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L’Italia dei fotografi: 24 storie d’autore

“Per me la fotografia rimane sempre un pretesto: è una parte di te stesso che va a testimoniare il tuo mondo, che sia un paesaggio o un essere umano” Franco Fontana

Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo-Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli e Massimo Vitali: sono ventiquattro gli autori riuniti nella mostra L’Italia dei fotografi, la prima prodotta dalla Casa dei Tre Oci-Civita Tre Venezie al Museo del ’900 di Mestre, ospitato nell’ex convento di Santa Maria delle Grazie. Curata da Denis Curti, l’esposizione si concentra sugli anni del secondo dopoguerra per arrivare alle espressioni più recenti, attraverso immagini che fanno parte del patrimonio artistico e culturale del nostro Paese, testimonianza dei cambiamenti storici, economici e sociali che hanno segnato la nostra storia comune. Tanti i temi affrontati dagli autori in mostra: le contraddizioni delle tradizioni siciliane in Ferdinando Scianna, le questioni di genere in Lisetta Carmi, lo spazio urbano e le sue periferie in Gabriele Basilico, il paesaggio italiano e le sue trasformazioni in Luigi Ghirri, l’indagine socio-antropologica in Francesco Jodice. Molti gli autori che fanno della fotografia uno strumento per riflettere sulle tematiche sociali e sui cambiamenti in atto nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale: tra questi Carla Cerati, Nino Migliori, Mario De Biasi, Massimo Vitali, cui la mostra vuole rendere omaggio.

M9
Via Giovanni Pascoli 11
Fino al 16 Giugno

© Franco Fontana, Puglia 1987

Ferdinando Scianna in mostra alla Galleria d’arte moderna di Palermo

Leonardo Sciascia. Racalmuto, 1964 © Ferdinando Scianna

Negli spazi espositivi della Galleria d’arte moderna di Palermo, ha aperto al pubblico la grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con oltre 180 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l’intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.
Una grande mostra antologica come questa di Palermo, a settantacinque anni, è per un fotografo un complesso, affascinante e forse anche arbitrario viaggio nei cinquant’anni del proprio lavoro e nella memoria. Ecco già due parole chiave di questa mostra e del libro che l’accompagna: Memoria e Viaggio. La terza, fondamentale, è Racconto. Oltre 180 fotografie divise in tre grandi corpi, articolati in diciannove diversi temi. Questo tenta di essere questa mostra, un Racconto, un Viaggio nella Memoria. La storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia”, dichiara Ferdinando Scianna.

Ferdinando Scianna a Palermo: le sezioni della mostra

LA MEMORIA, Bagheria – La Sicilia – Le feste religiose
IL RACCONTO, Lourdes – I bambini – Kami – Il dolore
OSSESSIONI, Il sonno – Le cose – L’ombra – Bestie – Gli specchi
IL VIAGGIO, America – Deambulazioni – I luoghi
RITRATTI RITI E MITI, Le cerimonie – Donne – Marpessa
Per approfondire i contenuti dell’esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione.
In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. È inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna.

FERDINANDO SCIANNA
Viaggio Racconto Memoria
Fino 28 luglio 2019, Palermo, Galleria d’arte moderna, Via sant’Anna 21
A cura di Paola Bergna, Denis Curti, Alberto Bianda, Art Director
Info e prenotazioni
091.8431605
info@gampalermo.it
www.mostraferdinandoscianna.it

 

Quando la fotografia rafforza uno stereotipo: lo scatto "American Girl in Italy"

Non molto tempo fa è tornata alla ribalta della cronaca una celebre fotografia del 1951 dal titolo American Girl in Italy per la triste notizia della morte dell’ormai novantenne Ninalee Allen Craig, protagonista dello scatto. Un’immagine che fece il giro del mondo, provocando scalpore e indignazione. La fotografa Ruth Orkin ritrasse la ragazza americana mentre, camminando per una strada di Firenze, veniva morbosamente e con poco garbo osservata da una decina di uomini.

