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1966: sul set di Blow-Up. Tazio Secchiaroli

Il tema ricorrente nelle sinossi dedicate a Blow-Up è quello dell’incomunicabilità all’interno di una società contemporanea rappresentata dalla Swinging London. Di fatto se questa tematica è presente (e sottolineata dai dialoghi che lo stesso Antonioni con Tonino Guerra ed Edward Bond seppe distillare raggiungendo a tratti punte di surreale, lucidissimo, genio) per chi si occupa di immagine ci sono ampi spunti di riflessione tanto sullo statuto stesso della fotografia quanto sull’estetica intesa come fenomenologia della percezione. La profondità con cui l’analisi di Antonioni si muove intorno a queste tematiche è sottolineata a livello plastico fin dalle prime inquadrature in cui i mimi, comparendo all’interno dell’inquadratura da destra, sottolineano il loro inquietante ruolo di elemento turbativo dello status quo sociale. Non a caso tutte le volte che compariranno sulla scena in gruppo, tranne in un’inquadratura di raccordo e nell’ultima apparizione in macchina immediatamente prima del finale, lo faranno entrando sempre dal lato destro. Questo dettaglio apparentemente ininfluente sottolinea quanto potente e attenta fosse la considerazione del ruolo dell’immagine nella costruzione narrativa di Antonioni. Ma l’intero film analizza una percezione che si sviluppa non attraverso il movimento e la naturale visione binoculare cari all’estetica di Merleau-Ponty, bensì attraverso la visione statica e monoculare dell’obiettivo fotografico. Attraverso di esso infatti Thomasil protagonista, fotografo di moda con velleità nei confronti delle tematiche sociali, presume di aver prima sventato e poi documentato un omicidio. L’immagine fotografica che, di ingrandimento in ingrandimento, finisce per circondarlo, estraniandolo dal reale e sostituendosi a esso, è lo strumento attraverso il quale il mondo viene percepito. E la negazione esperienziale, offerta dal dato reale dei sensi quando Thomas torna sul luogo del presunto omicidio, finisce per offrire le chiavi di accesso a un nuovo mondo. Se prima i mimi costituivano il fattore perturbante e non accettato, visto comunque con distacco e lontananza da un Thomas completamente adeguato al diktat imposto dal contesto sociale in cui prospera, nel finale si trasformano in guide verso un sentire altro in cui, travalicato il limite della convenzione, si può essere concretamente partecipi di una partita a tennis giocata senza palla. Ed emblematica è la sospensione di giudizio con cui, nell’epilogo narrativo, alla visione dei mimi che si contendono la palla immaginaria con racchette immaginarie, si sostituiscono i suoni della partita di cui però le scelte di inquadratura ci negano la visione. Il passaggio di livello fenomenologico suggerisce il raggiungimento di un altro livello di coscienza da parte del protagonista, ma l’individuare una soluzione che decodifichi quanto narrato è compito che rimane affidato in toto allo spettatore chiamato a svolgere un ruolo attivo.

Cinema e Fotografia: Blow-Up

Blow-Up si sviluppa in ventiquattro ore ed è la storia di un giovane e famoso fotografo di moda che rappresenterà un modello da imitare per molti.

