Tag archive

cultura

Luigi Erba: Uno scatto dopo

Primi lavori. Omaggio a Talbot, Lecco 1969/2011

Uno scatto dopo è il titolo del libro pubblicato da Silvana Editoriale che ripercorre dal 1969 al 2015 l’opera dell’artista Luigi Erba. Non si tratta di un percorso lineare e cronologico, ma di un viaggio circolare all’interno della ricerca artistica di un autore che ha esplorato i limiti e le possibilità del linguaggio fotografico, seguendo le evoluzioni e involuzioni del proprio pensiero. Luigi Erba nasce a Lecco nel 1949 e fin da bambino si confronta con la magia dell’immagine latente che affiora in superficie durante i processi di sviluppo. Il padre, infatti, è titolare di un laboratorio fotolitografico e subito lo introduce ai segreti della stampa fotografica. Una volta cresciuto, l’autore potrebbe continuare il mestiere, eppure decide di percorrere una strada alternativa e singolare, dove la fotografia si trasforma in compagna di vita essenziale, fulcro di una ricerca personale che ha il solo scopo di scandagliare la realtà e la propria esperienza di uomo.


«Luigi Erba propone una sorta di minimalismo visuale, spesso rarefatto, attraverso la semplice apparizione delle cose, eppure quasi paradossalmente a questa sospensione si accompagna un forte senso del corpo materico della fotografia, della fotografia come oggetto» Elisabetta Longari


Ventenne, studia Lettere all’Università Cattolica di Milano, si confronta col pensiero dei filosofi, è impegnato politicamente e avverte il richiamo dell’arte contemporanea che approfondisce con passione, arrivando a recensire mostre e a scrivere per riviste, cataloghi e giornali. La sua curiosità vorace trova espressione in campi culturali diversi e contigui, ma al centro rimane sempre la fotografia. I primi lavori che realizza hanno per soggetto la natura e risalgono alla fine degli anni Sessanta: sono opere che mostrano poca consapevolezza e molta istintualità, come accade spesso quando si comincia a sperimentare con uno strumento, lasciandosi sorprendere dall’imprevisto e abbracciando gli errori come possibilità. Poi, nell’arco di pochi anni, si assiste a un cambiamento. L’attenzione di Erba si sposta sul paesaggio alpino e sull’architettura spoglia ed essenziale delle case di montagna abbandonate. L’autore registra il fenomeno delle ghost town, lo spopolamento delle aree montane. Le sue immagini di “archeologia naïf” riflettono le trasformazioni sociali, ma si presentano astratte, senza tempo, e soprattutto mostrano una consapevolezza nell’uso del linguaggio fotografico che troverà completa espressione negli anni Ottanta. É in questo periodo che Luigi Erba affronta in maniera sistematica un discorso metafotografico destinato a non esaurirsi, come sottolinea l’autore: «Succede questo fatto della fotografia non più concepita come momento unico, ma come scatto prolungato all’infinito al di fuori del tempo e dello spazio, in cui la stessa presenza/assenza di luce in camera oscura determina l’essere o non essere dell’immagine.

«Luigi Erba ha sempre evitato di imporsi un metodo di produzione costante, ma fastidiosamente obbligatorio, preferendo al contrario farsi guidare da intuizioni, studi e riflessioni che lo hanno portato a dare vita a ricerche articolate da presentare solo dopo essere passate al vaglio della sua personale e severa analisi» Roberto Mutti

