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L’Italia dei fotografi: 24 storie d’autore

Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio 
Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio 

L’Italia dei fotografi

M9 raccoglie con oltre 230 immagini le testimonianze dei grandi interpreti della fotografia in Italia.

M9 significa Museo del ‘900 e la sua apertura a Mestre si inserisce all’interno di un importante progetto di riqualificazione urbana. La sede, posta nell’ex convento di Santa Maria delle Grazie, ospita come prima mostra espositiva prodotta dalla Casa dei Tre Oci-Civita Tre Venezie un percorso di scoperta dedicato all’ottava arte e all’autorialità espressa dal belpaese grazie a una selezione di opere magistrali rimaste indelebili nella memoria storica. L’attenzione è posta sull’opera di uomini e donne che, dietro la macchina fotografica, sono stati attori partecipi del cambiamento in atto, osservatori e cittadini coinvolti nel flusso degli eventi.

L’Italia dei fotografi: gli autori in mostra

Ventiquattro, gli autori proposti: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli e Massimo Vitali .

Nelle intenzioni del curatore Denis Curti, il focus della ricerca è dedicato agli anni del secondo dopoguerra, un periodo caratterizzato da un’attività creativa impulsiva, impetuosa e innovativa, fino alle recenti espressioni che accompagnano la lettura del presente.

Immagine in evidenza
Anni Cinquanta – Contadino sul suo asino vicino al tempio della Concordia ad Agrigento. Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

 

La fotografia italiana si mostra: l’autorialità del bel paese è raccolta da M9. Editoriale di Denis Curti

La fotografia italiana si mostra

Mi hanno chiesto di pensare a un grande evento che desse evidenza del valore e dell’impegno autorale. Un anno fa ho iniziato a selezionare i nomi che hanno scritto la storia della fotografia in Italia nell’arco di un secolo – vi assicuro che non è stato facile, avendo dovuto escludere comunque delle grandi firme visto un limite numerico – e di comporre in un mosaico visivo le esperienze che potessero offrire il volto di una nazione. La ricerca mi ha costretto a scegliere la direzione del racconto e a stabilire una modularità e un’articolazione, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, fra gli autori e i relativi contesti culturali. In queste pagine cercheremo di dare conto di tutto questo, nella convinzione di dover incorrere in una parzialità inevitabile. L’occasione è stata anche quella di approfondire un tema di carattere storico: Quanto è italiana la fotografia italiana?

Quanto è italiana la fotografia italiana?

Le ricerche svolte dal giornalista Michele Smargiassi hanno dato un esito che non lascia dubbi: all’inizio la fotografia in Italia o almeno quella degli esordi e poco oltre, parla francese. Nel ritardo italiano fioriscono studi, atelier, botteghe, grandi e piccole. Tutte attività di mestiere, animate da un intento puramente classificatorio, prive di un carattere a eccezione degli Alinari a Firenze e dei Villani di Bologna. Contagiati dallo spirito cavouriano, i fotografi furono chiamati a colmare una lacuna identitaria: fatta l’Italia si doveva far conoscere con l’immagine la nazione agli italiani. Il carattere nazionale doveva emergere da un censimento corale che spesso si rivelò lacunoso e incompiuto. Nell’approfondita ricerca di Michele Smargiassi che arricchisce il catalogo che accompagna la mostra si coglie che anche durante il regime fascista, nazionalizzando lo sguardo fotografico sul Paese e lasciando il resto all’innocuo giocherellare dei pittorialisti tardivi, fu posta una pietra tombale sullo sviluppo di una cultura fotografica italiana consapevole di se stessa, proprio in un momento in cui la fotografia internazionale sviluppava i linguaggi e i generi della sua modernità – tra le poche voci fuori dal coro si rileva l’indagine di Ermanno Scopinich nel sondare le profondità segrete e semisconosciute di quel territorio di sperimentazione che diede i natali ad alcune menti straordinarie –. Fino all’ultimo dopoguerra – scriverà Bertelli nel libro La nascita della visione, in Italia: ritratto di un paese in sessant’anni di fotografia – «pesa sulla fotografia italiana […] un anonimato che ne fa quasi un’opera collettiva, […] che autorizza a parlare della fotografia che precede il 1950 come in altre età storiche si parlerebbe del mosaico o della pittura parietale». Dobbiamo attendere gli anni del boom economico e oltre per cogliere un’uscita dal ghetto della periferia e proporsi, in un tempo relativamente breve, nel confronto internazionale. Ed è di enorme importanza – e al contempo rivelatore –, che questo processo di emersione e di indipendenza sia passato in grande misura per le stesse strade che avevano costretto la fotografia italiana al suo opposto, il conformismo e l’omologazione dello sguardo: quelle della fotografia del paesaggio, della città, del territorio. In fin dei conti, sottolinea Smargiassi, quel che di italiano c’è nella fotografia italiana forse consiste in questo paradosso, di essere cioè una fotografia «fuori di sé», che ha saputo approfittare di una storia senza spiccate connotazioni per emanciparsi da ossessioni nazionaliste e scioviniste, farsi camera d’eco intelligente, che raccoglie, rivive e rilancia le tensioni di un medium a vocazione planetaria. La storia della fotografia italiana potrebbe essere letta allora come un percorso di liberazione da una condizione di oggetti destinatari e perfino vittime dello sguardo altrui; una lunga, secolare lotta di spiazzamento, in senso proprio: da oggetti a soggetti, da destinatari a protagonisti di un linguaggio che, quando è stato nazionale, lo è stato quasi sempre in funzione aggressiva, coloniale, imperialista.

