Giuseppe Tornatore prima del cinema: «La fotografia mi fa sentire un uomo libero»

Giuseppe Tornatore

Giuseppe Tornatore, nato a Bagheria, a otto anni comincia a frequentare Mimmo Pintacuda, proiezionista del Cinema Capitol e fotografo con un proprio studio. Le foto di Pintacuda stupiscono il futuro regista ancora bambino perché gli mostrano aspetti mai visti della sua città natale; un luogo che sfuggiva allo sguardo dei più ma non a chi, come il suo maestro, aveva sensibilità e capacità di osservazione. A metà strada fra Georges Méliès e i fratelli Lumière, è proprio questo umile uomo che gli insegna a vedere. Tornatore ha raccontato la loro relazione in modo commovente nel film Nuovo Cinema Paradiso, Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes nel 1989 e Golden Globe e Oscar come Miglior film Straniero nel 1990. Uno dei temi del suo cinema è quello della memoria legata alle immagini e da regista affermato si è reso conto che “quando premi il dito sul pulsante di scatto, lo sconosciuto che hai immortalato smette di essere tale perché lo porterai sempre con te”

Giuseppe Tornatore prima del cinema

A dieci anni, con i soldi guadagnati attraverso le mance e il contributo del padre, riesce ad acquistare una Rolleicord, la versione più semplice e meno costosa della Rolleiflex. Con questo medium imparerà a inquadrare il mondo, comprendendo da subito che non esistono solo le foto in cui ci si mette in posa, si guarda nell’obiettivo e si sorride. Così, all’inizio della sua “carriera”, Il piccolo Giuseppe comincia a fotografare con la sua prima  macchina i volti e gli angoli di Bagheria. Inquadra i suoi soggetti di spalle per non farsi vedere perché appena ne incrocia lo sguardo si intimidisce, ma questo non gli impedisce di scattare. A quell’età era già innamorato del cinema, ma è la fotografia il primo passo verso il mondo delle immagini. Infatti, è quando entra in camera oscura per la prima volta che ha una folgorazione. L’ingranditore assomiglia a un proiettore posto a testa in giù:  anziché proiettare orizzontalmente come al cinema, proietta verticalmente sulla carta. Tornatore intuisce che lì c’è qualcosa di vicino alle sue aspirazioni cinematografiche che lo porteranno nel 1981 a girare alcuni documentari per la terza rete Rai siciliana e nel 1985 a esordire con Il Camorrista .

Giuseppe Tornatore e la fotografia

Bambino, e poi ragazzo, fotografa Isidoro, il proiezionista del cinema Roma, i bambini che giocano per strada, l’anziana col sacchetto della spesa che legge il giornale, Renato Guttuso, anche lui di Bagheria, i venditori, le donne al cimitero, i gruppi di uomini anziani. Per scattare, aspetta di avere davanti agli occhi qualcosa di fotografabile e  quindi impara a osservare con attenzione. Questa esperienza, per sua stessa ammissione, gli permette ancora oggi, quando prova una scena dei suoi film, di riuscire a cogliere se c’è qualcosa di innaturale, che non funziona, e di aggiustarla. Pur non avendo mai considerato la fotografia un’arte inferiore al cinema, per molti anni Tornatore  non ha più toccato la macchina fotografica se non per fare fotografie di sopralluoghi e personaggi per i suoi film fino a quando, terminato il montaggio de La leggenda del pianista sull’oceano  alla fine degli Anni Novanta, riceve una telefonata da Alberto Meomartini, all’epoca presidente della Snam, che gli dice: «So che lei da ragazzo è stato fotografo. Le piacerebbe tornare a esserlo?». Tornatore accetta e passa dal buio della sala di montaggio a Novij Urengoj, una città della Siberia fondata nel 1973 la cui storia è legata all’estrazione del gas naturale. Chiede di poter girare liberamente e i membri  della piccola pattuglia dell’Italgas che lo accompagnano, a turno gli portano l’attrezzatura. Torna con delle meravigliose fotografie in bianco e nero, in cui si vede in azione lo stesso sguardo che Tornatore ha acquisito a Bagheria da giovane: gruppi di bambini a scuola o che giocano in mezzo alla neve, gente  al mercato, in strada, in treno, a teatro e a casa loro, blocchi di prefabbricati. Si spinge poi più vicino al Circolo Polare Artico per fotografare la vita di una tribù nomade di cacciatori di renne. Da allora, Giuseppe Tornatore continua a realizzare film ma ha ricominciato anche a scattare fotografie.