Uno scatto dopo di Luigi Erba

Nel linguaggio c’è consapevolezza, è il riflesso di un pensiero, di una particolare concezione del tempo». Pian piano rivolge il proprio interesse verso lo spazio urbano e, in particolare, verso quello della propria città, lavorando per dieci anni. «Fuori da casa, su mezzo chilometro quadrato – racconta –. Lecco era una delle prime città italiane a più alta concentrazione di fabbriche,  e la fabbrica la sentivi nel rumore e in mille altri modi, come odore e sapore… La fabbrica mi interessava nel suo momento di passaggio, di ri- o non utilizzo». É questo eterno ritorno, questa circolarità, questo «passaggio del tempo presente futuro e futuribile che avviene tutto in un attimo» a interessare profondamente Luigi Erba, il quale inizia a sperimentare con le esposizioni multiple sullo stesso rullino fino a giungere agli Interfotogrammi, ai Polifotogrammi e a Un luogo sull’altro. In tali progetti, egli concepisce l’immagine come somma di scatti diversi che entrano in relazione tra loro e non come frammento unico e assoluto. In Un luogo sull’altro, in particolare, il rullino è impressionato più volte in un luogo, quindi riavvolto e lasciato giacere per mesi o addirittura anni in frigorifero, poi ripreso e impresso nuovamente, in un altro ambiente. La sovrapposizione, in parte controllata e pre-determinata e in parte casuale, restituisce l’essenza di un’impressione effimera, creando ambiguità tra documento e percezione immaginifica. Come ha sottolineato Roberto Mutti, si tratta di «un’esperienza linguisticamente estrema, grazie alla quale l’autore può avvicinare luoghi tra di loro molto lontani fino a farli sembrare frutto della fantasia creativa, suggerire che ogni paesaggio sia vissuto come esperienza interiore, mettere in luce potenzialità narrative che si potrebbero forse inscrivere in una poetica non priva di venature surrealiste». Nelle immagini stratificate di Luigi Erba, frammenti di memoria e realtà si fondono lasciando emergere l’inconscio tecnologico, l’istinto della mano, la consapevolezza del gesto e l’insistenza dello sguardo, di quell’occhio che vuole vedere, sempre.

Biografia
Luigi Erba (Lecco, 1949). Laureato in Lettere all’Università Cattolica di Milano nel 1974, ha insegnato Lettere in istituti medi inferiori e superiori. Coltiva l’interesse per la fotografia fin dagli anni Sessanta, come autore e studioso. La partecipazione a un corso tenuto da Oscar Ghedina e la frequentazione del laboratorio fotolitografico del padre sono alla base delle sue prime esperienze fotografiche sul tema del paesaggio alpino. A partire dagli anni Ottanta riflette sull’estetica del paesaggio urbano della sua città, iniziando una ricerca concettuale e metalinguistica basata sull’immagine multipla. Come giornalista pubblicista scrive per riviste, giornali e cataloghi di arte contemporanea, cura mostre e manifestazioni. In veste di autore vince numerosi premi e riconoscimenti, realizza mostre personali e partecipa a collettive.

Intimate strangers. La personale di Susan Meiselas a Palermo

Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 @Susan Meiselas _Magnum Photos HR
Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 © Susan Meiselas Magnum Photos

E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos, arriva a Palermo sabato 14 dicembre per inaugurare la sua mostra al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia.

Intimate Strangers, il lavoro di Susan Meiselas a Palermo

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse (1992) e Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion.

Carnival Strippers, la svolta nella storia del fotogiornalismo

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al 1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Meiselas le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967. Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile.

Pandora’s Box, la “Disneyland” del sadomaso

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta. Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’. Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

Info sulla mostra
Dal 15 dicembre al 16 Febbraio 2020
Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Via Paolo Gili, 4
Ingresso gratuito
Orari Apertura Mostra:
Mar-Dom dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Chiusura: Lunedì.