Al contrario di come si può immaginare, la fotografia non fu la testimonianza di un momento casualmente colto per le vie della città toscana ma il risultato di un’attenta costruzione da parte dell’autrice. «La scelsi perché era bella, luminosa e, diversamente da me, era alta: doveva sembrare una Beatrice della Divina Commedia che passava attraverso questa dozzina di uomini», raccontava l’autrice in un’intervista al New York Times nel 1995. Orkin, infatti, di ritorno da un reportage in Israele per Life, voleva intercettare qualche storia un po’ leggera da vendere ai magazine americani alla ricerca di notizie divertenti e che confermassero alcuni luoghi comuni soprattutto sull’Europa. Lo scatto comparve nella rivista americana Cosmopolitan come accompagnamento a un articolo intitolato Soldi, uomini e morale che puoi incontrare durante un viaggio allegro e sicuro e la didascalia dell’immagine riportava: “Pubblica ammirazione… non vi agitate, in Italia è normale, i galantuomini sono più rumorosi degli uomini americani” .

Lo scatto,  come è noto, è diventato un’icona, divulgando e rafforzando in tutto il mondo lo stereotipo dell’uomo italiano latin lover dall’atteggiamento aggressivo ai limiti della molestia. Di certo la fotografa  è stata poco lusinghiera con noi italiani, dipinti come assalitori da marciapiede, ma ciò che mi ha colpito è l’intenzione dell’autrice, perché sebbene la fotografia abbia, per sua natura, uno strettissimo legame con la realtà, spesso i fotografi riconsegnano alla storia fatti non del tutto veritieri, non tenendo spesso conto del forte impatto di suggestione che l’immagine ha sull’opinione pubblica.

Immagine di copertina Ruth Orkin AMERICAN GIRL IN ITALY – Florence 1951

Intorno a libri e fotografi: editoriale di Denis Curti

Da qualche settimana si è conclusa la IX edizione del MIA Photo Fair a Milano che, come ogni anno, apre la stagione fieristica europea. Molti gli espositori con una notevole diversificazione di proposte, dai grandi classici della fotografia ai giovani sperimentatori che spingono il mezzo oltre i suoi limiti. Tuttavia, se le varie gallerie, nazionali e internazionali, si sono presentate senza particolari sorprese rispetto alle edizioni precedenti, il settore riservato all’editoria fotografica è, anno dopo anno, in costante espansione. Specchio di un mercato sempre più fiorente, le produzioni editoriali dei libri d’artista interessano non più solo un pubblico ristretto. Due i fattori fondamentali per il successo nel mercato del collezionismo: come prima cosa un costo accessibile, che si aggira in media intorno a qualche centinaia di euro con la possibilità di un aumento del valore nel tempo, e la seconda, la possibilità di acquistare l’intero progetto fotografico con un’alta qualità di stampa. Consapevole di tale fenomeno, la direzione artistica del MIA ha delegato, per il secondo anno consecutivo, la curatela del settore editoriale a Magali Avezou, curatrice della piattaforma online Archipelago (www.archipelagoprojects.com). Avezou ha selezionato un’ampia gamma di case editrici sia italiane sia europee, con l’intento di supportare tale ambito e far conoscere a un sempre più ampio pubblico realtà nuove o già consolidate. Tra le sue scelte sono state riconfermate case editrici indipendenti italiane come la torinese Witty Kiwi, Crowdbooks e Metronom, ma anche straniere come Ediciones Anómals e Depart pour l’Image. Tra gli editori più consolidati abbiamo ritrovato la Danilo Montanari editore e la Postcart di Roma. Di quest’ultima segnalo in particolare la pubblicazione del fotografo Fausto Giaccone intitolata Macondo. The World of Gabriel García Màrquez con testi di Gerald Martin e Giovanni Chiaramonte. Un’opera che si presenta come un’intensa ricerca visiva di forte modernità sulle tracce e i luoghi del celebre scrittore colombiano Nobel per la letteratura.

L’imparzialità del giudizio sulle fotografie. Come si leggono le immagini?

