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La Fotografia della settimana: Marc Riboud. Con Fidel Castro il giorno dell’assassinio di JFK

© Marc Roboud, Cuba 1963

Il 22 Novembre 1963 viene assassinato a Dallas il Presidente John Fitgerald Kennedy. In quei giorni, Marc Riboud è Cuba per incontrare Fidel Castro.


© Marc Riboud, Cuba 1963
© Marc Riboud, Cuba 1963
Tra le molte, moltissime storie che si intrecciano con la Storia che si è compiuta a Dallas il 22 Novembre del 1963, ce n’è una in particolare che parla di fotografia. E di fortuna. Quel giorno, Marc Riboud si è trovato nel posto giusto al momento giusto: Cuba.
Inviato sull’isola per un reportage, alla vigilia dell’attentato di Dallas Marc Riboud era insieme al giornalista dell’Express Jean Daniel. Trascorrono parecchi giorni in attesa di incontrare Fidel Castro, il quale fissa un appuntamento quando ormai i due, un classico, erano pronti a rinunciare e a rientrare prima negli Stati Uniti e poi in Francia. Fidel Castro incontra i due francesi la sera del 21 novembre, nella sua residenza estiva a 120 Km da L’Havana. Inizierà a parlare alle dieci di sera e finirà alle quattro del mattino. Marc Riboud scatta foto in continuazione, documenta la gestualità di Fidel Castro, le persone che gli si avvicinano, che entrano ed escono da quella stanza, vuole fissare sulla pellicola il carisma del Lider Maximo. La mattina del 22 Novembre Marc Riboud riparte. Insieme a Fidel e ai suoi collaboratori resta solo Jean Daniel. Alle 13.30 Fidel Castro riceve una telefonata. “Como? Un atentado?” dice al telefono. E, dopo aver chiesto quali erano le condizioni del Presidente degli Stati Uniti, ripete tre volte a Jean Daniel e alle persone in quella stanza: “Ecco, una pessima notizia”.

Reza Khatir: la fotografia come progetto di conoscenza, pratica di ascolto e lente per riflettere.

Pacato, riflessivo, sempre curioso. Reza Khatir è un apolide, un uomo libero di mettere radici nel mondo. Iraniano, ha abitato a Tehran fino alla seconda metà degli anni Sessanta per poi vivere in Inghilterra, a Parigi e a Locarno, in Svizzera. Un passato da fotoreporter in Medio Oriente per poi decidere di lavorare su progetti personali, dove ricerca e passione, sentimento e visione, risultano gli strumenti del suo tool box comunicativo. L’elemento distintivo del suo fotografare, oggi, è la bellezza nell’imperfezione.

Ho iniziato il mio percorso professionale – dichiara l’autore – utilizzando la pellicola e, spesso, delle camere di grande formato come il Sinar 20×24. Ero interessato all’alta definizione e alla qualità. Ultimamente, la mia fascinazione verso la lomografia è dettata proprio dal contrario, cioè dall’utilizzo di prodotti assolutamente low-tech, con il fondamentale vantaggio che si possono avere degli ingrandimenti importanti senza perdere la qualità, perché la qualità non c’è a priori. L’unica clausola nascosta è che, vista la totale imprevedibilità e i limiti che un apparecchio con un tempo di esposizione unico e un diaframma approssimativo comportano, l’uso della lomografia richiede una certa competenza e pazienza. In fondo, questo mi permette di rivivere la magia di quella fotografia con la quale sono cresciuto.

Intervista a Reza Khatir

 

Cos’è per te la fotografia?
Per molti anni, quando pensavo a questo mezzo, mi veniva sempre in mente la frase di Edward Steichen quando diceva che serve a far conoscere un uomo a un altro uomo e l’uomo a se stesso. Oggi, per me, la fotografia è memoria. Tu comunichi qualcosa che hai già dentro. Te stesso, il tuo vissuto. Forse la natura ha inventato l’uomo per avere un testimone, qualcuno che documenti; solo che, purtroppo, uno dei nostri problemi è che non abbiamo più una  memoria incontaminata, siamo talmente bombardati dalle immagini che non riusciamo più ad immaginare una cosa nostra. Questo inizia a mancarci. A questo serve la fotografia per me, a ricordarci chi siamo.