Nino Migliori tra incanto e illusione

Il Tuffatore – 1951

Gestualità, sperimentazione, concettualismo, performance e narrazione sono solo alcune delle definizioni possibili per decifrare la portata progettuale dell’autore bolognese. Artista audace e poliedrico, Nino Migliori ha seguito, da protagonista, l’evoluzione linguistica della fotografia all’interno del contesto culturale italiano. Il suo esordio è negli anni del dopoguerra, quando la presenza ingombrante dell’industria cinematografica lo porta a confrontarsi con quel sentimento inedito di libertà ed entusiasmo che guidava la ricostruzione del Paese: è la scuola del Neorealismo. All’interno di questo movimento si distingue con una produzione capace di costruire un ponte espressivo tra le avanguardie europee. Certo, da fotografo neorealista, fa uso del bianco e nero e ritrae il mondo che lo circonda, ma già lavora per brevi sequenze, spostando la sua attenzione verso l’universo concettuale, che già da tempo aveva superato l’idea del fotografico come specchio della realtà. Una consapevolezza, riguardo alla sua poetica, che matura negli anni Cinquanta grazie anche ai sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’Informale, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e di coinvolgerlo in un dibattito attivo nella Bologna dell’epoca. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, introduce nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività. Sono gli anni dedicati all’indagine senza tregua sul rapporto tra la fotografia e la realtà. La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo è anche il rapporto tra le immagini con la storia per giungere a un chiarimento della funzione di testimonianza e della formazione della memoria collettiva.Dalle sequenze in scala di grigio all’esaltazione del particolare sulla pellicola a colori, il passo è breve e, proprio in questo passaggio, Nino Migliori inaugura il suo personalissimo percorso conoscitivo, fondato sulla sperimentazione che lo accompagna per tutta la sua carriera. Come una successione di livelli esplorativi, le prime opere lasciano il passo alla riflessione sulla spontaneità del segno, colto sulle ruvide superfici urbane: è il momento di Manifesti strappati e Muri, realizzati a partire dagli anni Cinquanta. A seguire, con la serie Il tempo rallentato approda all’esaltazione simbolica della natura e dei suoi frutti. Più recente è, invece, la produzione di Cuprum, il lavoro inedito dell’artista bolognese che si lascia stupire dalle tracce umide dei bicchieri di birra sui tavolini di un pub londinese. Il risultato è l’incanto e l’illusione di una favola che assume le variabili fisionomiche e cromatiche della luna. Instancabile sperimentatore, egli rimane un convinto sostenitore dell’ineluttabilità del cambiamento fotografico dovuto al suo essere tecnologia.

Da Il Fotografo

 

Brassaï. Paris de Nuit

di Vittorio Scanferla


Paris de Nuit. Fotografie di Brassaï. Introduzione di Paul Morand. Parigi. Edizioni di Arts et Metiers Graphiques.1933 (2 dicembre 1932). 250x193mm. 74 pag. 62 fotografie in bianco e nero. Copertina illustrata. Legatura a spirale. Edizione inglese. Paris after Dark. London. Batsford. 1933.


brassai-001


Una felice alchimia ha prodotto un’icona dell’epoca d’oro dell’editoria europea: Paris de Nuit, il primo fotolibro di Gyula Halasz, che dalla Transilvania si trasferì a Parigi nel 1924, dopo aver frequentato le Accademie di Belle Arti di Budapest e Berlino e assunto lo pseudonimo di Brassaï, dalla città di Brassò, dove era nato nel 1899. Giornalista, fotografo, disegnatore, poeta, scultore, scrittore, film-maker e scenografo: intellettuale a tutto tondo, profondamente inserito nel clima culturale e artistico della capitale del XX secolo, come la definì Walter Benjamin, Brassaï era rimasto colpito dalle immagini di Atget che documentavano la trasformazione della città, convinto che la fotografia fosse lo strumento ideale per la narrazione del mondo oscuro della Ville Lumiére scoperto durante le sue peregrinazioni notturne.


brassai-002


«Brassaï: l’occhio nascosto del vampiro, l’occhio calmo del Budda che abbraccia il Tutto e non si ferma mai, l’occhio insaziabile, l’occhio di Parigi» Henry Miller


Nel 1929 acquistò una Voigtlander Bergheil 6×9 a lastre, con ottica Heliar 105mm, allestì nel suo hotel una camera oscura, condivisa con Dora Maar, e studiò, da autodidatta, tutti i testi di tecnica e chimica fotografica disponibili, seguendo sempre personalmente le fasi di sviluppo e stampa delle sue fotografie. Per realizzare il suo progetto Brassaï frequentò, con la medesima complicità e partecipazione, tutti i luoghi e gli ambienti sociali, dai più umili ai più trasgressivi, dai più poveri ai più ricchi e aristocratici. Voleva restituire una nuova percezione della città, come se si scoprisse per la prima volta, forte del pensiero che «la notte non ci mostra le cose, ma le suggerisce e ciò ci disturba e sorprende». Il suo è uno sguardo diretto in un paesaggio trasfigurato dalla modernità della luce elettrica, documentato da una poetica fotografica semplice: un treppiede in legno, un’ottica fissa, un cordino per controllare la distanza e il tempo di posa scandito dalla durata di una o più sigarette a seconda della luce ambientale, corretta da un sapiente uso, open flash, di lampi al magnesio.


