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Alfredo Sabbatini: nato libero

Alfredo Sabbatini

Cresciuto in un mondo dove la creatività era il pane quotidiano, Alfredo Sabbatini ha sempre respirato un’aria carica di ecletticità e di poesia. «Mia madre Eva Sabbatini», ricorda il fotografo, «era una straordinaria e geniale creatrice di moda; era una designer, una giornalista e anche un editore. Il mio mondo era un atelièr di alta moda, un luna park di idee assolutamente innovative e in continua evoluzione. Erano gli anni della ricostruzione, del dopoguerra. Gli anni di un nuovo inizio. Indossatrici, modelle, fotografi erano all’ordine del giorno e tra gli ospiti di mia madre si contavano artisti e personalità di ogni genere. Ognuno portava con sé le proprie visioni e la propria originalità. Mio padre, Giorgio Mistretta, il secondo marito di mia madre, era giornalista e inviato speciale per varie testate. Era anche un ottimo fotografo e questo gli permise di raccontare sia con le parole sia con le sue immagini tutto quello che scopriva in giro per il mondo».

Intervista a Alfredo Sabbatini

Crescere in un ambiente così stimolante deve essere stato un sogno per un bambino che desiderava immergersi, con la propria fantasia, nel regno degli adulti. Di fronte a tante occasioni e opportunità, quando è nato il desiderio di fotografare?
«Quando mio padre si rese conto che trascorrevo più tempo a guardare le sue Hasselblad che non a giocare con gli amichetti. Decise allora di regalarmi una Kodak Instamatic in plastica grigia e a fuoco fisso che caricava un rullo da 120. Dovevo solo inquadrare e scattare. Cominciai conquistandomi il privilegio di poter seguire il mio maestro in alcuni dei suoi viaggi di lavoro. Le prime due regole imposte furono che le foto dovevano essere diritte e che non si dovevano tagliare le gambe alle persone. Avevo nove anni e mi sembrava una cosa semplice». Le difficoltà? Chiedo io. E lui: «Non tagliare le gambe alle persone camminando all’indietro. Tre anni dopo, per il mio compleanno, mi regalò una Leica M3 con un 50 mm f.1:4 e la terza regola: le foto devono essere a fuoco. Dopo un altro anno ebbi in dono un 135 mm e cominciammo a parlare del perché le regole vanno osservate e quando possono essere infrante. Ancora al liceo, mi presentai al cospetto di mia madre, seduta al suo gigantesco tavolo pieno di lavoro e con tutto il coraggio che avevo le dissi d’un fiato che volevo fare il fotografo. Mi guardò a lungo negli occhi, poi prese l’agenda, la sfogliò con calma e fece una scelta. Si tolse l’orecchino, con due dita, portò la cornetta del telefono all’orecchio che aveva liberato anche dai capelli con un gesto da vera diva e compose il numero: “Silvano, sono Eva, mio figlio dice di voler fare il tuo mestiere, va bene se te lo mando oggi così comincia dai pavimenti?” Era Silvano Maggi, un ottimo maestro. Cominciai a pulire i pavimenti prima di poter passare ore di paura in camera oscura a caricare rullini con rocchetti di ferro che si inceppavano di continuo. La gavetta durò anni con maestri di diverse nazionalità e culture. Infine, arrivò la prima foto pagata e pubblicata: la copertina di Oggi dedicata a Grace Kelly. L’avevo fotografata a Montecarlo durante il Festival Internazionale del Circo. E da allora la fotografia non l’ho più abbandonata. Una vita fatta di viaggi, di impegni lavorativi e di ricerca personale».

