Tag archive

cultura

L’esclusiva intervista a Fiorella Mannoia

Foto di Fiorella Mannoia
Foto di Fiorella Mannoia

Fiorella Mannoia, una delle voci femminili di punta della canzone italiana, ci ha raccontato come la fotografia abbia modificato le sue abitudini e il suo modo di camminare per le strade del mondo e come, di conseguenza, anche le canzoni trovino ora risonanza nelle sue fotografie.

Quando una fotografia e una canzone si assomigliano

Come nasce questa passione? Era già latente, anche se non praticata o è esplosa all’improvviso? «È stato un fulmine a ciel sereno. Un certo istinto e piacere per fermare momenti con il telefonino c’erano già, ma non pensavo proprio di farlo seriamente. Poi casualmente, mentre mi trovavo a New York, ho accompagnato un mio collaboratore, che voleva comprarsi una macchina fotografica, in un negozio specializzato. Così, sul momento, ho deciso di acquistarne una anch’io, dicendo a me stessa “vediamo se ci capisco qualcosa”. E da li ho compreso quale sensazione si prova a scattare con una macchina fotografica vera. Ne sono rimasta come stordita Così è iniziata la mia passione e mi sono messa a fotografare con impegno, piano piano ho imparato a conoscere sempre meglio la tecnica, la luce, l’inquadratura. Sia chiaro che non mi sento una fotografa – i professionisti sono altri -, fino a un certo momento le foto le tenevo per me, forse era una questione quasi di pudore, ma poi tutti i miei collaboratori, vedendole e apprezzandole, mi hanno incoraggiato a mostrarle. Perché no – mi sono detta – e ho così iniziato a scegliere quelle da accostare alle mie canzoni».

Foto di Fiorella Mannoia
Foto di Fiorella Mannoia

Il tuo ultimo album si intitola Personale, parola che rimanda a se stessi, ma che si usa anche nel senso di “mostra personale”. Durante i concerti del recente tour le tue foto erano proiettate e dialogavano con i tuoi pezzi. Quale criterio ti ha guidato nell’editing di questi incroci tra immagini, parole e note? «Le foto proposte durante il concerto erano già inserite nel booklet del disco. Ho voluto abbinarle con un’intenzione precisa, cercando un nesso di senso tra immagini e testo delle canzoni, è stato divertente e interessante scorrere tutte le mie foto e cercare quelle che nei miei pensieri meglio rappresentavano un determinato pezzo. Nella canzone Carillon, per esempio, si parla di violenza sulle donne e c’è l’immagine di una sposa che si gira in maniera interrogativa, quasi facendo pensare – perlomeno nella mia mente – che quella sposa, al momento del matrimonio, pur non sapendo cosa sarebbe successo dopo, già quasi presagiva una minaccia futura. In un’altra canzone intitolata Il senso si dice “abbiamo senso solo io e te”, e per quella ho trovato una foto che feci a Siviglia a due ragazze, rannicchiate dietro un muro, talmente felici e in armonia che, pur vedendomi mentre le fotografavo, non gliene importava nulla. Erano concentrate solo sul loro legame e su quel momento di tenerezza. Tutti film che mi sono fatta da sola, ovviamente».

Foto di Fiorella Mannoia
Foto di Fiorella Mannoia

 

Nel tuo album Personale c’è un brano che s’intitola Il peso del coraggio. Per fotografare, secondo te, ci vuole coraggio? Ce ne vuole per alzare una macchina fotografica verso un volto? «Credo che questa canzone abbia una profondità particolare e forse è una delle più belle tra quelle che ho cantato. Dipende da come guardi la cosa. Io più che con coraggio fotograferei il coraggio, quello delle persone che lo dimostrano nella quotidianità, magari nell’alzarsi alle sei del mattino per svolgere un lavoro che nemmeno piace, quello degli invisibili che nessuno conosce, ma che nella vita mandano avanti questo pianeta. Non mi interesserebbe fotografare per esempio personaggi famosi, per quanto coraggiosi o che abbiano lasciato un segno nella società»

L’intervista completa sul nuovo numero de Il Fotografo, in edicola e disponibile online cliccando qui

Casa del Cinema: cinque appuntamenti per scoprire i segreti della fotografia

Da febbraio a giugno, ogni ultima domenica del mese, un direttore della fotografia racconterà il proprio lavoro al pubblico in sala alla Casa del Cinema di Roma.