M9
via Giovanni Pascoli 11
30171 Venezia Mestre

E se fosse tutto per una questione di like…Editoriale a cura di Denis Curti

E se fosse tutto per una questione di like…

Qualche mese fa in Malesia è accaduto un fatto alquanto curioso ma simbolico. Curioso perché la nota azienda asiatica Samsung ha utilizzato, per scopi promozionali, una fotografia scattata con una classica macchina fotografica professionale. Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che quella stessa immagine sarebbe stata utilizzata per pubblicizzare la qualità della fotocamera del nuovo modello Samsung Galaxy A8 Star. Il vaso di Pandora è stato aperto quando l’autrice dell’immagine, Dunja Djudjic, ha notato casualmente che il suo scatto campeggiava sul sito malesiano della multinazionale lasciando, più o meno esplicitamente, intendere che quella stessa fotografia era stata realizzata grazie alle capacità tecniche della fotocamera di quel modello di smartphone.

La rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite

Nelle sue dichiarazioni al giornale DIY Photography, la Djudjic racconta che per creare quello scatto aveva utilizzato una classica macchina fotografica digitale e che successivamente l’aveva caricato sul sito di archiviazione e condivisione di fotografie EyeEm per poi averlo selezionato, insieme ad alcune foto, per inserirlo nel catalogo dell’agenzia fotografica  Getty Images. Dunque l’immagine in questione oltre a non essere stata scattata con lo smartphone Galaxy A8 Star è risultata visibilmente modificata attraverso programmi di fotoritocco. La questione tuttavia, come anticipato nell’introduzione, non è solamente curiosa ma, a mio avviso, strettamente simbolica della rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite. Spesso mi sono chiesto come mai multinazionali come Samsung, Apple ecc, promuovano i propri smartphone vantando prestazioni sempre migliori delle loro fotocamere. Perché limitare la comunicazione pubblicitaria di un prodotto a una sola delle sue, ormai moltissime, funzioni? Con molta probabilità questo aspetto si lega profondamente con la nostra vita. Oggi un’immagine fotografica privata non è più semplicemente un ricordo ma, al tempo dei social, belle foto da poter condividere significano like che colmano le nostre insicurezze, appagano la nostra vanità e costruiscono la nostra vita sociale. Detto ciò, sono aperte le riflessioni.