Il nostro giornale è fatto, in buona parte, dalle immagini dei lettori. Ogni settimana riceviamo decine e decine di proposte. Ho saputo, con enorme soddisfazione, che alcuni circoli fotografici lanciano sfide interne sulla base delle nostre proposte a tema. Vince chi è selezionato e quindi pubblicato: la redazione del giornale funge così da giuria inconsapevole. L’aspetto più interessante è la discussione che ogni volta si genera quando si tratta di scegliere le foto da mettere in pagina. Non vi è dubbio che per la rubrica dell’esercizio a tema a prevalere è la coerenza ai contenuti lanciata dal giornale. Ma nella sezione delle immagini commentate spesso si scatena la bagarre: c’è chi privilegia la composizione, chi sostiene l’importanza degli aspetti tecnici, come la messa a fuoco, la corretta esposizione, il giusto ed equilibrato intervento di correzione digitale. Poi, al di là della tecnica, prende corpo il gusto personale: la capacità di un’immagine di strappare un sorriso, oppure di concentrarsi sull’impegno sociale, di porre seriamente una riflessione sui molti temi di attualità della nostra società come la violenza, la sopraffazione, l’immigrazione e i disastri ambientali. Diciamo che ogni volta che si scelgono le fotografie non si sente mai definire uno scatto sbagliato. Se la tecnica non soddisfa, il contenuto la rimette in gioco e viceversa. La domanda che ci poniamo in questo editoriale è la seguente: esistono fotografie sbagliate? Ecco due esempi celebri. Il primo è A Series of Unfortunate Events, addirittura premiata dal World Press Photo nel 2011 nella categoria Contemporary Issues, Honorable Mention Prize Stories. Il noto autore Michael Wolf ha raccolto delle immagini che raccontano di situazioni accadute in strada senza nemmeno muoversi dalla sua scrivania e limitandosi a scaricarle da Google Street View. La serie è certamente interessante e dirompente; una persona colpita da infarto, una donna che fa pipì e due amanti che si baciano… Insomma, la vita reale. Michael Wolf, in buona sostanza, ha posizionato una fotocamera su un treppiede davanti allo schermo di un computer e ha ritagliato, isolato e zoomato ciò che più lo interessava. Con questa serie, decisamente di stampo concettuale, Wolf vuole sollevare dubbi sui temi della privacy e porre una riflessione sul valore e il ruolo del fotografo. Il secondo esempio, invece, ce lo propone Erik Kessels con il suo progetto Failed It! How to turn mistakes into ideas and other advice for successfully screwing up (Che sbaglio! Come trasformare i fallimenti in successi mandando tutto all’aria) che è anche una pubblicazione Phaidon, nella quale il creativo olandese ha celebrato l’errore in fotografia. Per Kessels commettere errori, collezionare disastri e fallimenti è sinonimo di miglioramento. Senza il fallimento, si è bloccati in una zona di mediocrità. Per lui, il fallimento non è fatale, anzi al contrario, è assolutamente favoloso. Dai lievi incidenti dei fotografi amatoriali ai grandi errori dei designer professionisti, Failed It! si presenta come una guida/raccolta che vuole dimostrare come commettere errori e avere il coraggio di fallire sia alla base di idee originali e del successo creativo. Dai lavori di alcuni artisti, più o meno noti, agli scatti dei fotoamatori, Kessels colleziona nel suo archivio migliaia e migliaia di stampe sbagliate, per poi trasformarle in mostre-evento. Non è facile trarre conclusioni. Viviamo in un mondo in cui vale tutto e il contrario di tutto. L’amica Chiara Casarin, direttrice dei musei civici di Bassano del Grappa, scrive: «Era il 1917 quando Marcel Duchamp sconvolse il significato della parola “arte” lasciando interdetta la comprensione di alcune operazioni artistiche al pubblico più ampio. Quel pubblico si trovò inaspettatamente a dover rivedere, se non ad abbandonare, i canoni fino ad allora applicati per la lettura delle opere d’arte. Ma da dove nasce il disagio che molti provano ancora nei confronti dell’arte contemporanea? Sono passati cento anni e ancora ci si pone le medesime domande “cos’è un’opera d’arte?”, “qual è il significato della parola arte?». Provate a sostituire la parola arte con fotografia. Il senso non cambia.