«Sono un immagazzinatore di situazioni senza la macchina fotografica. Non la porto mai con me. Raccolgo con gli occhi»


Le lune di Saturno, 2009 Diana 6x6 cm, Kodak Portra 160
Le lune di Saturno, 2009
Diana 6×6 cm, Kodak Portra 160

Che senso ha realizzare degli scatti quando su Facebook sono presenti 250 miliardi di immagini?
C’è la febbre di condividere il caffè che hai appena bevuto. Abbiamo perso il senso di responsabilità nel produrre delle foto. Nella facilità di postare scatti realizzati ovunque, anche in luoghi privati, c’è un atteggiamento che faccio fatica a comprendere. Manca l’attenzione alla persona e soprattutto a chi hai vicino. Ci si rivede sui social dopo aver partecipato a una festa privata senza che nessuno ti abbia chiesto nulla. Inoltre, tutti scattano e nessuno produce più una stampa. A casa mia, sulla parete della cucina, ho le foto della famiglia. Il mio album è lì. Vedo i loro volti e loro sono sempre intorno a me. Questo è il mio patrimonio.

«Insegnare è molto gratificante, soprattutto quando riesci a trasmettere la tua esperienza»

“Nell’arco degli anni ho realizzato circa cinquecento fotografie con la Polaroid di massimo formato (50×60 cm). Quest’immagine è parte di una serie di trenta ritratti di richiedenti asilo ospitati in un ex-orfanatrofio in attesa della decisione delle autorità. Tra i lavori degli ultimi anni, rimane la mia preferita. È l’unico portfolio in Polaroid che ho conservato nella sua interezza. Nessuna foto è stata, né sarà mai venduta singolarmente”.

Cos’hai imparato lavorando in questi trent’anni?
Che tutto ha un ciclo. Ho realizzato dei lavori che in un determinato momento non creavano l’interesse desiderato. Vent’anni dopo sono stati riscoperti e apprezzati. Alle volte capita di essere in anticipo con i tempi. Ho imparato che bisogna sempre fare quello che ti riesce meglio, senza seguire le tendenze. E soprattutto, come ritrattista, ho imparato a rispettare le persone che fotografo e che si mettono a disposizione per aiutarmi a raggiungere il mio scopo. Pero, il mio scopo non potrà mai essere più importante della dignità della persona. In tutti questi anni non ho mai fatto firmare una liberatoria a nessuno, salvo per i lavori commerciali o pubblicitari. Se voglio fotografare qualcuno, famoso o no, non faccio mai uno scatto “rubato”, chiedo sempre e se la persona in questione non può dedicarmi un po’ del suo tempo per entrare in una comunicazione intensa con me, piuttosto rinuncio.

«Inizialmente, avrei voluto studiare cinema. È però un’arte collettiva. La fotografia è, invece, più vicina al mio essere. Io sono un solitario. Amo lavorare in autonomia»

“Appartiene a una serie di undici fotografie dedicate ai miei antenati. Sono immagini di inizio Novecento scattate da un mio avo e combinate con delle fotografie realizzate da me. In camera oscura ho creato dei montaggi. Ogni immagine è un originale unico, risultato di tre o quattro negativi sovrapposti. Ho voluto cancellare i volti delle figure per rendere l’atmosfera ancora più fantasmatica e misteriosa”.