Denis Curti

Immagine in evidenza © Dunja Djudjic

La fotografia e le nuove frontiere della realtà: editoriale a cura di Denis Curti

Debbie Gerlach Facebook

La fotografia e le nuove frontiere della realtà

Debbie Gerlach, di cui vi abbiamo già parlato qualche mese fa ( per leggere l’articolo clicca qui) vive a Tucson negli Stati Uniti e qualche mese fa avrebbe dovuto sposarsi con il suo fidanzato Randy Zimmerman, ma il destino ci ha messo la mano. Randy muore in un’incidente stradale qualche mese prima del matrimonio. Debbie, distrutta dalla perdita, decide comunque che avrebbe celebrato il loro amore nel giorno stabilito per il loro matrimonio, nonostante ciò che era accaduto. Così la giovane, vestendosi con il suo abito da sposa, ha posato nei magnifici panorami desertici dell’Arizona facendosi immortalare assieme all’ologramma di Randy e le sue ceneri, proprio come nel più classico album di nozze. Qualche giorno più tardi Debbie ha condiviso gli scatti, a opera della fotografa Kristie Fonseca, nella sua pagina Facebook e in breve tempo le immagini hanno fatto il giro del mondo. Qualche anno fa, invece, la ragazza olandese Zilla Van Den Bon, finse di andare in vacanza in Estremo Oriente. Durante quei giorni, per testimoniare il suo viaggio, pubblicò costantemente nei suoi profili social fotografie che la ritraevano al mare, davanti a templi antichi, nella giungla e insieme ai monaci buddisti. Tutto era ovviamente rigorosamente finto, e ogni singola immagine era artificialmente costruita con l’ausilio di Photoshop dal computer di casa sua, con lo scopo di dimostrare quanto la realtà virtuale, ma non solo, possa essere manipolata con estrema facilità.

L’importanza e il ruolo che la fotografia ricopre nelle vostre vite.

Entrambe queste storie mi hanno fatto riflettere sull’importanza e il ruolo che la fotografia e, più in generale le immagini, ricopre nelle vostre vite. Questa in alcuni casi riempie un vuoto emotivo, soprattutto dal momento della diffusione di social network; le immagini che pubblichiamo sono la rappresentazione ufficiale delle nostre vite, più o meno, reali. Ecco allora che mi vengono in mente le parole del filosofo francese Cartesio che, nei primi anni del Seicento, si esprimeva con la locuzione “Cogito ergo sum” per manifestare la certezza indubitabile che ogni individuo ha della propria esistenza, e che oggi, con molta probabilità, andrebbe modificata con “Imago ergo sum”.

Incontro con Ferdinando Scianna, tra i più grandi maestri della fotografia

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Incontro con il fotografo Ferdinando Scianna in occasione della pubblicazione della monografia Ferdinando Scianna Viaggio Racconto memoria

Ferdinando Scianna tra i più grandi maestri della fotografia, vincitore del premio speciale alla carriera Sila 49’, primo italiano a far parte, dal 1982, della prestigiosa agenzia internazionale Magnum Photos, si racconta in dialogo con Denis Curti e Stefano Salis.

Il lungo percorso artistico di Scianna – iniziato negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia – si snoda attraverso varie tematiche (l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare), tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. E questo filo conduttore lo si trova nella grande retrospettiva in corso a Forlì (Musei San Domenico dal 22 settembre 2018 al 6 gennaio 2019), e nel catalogo che Marsilio ha pubblicato per l’occasione.