 

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La fotografia è un sentimento in continuo mutamento

L’ oggi si nutre di un’insaziabile sete di conoscenza, di un generale bisogno creato e alimentato dall’incessante successione di informazioni visive, dell’interminabile sequela di “voci dell’ultima ora” che quotidianamente percorrono il mondo, che invecchiano e si dimenticano nel giro di poche ore, succedendosi numerose e istantanee. La comunicazione di fatti di cronaca, così come di eventi culturali, di nozioni storiche o di visioni artistiche del mondo avviene in sintonia con il rapido succedersi degli interessi di una società in continua evoluzione. Tanto eterogeneo bisogno di sapere costituisce la matrice ideologica di un meccanismo informativo che, sulla piattaforma digitale, ha permesso la raggiungibilità di ogni dove e di ogni quando e che, di fatto, ha reso possibile la democratizzazione della conoscenza. Si può forse dunque parlare dell’estetica del provvisorio, prendendo a prestito una definizione che la sociologia mise a punto per tentare di catturare fenomeni e comportamenti negli anni Sessanta, caratterizzati dal consumismo sfrenato. A me pare incredibile come quella definizione sia tornata di estrema attualità, nonostante uno scenario economico totalmente opposto. Naturalmente ci riferiamo soprattutto al mondo delle immagini e la riflessione è nei confronti della destinazione finale di queste: la condivisione. E questo è un desiderio destinato a essere incredibilmente breve, effimero appunto. È come se non ci fosse più lo spazio per la memoria. Si condivide un presente che diventa subito passato. Insomma, si producono moltissime immagini, condannate a non resistere nel tempo.

Il ruolo del fotografo come narratore

Noi vogliamo soffermarci sulle storie e ribadire quanto sia importante continuare a raccontare. Abbiamo cercato di mettere in evidenza il ruolo del fotografo come narratore. Lo storyteller , come si dice oggi. In una mitica intervista, pubblicata sul Corriere della Sera  nel 1993, lo scrittore Daniele Del Giudice dialoga con Wim Wenders a proposito di cinema e di fotografia. Partono da Friedrich, che «negli ultimi anni della sua vita ebbe un presentimento della fotografia, dipingendo nel 1835 una serie di quattro immagini trasparenti su carta, che intelaiate dovevano vedersi in uno spazio totalmente buio con l’ausilio di una scatola illuminata da una lampada e l’accompagnamento di una musica. Più tardi avrebbe disegnato un paesaggio notturno in cui la luna era un circoletto ritagliato, un buco attraverso il quale far passare direttamente la luce della luna. Più in generale c’è chi sostiene che la finestra così spesso usata da Friedrich per inquadrare le sue ultime vedute possa intendersi come un protobbiettivo o un anticipo di schermo cinematografico, e la stanza che dobbiamo presupporre al di qua dei vetri una sorta di camera oscura; ma ciò che conta, oltre naturalmente alla pittura di Friedrich, è l’enorme investimento sul vedere, sulla rappresentazione». Insomma, Del Giudice ci sta parlando dell’importanza del punto di vista. Ci sta dicendo di come sia fondamentale prendere posizione. Costruire le immagini con il pensiero. Piegare la tecnica alle esigenze della propria creatività. E, descrivendo gli scatti a colori di Wenders, i due convengono su una riflessione comune: «Ogni secolo ha le sue rovine e un suo modo di metterle in immagine facendone paesaggio: le nostre rovine hanno questo di particolare, sono rovine del presente, non custodiscono memoria né portano tradizione, non hanno fatto in tempo ad accumulare tempo, alcune sono già rovine alla nascita».

