Femminicidio: la fotonotizia è sempre la vittima e quasi mai l’assassino

La fotonotizia è sempre la vittima e quasi mai l’assassino

Quando un uomo uccide una donna la fotonotizia di cronaca è quasi sempre lei. Specie se giovane: immagini di vitalità e di gioia tratte in genere dall’account Facebook. Dunque, spesso, l’“altra notizia”, in parallelo con quella della morte violenta, è la bellezza della donna uccisa. Due rette che si incontrano, lo switch è a portata di mano: «è stata uccisa ed era giovane e bella» diventa facilmente «è stata uccisa in quanto giovane e bella». La colpa è anche sua, in buona sostanza. Poteva starci attenta. Poteva non provocare con la sua grazia e la sua libertà. Del resto per la cultura patriarcale ancora vivente in molti luoghi del mondo se sei vittima di violenza la colpevole sei tu. Sei tu a dover pagare con la vita o con la morte civile il fatto di non aver saputo proteggere l’onore che i maschi di famiglia hanno incautamente affidato al tuo grembo. Corrispettivo occidentale, la cosiddetta vittimizzazione secondaria, ancora attiva nei casi di procedimenti per violenza: vale la pena di riguardarsi il celebre docufilm Processo per stupro (1979) in cui la vittima si ritrova imputata perché una donna “di buoni costumi” non può essere violentata – con una straordinaria Tina Lagostena Bassi difensore di parte civile. La fotonotizia, dunque, è sempre lei e quasi mai l’assassino. L’ideologia di fondo tiene: i riflettori restano su di lei. Non pubblicare le foto degli assassini significa anzitutto facilitare la reiterazione del reato dopo l’estinzione della pena, spesso abbreviata da sconti. Chi è stato violento con una donna con ogni probabilità lo sarà con altre ed è il caso che queste eventuali altre conoscano la sua faccia. Giudicare insignificante ai fini della cronaca il volto dell’assassino vuole dire pensare la volontà di dominio, anche quando espressa nel modo più brutale, come una non-notizia, qualcosa di fisiologico, quasi-normale (perché è lei ad aver tirato la corda). La banalità del male. Poter osservare i tratti ordinari, non-lombrosiani, caucasici, tranquilli e perbene di quegli assassini in giacca e cravatta, di quei bravi ragazzi che ammazzano donne, costituirebbe un vero cambio di rotta nella lotta alla violenza, e la “disonorerebbe” definitivamente.

Marina Terragni

 


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