Tutte le volte che mi è capitato di parlare con i fotografi, quelli veri, a un certo punto, il discorso cadeva su Blow-Up, il film di Michelangelo Antonioni .
Molti di loro avevano pensato di diventare fotografi dopo aver visto il film e la loro scelta non era un’assurdità perché Blow-Up fu un film epocale e fece scuola. I critici hanno versato fiumi di inchiostro per questo film ed è innegabile che  Blow-Up, espressione che significa ingrandimento, anticipi molte delle riflessioni sulla mancanza di senso del reale e sul senso dell’immagine. Questa pellicola, che appartiene alla storia del cinema, ha influenzato generazioni di fotografi e registi e consente ancora oggi di fare i conti con la nostra dimensione esistenziale, imprigionata in una realtà che ci sfugge e che si trasforma di continuo. La fotografia in quegli anni era ancora schiacciata tra i reportage dei giornali illustrati e i circoli dei fotoamatori e il dibattito teorico sulla fotografia e la società delle immagini era agli albori: l’osservatore, ancora ingenuo, si ostinava (e si ostina) a vedere nelle fotografie, il mondo stesso, ignorando che la riproduzione fotografica è un’illusione. Il film è ispirato a un racconto di Julio Cortazar, lo scrittore argentino di cui Pablo Neruda disse: «Chiunque non legga Cortazar è condannato». Carlo Ponti, il mitico produttore e marito della Loren, ne comprò i diritti per 4.000 dollari e poi spedì a Londra Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra il suo sceneggiatore, dove trascorsero un bel periodo per cercare l’ispirazione per la vita di Thomas. Il regista, dichiarò di essersi divertito molto ed è immaginabile perché in quel momento la Swinging London era il posto giusto dove un artista doveva stare. Inizialmente il film si doveva girare in Italia, ma ci si rese ben presto conto che un protagonista così, nel nostro Paese, non esisteva ancora – sarebbe apparso circa una decina d’anni dopo con i vagiti del made in Italy –. Antonioni si convinse a girare a Londra, dopo aver visto un servizio fotografico sulla Swinging London, pubblicato sul Time e capì che Thomas poteva essere credibile solo vivendo lì. L’Inghilterra stava uscendo da anni di razionamento alimentare, di crisi economica e Londra, divenne l’epicentro della rinascita inglese. Il nuovo stile e la cultura del pop inglese, innescata dai Beatles, spazzò via l’immagine della città fumosa dove si muovevano rigidi omini con ombrello e bombetta. Antonioni e Blow-Up  contribuiranno a far nascere il mito della Londra che dominerà l’immaginario giovanile per anni. Il regista e lo sceneggiatore per tracciare il personaggio di Thomas sottoposero un questionario ad alcuni fotografi  di moda per capirne le abitudini. Seguirono anche alcune sessioni fotografi che nel loft casa-studio di John Cowan, uno dei fotografi  mito di quegli anni insieme a David Bailey, Arthur Evans e Therry Donovan, e decisero addirittura di porre lì il set della casa-studio di Thomas per le riprese. Il film ripropone bene l’atmosfera della Swinging London che, in questo senso, può essere oggi considerato quasi un documentario dell’epoca. Thomas, dopo essere tornato al parco di notte, il Maryon Park, dove oggi si trova una targa che celebra le riprese di Blow-Up , va a un concerto dove si esibiscono gli Yardbirds, quelli di Jimmy Page prima dei Led Zeppelin. La colonna sonora del film è di Harbie Hancock che in quel periodo faceva parte del mitico quintetto di Miles Davis.

Blow Up – Sotto la superficie del mondo

Sotto la superficie del mondo

Un produttore americano dopo il successo internazionale di Blow-up offrì ad Antonioni di girare Peter Pan con Mia Farrow. Il regista rinunciò al film nonché a una montagna di dollari. Ma ve lo vedete Michelangelo Antonioni girare Peter Pan?

Tutte le volte che mi è capitato di parlare con i fotografi, quelli veri, a un certo punto, il discorso cadeva su Blow-up, il film di Michelangelo Antonioni. Molti di loro avevano pensato di diventare fotografi dopo aver visto il film e la loro scelta non era un’assurdità perché Blow-up fu un film epocale e fece scuola.


I critici hanno versato fiumi di inchiostro per questo film ed è innegabile che Blow-up, espressione che significa ingrandimento, anticipi molte delle riflessioni sulla mancanza di senso del reale e sul senso dell’immagine. Questo film, che appartiene alla storia del cinema, ha influenzato generazioni di fotografi e registi e consente ancora oggi di fare i conti con la nostra dimensione esistenziale, imprigionata in una realtà che ci sfugge e che si trasforma di continuo. La fotografia in quegli anni era ancora schiacciata tra i reportage dei giornali illustrati e i circoli dei fotoamatori e il dibattito teorico sulla fotografia e la società delle immagini era agli albori: l’osservatore, ancora ingenuo, si ostinava (e si ostina) a vedere nelle fotografie, il mondo stesso, ignorando che la riproduzione fotografica è un’illusione.

 

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