Koudelka fotografa un murale dedicato al poeta palestinese Mahmoud Darwish, Gerusalemme Est.
Koudelka fotografa un murale dedicato al poeta palestinese Mahmoud Darwish, Gerusalemme Est.

Josef Koudelka: Il mio progetto tra Israele e Palestina

Nel 2008, Gilad Baram era uno studente di fotografia al terzo anno all’Accademia di Belle Arti di Gerusalemme, quando gli è capitata l’occasione di lavorare con il famoso fotografo Josef Koudelka grazie al progetto This Place, frutto dell’ingegno del fotografo francese Frédéric Brenner. L’idea era di portare dodici fotografi di fama internazionale a esplorare la complessa natura di Israele e della Cisgiordania, come luogo e come metafora. I nomi dei dodici fotografi sono notevoli: Koudelka, Brenner, Gilles Peress, Stephen Shore e Nick Waplington, tra gli altri. Koudelka è stato il primo del gruppo a raggiungere Israele, e Baram il primo studente selezionato come assistente. Nel corso di quattro anni, e di sette diverse sessioni, Koudelka e Baram hanno legato. Quello che era nato come un progetto fotografico è evoluto in un documentario video, girato da Baram, Koudelka: Shooting Holy Land, che mostra Koudelka al lavoro a Gerusalemme Est, Hebron, Ramallah, Betlemme e in diversi insediamenti israeliani lungo il muro che separa Israele e Palestina. L’opera fotografica di Koudelka è invece raccolta nel libro Wall. Paesaggio israeliano e palestinese 2008-2012, pubblicato nel 2013. Grazie a Gilad Baram, Digital Camera Magazine ha potuto avere accesso a un’intervista esclusiva al riservatissimo Koudelka.

Koudelka: Shooting Holy Land

Perché hai deciso di andare in Israele? All’inizio non ci volevo andare, quindi perché ho accettato l’invito? Ho scoperto il muro. Credo di fare solo cose in cui mi immedesimo. E quel muro era collegato alla mia storia perché tutti noi in Cecoslovacchia volevamo andare dall’altra parte di un muro. E ci dicevano ogni genere di cose, ma, alla fine, non ci dicevano la verità. Un altro aspetto che ha contato è che il paesaggio israeliano è semplicemente favoloso, è bellissimo. Quando ho visto il muro, mi sono sentito molto triste perché ho pensato a come questa gente avesse rovinato un paesaggio incantevole, per giunta sacro per un grandissimo numero di persone nel mondo. Certo, si può sempre giustificare tutto… Quello che dico del muro, però, è che
è un crimine contro il paesaggio. Come ci sono crimini contro l’umanità, possono esserci crimini contro il paesaggio. Quando costruisci un paesaggio differente, un nuovo paesaggio, devi prevedere che rimarrà lì. Ho visto punti in cui quel muro è stato abbattuto ed eretto da un’altra parte, ma le cicatrici rimangono. Ho pensato: “Josef, fai un grande errore se non lo fotografi, perché questo in realtà è un caso estremo di distruzione del paesaggio”.

Sei stato coinvolto emotivamente dalla fotografia del muro e del paesaggio? Ho cercato disperatamente di tagliare con Israele sul piano emotivo, ma ovviamente non ci sono riuscito. Devo precisare che non seguo per nulla quello che succede in Repubblica Ceca, ma osservo molto da vicino quello che succede in Israele. Così, purtroppo, non sono riuscito a tagliare del tutto. Era quello che temevo. In parte era uno dei motivi stessi per cui, all’inizio, non volevo partecipare. Sapevo che se avessi iniziato a lavorare in quei luoghi ne sarei stato coinvolto emotivamente.

Come facevi a saperlo? Perché sapevo che c’erano molti problemi sul territorio e quando inizio a lavorare in un Paese che ha dei problemi, questi diventano parte dei miei problemi. È così che lavoro.

Al-Eizariya (Betania), Gerusalemme Est.
Al-Eizariya (Betania), Gerusalemme Est.