Ferdinando Scianna, tra i più grandi maestri della fotografia

Ferdinando Scianna nasce a Bagheria nel 1943. Compie all’Università di Palermo studi, interrotti, di Lettere e Filosofia. Nel 1963 incontra Leonardo Sciascia con il quale pubblica, il primo dei numerosi libri: Feste religiose in Sicilia, che ottiene il premio Nadar. Si trasferisce a Milano dove dal 1967 lavora per il settimanale L’Europeo come fotoreporter, inviato speciale, e poi corrispondente da Parigi. Introdotto da Henri Cartier-Bresson, entra, nel 1982, nell’agenzia Magnum Photos. A Parigi scrive per Le Monde Diplomatique e La Quinzaine littéraire. Collabora con vari scrittori di successo, tra i quali Manuel Vázquez Montalbán (che qualche anno più tardi scriverà l’introduzione di Le forme del caos, 1989). Negli anni ottanta lavora nell’alta moda e in pubblicità, fornendo un contributo essenziale al successo delle campagne di Dolce & Gabbana della seconda metà degli anni Ottanta. Nel 1995 pubblica Viaggio a Lourdes, e nel 1999 vengono pubblicati i ritratti di Jorge Luis Borges. Il 2003 vede l’uscita del libro Quelli di Bagheria ricostruzione dell’ambientazione e delle atmosfere della sua giovinezza. Con Giuseppe Tornatore, in occasione del suo nuovo film “Baarìa”, pubblica nel 2009 il libro fotografico Baaria Bagheria. Tra le sue opere ricordiamo anche il saggio Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria (2014); Obiettivo ambiguo (2015); Il ghetto di Venezia 500 anni dopo (2016); Istanti di luoghi (2017); di Bestie e di Animali, realizzato in collaborazione con Franco Marcoaldi (2017); Cose (2018), inventario antropologico per immagini degli oggetti del quotidiano.

 

Mercoledì 28 novembre ore 19
Libreria Feltrinelli
Viale Pasubio 11 – Milano

 

In Memoriam: editoriale a cura di Denis Curti

In Memoriam

Camminando per Parigi nello storico quartiere di Montparnasse, precisamente in rue Froidevaux, ci si può imbattere in una targa con una scritta davvero curiosa: “In questo stabile dal 1937 al 1939 hanno lavorato Robert Capa (1913- 1954), Gerda Taro (1910-1937) e David Seymour detto “Chim” (1911- 1956), fotografi e pionieri del reportage di guerra celebri per le loro immagini del fronte popolare e della guerra civile spagnola». Sebbene l’edificio abbia ospitato per soli tre anni quello che era l’Atelier Robert Capa, è in questo luogo che i tre entusiasti e talentuosi interpreti gettarono le basi del fotogiornalismo moderno, sognando una grande cooperativa per i fotografi dove questi potessero controllare l’uso delle proprie immagini difendendone i diritti d’autore, e realizzata,  all’indomani della Seconda guerra mondiale, con l’Agenzia Magnum. Qui Robert Capa, Gerda Taro e Chim custodirono la famosa “valigia messicana” contenente circa 4.500 negativi che gli autori avevano scattato durante la guerra civile spagnola, inestimabile testimonianza nonché pezzo fondamentale della storia del fotogiornalismo mondiale. I fotografi, per via delle loro origini ebraiche, abbandonarono l’atelier di rue Froidevaux nel 1939, preoccupati dall’avanzare delle truppe naziste in Francia. La targa, omaggio della città di Parigi al coraggio e alla passione dei tre fotografi, è stata svelata lo scorso 8 novembre di fronte a un nutrito gruppo di persone, sottolineando ancora una volta il ruolo centrale che la fotografia ricopre all’interno della cultura e della tradizione francese.

L’Italia dei fotografi: testimonianze di un secolo di storia

L’Italia dei fotografi: un editoriale di Denis Curti

Con grande gioia desidero condividere con voi un risultato per la fotografia nel difficile cammino di crescita (in termini di attenzione, conoscenza e valore). Il mio lavoro, anche in qualità di direttore di questa storica testata, s’inserisce in quella costante e preziosa opera di sostegno dedicata a questo linguaggio universale e al lavoro di professionisti e non che giorno per giorno contribuiscono alla scoperta delle realtà del mondo grazie a un impegno e a una passione mai domi. Sono stati mesi di intenso lavoro (di ricerca iconografica e di relazioni) per riuscire nell’intento: testimoniare il volto del nostro Paese, l’Italia, attraverso 24 storie d’autore.

