15 Aprile 2020 di Redazione
Il commento che la maggior parte dei fotografi vuole sentire è “Ma che bello!”: che il soggetto sia un paesaggio o un ritratto è indifferente. Siamo tutti programmati per cercare il bello e goderne e a noi fotografi sembra naturale catturarlo e mostrarlo nella luce migliore, per così dire. Se lavorate in qualsiasi settore commerciale della fotografia, la vostra carriera dipende dalla capacità di rendere bellissimo il soggetto. Nessun cliente si è mai lamentato per un’immagine il cui soggetto sembrasse migliore dell’oggetto reale – non ancora, per lo meno, che io sappia. È quindi del tutto contro-intuitivo cercare soggetti ormai ben lontani dal loro meglio, magari così deteriorati da dover essere buttati. Eppure, ci sono solidi motivi creativi per esplorare decadimento e decomposizione.

Tutto il contrario

Per cominciare, è una strategia creativa nel solco del classico “Fai il contrario”, cui vale sempre la pena di pensare quando si provano cose nuove. Appartiene insomma alla famiglia della luce dura al posto di quella morbida, del disordine preferito all’ordine. Diamo per scontato, per esempio, che un frutto marcio sia un errore (ce lo siamo dimenticati in frigo o in dispensa o qualcosa del genere). A me è capitato di svuotare una cassetta di arance e trovarne una andata a male, completamente ammuffita. La mia reazione immediata è stata di disgusto, ma poi, anche per via del mio debole per il decadimento, come quello degli edifici abbandonati, ci ho ripensato e l’ho esaminata da vicino. Non era più un’arancia, ma un paesaggio in miniatura che stava sbocciando di vita delicata. Dal corpo stavano persino spuntando quelli che sembravano minuscoli funghetti. Da questo nuovo punto di vista, ho scoperto una notevole bellezza, così mi sono portato l’arancia in studio e l’ho trattata come un oggetto prezioso. Un’illuminazione di bellezza, applicata a qualcosa che convenzionalmente bello non è, diventa un modo di suggerire all’osservatore di sospendere i pregiudizi per un momento e guardare con occhi nuovi un soggetto, be’, non così nuovo.

Florilegio

L’idea non è di oggi. La prima cosa che viene in mente è la serie di fiori di Irving Penn per Vogue. Penn non aveva alcuna particolare conoscenza botanica e scrisse di esserne felice, perché l’ignoranza lo lasciava libero di reagire con semplice piacere, “senza essere legato alla convezione che vuole un fiore fotografato nel momento di incontaminata e pura perfezione”. Così, preferì esemplari già macchiati, avvizziti, “sul punto di tornare alla terra”. Penn è autore anche di una famosa serie di mozziconi di sigaretta raccolti per strada, stampati in grande con processo al platino. John Szarkowski, l’influente direttore della sezione fotografica del Museum of Modern Art di New York, scrisse in proposito: “Lo shock di queste immagini deriva dalla loro terribile, gelida eleganza. I detriti della strada assumevano un’esotica nobiltà”. Aggiunse: “Nei suoi termini più semplici, lo scopo sembrava essere la riscoperta della possibilità dell’ordine, in circostanze mai propizie e con materiali meno che promettenti”. Molto prima, il fotografo surrealista Frederick Sommer “fotografava giocattoli rotti, interiora di uccelli morti… pile di rifiuti” (sono ancora parole di Szarkowski). Se volete filosofeggiare, questo percorso creativo parte dall’assunto che qualsiasi cosa abbiamo davanti possa essere degna di apprezzamento. Dobbiamo solo prima scrollarci di dosso vecchie abitudini e tradizionali modi di pensare, osservare e giudicare cosa sia bello in sé e degno di essere fotografato. Al netto di tutto questo, ammetto di aver avuto più di un’incertezza e di un timore al momento di scegliere l’immagine con cui illustrare la teoria. Sono stato tentato di mostrare i feti di vitello in vendita nei mercati thailandesi, ma, un po’ come alcune delle scelte più estreme di Frederick Sommer, non credo avrebbero passato l’esame della redazione. Ci sono limiti a quanto possiamo tollerare quando osserviamo un’immagine e questa arancia ha il pregio di essere probabilmente accettabile per tutti.

Maneggiare con cura

L’ultima nota riguarda la tecnica: trovare soggetti in decadimento ma in buono stato visuale non è semplice, richiede più impegno rispetto alla ricerca del bello convenzionale, cui siamo tutti abituati. Quando Penn fotografava i suoi fiori appassiti, a volte se li faceva spedire appositamente (a Londra dall’Olanda, e una volta a New York dalla Virginia). Pensate alla facilità con cui avrei potuto danneggiare irreparabilmente la superficie di questa arancia, se l’avessi toccata. L’ho maneggiata con più cura e delicatezza di quante ne avrei riservate a un tesoro raro, una delicata opera d’arte.

Michael Freeman

Fotografo britannico di viaggi, architettura e arte orientale, è autore di manuali di grande successo. Collabora con la rivista dello Smithsonian Institute e con molti editori internazionali.

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