22 Ottobre 2019 di Vanessa Avatar

Il cinema è un referente importante nel lavoro di Yasuhiro Ogawa che cita Tarkovskij e Wong Kar-wai. Ma a nutrire la sua immaginazione fortemente legata al reale, ad avere un ruolo significativo sono soprattutto la musica e la letteratura. In particolare, nell’elaborazione dei suoi lunghi progetti invernali, frutto di viaggi nelle isole più lontane del Giappone, in Cina, Corea, Europa, sembrano risuonare gli haiku di Matsuo Basho: «Vieni, andiamo,/ guardiamo la neve/ fino a restarne sepolti» o «Languore d’inverno:/ nel mondo di un solo colore/ il suono del vento». Parole che arrivano da tempi lontani, libere di spaziare verso il futuro.
In Winter Journey (alcune foto sono pubblicate nei libri Shimagatari e By the Sea) l’influenza che il fotografo giapponese dichiara più esplicitamente è la lettura di un capolavoro come La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami. Nelle pagine di questo romanzo vincitore del premio Tanizaki 1985, Ogawa coglie la straordinaria visionarietà e l’approccio psicologico dello scrittore nel trattare temi come il subconscio, la perdita della memoria, l’isolamento, gli elementi soprannaturali, i mondi paralleli. Tracce che si ritrovano in tutte le sue serie fotografiche, indifferentemente che siano scatti in bianco e nero o a colori, analogici o digitali. Con un approccio intimistico il fotografo indaga oltre l’apparenza, inquadrando il soggetto da lontano oppure avvicinandosi tanto da cogliere dettagli che perdono la loro nitidezza per diventare immagini oniriche, quasi surreali. Alla monotonia del quotidiano, al gesto prevedibile, al particolare anonimo egli restituisce nobiltà, unicità, eternità.

Per Yasuhiro Ogawa il linguaggio fotografico è una pratica di osservazione e di ascolto

Per Yasuhiro Ogawa il linguaggio fotografico è una pratica di osservazione e di ascolto che parte sempre dal proprio mondo interiore. Il passo successivo è dar forma al pensiero. Anche di fronte alla perdita di una persona cara, oltrepassata la soglia del dolore e della mancanza, c’è nel suo lavoro una volontà di descrivere la fragilità del sentimento, trovando una nuova formula che ha in sé una nostalgia distante. È così nelle delicate immagini del libro Cascade (2017) dedicato a sua madre Hideko Ogawa, provenienti dai filmini super8 girati da suo padre, in cui la mamma è giovane e sorridente e lui un bimbo di due anni. Con il proiettore puntato su una parete bianca del salotto vuoto della casa di famiglia egli rivede le immagini mute scorrere velocemente, finché non prende in mano la macchina fotografica e si appropria di quei frammenti. La fotografia è un autoritratto in cui gli scatti, come le parole, possono esprimere sentimenti reconditi che si svelano senza timore mettendo a nudo ogni incertezza.
Di Manuela De Leonardis

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