Lo studio di Barbieri

Quando la fotografia si fa fotogramma. Alla scoperta del “cinema di carta” di Gian Paolo Barbieri

Fuori Fuoco è il racconto di un incontro al limite tra il pubblico e il privato, tra il visibile e l’invisibile. Si aprono le porte degli studi di maestri e maestre della fotografia italiana e noi ringraziamo con un dono. Questa volta abbiamo incontrato uno dei fotografi più influenti della seconda metà del Novecento, la cui carriera è una lezione di stile. Benvenuti nello studio di Gian Paolo Barbieri, fotografo per caso, regista per vocazione.

Si respira sacralità nello studio di Gian Paolo Barbieri, un luogo ameno nel cuore di Calvairate, nella zona orientale di Milano, una delle più verdi della città. L’entrata della Fondazione non lascia presagire quello che troveremo dopo il cortile d’ingresso. Attraversata la corte interna, si accede all’ex capannone trasformato in spazio di lavoro e archiviazione, un ecosistema equilibrato in cui gli elementi naturali – acqua e luce – convivono in armonia con gli spazi interni – studio di posa, archivio e sala –. Gian Paolo è lì ad accoglierci con la sua eleganza senza tempo. Percorriamo la sala occupata da una raffinata collezione di arte africana per giungere nell’area esterna: un giardino fino a qualche decennio fa attraversato da un canale della Martesana. Tra le canne di bambù e il tintinnio dell’acqua che ancora sgorga da una fonte in pietra, Gian Paolo ci conduce in una delle aree dell’archivio della Fondazione.

Il ricco archivio

Nata nel 2016 con lo scopo di promuovere e preservare la produzione artistica di Barbieri, la Fondazione pone le sue basi sull’archivio: circa cinquantaseimila rulli di negativi 6×6, duemilacinquecento Polaroid e più di tremiladuecento opere vintage autografate, già catalogate e digitalizzate, a cui si aggiungono riviste, libri e documenti trasversali all’archivio fotografico. Un racconto della genesi della fotografia di moda italiana lungo sessant’anni. Prima della parola arriva il gesto. Con la generosità che contraddistingue i grandi maestri, Gian Paolo sfama la nostra curiosità voyeuristica aprendo un cassetto dell’archivio. Uno a caso. «Qui c’è tutto il libro Madagascar, con tutti gli scarti, con le 35mm, con i 6×6».

Isa Stoppi in Coppola e Toppo, Milano 1965
Isa Stoppi in Coppola e Toppo, Milano 1965

Il gesto si ripete una seconda volta: «Questo è un redazionale. Un abito di Valentino ad Atene». E poi una terza: «Isa Stoppi. Una bellezza fuori dal comune».  Un gesto semplice, come aprire un cassetto, si tramuta in un rituale a cui partecipiamo in religioso silenzio.

Il cinema di carta

L'archivio
L’archivio

Gian Paolo protrae nuovamente le braccia. Stavolta il gesto si fa più lungo. Estrae da un altro cassetto uno dei tanti quaderni storyboard realizzati lungo i suoi sessant’anni di carriera. Duemilacinquecento Polaroid originali e autografate, meticolosamente conservate in quaderni tutti identici. Migliaia, quelle che sono andate perse in tempi non sospetti, quando una prova di Polaroid non sembrava aver alcun valore economico né storico.  Ogni singola Polaroid è accompagnata da una didascalia, una successione di note tecniche di sceneggiatura fotografica che racconta il suo “cinema di carta”, per usare un’espressione di Dario Reteuna, storico e tecnologo della fotografia. «Interno veranda. 33 scatti di un secondo l’uno. Fuori c’era il sole». «5 scatti a 45, 1 secondo. Tempo velato. Situazione poltrona-salone» La fotografia, congelata nell’istante in cui è stata realizzata, si fa immobile ed eterna, catturata sul supporto fisico di una Polaroid che, per ostensione, ne rivela la struttura ossea, il suo scheletro invisibile. Gli storyboard di Gian Paolo svelano ciò che sta dietro la lavorazione di una fotografia, ancora prima che venga stampata: layout disegnati a mano, Polaroid di prova, provini originali, diaframma e tempi di esposizione annotati a mano con perizia archivistica.

