme. Sono cresciuto immerso nel conflitto israelo-palestinese, che ha giocato un ruolo importante: mi ci sono trovato nel mezzo con una fotocamera in mano. Ho iniziato a documentare quello che mi succedeva intorno, dagli eventi alle manifestazioni e, prima di rendermene conto, ero un fotogiornalista. Mi sono innamorato presto della fotografia, mi sono laureato in giornalismo e scienze politiche per combinare la passione con la formazione, puntavo a diventare un narratore che potesse, un giorno, fare una differenza. Il mio primo vero incontro con il fotogiornalismo è avvenuto nel 2003, quando sono andato in Iraq durante la guerra. Lì ho scoperto che non avevo poi così tanta esperienza: essendo nato nel mezzo di un conflitto, pensavo di sapere tutto ciò che c’è da sapere. Mi sbagliavo, ovviamente, e ho passato un momento buio. Dopo di che, ho iniziato a investire di più su me stesso, per studiare e prepararmi, da una guerra a un’altra.

SORRISI, ISLAMABAD, PAKISTAN. Una madre pakistana e sua figlia, sfollate per le inondazioni, giocano con un palloncino fuori dalla loro tenda alla periferia della capitale pakistana.
SORRISI, ISLAMABAD, PAKISTAN.
Una madre pakistana e sua figlia, sfollate per le inondazioni, giocano con un palloncino fuori dalla loro tenda alla periferia della capitale pakistana.

Come fotogiornalista, come racconti responsabilmente le storie di questi conflitti? Per me, è tutto nelle persone: nelle vite quotidiane, nella resistenza. La maggior parte delle persone non ha voce, le immagini che scatto sono il modo in cui loro possono parlare al mondo – è lì il potere di fare la differenza. Ho iniziato a concentrarmi esclusivamente su profughi e rifugiati, poi sui bambini. La mia missione è ritrarre questi bambini, restituire loro nome, età, storia e speranze, così che i lettori di tutto il mondo possano sentire un legame con loro. Uso un obiettivo Canon EF 50 mm f/1.2L USM, perché mi permette di arrivare abbastanza vicino da raccontare le storie delle persone attraverso gli occhi – che per me sono lo specchio dell’anima. La mia vita è cambiata da quando ho iniziato a fotografare e ritrarre i bambini vittime di conflitti. Le persone hanno cominciato a contattarmi da altre parti del mondo e chiedere “Cosa possiamo fare? Come possiamo aiutare?”. Ho iniziato a ricevere pacchi e doni per questi bimbi. Ho smesso di essere solo un fotografo: sono diventato il ponte e il messaggero, la persona che mette in comunicazione questi due mondi.

In che modo la tua fotografia è riuscita a fare una differenza? Nel 2015, la crisi dei rifugiati era alle porte dell’Europa. Ho pensato che non mi bastava più documentarla, che volevo fare qualcosa di concreto. Ho creato l’account Instagram Everyday Refugees e ho cominciato a condividere immagini di quello che vedevo succedere. Usavo corpi macchina Canon EOS 5D per essere discreto e catturare gli eventi nudi e crudi – autentici. Poi, in pochi secondi, inviavo gli scatti a migliaia di persone. E queste hanno iniziato a reagire. Un anno e mezzo dopo ho costituito ufficialmente Everyday Refugees Foundation, che ha sede ad Amsterdam, e ho cominciato a raccogliere donazioni. Le persone si sono proposte come volontarie e le grandi compagnie hanno chiesto come portare aiuto. Da allora, abbiamo sostenuto migliaia di persone in tutto il mondo. Lo abbiamo fatto attraverso la fotografia, perché le immagini non sono solo immagini: so-no storie, voci, testimonianze. Sono il modo in cui ci mettiamo in contatto gli uni con gli altri.

PASSATO IL CONFINE, UNGHERIA. Bara’ah Alhammadi, 10 anni, siriano, è portato in spalla dal padre mentre camminano sui binari dopo aver attraversato il confine serbo-ungarico nel sud dell’Ungheria.
PASSATO IL CONFINE,
UNGHERIA.
Bara’ah Alhammadi, 10 anni, siriano, è portato in spalla dal padre mentre camminano sui binari dopo aver attraversato il confine serbo-ungarico nel sud dell’Ungheria.

Perché è importante che in questo momento e in questa epoca i fotogiornalisti continuino con il loro lavoro?I fotogiornalisti non scattano foto e basta. Fanno molto di più: raccontano storie, diffondono consapevolezza e danno voce alle persone. E quando sentiamo le voci di queste persone, ci chiediamo “Chi sono?”, “Qual è la loro storia?” e “Perché sono in questa situazione?”. Le immagini sono il modo in cui ci connettiamo con le altre persone a livello globale. Sono fermamente convinto che siano lo strumento più potente per cambiare le cose.

Come è cambiato il lavoro di un fotogiornalista negli ultimi anni? Il settore ha visto parecchi cambiamenti in pochi anni. I social media sono diventati uno strumento di informazione essenziale, mentre prima c’erano solo le piattaforme dei media. Oggi devi essere fotografo, scrittore, redattore e in molti casi anche regista.

Quale consiglio daresti a chi sognasse una carriera da fotoreporter? Bisogna essere davvero appassionati di fotografia per avere successo. Non bisogna mai smettere di studiare, di cercare l’invisibile, il non detto, e renderlo visibile, di raccontare storie del proprio ambiente. Non bisogna avere paura di fare errori, perché gli errori sono il miglior modo di imparare. Consiglio di cercare la guida dei fotografi che si ammirano – da soli non si va lontano. E di ricordare sempre che non è uno sprint, è una maratona!

Muhammed Muheisen

Muhammed è Canon Ambassador, due volte vincitore del Premio Pulitzer, fotografo di National Geographic e fondatore della no- profit olandese Everyday Refugees Foundation. Famosissimo è il suo ritratto della piccola profuga siriana Zahra Mahmoud, premiato come Foto dell’anno UNICEF 2017.

Instagram: @mmuheisen
Facebook: @MMuheisen

Leggi l’intervista completa su Photo Professional #128, in edicola da venerdì 28 agosto o acquistabile in versione digitale PDF qui!


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