Lettera a un (giovane) fotografo: editoriale di Denis Curti

Sto sistemando le ultime pagine di un libro di prossima pubblicazione, che spero sia capace di raccogliere le diverse esperienze a cui ho avuto modo di partecipare in oltre trent’anni di mestiere. Ho immaginato di scrivere una lunga lettera a un ipotetico giovane fotografo che si propone come uno spunto di riflessione sui molti cambiamenti avvenuti in questo specifico settore. Dagli incontri con i grandi maestri ai libri fondamentali, alle avventure di successo e anche a quelle meno felici: sì, perché a volte si impara anche e soprattutto dai fallimenti. La pubblicazione si chiude con un decalogo a me molto caro che da sempre ritengo indispensabile e che desidero condividere con voi. Dice il saggio cinese: «Rispetta le regole nel 99% dei casi». Le scuole e le accademie hanno fatto proprio questo motto. Insegnano codici, linguaggi creativi, canoni estetici e fanno continuo riferimento a un certo gusto e a una certa scuola. Spingono gli studenti ad assorbire questo grande edificio di regole, senza le quali non c’è futuro, e non incoraggiano certo chi le viola. Succede però che, davanti a un talento, di tutte queste regole si fa un bel falò. Si osannano e si consacrano proprio i suoi punti di rottura. E allora verrebbe da dire: «Ma scusate, a saperlo non le seguivo nemmeno io le vostre regole». Il tema in realtà è delicato e anche doloroso. La ricerca dell’arte procede sempre sulla linea di confine fra le strutture della narrazione e del saper fare, da una parte, e l’audacia, l’innovazione e la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo, dall’altra. Quel che è certo è che di fronte a strade percorse per la prima volta nessuno potrà esclamare: «Si fa così!». Questo, per la semplice ragione che non c’è mai stato un prima. Cercare l’equilibrio tra regole e sperimentazione è una tensione fertile che deve accompagnarci per tutta la vita. Un pizzico di saggezza mi porta a considerare che le due facce del problema non siano poi così opposte come sembrano; anche se si dice che è necessario violare le regole, esiste un universo in cui queste due teorie del mondo in qualche modo convivono. Quindi, giovane fotografo, ti lascio con un piccolo decalogo che ti farà da bussola nel mare tempestoso che ti appresti a solcare. Libero di seguire le mie raccomandazioni o di violarle nel modo più talentuoso ed eclatante. O di fare entrambe le cose, a seconda di quello che ti conviene.

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La fotografia: non è solo questione di tecnica ma anche di valore

La fotografia, come ben assodato da molto tempo, non è solo questione di tecnica e contenuto ma anche di valore, dove le immagini sono intese anche come bene culturale.

Il collezionismo come imprescindibile attore protagonista

Intorno alla cultura dell’immagine si è sviluppato un indotto che vede nel mercato del collezionismo un imprescindibile attore protagonista, che incide sull’affermazione o la storicizzazione di un fotografo piuttosto che un altro. Quattro sono i grandi appuntamenti annui per i collezionisti che si ritrovano tra Londra e New York per aggiudicarsi i lotti alla miglior offerta. Il primo martello a battere dell’anno è quello di Phillips ad aprile, che ha proposto lo scorso 2017 ben 346 lotti fotografici con una straordinaria percentuale di vendita pari all’80 per cento rispetto al 2016. In catalogo alcuni scatti di grandi nomi della storia della fotografia internazionale tra i quali Gustave Le Gray, con un passaggio d’asta di 200.000 dollari, e uno scatto di Lázló Moholy-Nagy, aggiudicato a 212.500 dollari, ma anche interpreti della fotografia italiana come Picnic Allée  di Massimo Vitali battuto a 81.250 dollari. Alle porte dell’estate è la volta dell’inglese Sotheby’s che nell’ultimo appuntamento ha puntato su un mix ben riuscito fra talenti emergenti e pezzi pregiati di autori come Helmut Newton e Peter Lindbergh. Tra ottobre e novembre Christie’s, sempre nel 2017, ha ottenuto i migliori risultati rispetto ai suoi competitors, battendo in un sol colpo 672.500 dollari per un pezzo di Peter Beard dal titolo Orphaned Cheetah Cubs . Chiudono il calendario a novembre Phillips a Londra e gli appuntamenti di Sotheby’s e Christie’s che, come ormai di consuetudine, spostano la loro piattaforma a Parigi in concomitanza con la fiera fotografica del Paris Photo.

Questi sono solo alcuni dei numeri che ogni anno girano intorno al mondo del collezionismo, ma che fanno già ben intendere il valore commerciale dietro al settore della macchina fotografica.

