Jamie Diamond, Mother Brenda, 2012, Courtesy of the artist

L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà? Editoriale a cura di Denis Curti

Il dizionario della lingua italiana Treccani definisce con il termine surrogato “un riferimento a cose varie, anche non materiali, che sostituisce un’altra cosa in modo imperfetto”. Sulla base di questo insolito concetto, lo scorso 21 febbraio, l’Osservatorio, spazio che la Fondazione Prada ha dedicato interamente alla fotografia al centro di Milano, ha inaugurato la mostra Surrogati. Un amore ideale con le opere delle fotografe americane Jamie Diamond ed Elena Dorfman. Al centro dei loro progetti le artiste esplorano i concetti universali di amore familiare, romantico ed erotico ma con una declinazione alquanto insolita, analizzando il legame emozionale tra un uomo o una donna e una rappresentazione artificiale dell’essere umano. Ancora più nello specifico, la Diamond esplora la vita di una comunità outsider di artiste autodidatte chiamate Rebornes, che realizzano bambole iperrealistiche con cui interagiscono per soddisfare il proprio desiderio di maternità, mentre Elena Dorfman si è concentrata sulle persone che condividono la propria quotidianità domestica con realistiche bambole erotiche a grandezza naturale. La scelta di ospitare ora una mostra su tale argomento in un circuito ufficiale come quello della Fondazione Prada mi ha fatto riflettere sull’idea di surrogato. La fotografia stessa potrebbe rientrare in questa definizione? L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà, una sua trasposizione, una finzione a tutti gli effetti benché venga riprodotta quasi perfettamente? D’altra parte è anche vero che, nonostante ciò, assegniamo un forte valore di testimonianza alla fotografia, soprattutto con l’avvento dei social network dove condividiamo con gli altri un surrogato della nostra vita. Allora mi domando, stiamo forse vivendo un’epoca in cui il surrogato ha più valore del reale?

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