Incontri di luce: scopri i segreti della fotografia

Domenica 23 febbraio ha preso il via alla Casa del Cinema di Villa Borghese una serie di cinque appuntamenti, previsti per cinque domeniche di fine mese, con i grandi direttori della fotografia per parlare di luce e di cinematografia. Saranno appuntamenti di approfondimento e studio, per apprendere come si realizza un film e le diverse tecniche con cui si progetta il look di una pellicola. Gli ospiti – collaboratori diretti dei cinematographer – si racconteranno al pubblico, anche sollecitati dalle domande di Alessandro Bernabucci e Stefano di Leo.

Il primo appuntamento, tenutosi la scorsa domenica, era dedicato a Beppe Lanci, che vanta una filmographia molto ampia con più di cinquanta film.  Nel corso dell’incontro si è parlato della sua carriera, dei motivi che lo hanno portato ad intraprendere la strada del cinema e del rapporto con i registi con cui ha avuto a che fare ne corso dei suoi trent’anni di carriera.

Per ulteriori informazioni clicca qui.

Carnival Strippers. Una realtà ambigua.

Carnival Strippers
USA. Essex Junction Vermont. 1973. Lena on the Bally Box © Susan Meiselas Magnum Photos

Pubblicato per la prima volta nel 1976, agli arbori del movimento femminista, Carnival Strippers riflette una complessa era di cambiamento, all’indomani della legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti.

Come tutto è cominciato

Nell’estate del 1972, Susan Meiselas e il suo partner, il fotografo e film-maker Dick Rogers, attraversano il Midwest fotografando circhi e fiere itineranti. Il viaggio non sembra rivelare nulla di interessante, finché a fine estate, la coppia arriva ad una fiera dove si svolge uno show molto particolare: un presentatore invita il pubblico ad affrettarsi ad assistere allo spettacolo, una coppia di ragazze sul palco balla e ammicca verso la folla, mentre sul retro, in un’area nascosta del tendone, per due o tre dollari, gli uomini possono accedere e vedere donne esibirsi in uno striptease al limite tra sensualità e pornografia. Da quel momento, per tre anni, Meiselas trascorre le sue estati alle fiere di paese in New England, Pennsylvania e South Carolina, per ritrarre le spogliarelliste sul palco e fuori scena, nella loro intimità, fotografando e intervistando anche fidanzati, manager e clienti.

L’indagine sociale

Alla prima mostra del proprio lavoro, e poi nel libro Carnival Strippers, Meiselas affianca ai suoi scatti la voce, le parole, dei soggetti che ha fotografato, riuscendo così a mostrare una storia complessa dal suo interno e offrendo una varietà di prospettive su temi cruciali per il periodo, quali il sesso, il maschilismo, l’affermazione della donna e la sua indipendenza. Emerge allora un vero mosaico di punti di vista diversi, spesso anche conflittuali, dove lo spettatore non sa più se si tratta della storia di donne vittime dello sfruttamento maschile oppure di spiriti liberi, che infrangono le norme della società per ricercare indipendenza e auto-affermazione.

 

Scopri cosa ne pensa Ludovica Pellegatta, Development Manager presso Magnum Photos, nel numero 321 de IL FOTOGRAFO!