In una scena del documentario, un militare al checkpoint di Qalandiya, vicino Ramallah, ti ordina via megafono di allontanarti da una recinzione… Te ne eri accorto o eri così concentrato sulla fotografia da non farci caso? Non mi è importato. Sapevo di dover scattare quell’immagine a qualsiasi costo. Forse se il soldato avesse cominciato a sparare me ne sarei andato. È una situazione simile a quella che ho vissuto nel 1968, per esempio… A volte le persone  mi dicono che allora sono stato molto coraggioso. Io non credo fosse coraggio. Ero semplicemente in una specie di trance. Scattavo e facevo quello che pensavo di dover fare.

Una volta un militare israeliano ha rotto una delle tue fotocamere. Puoi raccontarci questo episodio? Eravamo a Gerusalemme Est. Era circa mezzogiorno, avevamo fame e abbiamo tirato fuori i panini che avevamo con noi. C’era un piccolo parco, ci siamo seduti e abbiamo cominciato a mangiare. In un attimo ci siamo trovati circondati da sette soldati armati di mitra, e con modi piuttosto ruvidi. Uno di loro, il più giovane, mi si è avvicinato e ha colpito la mia fotocamera. Non sapevo che l’avesse effettivamente rotta: ho continuato a usarla per una settimana prima di scoprire che non avevo catturato niente. Devo dire che devo molto a Gilad, che mi ha tirato fuori da diverse situazioni che potevano diventare strane. Anche quella volta Gilad ha cominciato a parlare con loro in inglese e alla fine è stato mandato a prendere i nostri documenti in auto (che era parcheggiata poco distante). Quando è tornato con i documenti, gli hanno detto: “Ehi, ma tu sei di qui! Perché non hai parlato in ebraico con noi?”. Be’, Gilad ci sa davvero fare… Si è girato verso di me e ha colto l’occasione per spiegare “Vedete questo signore? Sono responsabile per lui e voglio che capisca tutto quello che succede”. La cosa interessante di questo incidente è che il soldato che mi ha rotto la fotocamera, il più rude… quando l’ho guardato aveva esattamente lo stesso tipo di volto di quegli altri soldati, i militari russi che ho fotografato nel 1968. Solo che quelli allora non erano riusciti a rompermi niente!

Come mai hai scelto di fotografare panorami e paesaggi? Se guardi ai fotografi, molti, quando invecchiano, fotografano sempre di più il paesaggio. C’è un’enorme differenza tra fotografare persone e fotografare il paesaggio. Con le persone, perdi sempre qualcosa: corri dietro a qualcosa che non esiste già più. Con il paesaggio, aspetti: se il sole è lì e le ombre sono là, può volerci un’ora perché arrivino dove vuoi, o tre ore… È vero che fotografo sempre meno le persone. Il motivo è che fotografo da più di cinquant’anni e, prima di tutto, il mondo è cambiato enormemente e non cerco di mostrare le differenze, le differenze visuali.

Mappa murale, Kalia, Mar Morto.
Mappa murale, Kalia, Mar Morto.

Dici di non fare politica, ma molte persone guardano i tuoi lavori e li trovano molto politici. Con la sola eccezione di Gilles Peress a proposito di Praga, nessuno mi ha mai detto che sono un fotografo politico. Davvero nessuno, ma forse non ho incontrato quel tipo di persone. È interessante. Credo che se ci sono persone che hanno fatto questo tipo di commento, probabilmente bisognerebbe chiedere loro di specificare cosa considerano politico.

Sei contento di essere andato in Israele? Non mi dispiace esserci andato. Ovviamente, mi piace fotografare e mi piace giocare con quello che mi si presenta, ma non posso certo dire che sia stato piacevole fotografare quello che abbiamo visto. Altrettanto, sono felice di averlo fatto. Mettiamola così… In quale altro luogo avrei potuto trovare quello che ho trovato?
E sono cose importanti da fotografare. Moltissime persone mi hanno detto “Conosciamo il posto, ma non l’avevamo mai visto”. Insomma, se riesci a mostrare una cosa del genere, non è male. Un poeta mi ha detto “Hai reso visibile l’invisibile.
E la maggior parte degli Israeliani cerca di non vedere”. Un altro commento che mi ha davvero sorpreso, perché lei si occupa di queste cose da molti anni, è di Ariella Azoulay [documentarista e teorica di fotografia e cultura visuale, ndr], che mi ha detto: “Hai davvero inventato la lingua dell’occupazione”. Vero o no, chi lo sa? Credo sia stata una buona intuizione, quando sono arrivato, capire che una fotocamera panoramica poteva essere un buono strumento per quel lavoro.

