Fotografia e cinema: il fotografo di scena

Una fotografia documenta qualcosa che è avvenuto davanti alla macchina fotografica e a colui che scatta e un momento dopo non c’è più. Il lavoro del fotografo di scena ha a che fare proprio con questa idea perché nasce in ambito teatrale per lasciare futura memoria degli spettacoli. Il fotografo assiste alle prove per studiare gli spostamenti degli attori e il gioco delle luci per poi scattare dai punti di vista migliori durante le prove sul palco con i costumi. Spesso queste fotografie, uniche testimonianze esistenti, hanno permesso il riallestimento di storiche messe in scena. Non con la stessa intenzione nasce il lavoro del fotografo di scena nel cinema che in inglese è definito still photographer , per distinguerlo dal director of photography . Per decenni, alla fine delle riprese più significanti, il fotografo scattava con gli attori dallo stesso punto della macchina da presa, stessa altezza, stessa luce, stesso obiettivo, stessa distanza e stessa posa. Queste fotografie, che si chiamavano posati , sarebbero servite più tardi per i manifesti del film, le locandine e la promozione stampa, ma soprattutto per creare la cosiddetta fotobusta , all’interno della quale si trovavano, oltre alla sceneggiatura, circa una cinquantina di fotografie delle scene salienti. Praticamente il fotoromanzo del film. Il fine della fotobusta  era quello di illustrare il film per convincere i distributori in patria e all’estero del valore artistico, ma anche della potenzialità economica del titolo in questione. Il fotografo del cinema non poteva, e non può, usufruire di molto tempo, come avviene in teatro, perché le prove si svolgono sul set il giorno stesso delle riprese: deve essere veloce, non interferire con il lavoro della troupe, essere trasparente.

Il fotografo di scena e la fotografia blimpata

Quando il cinema diventa sonoro, i click dello scatto non sono ben accetti quindi, da quel momento in poi, il fotografo di scena del cinema deve imparare a lavorare senza far rumore, usando una macchina fotografica blimpata, cioè silenziata. Inizialmente, un altro dei suoi compiti era quello di fornire alla segretaria di edizione e ai vari reparti delle foto della scenografia e degli attori per il controllo della continuità. Le scene di un film, infatti, a parte rarissimi casi, non erano, e non sono girate nella stessa sequenza con cui le vediamo scorrere sullo schermo: per motivi logistici ed economici le scene sono accorpate e girate in blocco secondo le location indicate dalla sceneggiatura. Per esempio, se in un thriller l’assassino torna più volte sul luogo del delitto, che ovviamente è sempre lo stesso, queste scene saranno girate una dopo l’altra e poi montate nel punto del film richiesto dalla storia. Si cambia poi location e si girano tutte le scene previste in quell’altro luogo e così di seguito. Nel cinema è quindi necessario avere strumenti per tenere sotto controllo i raccordi di tempo, di luogo e di posizione degli attori e degli oggetti, poiché è facile sbagliare. Nel passato, se ogni reparto avesse documentato con proprie fotografie il lavoro ai fini del controllo sarebbe stato un atto antieconomico, soprattutto perché la pellicola e la stampa erano pagati dalla produzione, unica proprietaria di ogni immagine del film. Non esisteva ancora la possibilità odierna di visionare immediatamente i dettagli della scenografia, dei costumi o della recitazione, con riprese video. L’uso delle istantanee Polaroid, inventate nel 1947 e di grande aiuto per il controllo della continuità, verrà permesso ai vari reparti solo più tardi, anche se con parsimonia, visto l’alto costo. Negli anni Cinquanta nei set italiani compare un nuovo tipo di fotografo: arriva dalle agenzie di cronaca che nascono numerose in quegli anni. Questi giovani, che si recano sui set per poi vendere i servizi fotografici ai giornali, non hanno bisogno di posati perché sono abituati a cogliere il momento giusto. Hanno, più o meno, il permesso di girare liberamente sui set, ma i loro occhi allenati narrano i film come se si trovassero al centro di veri e propri fatti di cronaca. E come si usava per la cronaca, il loro ritmo di lavoro era massacrante: foto scena per scena e, alla fine dei ritmi faticosissimi di quei set senza regole, si correva a scegliere gli scatti, stampare e sviluppare, per portare il giorno dopo le fotografie al regista. Sì, perché è lui, in qualità di autore, a decidere il materiale fotografico per la promozione. All’inizio i registi si risentono quando qualcuno pone un obiettivo in un punto diverso da quello deciso da loro. Luchino Visconti, per esempio, sul set di Vaghe stelle dell’Orsa si altera con il suo fotografo Mario Tursi poiché non aveva scattato nella maniera prevista e tradizionale, ma cercando di vedere a modo suo ciò che succedeva durante le riprese. Disse: «Belle queste foto, ma non è il mio film». Poi, lo lasciò fare e tra il regista e il fotografo nacque un sodalizio, come ne nacquero molti altri. Il fotografo del cinema evidenzia con il suo lavoro il carattere del regista, il suo modo di lavorare con gli attori e i tecnici, il senso della scena. Oggi, il fotografo non va più sul set tutti i giorni, ma una o due volte a settimana o quando ci sono le scene più importanti e questo influisce sulla possibilità di avere delle buone fotografie poiché, più che la tecnica, è importante avere il tempo per costruire una relazione con gli attori e la troupe. Se non si è appassionati di cinema non si può fare questo mestiere, perché, oltre alla fatica fisica, il set comporta anche le lunghe attese della preparazione. Come dicono gli inglesi, guardare un set è come guardare la vernice che si asciuga. Nel frattempo, molte imprese cinematografiche non esistono più e molto materiale, nel corso del tempo, è andato perduto. Di molti film, specie dei circa 10.000 prodotti in Italia durante il periodo del muto, rimane oggi la memoria solo attraverso alcune foto di scena sopravvissute perché conservate amorevolmente dai fotografi che sono così diventati un importante riferimento storico e critico per la storia del cinema italiano e non. Una curiosità: alcuni di questi fotografi, vista la loro esperienza sul set e la conoscenza delle dinamiche illuminotecniche, riuscirono a diventare direttori di fotografia.


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