Nasce l’Accademia di fotografia alpina

Vittorio Sella, Ultimo picco dal Cimon della Pala (San Martino di Castrozza), 26 agosto 1891

Fondazione Sella inaugura l’Accademia di fotografia alpina, con l’obiettivo di valorizzare il proprio archivio storico e rendere omaggio ai pionieri della fotografia di montagna, genere che, ai suoi albori, è strettamente legato al territorio biellese. Vittorio Besso, Guido Piacenza, Alberto Maria De Agostini, Vittorio Sella e molti altri, alpinisti di fama mondiale che hanno dedicato una vita intera alle montagne e alla loro conquista. “Sella è ancora ricordato come forse il più grande fotografo di montagna di tutti i tempi. Il suo nome è sinonimo di perfezione tecnica e raffinatezza estetica”, scrisse Jim Curran di Vittorio Sella che, nel corso delle spedizioni compiute intorno al globo, sperimentò diverse tecniche fotografiche e immortalò montagne che nessun altro, prima di lui, aveva fissato su pellicola. Grazie al contributo di fotografi contemporanei, Fondazione Sella intende collegarsi a quelle straordinarie esperienze, dando vita a un percorso formativo rivolto a coloro che desiderano approfondire la pratica del processo fotografico tradizionale, a partire dallo scatto su pellicola fino alla stampa analogica.

Tre workshop in programma da marzo a giugno

Il primo dei tre workshop in programma, dal titolo La stampa fotografica fine-art su carte emulsionate ai sali d’argento, si terrà dal 6 all’8 marzo, a cura di Piercarlo Gabriele. Obiettivo del corso è fornire a chi utilizza come mezzo espressivo la fotografia analogica in bianco e nero gli elementi fondamentali per ampliare il proprio processo creativo tramite la stampa manuale fine-art in camera oscura. È dedicato alla repeat photography (tecnica fotografica che prevede di ritrarre lo stesso soggetto in tempi diversi così da valutarne l’evoluzione) il corso a cura di Fabiano Ventura, Sulle tracce dei ghiacciai. Fotografia di montagna e cambiamenti climatici, (dall’8 al 10 maggio). Saranno illustrate le fasi iniziali di ricerca iconografica negli archivi dei pionieri della fotografia alpina, la pianificazione logistica, le attrezzature fotografiche e alpinistiche, le tecniche di ripresa e di post-produzione e considerate infine le strategie di comunicazione messe in campo grazie alle immagini realizzate. L’ultimo corso, Visione, ispirazione e interpretazione nella fotografia di montagna in bianco e nero (dal 5 al 7 giugno), è curato da Alberto Bregani, che guiderà i partecipanti nella costruzione di una propria cifra fotografica.

I corsi si terranno in aula, presso la sede della Fondazione, e sulle montagne biellesi con possibilità di organizzare anche escursioni in Valle d’Aosta o in Alto Piemonte. Per maggiori informazioni: www.fondazionesella.org

New York Capitale della Fotografia

New York Capitale della Fotografia

La grande mutazione che sta trasformando New York da metropoli industriale e commerciale a mecca del turismo internazionale, ne ha mutato anche il panorama artistico e culturale. Le nuove istituzioni museali, oltre all’ampliamento di quelle già esistenti, hanno coinvolto anche il mondo della fotografia.

Una tradizione museale in espansione

New York ha una lunga tradizione di gallerie fotografiche, basti pensare alla leggendaria Gallery 291 di Alfred Stiegliz aperta nel 1905 che espose per la prima volta oltreoceano le avanguardie europee. Il bimestrale Photograph ne conta più di cinquanta tra le gallerie storiche che hanno conservato le loro sedi in Midtown e le molte che si sono trasferite a Chelsea, nuovo paradiso dell’arte contemporanea, nelle aree dismesse del Meatpacking District, negli ex mattatoi lungo il fiume Hudson e il parco urbano della High Line.