I 10 scatti più importanti della storia? Denis Curti spiega quali sono

Quali fotografie scegliereste se vi chiedessimo i 10 scatti più importanti della vostra storia?
E’ la sfida lanciata dal Museo delle Storie di Bergamo con un evento, “Dieci scatti con” che è parte di “L’Ora Blu”, un’ora speciale per conoscere la fotografia e le sue storie sotto una luce diversa.
Il primo appuntamento è con Denis Curti, direttore de Il Fotografo, critico fotografico, direttore e fondatore di Still e direttore artistico della Casa dei Tre Oci di Venezia, che sabato 16 marzo alle 17.30, al Museo della Fotografia Sestini di Bergamo, presenterà i dieci scatti che, secondo lui, sono i più importanti della storia.
“Ho scelto dieci immagini che hanno cambiato l’approccio nei confronti della fotografia o che addirittura sono state in grado di generare delle reazioni da parte dell’osservatore. Fotografie che rivelano la propria centralità e importanza perché portano appresso contenuti e situazioni che ci hanno fatto riflettere così tanto al punto che qualcuno poi ha cambiato le proprie idee, le proprie abitudini, le proprie convinzioni nei confronti della società”.
Significative soprattutto perché hanno generato dei cambiamenti. Alcune sono importanti in assoluto, nella storia della fotografia, perché hanno contribuito alla modificazione di alcuni aspetti della stessa. Altre lo sono anche perché mi legano a una vicenda personale, privata, o perché ho conosciuto l’autore, o perché trasmettono un contenuto che ho vissuto direttamente, quindi il valore intrinseco, in un certo senso, viene raddoppiato. Un esempio su tutti è la fotografia iconica che Robert Capa, allora fotoreporter per la rivista Life, ha scattato durante lo sbarco in Normandia nel 1944 (La spiaggia di Omaha, in Normandia, 6 giugno 1944). Una foto che dal punto di vista tecnico è sbagliata, perché mossa e sfocata e nella quale si può notare anche una certa casualità da un punto di vista compositivo, ma che veicola un contenuto e un messaggio forte. Piuttosto che l’aspetto estetico, infatti, in una fotografia mi interessa più la dimensione ideale, l’aspetto etico. Una fotografia che diventa immortale, proprio perché veicola un messaggio e una testimonianza”.
“Un fotografo che ha lavorato anche in questo senso è lo statunitense William Eggleston. La sua fotografia a colori di un triciclo, in particolare, segna un momento di cambiamento enorme nella storia perché, per la prima volta, al MOMA di New York, viene allestita una mostra di fotografie a colori che non guardano più ai fatti ed ai grandi eventi, ma che raccontano una dimensione quasi privata della vita dell’autore. Da quel momento in avanti inizia una nuova scuola di pensiero sulla fotografia contemporanea, che smette di guardare all’idea di una narrazione intesa così come la conosciamo, per privilegiare una dimensione più privata. Una scuola che oggi sembra appannaggio dei social network, ma che in realtà nasce prima degli anni Sessanta. Una fotografia che messa nelle mani di un autore fortemente consapevole del proprio progetto diventa occasione per diventare un diario minimo, intimo, dove la fotografia smette di assomigliare alla pittura per avvicinarsi quasi alla scrittura e alla letteratura”.

Storie in fotografia – dieci scatti con Denis Curti
Sabato 16 Marzo dalle ore 17:30 alle 18:30
Museo delle storie di Bergamo e Convento di San Francesco
Piazza Mercato del Fieno 6/a, Città alta, 24129 Bergamo

L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà? Editoriale a cura di Denis Curti

Jamie Diamond, Mother Brenda, 2012, Courtesy of the artist

Il dizionario della lingua italiana Treccani definisce con il termine surrogato “un riferimento a cose varie, anche non materiali, che sostituisce un’altra cosa in modo imperfetto”. Sulla base di questo insolito concetto, lo scorso 21 febbraio, l’Osservatorio, spazio che la Fondazione Prada ha dedicato interamente alla fotografia al centro di Milano, ha inaugurato la mostra Surrogati. Un amore ideale con le opere delle fotografe americane Jamie Diamond ed Elena Dorfman. Al centro dei loro progetti le artiste esplorano i concetti universali di amore familiare, romantico ed erotico ma con una declinazione alquanto insolita, analizzando il legame emozionale tra un uomo o una donna e una rappresentazione artificiale dell’essere umano. Ancora più nello specifico, la Diamond esplora la vita di una comunità outsider di artiste autodidatte chiamate Rebornes, che realizzano bambole iperrealistiche con cui interagiscono per soddisfare il proprio desiderio di maternità, mentre Elena Dorfman si è concentrata sulle persone che condividono la propria quotidianità domestica con realistiche bambole erotiche a grandezza naturale. La scelta di ospitare ora una mostra su tale argomento in un circuito ufficiale come quello della Fondazione Prada mi ha fatto riflettere sull’idea di surrogato. La fotografia stessa potrebbe rientrare in questa definizione? L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà, una sua trasposizione, una finzione a tutti gli effetti benché venga riprodotta quasi perfettamente? D’altra parte è anche vero che, nonostante ciò, assegniamo un forte valore di testimonianza alla fotografia, soprattutto con l’avvento dei social network dove condividiamo con gli altri un surrogato della nostra vita. Allora mi domando, stiamo forse vivendo un’epoca in cui il surrogato ha più valore del reale?

