In L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente, Ekow Eshun riunisce le immagini di cinquantuno autori contemporanei.

10 Gennaio 2021 di Redazione Redazione

In L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente, Ekow Eshun, scrittore, giornalista e conduttore televisivo britannico, propone una narrativa visuale inedita attraverso le fotografie di cinquantuno autori contemporanei che offrono un ritratto caleidoscopico del terzo continente della Terra.

L’Africa del XXI secolo in cinquantuno autori contemporanei

Provare a sradicare la retorica della versione coloniale e postcoloniale intorno alla percezione del “continente antico” così come è stata propinata nei secoli, ribaltandone cliché e stereotipi (magari ironizzandoci su e giocandoci anche un po’) è certamente una possibilità.

Soprattutto quando ad adottarla sono fotografi, artisti e intellettuali africani e della diaspora che proprio nel confronto con quell’eredità culturale animano il dibattito, approfondendo tematiche sociali che si riflettono anche nell’utilizzo dei diversi generi della fotografia.

Soprattutto il ritratto è lo specchio di un “paesaggio” che evidentemente non è solo quello territoriale in continua evoluzione. Lo è nel lavoro di moltissimi artisti tra quelli presenti nel volume L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente, tra cui Leila Alaoui, Kader Attia, Jodi Bieber, Edson Chagas, Omar Victor Diop, Lalla Essaydi, François-Xavier Gbré, Maïmouna Guerresi, Hassan Hajjaj, Kiluanji Kia Henda, Pieter Hugo, Zanele Muholi, Youssef Nabil e Guy Tillim.

Africa
Leila Alaoui, La Mariée de Khamlia, sud du Maroc (Les Marocains), 2014 (Courtesy Fondation Leila Alaoui e galleria Continua)

Interpreti di un’“africanità” presente in uno scenario che sta ottenendo crescente visibilità internazionale nel circuito dell’arte contemporanea attraverso festival, mostre, fiere, residenze d’artista, premi e pubblicazioni. Bisogna, però, partire da una precisazione fondamentale. Si parla di un territorio immenso che non ha un’unica identità ma è definito dal melting pot di popoli, culture, lingue, odori e sapori con caratteristiche diverse per ciascuna area geografica, storia ed etnia.

L’Africa è lo zighinì sull’enjera della costa orientale, il cuscus della fascia nord, il koshari dell’Egitto e il cocktail de gingembre della costa occidentale. Così come il mealie meal di per sé perfetta metafora della “cucina arcobaleno” del Sudafrica (nonché dell’Africa stessa) proprio per la straordinaria varietà di influenze multiculturali.

La sfida maggiore sta nel tentativo di sconfinamento in una realtà immaginifica (utopica e talvolta persino distopica) proprio per tornare a quella reale: paradossalmente nell’esagerazione della finzione si svelano proprio i suoi meccanismi più autentici.

Il ritratto e la società

In questa chiave il ritratto assume significati che vanno oltre l’aspirazione all’immortalità, strumento insostituibile per affrontare questioni di genere, sessualità e identità. La società sudafricana dell’era post-apartheid, in particolare, è oggetto d’attenzione per le generazioni di fotografi che si sono formati attraverso il lavoro di documentazione sociologica di David Goldblatt e Santu Mofokeng.

Nontsikelelo “Lolo” Veleko parla d’identità culturale della blackness attraverso il linguaggio della fotografia di moda nel contesto urbano. Jodi Bieber (nota per il ritratto di Bibi Aisha, la giovane donna afghana alla quale il marito e il cognato avevano mozzato il naso e le orecchie, vincitore del World Press Photo 2010) sfida il conservatorismo della società a cui appartiene ritraendo in Real Beauty donne nere sudafricane in abbigliamento intimo nei loro spazi domestici e nelle pose scelte da loro.

Analogamente l’anglo-nigeriana Ruth Ossai in Fine Boy No Pimples fotografa un campione della gioventù nigeriana “vestita” dallo stilista Ibrahim Kamara. Mentre Hassan Hajjaj (definito l’Andy Warhol di Marrakech) analizza la società marocchina in una personale chiave pop di “fantasia orientalista”.

Se, poi, Sabelo Mlangeni documenta la quotidianità delle comunità queer nelle township, la pluripremiata Zanele Muholi realizza autoritratti, come nella serie Somnyama Ngonyama (Hail, the Dark Lioness), in cui sradica le convinzioni tipiche dell’immaginario etnografico attraverso l’impiego di oggetti come le conchiglie, gli scacciamosche o i copertoni, scurendosi la pelle per rinforzare il suo messaggio di attivista della comunità sudafricana LGBT+ attraverso la componente estetica del linguaggio del bianco e nero.

L’autoritratto è la formula adottata anche dal senegalese Omar Victor Diop nella serie Project Diapora, scegliendo i colori saturi per elaborare la lezione dei grandi fotografi di studio che lo hanno preceduto da Seydou Keïta, Malick Sidibé, Felicia Abban a Samuel Fosso. Una reinterpretazione dei personaggi del passato che prevede la presenza nell’inquadratura di “elementi di disturbo” come il pallone di cuoio, i guanti o le scarpette da calcio che creano un collegamento immediato tra il passato e il presente.

Dalle città ibride ai paesaggi interiori

Con grande meticolosità Eshun ha strutturato L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente in quattro capitoli: “città ibride”, “zone di libertà”, “mito e memoria” e “paesaggi interiori”, in ognuno dei quali ritroviamo la formula del ritratto. Eccoci, allora, catapultati sui set prodotti dall’industria cinematografica di Nollywood in Nigeria (la più importante del continente come negli anni ’50 lo era stata quella egiziana, nostalgica fonte d’ispirazione per Youssef Nabil) a cui si riferisce Pieter Hugo in un contesto che guarda al soprannaturale.

Mentre Kiluanji Kia Henda in The Last Journey of Dictator Mussunda N´zombo Before the Great Extinction mette in scena una sorta di diorama in atti citando una presunta memoria etnografica che se da una parte intercetta la visione occidentale colonialista incarnata dalla frase sulla natura africana come qualcosa di mostruoso e libero di Joseph Conrad in Cuore di tenebra, dall’altra guarda alla storia più recente confrontandosi con il panorama politico dittatoriale che viene incarnato dalla figura del congolese Mobutu Sese Seko.

A un ipotetico “paradiso perduto” si riferisce anche l’artista multimediale di origine liberiana Lina Iris Viktor autrice della serie A Haven. A Hell. A Dream Deferred di cui fa parte Eighth (2018), l’opera pubblicata nella copertina di L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente. Viktor intreccia eventi e immagini reali e fantastici nei suoi ritratti miniati in cui il rosso e il blu sono illuminati dall’oro per mostrare – come scrive Ekow Eshun – “la Liberia come un’utopia non pacificata, a un tempo paradiso e monito delle patologie proprie della colonizzazione”.

di Manuela De Leonardis

Info

L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente
Ekow Eshun
Einaudi
272 pagine
70,00

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