L’International Center of Photography, per esempio, fondato nel 1952 da Cornell Capa, fratello di Robert Capa, conserva la sua sede in Midtown, ma ha anche aperto una nuova sede espositiva di fronte al New Museum of Contemporary Art.  Il Museum of Modern Art continua nella valorizzazione del proprio patrimonio fotografico iniziato nel 1940, e il Guggenheim Museum ha aperto un’ala dedicata alla fotografia, oltre ad aver indetto un programma di borse di studio e di ricerca sul lavoro del fotografo. Le principali case d’asta Christie’s e Sotheby’s propongono periodicamente immagini fotografiche, mentre la Swann Galleries si distingue sin dagli anni Settanta per aste di Photobooks e Photographica. In linea generale, le numerose istituzioni della città riservano stabilmente spazi alla fotografia. 

Gli eventi

Numerose sono anche le manifestazioni che si svolgono in città. Degne di note sono, tra le altre, la International Antiquarian Book Fair, che quest’anno dedicherà un importante settore alla fotografia e alla lettura fotografica; e Strand Books, istituzione cittadina del libro usato con un interessante reparto dedicato ai libri fotografici rari a prezzi ragionevoli.

 

Leggi tutto il servizio su IL FOTOGRAFO#321.

Memoria e passione. I Capolavori della Collezione Bertero in mostra.

Memoria e passione
Alpe di Siusi, 1979 © Luigi Ghirri

Oggi, mercoledì 19 febbraio , CAMERA- Centro Italiano per la Fotografia di Torino ospita la conferenza stampa della mostra “Memoria e Passione. Da Capa a Ghirri”, che inaugura alle ore 18.00.

Da Capa a Ghirri: la nostra storia attraverso i grandi maestri

Dal 20 febbraio al 10 maggio il Centro Italiano per la Fotografia si anima attraverso le storie e i racconti delle più di duecento immagine scelte da i curatori tra le oltre duemila che compongono la Collezione Bertero, raccolta unica in Italia per originalità di impostazione e qualità delle fotografie. La selezione racchiude gli scatti di circa cinquanta autori provenienti da tutto il mondo, tra cui Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Henri-Cartier Bresson, Carla Cerati, Mario De Biasi, Alfred Eisestaedt, Luigi Ghirri, Herbert List, Ruth Orkin, Ferdinando Scianna e Michele Zaza. Curata da Walter Guadagnini, direttore di CAMERA, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi, la mostra narra il nostro passato e le radici del nostro presente, oltre all’evoluzione della fotografia italiana e internazionale di un intero trentennio. Attraverso gli scatti dei grandi maestri della fotografia, l’esposizione racconta di un’Italia appena liberata dal fascismo, dove, nonostante le macerie e la povertà, si coglie la voglia di sentirsi vivi, di scendere in strada, di ballare e di utilizzare gli angoli remoti della natura per fare l’amore invece che per nascondersi dal nemico.

Memoria e passione
Gli italiani si voltano. Moira Orfei, 1954 © Mario De Biasi

L’evoluzione della fotografia e il ruolo di Bertero

 

Nonostante il nucleo più consistente della collezione sia costituito da fotografi del periodo realista, la raccolta comprende anche racconti di decenni successivi che hanno contribuito alla nascita di una nuova modalità per intendere l’immagine, prendendo progressivamente le distanze dallo stile documentarista per assumerne via via uno sempre più concettuale. In mostra quindi anche le immagini di Mulas, Ghirri, Basilico e Jodice.

Tuttavia, questa mostra è anche e soprattutto la storia di un collezionista, Guido Bertero, che, dagli anni Novanta ad oggi, ha raccolto circa duemila stampe. Una collezione ricca ed eterogenea, nata da una passione personale, che viene esposta in questa mostra grazie alla volontà dello stesso Bertero di condividere il suo patrimonio con il pubblico e di diffondere la conoscenza del linguaggio della fotografia.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Umberto Allemandi, dove è possibile trovare anche un interessante dialogo tra il collezionista e il curatore.