 

 

Di Giovanni Pelloso

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica in bilico tra figurazione e astrazione

Urban_Texture, Bicocca, Milano © Andrea Rovatti

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica

di Francesca Marani
Andrea Rovatti è un autore eclettico, capace di muoversi con disinvoltura tra grafica e fotografia, senza il freno delle sovrastrutture di pensiero che rifuggono contaminazioni e ibridazioni tra differenti forme artistiche. L’autore agisce con estrema fluidità, mosso dalla fascinazione della sperimentazione e dalle infinite possibilità visive offerte dalla moltiplicazione delle immagini. In questa intervista si racconta a partire dalle primissime esperienze di gioventù.
«Mi ha sempre attratto la rappresentazione che coniuga realtà e immaginario e, ben presto, ho iniziato a lavorare con immagini sequenziali, ripetitive, capaci di creare modalità nuove di percezione visiva» Andrea Rovatti
La passione per la fotografia si è sviluppata con l’inizio dell’attività lavorativa. A sedici anni, quando ancora andavo a scuola, nel pomeriggio lavoravo in uno studio di fotografia di moda poi, una volta finite le superiori, ho avuto l’occasione di fare da assistente a Enzo Mari, designer di fama internazionale, e lì mi sono innamorato anche del graphic design, iniziando un percorso che non ho più abbandonato, dove grafica e fotografia convivono e interagiscono. In particolare, durante la progettazione delle copertine per Boringhieri, basate sulla scomposizione di una stessa fotografia in quadranti, sono rimasto affascinato dal fatto che la fotografia originaria, attraverso lo scostamento dell’inquadratura, si ricomponesse in una nuova immagine. Da allora, la ricerca sequenziale, ripetitiva e a scacchiera delle immagini fotografiche è stata, spesso, il leitmotiv della mia attività professionale, come mostrano le ricerche fotografiche Multivisione, Strisce, Lastra smaltatrice o i progetti grafici per i cataloghi Marca Corona, TDA, il calendario Natuzzi, CartaSi. Ciò che mi attrae è la possibilità di soffermarmi sui dettagli, addentrarmi nelle cose per poi avventurarmi nelle procedure di creazione delle immagini stesse, catturate attraverso l’occhio del fotografo e la sensibilità del grafico. Le mie opere partono sempre da un close up, da un dettaglio che reitero, dando vita ad un’astrazione che immediatamente si allontana dallo scatto iniziale, capace di attuare uno scollamento con la realtà. I nove rettangoli consentono di ottenere un’immagine che colloquia con se stessa in ogni direzione e che ripetendosi crea delle giunzioni, delle variabili formali che prima non esistevano, trasformandosi nell’immagine di un’immagine.


Ritmi, allegorie e situazioni ambigue sono quindi alla base dei miei lavori proprio perché il significante si distacca dal significato, consentendo di operare su due livelli distinti di percezione. Nel 1985, epoca in cui insegnavo nel laboratorio di fotografia all’ITSOS Albe Steiner di Milano, ho cominciato una ricerca personale sulla fotografia di dettagli della natura. Osservando le forme e le strutture naturali, così perfette e ieratiche, ci si rende conto dell’esistenza di trame ricorrenti, una complessità che però, paradossalmente, ci riconduce all’essenza delle cose stesse e di conseguenza forse anche di noi stessi. Le texture che ci circondano sono infinite e alcune cambiano a seconda dell’attimo in cui sono catturate: è per questo motivo che la mia ricerca in tal senso non è conclusa, anzi è in continua trasformazione. Negli anni Novanta realizzo la serie Sequenze, attraverso l’accostamento di un modulo di sei figure a tema, che poi diventeranno nove immagini reiterate a partire dal 2005 e prenderanno il nome di Texture Nel 2010 la mia ricerca sulle texture subisce un nuovo cambiamento quando l’attenzione si rivolge alle architetture urbane: nasce, così, Urban Texture. L’architettura è senza dubbio uno dei soggetti che prediligo perché si presta a una riflessione sullo scorrere del tempo che mi interessa molto. Io guardo all’architettura come sedimentazione del tempo che passa; leggere l’architettura di una città significa osservarne la stratificazione storica e culturale. Ho iniziato con Milano, riscoprendone la bellezza, e proseguito con Venezia, una vera e propria sfida, per approdare infine a New York e Los Angeles. Ora l’indagine sul tempo si è evoluta anche al di là della ricerca sul soggetto: se prima riproducevo nove volte la stessa identica fotografia, adesso utilizzo nove scatti diversi, intervallati da frazioni di secondo. Mi piace pensare che nella riproposizione della stessa apparente fissità sia presente, invisibile, lo scorrere del tempo. Se nelle texture naturali ho voluto meditare sulla potenza della natura e sulla sua capacità di riproporre sempre l’equilibrio in un contesto dove l’uomo non compare, con le Urban Texture mi sono concentrato sul cambiamento del paesaggio naturale dovuto alla presenza dell’uomo e alla sua realtà urbana. Le mie immagini sono spesso labirintiche, respingenti e familiari al tempo stesso, capaci di disorientare l’occhio dello spettatore, ma anche di incuriosirlo e di invitarlo a guardare con più attenzione”.

Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della quinta settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua quinta settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.






Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della quarta settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua quarta settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.

Mercoledì 11 aprile 2018 – Centro Giovanile STOA’
via Gaeta, 10, Busto Arsizio (VA)

Ore 21: WATERGRABBING – ingresso libero

Uno sguardo fotografico sul petrolio del XXI secolo.
Approfondimento tematico della mostra con la presenz adi un fotografo del team del progetto Water Grabbing







 

Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della terza settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua terza settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.

Mercoledì 4 aprile 2018 – Ass.ne Culturale BARICENTRO
(via Pola, 6 – Milano)
ore 18,30 Opening della mostra, ingresso libero

IL BOSCO DEL PENSIERO di Franco DONAGGIO 

a cura di Sandra Benvenuti



Giovedì 5 aprile 2018 – Albè & Associati Studio Legale
(via Cellini, 22 – Busto Arsizio (VA)

ore 19,00: SCATTA L’ASTA – ingresso libero

Asta di beneficienza a favore della Ass.ne

BIANCA GARAVAGLIA Onlus – Dalle ore 16 alle ore 19 sarà possibile visionare in anteprima le opere in asta, esposte nelle sale dello Studio Albè.




Venerdì 6 aprile 2018 – Galleria Libreria Boragno
(via Milano, 7 – Busto Arsizio (VA)

Ore 18: Opening della mostra – ingresso libero

EFFETTI COLLATERALI di Livio SENIGALLIESI

a cura di Valeria Valli



Venerdì 6 aprile 2018 – Sala Conferenze del Museo del Tessile
(via Galvani – Busto A. (VA))

Ore 21,15 SERATA DI MULTIVISIONI- ingresso libero

a cura de IL PARALLELO MULTIVISIONI
di Francesco Lopergolo

La storia di Caterina / Venissa / Galapagos / 20 Mignon di Mignon / Non sono un Poeta / Il colore arancio / Giorgio Casali memorie / Una virgola di tempo.



Sabato 7 aprile 2018 – Palazzo Leone da Perego
(via Gilardelli, 10 – Legnano (MI))

Ore 17 conferenza – ingresso libero

Patrizia Della Porta: MU-SEUM: SGUARDO, SERIE, VUOTO

a seguire visita guidata alla mostra con l’autrice.




Domenica 8 aprile 2018 – Teatrino di Villa Gonzaga
(via L. Greppi, 4 – Olgiate Olona (VA))

Ore 11 Opening della mostra – ingresso libero

La Natura in b/n di Vittorio Pigazzini  



Domenica 8 aprile 2018 – CHIESA OPAI  – Santi Innocenti di Villa Gonzaga
(via L. Greppi, 4 – Olgiate Olona (VA))

Ore 11 Opening della mostra – ingresso libero

Sei…nel Parco,  SEI FOTOGRAFI IN ASCOLTO DELLA NATURA

Franco Sala, Rosalino Torretta, Claudio Torresani,Damiano Villa, Maurizio Pol, Norino Canovi.




