Maurizio Galimberti: l’istinto della visione

Quando Maurizio Galimberti decide di trasformare in professione la passione giovanile per la fotografia, sceglie come suo strumento principe la Polaroid. E questa fondamentale preferenza di campo connota fortemente il suo lavoro sotto un profilo tecnico, ma anche il suo spettro di azione da un punto di vista squisitamente estetico. Per molti artisti e fotografi, da Andy Warhol a Luigi Ghirri, la Polaroid è stata una miscela di divertimento e di scoperta, un taccuino di appunti visivi. Non è un caso, perché la fotografia, molto più di scalpello e pennello, offre la possibilità di rinnovarsi di continuo, cambiare colori, formati, carte, supporti in armonia con il progresso tecnologico. Ma Galimberti va un poco oltre ed elegge la sperimentazione a suo modus operandi  e la applica sistematicamente a tutta la sua produzione, echeggiando in questo modo le avanguardie storiche, il Futurismo e il Cubismo nelle forme e nello spirito, il Surrealismo e il Dadaismo nei modi. Il suo linguaggio visivo mescola questi influssi con una sensibilità per l’immagine contemporanea, figlia dell’estetica Pop: è la rielaborazione a svolgere il compito di trait d’union  tra i diversi formati – immagini singole, mosaici e ready-made –. Sarebbe tuttavia riduttivo ritenere che siano solo tatto e vista a indirizzare la sua ricerca; al contrario, il suo rapporto con la fotografia è totale. Non sono solo gli occhi a scoprire il mondo e a raccoglierne gli intrecci, i dettagli, gli scorci. Tutti i sensi sono coinvolti nell’esplorazione: il gusto, l’udito e l’olfatto hanno pari importanza rispetto alla vista e al tatto. La sua è una conoscenza empirica;  la fotografia che produce è molto concreta, solida, materica, seppur venata di lirismo ed emozione. L’istinto – la pancia – spesso detta il percorso, definisce cosa, come e dove fotografare. Il ritmo scandisce la successione di vuoti e pieni, di volumi, di spazi, di luci e ombre, dando vita a cadenze polifoniche e visioni polimorfiche, in cui l’analogia con la matematica e la musica è sorprendente. È qui, all’interno di questo spazio estetico, che Galimberti definisce il proprio punto di vista. La velocità della fotografia immediata, la possibilità di accorciare la trasposizione che va dalla visione, intesa come senso, all’osservazione dell’oggetto cartaceo, riduce la dispersione, crea sintesi, suscita emozione.

Maurizio Galimberti: tecniche fotografiche

Singletude . Le Polaroid singole di Galimberti  non sembrano solo appunti di viaggio per sottrarre all’oblio i momenti focali. Che riquadrino silhouettes  o che giochino con i riflessi, le sovrapposizioni, le ombre, o che privilegino porzioni di cielo e di mare, scorci di città, le immagini restituiscono una dimensione strettamente personale. È l’esperienza di uno spaesamento voluto e vissuto attraverso il filtro della macchina fotografica. L’artista prontamente agisce sulla gelatina prima che indurisca, incide contorni, cornici, rileva particolari, modifica l’apparenza e la struttura della pellicola, fino a farla assomigliare, talvolta, a una xilografia di matrice espressionista o a un dipinto. La trascrizione dell’impressione visiva e luminosa è adulterata attraverso la manipolazione: lo scalpellino velocemente asporta strati di emulsione, completa il processo di formazione dell’opera e, allo stesso tempo, ne porta alla luce lo spessore narrativo.
Mosaici. La fortuna di Galimberti è probabilmente legata ai famosi mosaici, ossia a quei quadri composti da una serie di singole Polaroid  allineate come tessere e incollate secondo una precisa sequenza. La visione d’insieme fornisce la chiave per apprezzare il soggetto nella sua – sempre parziale – interezza. L’artista sottopone le forme a un moto centrifugo, che ne scompone le fattezze in una miriade di schegge; il loro successivo assemblaggio restituisce una sorta di unità e una certa leggibilità. Spesso, nonostante i singoli tasselli siano perfettamente a fuoco, l’individuazione del soggetto risulta complessa: la difficoltà deriva proprio dalla frammentazione dell’immagine che, a prima vista, impedisce un’interpretazione immediatamente chiarificatrice. Il suo sistema, tuttavia, è solo apparentemente caotico; per ottenere questi risultati, egli mantiene un preciso rigore procedurale, ricerca composizioni bilanciate, calibrate su un ritmo articolato, scandito da piani e linee che sono come le lancette di un orologio.