Info sulla mostra

CAMERA- Centro Italiano per la Fotografia, Via delle Rosine 18, 10123, Torino.
Orari: Lun, merc, gio, ven, sab, dom 11.00-19.00 (martedì chiuso)

Per ulteriori informazioni visita il sito http://www.camera.to

 

 

Women. Il Festival dedicato alle donne

Women. Spiriti liberi

A partire dal 15 febbraio Bologna ospita un grande festival  tutto dedicato alla condizione femminile. In occasione del centenario del diritto al voto per le donne americane, “Women. Un mondo in cambiamento”, a cura di Marco Cattaneo, vuole porre l’attenzione sulla condizione delle donne nel mondo, raccontata attraverso i grandi fotografi del National Geographic.

Women: la donna a confronto nel tempo e nello spazio

La mostra propone un percorso di memoria e confronto rispetto al ruolo femminile nella società e al suo mutare nel tempo alle diverse latitudini attraverso immagini selezionate dal ricco archivio della National Geographic. Dagli anni Venti del Novecento fino ad oggi, la narrazione si allontana da stereotipi e luoghi comuni, per concentrasi sul cambiamento della donna nei diversi Paesi del mondo, riproducendo così un universo variegato e resiliente. Tra i nomi più celebri, il festival ospita gli scatti di William Albert Allard, Lynsey Addario, Stephanie Sinclair, David Alan Harvey, Robin Hammond, Luis Marden, Lynn Johnson, Ed Kashi e Steve McCurry. Ma non solo!

Women: la donna in tutte le sue sfaccettature

Divisa in sezioni (Beauty, Joy, Love, Wisdom, Strenght, Hope), la mostra propone grandi temi, mantenendo l’attenzione sui problemi e le sfide affrontate quotidianamente e nel corso del secolo da donne di culture diverse e a volte sconosciute. Si parla di amore (Love) nella pienezza del suo significato – non solo quello materno- ma anche di amicizia e dell’importanza della protezione dei rapporti tra le persone. La donna è bellezza (Beauty) profonda, legata alle proprie radici e alla propria storia; è gioia (Joy), sentimento femminile per antonomasia; ma è anche forza (Strenght), quella forza che emerge dai racconti di determinazione, di sacrificio e di forza d’animo. Ed è una forza che accomuna tutte le donne: dalle donne che quotidianamente cercano e trasportano l’acqua nel deserto, a Samantha Cristoforetti, prima donna italiana a partecipare ad una missione nello spazio. Non manca certo la speranza (Hope), fatta di piccoli e grandi gesti che testimoniano la nuova libertà.

Women’s power: le donne del nuovo secolo

La mostra si chiude con “Portraits of Power”, ritratti e racconti di attiviste, politiche, scienziate e celebrità intervistate dal National Geographic nel numero speciale dedicato alle donne nel novembre 2019. Donne che attraverso la loro storia testimoniano il nuovo secolo, sempre più aperto al mondo femminile. Tra loro: Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Oprah Winfrey, conduttrice e autrice televisiva, Jane Goodall, etnologa e antropologa, Christiane Amanpour, giornalista britannica, Jacinda Ardern, Primo Ministro neozelandese, Liliana Segre, senatrice a vita e testimone dell’olocausto. 

Fotografia Europea a Reggio Emilia: presentata la nuova edizione

Fratelli Henkin
A Palazzo da Mosto si potranno ammirare alcune immagini dall’archivio dei Fratelli Henkin, recentemente scoperto © Fratelli Henkin

È  stata presentata presso la Fondazione Sozzani a Milano la quindicesima edizione di Fotografia Europea, in scena a Reggio Emilia dal 17 aprile al 24 maggio. Promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani insieme al Comune di Reggio Emilia e con il contributo della Regione Emilia-Romagna, per il terzo anno il festival vede la direzione artistica di Walter Guadagnini che, nel centenario della nascita di Gianni Rodari, ha voluto dedicare questa edizione al tema “Fantasie. Narrazioni, regole, invenzioni”.