L’Italia dei fotografi: il racconto di un secolo di esperienze e di visioni che caratterizzano il volto e la storia di una nazione

Con il titolo L’Italia dei fotografi si apre il racconto di un secolo di esperienze e di visioni che caratterizzano il volto e la storia di una nazione. Non è stato facile scegliere la direzione del progetto e stabilire in che modo quest’ultimo dovesse essere articolato, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, tra gli autori e i relativi contesti sociali e culturali. Non desidero qui soffermarmi sui nomi dei fotografi scelti – dal prossimo numero avremo modo di scoprirli –, ma vorrei rubarvi qualche minuto per raccontarvi alcune considerazioni maturate in questo cammino preparatorio e di produzione, invitandovi alla vernice del primo appuntamento espositivo il 21 dicembre (Museo del ’900 – Mestre). Un iniziale pensiero è nel dover riconoscere a una squadra di fotografi italiani il coraggio dell’approfondimento, unito al desiderio continuo di porre domande e rinunciare alla ricerca di risposte assolute. Solo letture critiche e consapevoli di un presente che vuole smettere di restare seduto su vecchi paradigmi. Viste tutte insieme, queste fotografie disegnano una trasversalità che contribuisce a comprendere il futuro. Nessuna predizione. All’interno di questa trasversalità non ci sono solo informazioni, c’è soprattutto l’invito a guardare il mondo da prospettive diverse. È spesso presente una ribalta che, fra ombre e luci, ci suggerisce che cosa ha generato il cambiamento, perché la fotografia è sicuramente un linguaggio ambiguo, ma è anche un concentratore di relazioni e un distributore di dubbi. In questo senso, gli autori presenti in questa rassegna, forse, non sono mai stati moderni. Casomai sempre avanti, anticipatori di un tempo a venire, narratori pertinenti, costruttori di perimetri emotivi, in grado di intendere la memoria come un pregiudizio. Alla fine, il filo rosso di tutte queste storie è racchiuso nella precisa volontà di rinunciare a dire di più di ciò che la realtà stessa conserva.

È la consapevolezza di chi sa bene che se una cosa non è fotografata, questa non esiste. Perché il mondo, visto da vicino, appare sempre nuovo e diverso.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: una grande retrospettiva

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998

La Casa dei Tre Oci di Venezia rende omaggio al grande fotografo francese Willy Ronis (1910-2009). La mostra è la più completa retrospettiva del grande fotografo francese in Italia, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite, dedicate a Venezia e documenti, libri e lettere mai esposti prima d’ora.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: la retrospettiva

L’esposizione curata da Matthieu Rivallin, coprodotta dal Jeu de Paume di Parigi e dalla Médiathèque de l’architecture et du patrimoine, Ministry of culture – France, con la partecipazione della Fondazione di Venezia e organizzata da Civita Tre Venezie, è in grado di ripercorre l’intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud. Le fotografie di Ronis, pur corrispondendo a una visione ottimista della condizione umana, non celano l’ingiustizia sociale e l’interessamento alle classi più povere. Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli svelasse i suoi misteri. Ai suoi occhi era più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: una fotografia da paura

In occasione della festa di Halloween di mercoledì 31 Ottobre, la Casa dei Tre Oci propone una serata speciale, con prolungamento dell’orario di apertura: si inizierà alle ore 18:00, con una visita guidata alla mostra dedicata a Willy Ronis del direttore artistico Denis Curti.

Alle 19:00  si proseguirà con un cocktail con buffet di tipici cicchetti veneziani, realizzato in collaborazione con la Distilleria Nardini 1779.

Alle ore 20 andrà in scena Scatti inquietanti, un talk con Denis Curti, che affronterà il tema della paura nella fotografia dall’800 a oggi con alcune immagini significative.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: info e prenotazioni

Prenotazione obbligatoria a info@treoci.org  oppure telefonando allo 041.241.23.32

 

