L’Acido che cancella. Storie di donne senza volto

Ilaria Sagaria ha una spiccata sensibilità per il racconto dell’io. Questa sua indagine mescola con il giusto equilibrio la delicatezza che serve a raccontare un dramma contemporaneo con la forza di chi vuole darci un pugno dritto allo stomaco. Stupisce il rispetto con il quale l’autrice si esprime: condivide la disperazione dei soggetti stando in disparte, da donna osserva e, quasi, accudisce altre donne attraverso inquadrature che somigliano a metafore di un racconto compiuto dell’individuo. Non usa mai un linguaggio da cronista, piuttosto cerca espedienti e pose sospese che possano sostenere tematiche desolanti come la perdita dell’identità e l’umiliazione, mette in scena i concetti di attesa e solitudine. Prova empatia, dolore, rabbia, ci rimanda un artificio permeato di simboli e relazioni con una lucidità che finisce per ferirci.

Ilaria Sagaria: Storie di donne senza volto

«Il mio lavoro racconta del dramma psicologico che devono affrontare le donne vittime di violenza con acido. Questo tipo di aggressione viene chiamata vitriolage perché, nella stragrande maggioranza dei casi, l’acido utilizzato è il vetriolo. Si tratta di un fenomeno globale che non è legato alla razza o alla religione né tantomeno, alla posizione sociale e geografica. Nonostante siano stati registrati casi anche ai danni di uomini, questa forma di aggressione ha un impatto maggiore sulle donne, che sottintende una forte discriminazione sessuale all’interno della società, seppure con dinamiche e modalità diverse in base ai luoghi dove si genera».
«Le vittime subiscono una tortura che è terribile anche soltanto immaginare: sono colpite con getti d’acido corrosivo sulla pelle del viso, accecate, rese sorde, annientate. I colpevoli sono i mariti, gli ex, i padri, i fratelli, talvolta persino altre donne corrotte e/o assimilate alla crudeltà dei loro maschi. Questo accade alle ragazze e alle donne che decidono di interrompere una relazione, che osano rifiutare di fidanzarsi o sposarsi, magari perché la loro dote non è considerata sufficiente dalla famiglia del marito, oppure soltanto per invidia o cattiveria».
«Il volto sfregiato è solo una parte visibile del calvario che devono affrontare dopo l’aggressione. Oltre alla brutalità dell’evidenza causata da un gesto inumano, al dolore insopportabile, alle operazioni chirurgiche, ai segni e alle cicatrici, c’è il trauma psicologico, l’incapacità di riconoscersi, la depressione e l’isolamento. Attraverso le fotografie mi sono soffermata sulla dimensione psicologica , sul concetto di vuoto, di memoria e di identità. Molte donne nella fase iniziale della convalescenza non possono esporsi in alcun modo alla luce del sole, poiché i raggi ultravioletti causerebbero ulteriori danni alla pelle già devastata. Sono costrette così a passare lunghissimi periodi chiuse in casa e anche quando potrebbero uscire all’aperto, molte di loro non hanno il coraggio di mostrarsi in pubblico poiché non si sentono pronte ad affrontare lo sguardo della gente. Dentro gli appartamenti e le stanze, molte di loro eliminano gli specchi e nascondono le loro fotografie, togliendo qualsiasi traccia che possa mostrare quello che erano un tempo e quello che sono ora. Diventano così prigioniere di un luogo privo di memoria e di identità , dove lo spazio e il tempo sembrano congelarsi perché private del loro passato, presente e futuro. Mi sono chiesta cosa volesse dire trascorrere intere giornate chiusa dentro casa e obbligata ad aggirarsi tra le stanze come un fantasma mentre, a fare i conti con il tuo nuovo aspetto e ad accettare il fatto che quello sarà il tuo nuovo volto per il resto della vita. Quando un viso viene deturpato è la stessa memoria del proprio corpo a perdersi, è la stessa vita a essere cancellata. La nostra faccia è la nostra identità , racconta quello che siamo, la nostra storia e la nostra esistenza. Che cosa diventa una persona quando perde la sua reale identità? Cosa rimane di lei, se rimane solo il vuoto del suo volto negato?»

 

Fotografie e testi di Ilaria Sagaria a cura di Barbara Silbe

 

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