La “Fantasia” secondo Walter Guadagnini

“Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”, scrisse il poeta romantico Novalis. Parole a cui fanno eco quelle di Bruno Munari: “La fantasia è la facoltà più libera delle altre, essa infatti può anche non tener conto della realizzabilità o del funzionamento di ciò che ha pensato. È libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile. L’invenzione usa la stessa tecnica della fantasia, cioè la relazione fra ciò che si conosce, ma finalizzandola a un uso pratico”. Affermazioni a cui si collega Walter Guadagnini nel raccontare le prospettive di Fotografia Europea: «Erano anni di utopie e di trasformazioni sociali, e non a caso la fantasia e i termini a essa vicini godevano di una grandissima fortuna. Ma anche oggi, in un contesto assai diverso, ha senso ragionare sul portato e sulle possibilità della fantasia come motore creativo, anche a partire dall’immagine fotografica».

Il programma di Fotografia Europea 2020

Walter Guadagnini ha pensato al filo rosso delle “Fantasie” per legare le mostre, le conferenze, gli spettacoli e i workshop in programma a Fotografia Europea. Due, in particolare, i lavori inediti che si potranno ammirare nel corso del festival. Controvisioni. Dalla fantasia alla fantasmagoria, mostra antologica appositamente ideata per questa edizione di Fotografia Europea dal fotografo e scrittore spagnolo Joan Fontcuberta, che indaga il rapporto tra realtà e illusione (presso i Chiostri di San Pietro). E il progetto di Alex Majoli, invitato dalla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia e da Reggio Parma Festival a riflettere sul rapporto fra il teatro e la città (al Teatro Valli). A questi nomi si affiancano numerosi ospiti internazionali e le mostre personali dei vincitori della open call lanciata dal festival, esposte presso lo Spazio Scapinelli. Da sottolineare anche la collaborazione con il Museo Ermitage di San Pietroburgo e i progetti scaturiti da “Emilia 2020”, l’alleanza stretta da Reggio Emilia, Piacenza e Parma nell’anno in cui quest’ultima è Capitale Italiana della Cultura.

Info
www.fotografiaeuropea.it

Seguiteci nelle prossime settimane per ulteriori approfondimenti su Fotografia Europea 2020.

Luigi Erba: Uno scatto dopo

Primi lavori. Omaggio a Talbot, Lecco 1969/2011

Uno scatto dopo è il titolo del libro pubblicato da Silvana Editoriale che ripercorre dal 1969 al 2015 l’opera dell’artista Luigi Erba. Non si tratta di un percorso lineare e cronologico, ma di un viaggio circolare all’interno della ricerca artistica di un autore che ha esplorato i limiti e le possibilità del linguaggio fotografico, seguendo le evoluzioni e involuzioni del proprio pensiero. Luigi Erba nasce a Lecco nel 1949 e fin da bambino si confronta con la magia dell’immagine latente che affiora in superficie durante i processi di sviluppo. Il padre, infatti, è titolare di un laboratorio fotolitografico e subito lo introduce ai segreti della stampa fotografica. Una volta cresciuto, l’autore potrebbe continuare il mestiere, eppure decide di percorrere una strada alternativa e singolare, dove la fotografia si trasforma in compagna di vita essenziale, fulcro di una ricerca personale che ha il solo scopo di scandagliare la realtà e la propria esperienza di uomo.


«Luigi Erba propone una sorta di minimalismo visuale, spesso rarefatto, attraverso la semplice apparizione delle cose, eppure quasi paradossalmente a questa sospensione si accompagna un forte senso del corpo materico della fotografia, della fotografia come oggetto» Elisabetta Longari