Domenica 8 aprile 2018 – Monastero di Cairate
(via Monastero, 4 – Cairate (VA))

Ore 17 Incontro con gli autori della mostra – ingresso libero

POETICHE DELL’OBLIO

Roberto Venegoni, Silvia Lagostina, Giovanni Cedronella, Claudio Argentiero.
Visita guidata alla mostra e al Monastero



 

Monica Silva: Il ritratto creativo nell’era del selfie

Incontro con Monica Silva: 16 Aprile 2018 Ore 18:15 IED Aula S10

Via Amatore Sciesa 4 Milano

Per iscriverti e partecipare clicca qui.


Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare.”

Nadar



L’autoritratto è il genere artistico che meglio di altri contraddistingue la nostra epoca. Ci sono libri che offrono un’ampia panoramica storico-culturale dell’autoritratto a partire dall’antico mito di Narciso e dai cosiddetti «autoritratti di Cristo» fino al proliferare di autoritratti di artisti contemporanei a dimostrazione come l’atto di ritrarsi faccia parte di una tradizione lunga secoli.

Oggi lo chiamiamo volgarmente ‘selfie’, ma pochi sanno che l’autoritratto fa parte spesso inconsapevolmente di un percorso di autoanalisi ma anche il modo più facile per mettere fuori la creatività e creare progetti interessanti mai pensati prima. La fotografa Monica Silva condurrà un talk sulla creatività fotografica con un approfondimento sulla storia degli autoritratti nella storia dell’uomo e racconterà i suoi progetti più ambiziosi e aneddoti sul suo speciale rapporto con il ritratto e come trovare la giusta strada creativa.

Monica Silva è una fotografa brasiliana riconosciuta internazionalmente per i suoi ritratti di carattere psicologici. Ha scattato per le principali riviste e quotidiani come Vanity Fair, Panorama, Il Corriere della Sera, The Sunday Times Corea, Rolling Stone, Le Figarò. Ha creato progetti complessi di rilettura di grandi artisti per mostre in Italia e all’estero. Ha svolto conferenze sulla psicologia nel ritratto in Italia ed oltre oceani ottenendo sempre grandi riscontri di pubblico e di critica.

 

Alexander Rodchenko a Palazzo Te, Mantova

LA SCALINATA, 1930 - © A. Rodchenko – V. Stepanova Archive/ Multimedia Art Museum, Moscow

La mostra “Alexander Rodchenko. Revolution in photography”, ospitata a Palazzo Te a Mantova dal 29 marzo al 27 maggio 2018, presenta una raccolta di circa centocinquanta fotografie dai negativi originali degli anni Venti e Trenta del grande maestro russo, esponente di primo piano dell’avanguardia sovietica del XX secolo.

Il movimento dell’avanguardia in Russia costituisce un fenomeno unico nel Novecento. La stupefacente energia creativa espressa dai suoi esponenti continua ad alimentare la cultura artistica contemporanea. Alexander Rodchenko (1891 – 1956) è stato incontestabilmente uno dei principali generatori di idee di quella stagione straordinaria, incarnando lo spirito dell’epoca. Tutti i campi artistici pervasi dal suo talento – la pittura, il design, il teatro, il cinema, la tipografia e la fotografia – ne sono stati trasformati aprendo vie di cambiamento radicalmente innovative.


DIMOSTRAZIONE IN VIA MIASNITSKAYA (M-metro), 1932 – © A. Rodchenko – V. Stepanova Archive/ Multimedia Art Museum, Moscow

“Il nostro dovere è sperimentare”
Alexander Rodchenko


Gli obiettivi di vita da lui stesso formulati nei saggi teorici, il vettore per il progresso che ha attivato e la sua capacità di sognare il futuro risultano ancor oggi di grande importanza.