brassai-05


«A lungo ho avuto un’avversione per la fotografia. Fino a trent’anni ignoravo l’uso della macchina fotografica. A Parigi io vivevo di notte vagando per la città da Montparnasse a Montmartre, andavo a letto all’alba e mi svegliavo al tramonto. Una profusione di immagini della mia vita notturna non cessava di sedurmi, di perseguitarmi e di ossessionarmi; non vidi altro mezzo per afferrarle che attraverso la fotografia» Brassaï


Accompagnato da altri irriducibili flâneur, come i suoi amici Jacques Prévert, Henry Miller, Leon-Paul Fargue e Raymond Queneau, il fotografo affinò, work in progress, la propria tecnica nelle notti parigine, ricche di incontri e di scontri con un mondo non sempre amichevole; furti e aggressioni non mancarono, portandolo a realizzare, sia in esterni che in interni, immagini di straordinaria suggestione, che la luce e il magnesio scolpivano in forme nitide, ma morbidamente plastiche e scultoree.


brassai-04


Brassaï, dopo due anni di riprese, mostrò un centinaio di queste fotografie a Charles Peignod editore di Arts et Metiers Graphiques, che accettò di pubblicare il fotolibro con le più moderne tecniche di riproduzione in héliogravure, una qualità di stampa memorabile. Il montaggio e una grafica d’avanguardia, con fotografie a piena pagina senza didascalie, fecero il resto. La legatura a spirale permise una perfetta planeità del libro aperto e una lettura più efficace della sequenza e dei dettagli. La qualità degli inchiostri dona una straordinaria profondità dei neri, la scansione dei grigi e la brillantezza delle luci rimangono esemplari a tutt’oggi, realizzando secondo Martin Parr e Gerry Badger «probabilmente la più splendida stampa mai vista».
Paris de Nuit fu un successo editoriale e di critica e diede il via al filone della fotografia notturna che influenzò fotolibri importanti a partire da Night in London (1938) di Bill Brandt e costituì una svolta determinante nella vita professionale di Brassaï. L’edizione del 1933 escludeva le immagini più esplicite della Parigi trasgressiva fatta di bordelli, prostitute, fumerie di oppio e ritrovi di omosessuali e lesbiche, che Brassaï era riuscito a fotografare conquistandosi la fiducia e la complicità del popolo della notte. Solo nel 1976 l’editore Gallimard pubblicò la versione integrale di Brassaï. Le Paris secret des années 30, con centotrenta fotografie e il commento appassionato dell’autore, ma senza riuscire a riprodurre il fascino grafico e tipografico dell’edizione originale. Un buon esemplare di questo seminale fotolibro-oggetto – il suo punto fragile è nella legatura a spirale che ne può compromettere l’integrità –, si può trovare a 1.500/2.000 euro.

Gianni Berengo Gardin si racconta in un’intervista

Gran Bretagna, 1977 - Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Già agli inizi della sua carriera lo chiamavano “il Cartier-Bresson italiano”, oggi è uno dei fotografi più affermati della fotografia italiana e internazionale. L’artista non si limita a catturare l’attimo ma a raccontare vere e proprie storie, immortalandole sulla sua amata pellicola.

Gli scatti di Gardin sono il racconto di un “viaggio in bianco e nero” che svela con poesia una realtà in continua evoluzione.

La Fotografia della settimana: Marc Riboud. Con Fidel Castro il giorno dell’assassinio di JFK

© Marc Roboud, Cuba 1963

Il 22 Novembre 1963 viene assassinato a Dallas il Presidente John Fitgerald Kennedy. In quei giorni, Marc Riboud è Cuba per incontrare Fidel Castro.


