Le regole della buona… composizione

Ecco le regole per una buona composizione fotograficaUna fotografia è un’immagine racchiusa in un rettangolo le cui dimensioni (di stampa) vanno generalmente dal 10×13 al 20×30; con un rapporto tra i lati di 3:4 oppure di 2:3 (le reflex). Dentro questo rettangolo ci può stare di tutto, ovviamente: dalle immagini del matrimonio a quelle di una cattedrale, dal reportage di guerra a un disastro ambientale. In tutti i casi, l’immagine comunica sempre qualcosa, ma per poter raggiungere efficacemente il suo scopo, foss’anche puramente estetico, si deve esprimere con precise modalità. Anche il più estroso dei fotografi ne deve tener conto. Come uno chef stellato si preoccupa non solo di cucinare le sue prelibatezze ai fornelli,  ma anche e soprattutto di presentarle ai clienti del suo ristorante nel modo più accattivante possibile, così un fotografo deve imparare le buone regole che sovrintendono all’arte fotografica. Un fotografo capace si distingue dal cosiddetto fotografo della domenica innanzitutto perché, fin dal primo colpo d’occhio sulla scena fotografica, sa esattamente qual è il risultato che vuole ottenere. E perché sa immaginare subito che cosa potrà ottenere. Si potrebbe dire che un professionista ha già la sua fotografia in tasca prima ancora di scattarla. Questa capacità è da riferire in particolare alla composizione fotografica, che in un’immagine in bianco e nero ha valore più che intrinseco, fondativo.

Le regole per un buona composizione

L’occhio della fotocamera, vale a dire ciò che vede l’obiettivo (e che noi traguardiamo nel mirino), non funziona come i nostri occhi, che riescono a includere un’ampia porzione di spazio. Gli obiettivi comprendono nel loro  raggio visuale solo una porzione di ciò che ci compare davanti. Quindi il fotografo è chiamato innanzitutto a selezionare quella parte di realtà che lo interessa maggiormente. Poi deve stabilire se nella realtà che ha selezionato vi sono elementi più interessanti, che vanno messi in evidenza (magari aprendo il diaframma e riducendo la profondità di campo) a scapito di altri cui assegnare solo una parte di contorno o di fondale. Insomma, nel momento in cui inquadra una scena, il fotografo è chiamato a scegliere una porzione del tutto, selezionando gli elementi essenziali al suo progetto fotografico. Una volta esclusi gli elementi meno interessanti  o ridondanti, il fotografo deve fare un altro step importante: interpretare con il suo punto di vista i soggetti che intende fotografare. Soggetti solo apparentemente scontati e banali possono avere potenzialità nascoste. Tutto dipende dalla prospettiva con cui li si osserva. E allora, usando una composizione asimmetrica delle masse e delle linee, una ripresa diagonale del soggetto, una focheggiatura che spezzi l’uniformità ed esalti la tridimensionalità dei piani, si possono ottenere letture originali di una situazione che a prima vita sembrava già vista e priva di interesse.

Le regole per un buona composizione: la regola dei terzi e la messa a fuoco

Ad aiutare il fotografo a ottenere una buona inquadratura, c’è la cosiddetta regola dei terzi. In che cosa consiste? Sostanzialmente nel dividere la scena che vogliamo fotografare in porzioni. Lo possiamo fare servendoci di un artificio: un reticolo mentale e visivo – fatto di due linee orizzontali e due verticali a formare 9 riquadri – per collocare con più ordine ed equilibrio i soggetti presenti. Di fatto, questo reticolo c’è già nei mirini di moltissime fotocamere. Ciò che è importante sapere è che saranno le quattro intersezioni delle linee, dette punti focali o punti di forza, a guidarci nella composizione. Proprio in quei punti, infatti, sarà più indicato piazzare i soggetti principali: evitando di collocarli al centro della foto si otterrà un’immagine più dinamica. Ma, come tutte le regole, anche questa può essere violata da un fotografo: a patto che la sua scelta si dimostri capace di migliorare davvero la composizione finale.
Anche la scelta attenta di tempi, diaframmi e ISO (l’indice di sensibilità alla luce di un sensore digitale o di una pellicola) può favorire una migliore composizione fotografica. Per spezzare l’uniformità e staticità di una scena può essere utile, infatti, mettere a fuoco solo un soggetto sfocando tutto il resto. Negli ultimi anni, la tecnica della sfocatura ha preso il nome di bokeh a partire dalla parola giapponese boke il cui significato comprende sia “sfocatura” che “confusione”. Questo neologismo inventato nel 1997, da Mike Johnston curatore della rivista americana Photo Techniques, in realtà non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si sapeva sulla sfocatura dell’immagine. La cosa importante da sapere è un’altra: quando inquadrate non lasciatevi condizionare mai da un solo elemento, quello che vi sta più a cuore: bisogna sempre prestare attenzione al tutto affinché il particolare che vi preme venga perfetto (anche se quasi tutto poi verrà sfocato!). Cosa importante: provate a disabilitare l’autofocus sull’obbiettivo (pulsante da AF a AM) e provate almeno qualche volta il piacere di mettere a fuoco manualmente!


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