Gli Stati Uniti sono stati la tua seconda casa. Cosa ti affascinava di quel Paese?
«Con le parole di Jack Kerouac bene impresse nella mente, nel 1971, a diciassette anni, ho affrontato il mio primo coast to coast alla scoperta dell’America. Oltre 12.000 miglia in quasi due mesi ripercorrendo la mitica Route 66. Quel viaggio ha cambiato la mia vita. Il mio cervello era predisposto e allenato a essere aperto. È stato come un viaggio nella fantascienza: i miei occhi non erano abbastanza dei grandangoli per assorbire tutta quella immensità. Dall’inizio alla fine di quel primo viaggio mi sono ritrovato in uno stato allucinogeno, non riuscivo a metabolizzare tutto quel che c’era da vedere. Era troppo. Punti di vista ribaltati, un nuovo mondo. Passavo dalla Factory di Andy Warhol in California alle cene di gala alla White House o nella sede del National Geographic a Washington. Ho amato gli Stati Uniti per il senso innato della ricerca e della sperimentazione continua. Essere affascinati però non vuol dire perdere lucidità e una volta girato l’angolo ciò che non sopportavo più era l’eccessiva competitività, la difesa a oltranza della facciata, la perenne scalata di una piramide sociale infinita per ottenere cose per lo più inutili; a tutto ciò aggiungiamo il mio disinteresse per l’alcol che, inevitabilmente, mi rendeva invisibile in molte occasioni».

Gli anni Settanta ti vedono protagonista nell’ambito della moda e della pubblicità. Sono gli anni dell’esplosione dei jeans Carrera, Pooh, Levi’s. Che mondo era?
«Pur essendo ancora molto giovane trovai molte occasioni. Arrivarono le campagne per i jeans Pooh con la sosia di Marilyn Monroe che recitava “Spogliami” e “Possiedimi”. Oltre a Levi’s vorrei ricordare le prime due campagne mondiali per Diesel jeans, un’esperienza clamorosa! Si sperimentava, c’era una ricerca continua. La creatività era stimolata al massimo e osare significava sapere. Il ruolo dei fotografi era decisivo, al punto tale da essere paragonati a vere e proprie star. Oggi funziona secondo le mode, le tendenze e i concept tanto stravaganti quanto inutili. Idee pazzesche cambiano a ogni istante e la fotografia o la fai fare dal robot che riceve anche telefonate o fai una foto che passerà nelle mani di un super retoucher che poi verrà rielaborata dallo special effects supervisor e finita da un graphic designer».

Negli anni Ottanta crescono le tue collaborazioni con L’Europeo, Amica, Oggi. Quali copertine ricordi e quali personaggi, che hai incontrato, ti hanno colpito per fascino, intelligenza e genialità?
«La storica rimane quella per L’Europeo. Era il 1978. Durante il programma del sabato sera in televisione fece scandalo la coreografia in cui Raffaella Carrà e tutto il corpo di ballo vestivano abiti da suora con ampi spacchi. Venni convocato subito dal direttore Valentini per realizzare una copertina ad hoc. Scelsi Antiniska Nemour, una giovane attrice. Il nudo di suora che uscì creò ulteriore scandalo quando riempì le edicole. Prima di essere sequestrata ne furono vendute 700.000 copie. Ricordo, per il suo fascino, la straordinaria direttrice d’orchestra Keri Lynn Wilson, ma anche Valerie Campbell, la madre di Naomi. Per intelligenza, George Weah, pallone d’oro 1995 e oggi presidente della Liberia. Per genialità, Giorgio Gaber, Dario Fo e il ballerino Gheorghe Iancu».

Oggi, a quali progetti ti stai dedicando?
«Voglio lavorare sui miei libri. Raccontare tutto quel che sta intorno alle mie fotografie. Fino a ora raramente ho dato dei titoli alle fotografie. Adesso sento il bisogno di raccontare e di spiegare le sfumature e i dettagli di questo mondo ormai in estinzione. Un po’ perché ho voglia di riassaporare ancora una volta tutte quelle emozioni, paure, ostacoli e gioie, ma soprattutto, per i miei figli, nativi digitali, ai quali vorrei regalare qualche giga di memoria utile».

 


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