25 Settembre 2021 di Redazione Redazione

La narrativa visuale di Claudio Majorana indaga gli anni dell’adolescenza nell’intento di far riflettere su chi siamo e chi siamo stati. Attraverso sequenze di immagini in bianco e nero, l’autore risulta abile nel creare un diario visivo dove la fotografia diventa mezzo per comprendere questo momento di passaggio all’età adulta nel quale contesto, azioni e relazioni assumono un importante valore.

Autore del collettivo CESURA, nei suoi primi lavori ha documentato la scena skate siciliana di cui ha fatto parte per molti anni.

L’intervista a Claudio Majorana

Che origini ha il tuo interesse verso la fotografia?

«Credo che tutto sia iniziato con un’immagine vista sul mio libro di storia delle scuole elementari. Era una foto di Robert Capa fatta durante lo sbarco in Sicilia, quella del soldato americano accanto al contadino. Per la prima volta ho sentito il potere della fotografia e ricordo che la mostravo a tutti per trovare persone con cui condividere il mio stupore.

Fin dall’infanzia ero attratto dalle immagini in bianco e nero o da quelle che ritraevano l’infanzia di mio padre. Pensavo che questi fossero i soli colori che esistevano e che le persone potevano vedere solo così. Da bambino passavo molto tempo con mio padre – era un medico – nella sua camera oscura radiologica e nell’atelier e stamperia calcografica di mia madre, pittrice, imparando a dipingere ad acquarello e aiutandola nei procedimenti di stampa al torchio. I miei genitori hanno avuto una grande influenza sulle mie scelte di vita e di lavoro.

Claudio Majorana

The Lost Generation, 2018 © Claudio Majorana / CESURA

Avevo poi una grande curiosità e interesse per la scienza e gli animali. Dopo il liceo ho infine iniziato gli studi di medicina e chirurgia e, contemporaneamente, ho seguito un corso di fotografia dell’Accademia di Belle Arti. Un giorno il professore portò a lezione il libro In Our Time: The World as Seen by Magnum Photographers. Sfogliandolo, ho sentito dentro di me che c’era qualcosa di veramente forte che mi attirava verso quel mondo e quel modo di raccontare le cose».

Dal 2011 al 2017 hai raccontato la scena skate siciliana. Cosa ha significato per te questa ricerca?

«La passione per lo skateboard è iniziata fin da piccolo e per quindici anni ho concentrato la mia attenzione su questa disciplina. Nei primi anni 2000 lo skate era poco conosciuto in Sicilia. Eravamo considerati degli outsider, ma per noi quel mondo significava tutto. Era il nostro modo di creare legami, di passare del tempo fuori casa e di ridefinire lo spazio intorno a noi.

Nel 2011 ho iniziato a documentare la scena siciliana e da questo lavoro è nato The Recent History of Sicilian Skateboard Tours, un progetto e un libro sulla storia della cultura dello skateboarding in Sicilia. Erano gli anni in cui questa regione stava diventando una meta sempre più importante per gli skate tour internazionali. Improvvisamente ci siamo ritrovati in casa i pro skater che fino a poco tempo prima vedevamo nei video americani ed europei.

Eravamo ancora dei ragazzini e all’inizio sembrava surreale. Fu uno stimolo enorme. Con gli anni abbiamo creato forti legami con gli altri skater della penisola e anche con molti stranieri. Ci rendevamo conto del fatto che essere skater significava far parte di una comunità che, in qualsiasi luogo del mondo, è sempre pronta ad accoglierti come un membro della famiglia.

Un altro progetto a cui ho dedicato molto tempo è Head of the Lion che racconta sei anni dell’adolescenza di un gruppo di otto skater della periferia della mia città. Il lavoro prende il nome da una scogliera lavica catanese dove i ragazzi trascorrevano le loro giornate estive. Il tuffo dalla testa ro liuni, come la chiamano qui, assume nel progetto il significato di una prova di coraggio. Un rito di passaggio tra la fine della giovinezza e l’inizio dell’età adulta».

intervista a cura di Gloria Viale 

Fotografare la Sicilia non è stato da subito un processo naturale. Credo che questi progetti mi abbiano aiutato a capire meglio il luogo in cui sono cresciuto.

 

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