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L’Italia dei fotografi: 24 storie d’autore per raccontare il Novecento

Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

M9 raccoglie con oltre 230 immagini le testimonianze dei grandi interpreti della fotografia in Italia.
M9 significa Museo del ‘900 e la sua apertura a Mestre si inserisce all’interno di un importante progetto di riqualificazione urbana. La sede, posta nell’ex convento di Santa Maria delle Grazie, ospita come prima mostra espositiva prodotta dalla Casa dei Tre Oci-Civita Tre Venezie un percorso di scoperta dedicato all’ottava arte e all’autorialità espressa dal belpaese grazie a una selezione di opere magistrali rimaste indelebili nella memoria storica. L’attenzione è posta sull’opera di uomini e donne che, dietro la macchina fotografica, sono stati attori partecipi del cambiamento in atto, osservatori e cittadini coinvolti nel flusso degli eventi.
“Con il titolo L’Italia dei fotografi si apre il racconto di un secolo di esperienze e di visioni che caratterizzano il volto e la storia di una nazione. Non è stato facile scegliere la direzione del progetto e stabilire in che modo quest’ultimo dovesse essere articolato, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, tra gli autori e i relativi contesti sociali e culturali. Non desidero qui soffermarmi sui nomi dei fotografi scelti – dal prossimo numero avremo modo di scoprirli –, ma vorrei rubarvi qualche minuto per raccontarvi alcune considerazioni maturate in questo cammino preparatorio e di produzione, invitandovi alla vernice del primo appuntamento espositivo il 21 dicembre (Museo del ’900 – Mestre). Un iniziale pensiero è nel dover riconoscere a una squadra di fotografi italiani il coraggio dell’approfondimento, unito al desiderio continuo di porre domande e rinunciare alla ricerca di risposte assolute. Solo letture critiche e consapevoli di un presente che vuole smettere di restare seduto su vecchi paradigmi. Viste tutte insieme, queste fotografie disegnano una trasversalità che contribuisce a comprendere il futuro. Nessuna predizione. All’interno di questa trasversalità non ci sono solo informazioni, c’è soprattutto l’invito a guardare il mondo da prospettive diverse. È spesso presente una ribalta che, fra ombre e luci, ci suggerisce che cosa ha generato il cambiamento, perché la fotografia è sicuramente un linguaggio ambiguo, ma è anche un concentratore di relazioni e un distributore di dubbi. In questo senso, gli autori presenti in questa rassegna, forse, non sono mai stati moderni. Casomai sempre avanti, anticipatori di un tempo a venire, narratori pertinenti, costruttori di perimetri emotivi, in grado di intendere la memoria come un pregiudizio. Alla fine, il filo rosso di tutte queste storie è racchiuso nella precisa volontà di rinunciare a dire di più di ciò che la realtà stessa conserva” Dichiara Denis Curti

L’Italia dei fotografi: gli autori in mostra

Ventiquattro, gli autori proposti: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli e Massimo Vitali .
Nelle intenzioni del curatore Denis Curti, il focus della ricerca è dedicato agli anni del secondo dopoguerra, un periodo caratterizzato da un’attività creativa impulsiva, impetuosa e innovativa, fino alle recenti espressioni che accompagnano la lettura del presente.

Immagine in evidenza
Anni Cinquanta – Contadino sul suo asino vicino al tempio della Concordia ad Agrigento. Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

 

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