Le fotografie esposte nelle Fruttiere della villa di Giulio Romano, provenienti dalla collezione del Multimedia Art Museum, Moscow e selezionate dalla curatrice Olga Sviblova, documentano il ruolo rivoluzionario di Alexander Rodchenko nell’ambito della fotografia.  Introducendo il pensiero concettuale e l’ideologia costruttivista, l’artista sovietico determina un cambiamento radicale del modo di concepire la natura della fotografia e il ruolo del fotografo: anziché mero riflesso della realtà, la fotografia diviene anche uno strumento per la rappresentazione visiva di costruzioni intellettuali dinamiche. Nella sua opera fotografica la composizione si coniuga con un approccio documentario autentico e con la capacità di cogliere istantaneamente le sensazioni dell’uomo moderno.


RAGAZZA CON UNA “LEICA”, 1934 – © A. Rodchenko – V. Stepanova Archive/ Multimedia Art Museum, Moscow

La “rivoluzione” operata dall’artista – che spinge la critica a definirlo “il padre della fotografia sovietica” – dà forma a uno stile e a un linguaggio visivo del tutto unici, combinando gli espedienti formali del “Metodo Rodchenko” – tra questi la composizione diagonale da lui scoperta, la prospettiva scorciata, punti di ripresa insoliti dal basso verso l’alto e viceversa, l’ingrandimento di dettagli – e una componente romantica che ispira il suo pensiero utopico.

Il talento multiforme e innovativo di Rodchenko trova espressione in uno specifico insieme di temi a lui cari, quali la vitalità della città, la bellezza della tecnologia e dell’architettura moderna, l’industria, il teatro, il circo e lo sport.

PERCORSO MOSTRA

Il percorso espositivo a Palazzo Te si apre con  l’Autoritratto caricaturale del 1922, esposto accanto a un corpus di ritratti, in cui appaiono anche amici e familiari, e alle famose fotografie La scalinata (1930) e Ragazza con una Leica (1934), che incarnano integralmente i principi innovativi del suo “metodo”.

L’itinerario di mostra prosegue con una selezione di immagini sulla realtà industriale raccolte nelle short series: Fabbrica di automobili AMO del 1929, dedicata al settore dell’industria automobilistica; MoGES (Centrale Elettrica di Mosca), che documenta la nuova centrale elettrica eretta nel 1927 e il lavoro degli operai. La verticalità delle moderne costruzioni viene ripresa nelle fotografie di architetture e particolari costruttivi, come la celebre Scala antincendio (con un uomo) del 1925.

Le spettacolari parate di ginnasti e atleti sono protagoniste degli scatti che raccontano lo spirito dinamico e la nascente coesione sociale degli anni Trenta in Russia.

La nuova attenzione rivolta da Rodchenko al dettaglio permette di mettere in luce l’armonia delle architetture e delle nuove forme create dalla tecnologia, illustrata in mostra con l’immagine della Torre Shukhov del 1929 e con la short series Fabbrica di lampadine elettriche di Mosca realizzata a cavallo degli anni Venti e Trenta.


LA SCALINATA, 1930 – © A. Rodchenko – V. Stepanova Archive/ Multimedia Art Museum, Moscow

La nuova Mosca è documentata con le fotografie della costruzione del Parco della Cultura e della asfaltatura delle strade di Leningrado, e con le immagini di edifici simbolo, quali quello progettato da Ginzburg sul viale Novinski e quello del Mosselprom.

La fotografia di stampo giornalistico è testimoniata dagli scatti dei fotoreportage all’interno dell’ufficio editoriale e dell’archivio del giornale “Gudok” (1928) e quello sui lavori di costruzione di grandi imprese ingegneristiche, in particolare la costruzione del canale che collega il Mar Bianco con il Mar Baltico.

Con le acrobazie degli artisti del circo si conclude una narrazione fotografica di grande suggestione, fortemente rappresentativa dello spirito dei nuovi tempi.