Hai parlato del tuo rapporto con la bellezza del paesaggio, ma in Israele ti sei concentrato su un paesaggio che viene distrutto, devastato e in qualche modo manipolato. In che modo illustri questo rapporto? Non sono sicuro se sia esattamente la stessa cosa, ma non ho mai fotografato una bella donna. Ricordo un commento di Cartier-Bresson sui miei paesaggi. Mi disse: “Mi piacciono i paesaggi colti”. Penso di avere un rapporto più stretto con i visi delle persone che hanno avuto una vita dura, che non con quelli delle modelle. Credo che ovunque vado, forse cerco (o magari mi sbaglio) la bellezza del luogo. I paesaggi che soffrono contengono una tragedia, ma anche nella tragedia c’è bellezza. Ce n’è tanta da farci ancora andare a teatro a vedere le tragedie greche. Forse sono interessato a qualcosa che è forte, e che è bello.

Tomba di Rachele.
Tomba di Rachele.

In Magnum, hai imparato lezioni importanti parlando e lavorando con Henri Cartier-Bresson? Ho imparato una cosa che è collegata a Israele. Henri diceva sempre: “Devi chiederti costantemente da dove vengono i soldi”. Cartier-Bresson aveva questa particolarità, di porre sempre domande e di ribellarsi sempre. Era sempre contro qualcosa, ed era molto importante.Era una questione fondamentale ogni volta che Magnum avviava un progetto: capire da dove venivano i soldi. Certo, spesso è difficile, perché tutto è interconnesso. Ma in linea di principio non dovevano entrarci industrie delle armi e del tabacco. Sono solo piccoli esempi.

Il successo, con la libertà che offre ai fotografi più che con i suoi aspetti materiali, è una motivazione importante per te? Per rispondere a questa domanda, per quanto riguarda la fotografia, posso dire che per me è un enorme successo scattare due o tre buone immagini in un anno. E un altro successo è che, quando mi sveglio la mattina, non mi fa male niente. Posso uscire, sentirmi bene e fotografare. È questo la fotografia: alzarsi, uscire e andare a vedere. E se trovi qualcosa di interessante da fotografare, e se finisci la giornata con qualche rullino, magari pensi che qualcosa possa rimanere… È questa la differenza tra la fotografia e vendere scarpe. Vendi le scarpe, torni a casa, hai un po’ di soldi e niente altro. Non hai nulla che rimane.

Josef Koudelka

Josef Koudelka - ritratto

Nato in Cecoslovacchia nel 1938, Josef Koudelka ha anonimamente conquistato le prime pagine nel 1968, quando ha documentato l’invasione di Praga da parte delle forze del Patto di Varsavia. Le sue immagini sono arrivate clandestinamente a Magnum e sono state pubblicate dal Sunday Times Magazine con le sole iniziali “PP” (per “Prague Photographer”), per proteggere la sua identità. Nel 1969, ancora senza nome, sono state premiate con la Robert Capa Gold Medal. Nel 1970 Koudelka ha cercato rifugio in Occidente e, poco dopo, è entrato in Magnum. Nel 1975 ha pubblicato il primo libro, Zingari.
Nel 1988 è uscito invece Exils. Oggi ha alle spalle più di una dozzina di libri, tra cui Invasione Praga 68 (2008), Piemonte (2009) e La Fabrique d’Exils (2017). Tra i premi attribuiti a Koudelka citiamo il Prix Nadar (1978), il Grand Prix National de la Photographie (1989), il Grand Prix Cartier- Bresson (1991) e l’Hasselblad Foundation International Award in Photography (1992)


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