Ventenne, studia Lettere all’Università Cattolica di Milano, si confronta col pensiero dei filosofi, è impegnato politicamente e avverte il richiamo dell’arte contemporanea che approfondisce con passione, arrivando a recensire mostre e a scrivere per riviste, cataloghi e giornali. La sua curiosità vorace trova espressione in campi culturali diversi e contigui, ma al centro rimane sempre la fotografia. I primi lavori che realizza hanno per soggetto la natura e risalgono alla fine degli anni Sessanta: sono opere che mostrano poca consapevolezza e molta istintualità, come accade spesso quando si comincia a sperimentare con uno strumento, lasciandosi sorprendere dall’imprevisto e abbracciando gli errori come possibilità. Poi, nell’arco di pochi anni, si assiste a un cambiamento. L’attenzione di Erba si sposta sul paesaggio alpino e sull’architettura spoglia ed essenziale delle case di montagna abbandonate. L’autore registra il fenomeno delle ghost town, lo spopolamento delle aree montane. Le sue immagini di “archeologia naïf” riflettono le trasformazioni sociali, ma si presentano astratte, senza tempo, e soprattutto mostrano una consapevolezza nell’uso del linguaggio fotografico che troverà completa espressione negli anni Ottanta. É in questo periodo che Luigi Erba affronta in maniera sistematica un discorso metafotografico destinato a non esaurirsi, come sottolinea l’autore: «Succede questo fatto della fotografia non più concepita come momento unico, ma come scatto prolungato all’infinito al di fuori del tempo e dello spazio, in cui la stessa presenza/assenza di luce in camera oscura determina l’essere o non essere dell’immagine.

«Luigi Erba ha sempre evitato di imporsi un metodo di produzione costante, ma fastidiosamente obbligatorio, preferendo al contrario farsi guidare da intuizioni, studi e riflessioni che lo hanno portato a dare vita a ricerche articolate da presentare solo dopo essere passate al vaglio della sua personale e severa analisi» Roberto Mutti

Uno scatto dopo di Luigi Erba

Nel linguaggio c’è consapevolezza, è il riflesso di un pensiero, di una particolare concezione del tempo». Pian piano rivolge il proprio interesse verso lo spazio urbano e, in particolare, verso quello della propria città, lavorando per dieci anni. «Fuori da casa, su mezzo chilometro quadrato – racconta –. Lecco era una delle prime città italiane a più alta concentrazione di fabbriche,  e la fabbrica la sentivi nel rumore e in mille altri modi, come odore e sapore… La fabbrica mi interessava nel suo momento di passaggio, di ri- o non utilizzo». É questo eterno ritorno, questa circolarità, questo «passaggio del tempo presente futuro e futuribile che avviene tutto in un attimo» a interessare profondamente Luigi Erba, il quale inizia a sperimentare con le esposizioni multiple sullo stesso rullino fino a giungere agli Interfotogrammi, ai Polifotogrammi e a Un luogo sull’altro. In tali progetti, egli concepisce l’immagine come somma di scatti diversi che entrano in relazione tra loro e non come frammento unico e assoluto. In Un luogo sull’altro, in particolare, il rullino è impressionato più volte in un luogo, quindi riavvolto e lasciato giacere per mesi o addirittura anni in frigorifero, poi ripreso e impresso nuovamente, in un altro ambiente. La sovrapposizione, in parte controllata e pre-determinata e in parte casuale, restituisce l’essenza di un’impressione effimera, creando ambiguità tra documento e percezione immaginifica. Come ha sottolineato Roberto Mutti, si tratta di «un’esperienza linguisticamente estrema, grazie alla quale l’autore può avvicinare luoghi tra di loro molto lontani fino a farli sembrare frutto della fantasia creativa, suggerire che ogni paesaggio sia vissuto come esperienza interiore, mettere in luce potenzialità narrative che si potrebbero forse inscrivere in una poetica non priva di venature surrealiste». Nelle immagini stratificate di Luigi Erba, frammenti di memoria e realtà si fondono lasciando emergere l’inconscio tecnologico, l’istinto della mano, la consapevolezza del gesto e l’insistenza dello sguardo, di quell’occhio che vuole vedere, sempre.