© Marc Riboud, Cuba 1963
© Marc Riboud, Cuba 1963
Tra le molte, moltissime storie che si intrecciano con la Storia che si è compiuta a Dallas il 22 Novembre del 1963, ce n’è una in particolare che parla di fotografia. E di fortuna. Quel giorno, Marc Riboud si è trovato nel posto giusto al momento giusto: Cuba.
Inviato sull’isola per un reportage, alla vigilia dell’attentato di Dallas Marc Riboud era insieme al giornalista dell’Express Jean Daniel. Trascorrono parecchi giorni in attesa di incontrare Fidel Castro, il quale fissa un appuntamento quando ormai i due, un classico, erano pronti a rinunciare e a rientrare prima negli Stati Uniti e poi in Francia. Fidel Castro incontra i due francesi la sera del 21 novembre, nella sua residenza estiva a 120 Km da L’Havana. Inizierà a parlare alle dieci di sera e finirà alle quattro del mattino. Marc Riboud scatta foto in continuazione, documenta la gestualità di Fidel Castro, le persone che gli si avvicinano, che entrano ed escono da quella stanza, vuole fissare sulla pellicola il carisma del Lider Maximo. La mattina del 22 Novembre Marc Riboud riparte. Insieme a Fidel e ai suoi collaboratori resta solo Jean Daniel. Alle 13.30 Fidel Castro riceve una telefonata. “Como? Un atentado?” dice al telefono. E, dopo aver chiesto quali erano le condizioni del Presidente degli Stati Uniti, ripete tre volte a Jean Daniel e alle persone in quella stanza: “Ecco, una pessima notizia”.

Reza Khatir: la fotografia come progetto di conoscenza, pratica di ascolto e lente per riflettere.

Pacato, riflessivo, sempre curioso. Reza Khatir è un apolide, un uomo libero di mettere radici nel mondo. Iraniano, ha abitato a Tehran fino alla seconda metà degli anni Sessanta per poi vivere in Inghilterra, a Parigi e a Locarno, in Svizzera. Un passato da fotoreporter in Medio Oriente per poi decidere di lavorare su progetti personali, dove ricerca e passione, sentimento e visione, risultano gli strumenti del suo tool box comunicativo. L’elemento distintivo del suo fotografare, oggi, è la bellezza nell’imperfezione.

Ho iniziato il mio percorso professionale – dichiara l’autore – utilizzando la pellicola e, spesso, delle camere di grande formato come il Sinar 20×24. Ero interessato all’alta definizione e alla qualità. Ultimamente, la mia fascinazione verso la lomografia è dettata proprio dal contrario, cioè dall’utilizzo di prodotti assolutamente low-tech, con il fondamentale vantaggio che si possono avere degli ingrandimenti importanti senza perdere la qualità, perché la qualità non c’è a priori. L’unica clausola nascosta è che, vista la totale imprevedibilità e i limiti che un apparecchio con un tempo di esposizione unico e un diaframma approssimativo comportano, l’uso della lomografia richiede una certa competenza e pazienza. In fondo, questo mi permette di rivivere la magia di quella fotografia con la quale sono cresciuto.

Intervista a Reza Khatir

 

Cos’è per te la fotografia?
Per molti anni, quando pensavo a questo mezzo, mi veniva sempre in mente la frase di Edward Steichen quando diceva che serve a far conoscere un uomo a un altro uomo e l’uomo a se stesso. Oggi, per me, la fotografia è memoria. Tu comunichi qualcosa che hai già dentro. Te stesso, il tuo vissuto. Forse la natura ha inventato l’uomo per avere un testimone, qualcuno che documenti; solo che, purtroppo, uno dei nostri problemi è che non abbiamo più una  memoria incontaminata, siamo talmente bombardati dalle immagini che non riusciamo più ad immaginare una cosa nostra. Questo inizia a mancarci. A questo serve la fotografia per me, a ricordarci chi siamo.