WILLY RONIS. FOTOGRAFIE 1934-1998
VENEZIA/TRE OCI
06.09.2018 > 06.01.2019

Chi più ne ha più ne metta: un editoriale a cura di Denis Curti

Un editoriale a cura di Denis Curti 

Nel corso degli anni ho assistito a un fenomeno interessante e soggetto a una crescita incredibile, ossia quello di un proliferante sistema di festival fotografici che prende vita lungo tutto il nostro Paese, coinvolgendo molte città d’Italia. Dal sud al nord, dalla costiera tirrena a quella adriatica nell’ultimo anno sono riuscito a contare il numero record di sessanta rassegne. Un dato per nulla da sottovalutare, indice di un sempre maggiore interesse da parte del pubblico verso la cultura dell’immagine, che mi ha spinto ad approfondire questo numero non così irrilevante. Con mio grande stupore scopro che solamente trenta festival sono accreditati presso il sito ufficiale della cabina di regia del Ministero dei Beni Culturali sulle attività fotografiche (www.fotografia.italia.it), creato appositamente dal Mibact. E tutti gli altri? Sebbene la lista sia ancora in fase di censimento, mi chiedo, dove erano fino a oggi tutti questi curatori, esperti dell’immagine e storici della fotografia? Con  quali, ma soprattutto su quali basi culturali vengono realizzate almeno la metà di queste attività? Chi sono gli esperti invitati a dibattere intorno ai temi della fotografia, i lettori portfolio o i promotori di workshop? Tale ricerca, devo dichiararlo, senza alcun dubbio suscita in me più perplessità che entusiasmo. Al di là di ogni altro ragionevole dubbio, registro con piacere questa crescente attenzione sui temi, la storia e l’estetica fotografica ma ritengo anche che sia necessario e fondamentale fare un ragionamento di sistema e approfondire le competenze per offrire a un pubblico, con il tempo sempre più esigente, un apparato di attività ben strutturate e di un crescente livello qualitativo. In quanto a voi cari lettori, il mio consiglio è quello di scegliere con gran cura a chi sottoporre il vostro portfolio e a quali festival o dibattiti assistere, indagate sull’esperienza dei relatori partecipanti, solo così potrete ricevere in cambio buoni consigli e interessanti spunti per crescere nel vostro lavoro

Sul feticismo dello sguardo: un editoriale a cura di Denis Curti

Sul feticismo dello sguardo

Questo editoriale nasce in seguito al triste evento della morte della grande artista afroamericana Aretha Franklin e dell’inaspettata viralità sulla rete della fotografia del suo feretro con la salma della cantante che, ben in mostra, indossa delle scarpe rosse con il tacco.

Risulta subito evidente come, in questo caso, nulla è stato lasciato all’immaginazione, riconsegnando al pubblico mondiale, e probabilmente ai posteri, una rappresentazione preconfezionata della celebrazione funebre, che ben poco lascia alla nostra fantasia. E allora mi è tornato in mente un articolo dello scrittore Daniele Del Giudice che vi ripropongo in una breve sintesi, allarmato dal fatto che il nostro periodo storico sia caratterizzato da un vizio visivo che, mano a mano, sta spegnendo quasi definitivamente la nostra capacità d’immaginazione.

Oggi la nostra osservazione sul mondo si contraddistingue da un particolare feticismo evidenziato dal ruolo delle immagini

«Ogni secolo ha le sue rovine e un suo modo di metterle in immagine facendone paesaggio: le nostre rovine hanno questo di particolare, sono rovine del presente, non custodiscono memoria né portano tradizione, non hanno fatto in tempo ad accumulare tempo, alcune sono già rovine alla nascita, come certi interni di locali lungo le highways o l’albergo in Portogallo dove fu girato Lo stato delle cose: implosi d’improvviso, o ruderi da subito, sopravvissuti ironicamente, se per rovina s’intende non soltanto lo sbriciolarsi delle pietre ma anche dell’anima che potrebbe abitarle. Così gli oggetti che le popolano: anch’essi con un che di reliquia, che si distacca dalle cose come una decalcomania». Proprio con queste parole il giornalista Daniele Del Giudice introduceva il libro Una Volta del regista Wim Wenders. E ciò cui si riferisce Del Giudice, nell’illustrare il suo pensiero sull’opera di Wenders, è lo sguardo sulla realtà e la sua conseguente rappresentazione, di cui ogni epoca storica si caratterizza, e come questa sia fortemente condizionata dal filtro dello spirito del tempo cui appartiene. Come dire, oggi la nostra osservazione sul mondo, e su ciò che vi accade, si contraddistingue da un particolare feticismo evidenziato dal ruolo delle immagini.