L’intera opera fotografica di Rodchenko mette in luce l’obiettivo principale della sua poetica: la trasformazione del presente in nome del futuro e la possibilità di una positiva trasfigurazione del mondo e dell’umanità.

“Io ho creato oggi per poi, domani, cercare il nuovo, – scrive Rodchenko – anche se esso sembrerà nulla in confronto a ciò che è stato fatto ieri. In compenso dopodomani supererò ciò che è stato fatto oggi”.

In tutta la storia della fotografia russa della prima metà del XX secolo, Alexander Rodchenko è l’unico ad aver lasciato, attraverso gli articoli e i diari, testimonianze incomparabili: riflessioni sull’arte di un fotografo-pensatore, partecipe di un cataclisma storico che aveva generato in lui un conflitto drammatico tra presupposti consci e un’inconscia pulsione a creare.

La mostra “Alexander Rodchenko. Revolution in photography” è prodotta e organizzata dal Ministero della Cultura della Federazione Russa, dal Comune di Mantova, dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te, dal Museo Civico di Palazzo Te e dal Multimedia Art Museum, Moscow, con la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca, in sinergia con Russian Seasons.

Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della seconda settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua seconda settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.

Mercoledì 28 marzo 2018 – Galleria Arti Visive Università del Melo (Via Magenta, 3 – Gallarate)
Ingresso libero, opening ore 18

NINO LETO: Storie di un fotoreporter

Breve conferenza: stili e linguaggi tra passato e presente nel FOTOGIORNALISMO con proiezioni, a cura di Claudio Argentiero.



Mercoledì 28 marzo 2018 – Palazzo Leone da Perego (via Gilardelli, 10 – Legnano)
ingresso libero, dalle ore 21

VITA DA SCIANNA.

Ferdinando SCIANNA dialoga con Carlo OTTAVIANO, giornalista



Giovedì 29 marzo 2018 – Bottega Artigiana (via Zappellini, 4 – Busto Arsizio)
ingresso libero, opening ore 18

MONTAGNE VERDI

del fotografo cinese Ye Wenlong



Giovedì 29 marzo 2018 – Palazzo Marliani Cicogna (Piazza Vittorio Emanuele II Busto Arsizio)

ingresso libero, conferenza-incontro con il fotoreporter alle ore 21

GIANMARCO MARAVIGLIA dialoga con la giornalista TAMARA FERRARI

Proiezione, approfondimenti, visita guidata alla mostra.



 

Entra nel vivo il Festival Fotografico Europeo!

Fino al 22 aprile 2018



Il festival, giunto alla sua 7a edizione , ideato e curato dall’Afi-Archivio Fotografico Italiano, evento posto “sotto l’alto patrocinio del PARLAMENTO EUROPEO”, con il patrocinio della Provincia di Varese e delle Amministrazioni comunali di Legnano, Busto Arsizio, Castellanza, Olgiate Olona, Cairate, Varese, Milano-Municipio 6, con il partenariato di FUJIFILM Italia, European Image Art Association, DIGIMAG-Grenoble, Festival Européen de la Photo de Nu di Arles, con la collaborazione del Museo MA*GA della città di Gallarate, delle Officina Open Galleria Università del Melo di Gallarate, dell’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, di Phographers.it, della Fondazione 3M, Fondazione AEM Gruppo a2a, con l’apporto tecnologico di EPSON Italia, STAMPA-SU- TELA.it, PUNTO MARTE EDITORE, e con la partecipazione di numerose associazioni, gallerie, scuole e realtà private tra cui: mc2Gallery-Milano, 29 Arts in Progress Gallery-Milano, Spazio Tadini-Milano, Liceo Artistico Paolo Candiani e Liceo Classico Crespi di Busto A., IIS Falcone di Gallarate, ISISS Don Lorenzo Milani di Tradate, Galleria Libreria Boragno di Busto A., Fondazione Bandera per l’Arte di Busto A., Centro Giovanile Stoa’ di Busto A., Spazio d’Arte Carlo Farioli di Busto A., Bottega Artigiana di Busto A., Studio Albè & Associati-Busto A. e Milano, Spazio Lavit-Varese, Associazione Culturale BARICENTRO – Milano, si pone tra le iniziative più rilevanti nel panorama fotografico nazionale ed europeo, proponendo percorsi visivi articolati, aperti alle più svariate esperienze espressive.