«Sono un immagazzinatore di situazioni senza la macchina fotografica. Non la porto mai con me. Raccolgo con gli occhi»


Le lune di Saturno, 2009 Diana 6x6 cm, Kodak Portra 160
Le lune di Saturno, 2009
Diana 6×6 cm, Kodak Portra 160

Che senso ha realizzare degli scatti quando su Facebook sono presenti 250 miliardi di immagini?
C’è la febbre di condividere il caffè che hai appena bevuto. Abbiamo perso il senso di responsabilità nel produrre delle foto. Nella facilità di postare scatti realizzati ovunque, anche in luoghi privati, c’è un atteggiamento che faccio fatica a comprendere. Manca l’attenzione alla persona e soprattutto a chi hai vicino. Ci si rivede sui social dopo aver partecipato a una festa privata senza che nessuno ti abbia chiesto nulla. Inoltre, tutti scattano e nessuno produce più una stampa. A casa mia, sulla parete della cucina, ho le foto della famiglia. Il mio album è lì. Vedo i loro volti e loro sono sempre intorno a me. Questo è il mio patrimonio.

«Insegnare è molto gratificante, soprattutto quando riesci a trasmettere la tua esperienza»

“Nell’arco degli anni ho realizzato circa cinquecento fotografie con la Polaroid di massimo formato (50×60 cm). Quest’immagine è parte di una serie di trenta ritratti di richiedenti asilo ospitati in un ex-orfanatrofio in attesa della decisione delle autorità. Tra i lavori degli ultimi anni, rimane la mia preferita. È l’unico portfolio in Polaroid che ho conservato nella sua interezza. Nessuna foto è stata, né sarà mai venduta singolarmente”.

Cos’hai imparato lavorando in questi trent’anni?
Che tutto ha un ciclo. Ho realizzato dei lavori che in un determinato momento non creavano l’interesse desiderato. Vent’anni dopo sono stati riscoperti e apprezzati. Alle volte capita di essere in anticipo con i tempi. Ho imparato che bisogna sempre fare quello che ti riesce meglio, senza seguire le tendenze. E soprattutto, come ritrattista, ho imparato a rispettare le persone che fotografo e che si mettono a disposizione per aiutarmi a raggiungere il mio scopo. Pero, il mio scopo non potrà mai essere più importante della dignità della persona. In tutti questi anni non ho mai fatto firmare una liberatoria a nessuno, salvo per i lavori commerciali o pubblicitari. Se voglio fotografare qualcuno, famoso o no, non faccio mai uno scatto “rubato”, chiedo sempre e se la persona in questione non può dedicarmi un po’ del suo tempo per entrare in una comunicazione intensa con me, piuttosto rinuncio.

«Inizialmente, avrei voluto studiare cinema. È però un’arte collettiva. La fotografia è, invece, più vicina al mio essere. Io sono un solitario. Amo lavorare in autonomia»

“Appartiene a una serie di undici fotografie dedicate ai miei antenati. Sono immagini di inizio Novecento scattate da un mio avo e combinate con delle fotografie realizzate da me. In camera oscura ho creato dei montaggi. Ogni immagine è un originale unico, risultato di tre o quattro negativi sovrapposti. Ho voluto cancellare i volti delle figure per rendere l’atmosfera ancora più fantasmatica e misteriosa”.

 

 

Di Giovanni Pelloso

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica in bilico tra figurazione e astrazione