Le ispirazioni del cinema di Barbieri

Il legame di Gian Paolo con il cinema comincia prima ancora di immaginarsi fotografo, quando da piccolo si intrufolava nei set di Cinecittà. Lì, ha conosciuto Fellini, Ava Gardner, dive e star della dolce vita romana.  L’occasione è quella giusta per consegnare il nostro dono di ringraziamento. A pranzo con Orson Welles è il libro che abbiamo scelto per ringraziare Gian Paolo della sua accoglienza. Una biografia costruita a partire dalle conversazioni settimanali del regista Harry Jaglom con Welles, inventore del cinema di genere e di più di un genere di film. Barbieri, come Welles, ha costruito i canoni del noir in pellicola. Lo stile intrigante, l’atmosfera sospesa, i personaggi ambigui e l’asfalto bagnato delle foto di Barbieri attingono dal cinema di Welles, dando vita a un tipo di fotografia inizialmente difficile da classificare per il fatto di essere la prima di una nuova serie. «Orson Welles mi ha aiutato molto, così come il cinema noir americano degli anni Cin- quanta; mi hanno dato un sacco di spunti da cui ho tirato fuori la foto secondo i miei canoni». Al noir americano, Barbieri affianca il neo- realismo italiano di Visconti, Pasolini e Rossellini. Nel gioco dei rimandi tra fotografia e cinema, le sue foto trasformano il neorealismo in una versione italiana del noir americano con i chiari e gli scuri che danno volume alle immagini.

 Simonetta Gianfelici in Valentino, Roma 1983
Simonetta Gianfelici in Valentino, Roma 1983

La fashion photography e l’incontro con Vangelis

Da Roma, Gian Paolo si trasferisce a Parigi dove lavora come assistente di Tom Kublin, fotografo di Harper’s Bazaar, col quale collabora per le collezioni di alta moda firmate da Yves Saint Laurent, Dior e Givenchy. Dall’esperienza di quegli anni, Gian Paolo apprende la cura del dettaglio e il rigore del perfezionismo del suo maestro. Chiediamo a Gian Paolo di parlarci di un oggetto del suo studio a cui è particolarmente legato. Senza esitazione, ci porge Silent Portraits, il libro fotografico realizzato nel 1984 con scatti delle Seychelles, accompagnato da un disco con le tracce composte dal compositore greco Vangelis. Comincia così il suo racconto: «Ero già un fotografo indipendente quando a Londra, attraverso un’amica, incontrai il premio Oscar Vangelis. Spinto dalla mia amica, gli mostrai le Polaroid delle Seychelles. Dopo averle osservate attentamente, mi disse di avere la musica per quelle foto. Il giorno dopo il mio ritorno a Milano, ricevetti una telefonata di Vangelis in cui mi omaggiava della sua musica. L’incontro si conclude e noi ce ne andiamo con la sensazione di aver visto scorrere dinanzi ai nostri occhi tanti film quante le storie che Gian Paolo ha voluto raccontarci. Lasciamo la sala (cinematografica) con la stessa riverenza con cui siamo entrati, ricordando che, dopotutto, il cinema è figlio della fotografia.

di Carmen Palumbo

Gian Paolo Barbieri

Gian Paolo Barbieri
© Seychelles, 1984.

Nato a Milano in una famiglia di grossisti di tessuti, nel 1962 si trasferisce a Roma. Il destino lo porta poi a Parigi, dove lavora come assistente del fotografo di moda Tom Kublin. Ritorna a Milano nel 1964 dove inizia a lavorare per Vogue Italia – sua è la copertina del primo numero –. La collaborazione con le edizioni italiana, americana e tedesca di Vogue lo porterà a lavorare come fotografo pubblicitario per Valentino, Armani, Saint Laurent, Ferré, Versace e Dolce & Gabbana. Nel 1978 il giornale tedesco Stern lo indica tra i quindici migliori fotografi di moda al mondo. Le sue opere sono esposte in prestigiose sedi museali come il Victoria and Albert Museum, il Kunst- forum di Vienna e la National Portrait Gallery di Londra. Nel 2016 istituisce la Fondazione Gian Paolo Barbieri, un’istituzione culturale che opera nel settore delle arti visive e che persegue finalità di promozione della figura artistica del fondatore.

Per leggere il servizio completo, acquista IL FOTOGRAFO #323 o scarica la versione digitale qui. 


Latest from Interviste

0 0,00
Go to Top