L’articolo completo sul nuovo numero di Professional Photo in edicola e disponibile online https://sprea.it/abbonamenti/479

Fotografare il domani. Progettualità, etica e bellezza. Sony organizza un ciclo di incontri sulla fotografia 

Denis Curti, Venezia April 2017. Nikon D810, 85 mm (85,0 mm ƒ/1.4) 1/320" ƒ/1.4 ISO 100

Fotografare il domani. Progettualità, etica e bellezza: Sony organizza un ciclo di incontri sulla fotografia  

In occasione della mostra Sony World Photography Awards, in corso alla Villa Reale di Monza fino al 28 ottobre, Sony propone tre serate a tema fotografico aperte al pubblico, per approfondire il senso della fotografia attraverso tecniche e stili diversi attraverso le parole dei “Sony Digital Imaging Ambassador”, gli attuali dieci fotografi professionisti selezionati per l’Italia nell’ambito del programma “Sony Global Imaging Ambassadors”. Grazie a questo progetto, Sony sostiene alcuni dei più brillanti e talentuosi artisti contemporanei della fotografia in tutto il mondo con l’obiettivo di promuovere, anche a livello locale, iniziative che valorizzino la valenza culturale e sociale della fotografia.

Fotografare il domani. Progettualità, etica e bellezza: Denis Curti direttore de Il Fotografo, inviterà i fotografi a svelare il dietro le quinte del loro lavoro

Nel corso delle serate, che si terranno presso Open Milano (in Viale Montenero, 6), Denis Curti, curatore dell’edizione italiana della mostra Sony World Photography Awards e direttore de Il Fotografo, inviterà i fotografi a svelare il dietro le quinte del loro lavoro, tra successi, sfide ed esperienze che più rappresentano le tante forme e opportunità in cui il mestiere di fotografo si esprime, dal reportage d’inchiesta alla fotografia matrimonialista, di moda, di paesaggio e sportiva.
Tema dell’incontro sarà anche comprendere come ogni fotografo, alla luce della propria specifica materia, scelga di applicare e integrare in modo del tutto personale tre principi fondamentali del mestiere: progettualità, intesa come tecnica ed esecuzione; etica, ossia la scelta di un insieme di valori a cui ispirarsi; bellezza, con la ricerca di una visione unica e irripetibile in ogni scatto.

Saranno chiacchierate informali in cui il pubblico dovrà sentirsi coinvolto in prima persona”, afferma Denis Curti. “Per la sua stessa natura narrativa, la fotografia racchiude un insieme di idee, concetti e significati diversi; per questo abbiamo preferito evitare di definire specifici temi per ogni incontro, che vede infatti la partecipazione di professionisti dai profili più diversi. Desideriamo favorire un dialogo aperto a ogni possibile spunto di riflessione sull’attualità della fotografia come mezzo di espressione e di interpretazione, qualunque sia il contenuto delle immagini che di volta in volta saranno presentate. I Sony Ambassador, ognuno con il proprio ruolo, diventano così testimoni di come la fotografia sia lo specchio del nostro tempo”.  Insieme alla mostra organizzata anche quest’anno in Italia, il ciclo di talk fotografici è un’iniziativa che dimostra il nostro sostegno al mondo della fotografia e ai talenti locali. Vogliamo continuare a diffondere sensibilità e conoscenza su questa arte e forma espressiva, non solo attraverso l’innovazione di prodotto, ma anche attraverso programmi culturali e sociali”, dichiara Stéphane Labrousse, Country Head di Sony in Italia.

Fotografare il domani. Progettualità, etica e bellezza: programma completo

Mercoledì 3 ottobre ore 19.00 l’appuntamento sarà con Andrea Frazzetta, Maki Galimberti, Amedeo Novelli e David Bastianoni 

Mercoledì 10 ottobre, ore 19.00 il pubblico incontrerà Massimo Siragusa, Cristiano Ostinelli e Alex Farinelli

L’ultimo incontro si terrà mercoledì 24 ottobre, ore 19.00 con Alessandro Grassani, Davide Monteleone e Luigi Baldelli.

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