Urban_Texture, Bicocca, Milano © Andrea Rovatti

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica

di Francesca Marani
Andrea Rovatti è un autore eclettico, capace di muoversi con disinvoltura tra grafica e fotografia, senza il freno delle sovrastrutture di pensiero che rifuggono contaminazioni e ibridazioni tra differenti forme artistiche. L’autore agisce con estrema fluidità, mosso dalla fascinazione della sperimentazione e dalle infinite possibilità visive offerte dalla moltiplicazione delle immagini. In questa intervista si racconta a partire dalle primissime esperienze di gioventù.
«Mi ha sempre attratto la rappresentazione che coniuga realtà e immaginario e, ben presto, ho iniziato a lavorare con immagini sequenziali, ripetitive, capaci di creare modalità nuove di percezione visiva» Andrea Rovatti
La passione per la fotografia si è sviluppata con l’inizio dell’attività lavorativa. A sedici anni, quando ancora andavo a scuola, nel pomeriggio lavoravo in uno studio di fotografia di moda poi, una volta finite le superiori, ho avuto l’occasione di fare da assistente a Enzo Mari, designer di fama internazionale, e lì mi sono innamorato anche del graphic design, iniziando un percorso che non ho più abbandonato, dove grafica e fotografia convivono e interagiscono. In particolare, durante la progettazione delle copertine per Boringhieri, basate sulla scomposizione di una stessa fotografia in quadranti, sono rimasto affascinato dal fatto che la fotografia originaria, attraverso lo scostamento dell’inquadratura, si ricomponesse in una nuova immagine. Da allora, la ricerca sequenziale, ripetitiva e a scacchiera delle immagini fotografiche è stata, spesso, il leitmotiv della mia attività professionale, come mostrano le ricerche fotografiche Multivisione, Strisce, Lastra smaltatrice o i progetti grafici per i cataloghi Marca Corona, TDA, il calendario Natuzzi, CartaSi. Ciò che mi attrae è la possibilità di soffermarmi sui dettagli, addentrarmi nelle cose per poi avventurarmi nelle procedure di creazione delle immagini stesse, catturate attraverso l’occhio del fotografo e la sensibilità del grafico. Le mie opere partono sempre da un close up, da un dettaglio che reitero, dando vita ad un’astrazione che immediatamente si allontana dallo scatto iniziale, capace di attuare uno scollamento con la realtà. I nove rettangoli consentono di ottenere un’immagine che colloquia con se stessa in ogni direzione e che ripetendosi crea delle giunzioni, delle variabili formali che prima non esistevano, trasformandosi nell’immagine di un’immagine.


Ritmi, allegorie e situazioni ambigue sono quindi alla base dei miei lavori proprio perché il significante si distacca dal significato, consentendo di operare su due livelli distinti di percezione. Nel 1985, epoca in cui insegnavo nel laboratorio di fotografia all’ITSOS Albe Steiner di Milano, ho cominciato una ricerca personale sulla fotografia di dettagli della natura. Osservando le forme e le strutture naturali, così perfette e ieratiche, ci si rende conto dell’esistenza di trame ricorrenti, una complessità che però, paradossalmente, ci riconduce all’essenza delle cose stesse e di conseguenza forse anche di noi stessi. Le texture che ci circondano sono infinite e alcune cambiano a seconda dell’attimo in cui sono catturate: è per questo motivo che la mia ricerca in tal senso non è conclusa, anzi è in continua trasformazione. Negli anni Novanta realizzo la serie Sequenze, attraverso l’accostamento di un modulo di sei figure a tema, che poi diventeranno nove immagini reiterate a partire dal 2005 e prenderanno il nome di Texture Nel 2010 la mia ricerca sulle texture subisce un nuovo cambiamento quando l’attenzione si rivolge alle architetture urbane: nasce, così, Urban Texture. L’architettura è senza dubbio uno dei soggetti che prediligo perché si presta a una riflessione sullo scorrere del tempo che mi interessa molto. Io guardo all’architettura come sedimentazione del tempo che passa; leggere l’architettura di una città significa osservarne la stratificazione storica e culturale. Ho iniziato con Milano, riscoprendone la bellezza, e proseguito con Venezia, una vera e propria sfida, per approdare infine a New York e Los Angeles. Ora l’indagine sul tempo si è evoluta anche al di là della ricerca sul soggetto: se prima riproducevo nove volte la stessa identica fotografia, adesso utilizzo nove scatti diversi, intervallati da frazioni di secondo. Mi piace pensare che nella riproposizione della stessa apparente fissità sia presente, invisibile, lo scorrere del tempo. Se nelle texture naturali ho voluto meditare sulla potenza della natura e sulla sua capacità di riproporre sempre l’equilibrio in un contesto dove l’uomo non compare, con le Urban Texture mi sono concentrato sul cambiamento del paesaggio naturale dovuto alla presenza dell’uomo e alla sua realtà urbana. Le mie immagini sono spesso labirintiche, respingenti e familiari al tempo stesso, capaci di disorientare l’occhio dello spettatore, ma anche di incuriosirlo e di invitarlo a guardare con più attenzione”.

Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della quinta settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua quinta settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.






Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della quarta settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua quarta settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.

Mercoledì 11 aprile 2018 – Centro Giovanile STOA’
via Gaeta, 10, Busto Arsizio (VA)

Ore 21: WATERGRABBING – ingresso libero

Uno sguardo fotografico sul petrolio del XXI secolo.
Approfondimento tematico della mostra con la presenz adi un fotografo del team del progetto Water Grabbing







 

Festival Fotografico Europeo 2018: gli eventi della terza settimana

Il Festival Fotografico Europeo entra nella sua terza settimana di eventi e attività: andiamo a scoprire insieme i prossimi appuntamenti.

Mercoledì 4 aprile 2018 – Ass.ne Culturale BARICENTRO
(via Pola, 6 – Milano)
ore 18,30 Opening della mostra, ingresso libero

IL BOSCO DEL PENSIERO di Franco DONAGGIO 

a cura di Sandra Benvenuti



Giovedì 5 aprile 2018 – Albè & Associati Studio Legale
(via Cellini, 22 – Busto Arsizio (VA)

ore 19,00: SCATTA L’ASTA – ingresso libero

Asta di beneficienza a favore della Ass.ne

BIANCA GARAVAGLIA Onlus – Dalle ore 16 alle ore 19 sarà possibile visionare in anteprima le opere in asta, esposte nelle sale dello Studio Albè.




Venerdì 6 aprile 2018 – Galleria Libreria Boragno
(via Milano, 7 – Busto Arsizio (VA)

Ore 18: Opening della mostra – ingresso libero

EFFETTI COLLATERALI di Livio SENIGALLIESI

a cura di Valeria Valli



Venerdì 6 aprile 2018 – Sala Conferenze del Museo del Tessile
(via Galvani – Busto A. (VA))

Ore 21,15 SERATA DI MULTIVISIONI- ingresso libero

a cura de IL PARALLELO MULTIVISIONI
di Francesco Lopergolo

La storia di Caterina / Venissa / Galapagos / 20 Mignon di Mignon / Non sono un Poeta / Il colore arancio / Giorgio Casali memorie / Una virgola di tempo.



Sabato 7 aprile 2018 – Palazzo Leone da Perego
(via Gilardelli, 10 – Legnano (MI))

Ore 17 conferenza – ingresso libero

Patrizia Della Porta: MU-SEUM: SGUARDO, SERIE, VUOTO

a seguire visita guidata alla mostra con l’autrice.




Domenica 8 aprile 2018 – Teatrino di Villa Gonzaga
(via L. Greppi, 4 – Olgiate Olona (VA))

Ore 11 Opening della mostra – ingresso libero

La Natura in b/n di Vittorio Pigazzini  



Domenica 8 aprile 2018 – CHIESA OPAI  – Santi Innocenti di Villa Gonzaga
(via L. Greppi, 4 – Olgiate Olona (VA))

Ore 11 Opening della mostra – ingresso libero

Sei…nel Parco,  SEI FOTOGRAFI IN ASCOLTO DELLA NATURA

Franco Sala, Rosalino Torretta, Claudio Torresani,Damiano Villa, Maurizio Pol, Norino Canovi.




Domenica 8 aprile 2018 – Monastero di Cairate
(via Monastero, 4 – Cairate (VA))

Ore 17 Incontro con gli autori della mostra – ingresso libero

POETICHE DELL’OBLIO

Roberto Venegoni, Silvia Lagostina, Giovanni Cedronella, Claudio Argentiero.
Visita guidata alla mostra e al Monastero



 

1 2 3 44
0 0,00
Go to Top