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Simone Beggiora - Leri Cavour…il paese dimenticato

Leri Cavour…il paese dimenticato

Fin dall’XI secolo l’area di Leri fu sottoposta a un processo di bonifica da parte dei monaci Cistercensi, divenendo così nei secoli successivi un fertile terreno per la coltivazione del riso.

Già parte della grangia acquisita nel 1179 dal monastero di San Genuario (l’atto di acquisto fa riferimento al castrum e alla villa de loco Alerii), comprendeva anche un centro fortificato del quale oggi non resta traccia[2].

Di queste grange fu tra le più importanti, tant’è che nel 1457, divenne un centro di culto per i cistercensi e verso la fine del XVI secolo divenne parrocchia.[3] Anche nei secoli successivi l’area continuò ad avere una certa rilevanza. Nel XVIII secolo, la coltura a rotazione avrebbe sostituito la monocoltura mentre all’inizio dell’Ottocento il paesaggio agricolo dell’intera regione mutò drasticamente a seguito della razionalizzazione della rete idrica.

Nel XIX secolo il possedimento passò a Napoleone Bonaparte il quale, con un decreto del 1807, lo vendette al cognato, il principe Camillo Borghese a compenso parziale della cessione della galleria omonima allo stato francese. Fu nel 1822 che Leri passò in proprietà al marchese Michele Benso di Cavour, padre di Camillo Benso, conte di Cavour. I Benso trasformarono la tenuta -comprendente oltre ai 380 ettari del complesso principale, anche i 365 di Montarucco e i 318 di Torrone- in un’azienda agricola all’avanguardia per i tempi, intervenendo architettonicamente sugli edifici più vetusti. Intorno rimanevano i trenta ettari circa della zona di San Basilio e gli ottanta del vicino bosco di Trino.

Impegnato come vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia a Torino, Michele Benso assunse la risoluzione di trasferire al figlio cadetto, Camillo, la gestione della tenuta. Il futuro statista si fece carico nel 1835 della responsabilità dell’amministrazione della tenuta comprendente i territori di Leri e Montarucco sotto l’egida di una società all’uopo costituita -e destinata a durare nove anni- che comprendeva lo stesso marchese di Cavour, il giovane Camillo e la duchessa di Clermont-Tonnerre. Con la morte, nel 1837, del consorte della duchessa, la nobildonna uscì dalla società dietro l’assegnazione di quote d’affitto ed interessi per i successivi undici anni.

Nel novembre 1849 la tenuta, rimasta ai Benso padre e figlio, fu data nuovamente in formale affitto (per nove anni e per una somma di 103 000 lire) ad una società formata dai fratelli Gustavo e Camillo e da Giacinto Corio. Il contratto venne poi rinnovato Il 22 aprile 1857. Da quella data della società rimasero contestualmente parte i soli Camillo Benso e Giacinto Corio. La gestione del Conte fu improntata ad un sostanziale ammodernamento, sia delle tecniche agricole con la costruzione di sistemi idrici, sia a livello infrastrutturale con una radicale modifica dell’architettura, dovuta alla necessità di rispondere alle esigenze della forza lavoro soprattutto stagionale e dei servizi per gli operai forestieri (mense e dormitori).In questa tenuta lo statista usava ritirarsi nei momenti di riposo. Fu inoltre qui che il conte, in collaborazione con il Corio, sperimentava le tecniche di coltivazione che intendeva fare applicare in Piemonte. Nonostante i crescenti impegni, Cavour continuò a tenersi informato sull’andamento delle attività produttive, dimostrando quindi una certa affezione verso quelle terre.

Prospettiva della centrale
Oggi nel territorio della frazione sorge la Centrale termoelettrica Galileo Ferraris, ultimata negli anni novanta e riconoscibile dalle alte torri di raffreddamento. Nel progetto iniziale doveva essere la seconda centrale nucleare di Trino (motivo per cui l’Enel acquistò l’intera area) ma a seguito del referendum del 1987 venne costruita come centrale a ciclo combinato.

Leri è stata abitata sicuramente fino agli anni sessanta, come testimonia la targa posta nel 1961 in occasione dei 100 anni dell’unità d’Italia, ma proprio in quel periodo il degrado prese piede: a causa dell’utilizzo di più moderni metodi di coltura intensiva cominciarono ad acuirsi problemi sia di riduzione della manodopera, sia il degrado delle architetture circostanti, sia riguardanti l’inquinamento ambientale. In tempi più recenti (ovvero almeno fino ai primi anni ottanta) Leri fu ancora abitata dal personale dell’Enel, che occupava alcuni uffici e abitazioni poi smantellati con il tempo a seguito della dismissione della centrale. Attualmente Leri è disabitata.

Recentemente il borgo è stato ceduto da Dalmazia Trieste S.r.l.[4] (società di Enel poi fusa in Enel Servizi[5]) al comune di Trino per la cifra simbolica di mille euro, nella speranza di un futuro recupero. Ciononostante, il degrado avanza incontrastato: tutti gli edifici, compresa la chiesa[6], sono stati violati e depredati, tant’è che vi si trovano solo macerie. Anche il tentativo di murare gli accessi ai suddetti non è servito a molto, siccome quelle fragili protezioni sono state abbattute. La stessa tenuta cavouriana, riccamente decorata, è aperta ed abbandonata all’oblio[7][8].

Il terreno invece è stato venduto per 1,47 milioni di euro a Società Agricola Trino, che inizialmente avrebbe voluto ivi produrre riso di pregiata qualità: tuttavia, poco tempo dopo, i 166 ettari in questione sono stati venduti ad Agatos Energia, per la realizzazione di un impianto fotovoltaico.

Nel 2011 i 166 ettari tornano ad essere di proprietà di Enel tramite la joint venture Enel Green Power & Sharp Solar Energy S.r.l.[9].
Canon Eos 600D Tamron 18-200

Trino Vercellese, Trino, VC, Italia

16/3/2017

Dati exif non disponibili

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