Una sorta di laboratorio culturale, che si apre all’Europa, che dialoga con la gente attraverso l’arte dello sguardo e mette a fuoco le aspirazioni, i linguaggi e l’inventiva di artisti provenienti da diversi Paesi.
Un progetto che vuole affermare la centralità della cultura quale potente dispositivo in grado aprire confronti tra i popoli e tra le generazioni in una prospettiva di crescita, riflessione e dialogo guidati dall’impegno sociale, dallo studio, dalla voglia tracciare un percorso comune di crescita e sviluppo.


Grandi autori divengono il faro per i giovani emergenti, in un confronto dialettico teso a stimolare dibattiti e ragionamenti, attorno a temi d’attualità, di storia, d’arte e di ricerca.
Oltre quaranta mostre, seminari, workshop, proiezioni, multivisioni, letture dei portfolio, presentazione di libri, concorsi.
Un programma espositivo articolato che muove dalla fotografia d’archivio al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte all’architettura, dalle ricerche creative alla documentazione del territorio.


Maggiori informazioni e programma completo sul sito ufficiale del festival: eurofotofestival.archiviofotografico.org.

A Massa gli scatti “surrealisti” di Bart Herreman fino al 4 marzo

A Massa gli scatti “surrealisti” di Bart Herreman

Il fotografo belga apre il ciclo espositivo 2018 di Palazzo Ducale con la mostra “L’Irreale realtà”. 

 fino al 4 marzo


Sabato 20 gennaio è stata inaugurata la mostra  L’Irreale realtà del fotografo belga Bart Herreman. 

La mostra, visibile fino al 4 marzo nelle sale del Palazzo Ducale di Massa (Ms), rappresenta il  primo evento del nuovo ciclo espositivo 2018 sulla “comunicazione dell’arte contemporanea” promossa dal Comune di Massa con la direzione artistica di Mauro Daniele Lucchesi dell’associazione Quattro Coronati.

Bart Herreman, fotografo belga trapiantato a Milano, ha ben presente quello che è ed è stato il significato e il senso del manifesto surrealista: “Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere…il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione…”.  Nelle foto di Herreman traspare con forza la lezione dei “maestri” del surrealismo; nelle immagini sconnesse e connesse insieme, che dicono tutto e niente, insignificanti o piene di simboli troviamo il geometrismo impazzito o ordinato di Mirò lasciando all’osservatore la facoltà di decidere cosa vedere (vedi l’opera “Ivo”); da Ernst l’intreccio delle immagini e delle situazioni che spiazzano il pubblico che non riesce a “uscire” da quell’apparente illogicità (vedi l’opera “Mystic River”); da Magritte il piacere di giocare con le immagini combinando il reale con il fantastico (come ad esempio nell’opera “Smoke” dove una giraffa solitaria con la testa tra le nuvole “visita” il salone dei ricevimenti della Venaria di Torino); da Dalì la straordinaria capacità eclettica della “trasformazione” delle immagini.



“Bart Herreman, con le sue fotografie – spiega Mauro Daniele Lucchesi – colme di straordinaria capacità realizzativa, ci svela il suo mondo immaginario fatto di convivenze impossibili, uomini sbigottiti e animali disinvolti, stimolando o meglio facendo riemergere dall’ “io” di chi guarda l’irreale realtà, di stimolare l’immaginazione sopita, di imporre allo sguardo la rappresentazione di qualcosa che oltrepassa il reale, una sorta di viaggio infinito senza limiti di tempo e luoghi.


Per maggiori informazioni su visite e orari clicca qui

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