Biografia
Luigi Erba (Lecco, 1949). Laureato in Lettere all’Università Cattolica di Milano nel 1974, ha insegnato Lettere in istituti medi inferiori e superiori. Coltiva l’interesse per la fotografia fin dagli anni Sessanta, come autore e studioso. La partecipazione a un corso tenuto da Oscar Ghedina e la frequentazione del laboratorio fotolitografico del padre sono alla base delle sue prime esperienze fotografiche sul tema del paesaggio alpino. A partire dagli anni Ottanta riflette sull’estetica del paesaggio urbano della sua città, iniziando una ricerca concettuale e metalinguistica basata sull’immagine multipla. Come giornalista pubblicista scrive per riviste, giornali e cataloghi di arte contemporanea, cura mostre e manifestazioni. In veste di autore vince numerosi premi e riconoscimenti, realizza mostre personali e partecipa a collettive.

Intimate strangers. La personale di Susan Meiselas a Palermo

Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 @Susan Meiselas _Magnum Photos HR
Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 © Susan Meiselas Magnum Photos

E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos, arriva a Palermo sabato 14 dicembre per inaugurare la sua mostra al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia.

Intimate Strangers, il lavoro di Susan Meiselas a Palermo

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse (1992) e Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion.

Carnival Strippers, la svolta nella storia del fotogiornalismo

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al 1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Meiselas le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967. Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile.

Pandora’s Box, la “Disneyland” del sadomaso

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta. Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’. Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

Info sulla mostra
Dal 15 dicembre al 16 Febbraio 2020
Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Via Paolo Gili, 4
Ingresso gratuito
Orari Apertura Mostra:
Mar-Dom dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Chiusura: Lunedì.

Nino Migliori tra incanto e illusione

Il Tuffatore – 1951

Gestualità, sperimentazione, concettualismo, performance e narrazione sono solo alcune delle definizioni possibili per decifrare la portata progettuale dell’autore bolognese. Artista audace e poliedrico, Nino Migliori ha seguito, da protagonista, l’evoluzione linguistica della fotografia all’interno del contesto culturale italiano. Il suo esordio è negli anni del dopoguerra, quando la presenza ingombrante dell’industria cinematografica lo porta a confrontarsi con quel sentimento inedito di libertà ed entusiasmo che guidava la ricostruzione del Paese: è la scuola del Neorealismo. All’interno di questo movimento si distingue con una produzione capace di costruire un ponte espressivo tra le avanguardie europee. Certo, da fotografo neorealista, fa uso del bianco e nero e ritrae il mondo che lo circonda, ma già lavora per brevi sequenze, spostando la sua attenzione verso l’universo concettuale, che già da tempo aveva superato l’idea del fotografico come specchio della realtà. Una consapevolezza, riguardo alla sua poetica, che matura negli anni Cinquanta grazie anche ai sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’Informale, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e di coinvolgerlo in un dibattito attivo nella Bologna dell’epoca. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, introduce nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività. Sono gli anni dedicati all’indagine senza tregua sul rapporto tra la fotografia e la realtà. La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo è anche il rapporto tra le immagini con la storia per giungere a un chiarimento della funzione di testimonianza e della formazione della memoria collettiva.Dalle sequenze in scala di grigio all’esaltazione del particolare sulla pellicola a colori, il passo è breve e, proprio in questo passaggio, Nino Migliori inaugura il suo personalissimo percorso conoscitivo, fondato sulla sperimentazione che lo accompagna per tutta la sua carriera. Come una successione di livelli esplorativi, le prime opere lasciano il passo alla riflessione sulla spontaneità del segno, colto sulle ruvide superfici urbane: è il momento di Manifesti strappati e Muri, realizzati a partire dagli anni Cinquanta. A seguire, con la serie Il tempo rallentato approda all’esaltazione simbolica della natura e dei suoi frutti. Più recente è, invece, la produzione di Cuprum, il lavoro inedito dell’artista bolognese che si lascia stupire dalle tracce umide dei bicchieri di birra sui tavolini di un pub londinese. Il risultato è l’incanto e l’illusione di una favola che assume le variabili fisionomiche e cromatiche della luna. Instancabile sperimentatore, egli rimane un convinto sostenitore dell’ineluttabilità del cambiamento fotografico dovuto al suo essere tecnologia.

Da Il Fotografo

 

1 2 3 45
0 0,00
Go to Top