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Il realismo della finzione: editoriale a cura di Denis Curti

Il realismo della finzione

Nessun errore, nessuna sfocatura, tutto perfettamente nitido. No! Non è lo slogan dello spot di una nuova macchina fotografica… o forse, indirettamente, sì. Quelle sopra elencate sono le principali caratteristiche che si possono cogliere, a un primo sguardo, dell’immagine che riprende il panorama di Shanghai dall’Oriental Pearl Tower. 195 gigapixel – l’equivalente di altrettanti miliardi di pixel – compongono una delle fotografie tridimensionali realizzate con la più alta definizione della storia, così alta che è possibile zoomare fino a mettere a fuoco un uomo affacciato alla finestra a centinaia di metri di distanza o il volto di un passante in strada. Grazie alla tridimensionalità dell’immagine è possibile avere una vista dalla torre a 360 gradi sulla città e muoversi dall’alto verso il basso o da destra verso sinistra come se effettivamente ci si affacciasse da essa. L’iniziativa è stata promossa e prodotta dall’azienda cinese Jingkun Technology, conosciuta anche come Big Pixel, che ha voluto così dimostrare le possibilità delle fotocamere professionali, ed ecco, forse, svelata l’azione di marketing strategico dietro il progetto, nonostante non sia stato svelato il marchio delle macchine fotografiche. L’immagine, visibile all’indirizzo www.bigpixel.cn, in realtà è il prodotto finale dell’unione di più foto scattate con centinaia di macchine fotografiche e ben due mesi di minuziosa post-produzione, così da ottenere la straordinaria quantità di dettagli che è possibile cogliere. Il risultato è impressionante, la ricostruzione è talmente vicina alla realtà che è come se si spalancasse ai nostri occhi un nuovo mondo. Ovviamente l’immagine apre a non poche riflessioni. Prima su tutte è certamente l’aspetto della privacy che oltre alla questione sollevata dall’immagine stessa, dove al suo interno è possibile identificare chiaramente centinaia di persone, ci svela in quale misura realmente la tecnologia sia in grado di invadere il nostro spazio privato.

La lettura delle immagini: incontri ravvicinati surreali fra fotografi e teorici delle immagini

La lettura delle immagini: editoriale di Denis Curti

Qualche numero fa ho raccontato dei tic dei fotografi a proposito delle modalità di presentazione dei portfolio. Mi hanno scritto in molti. Alcuni si sono riconosciuti, altri mi hanno invitato (e sfidato) a riflettere sulle pratiche di lettura critica da parte di esperti (critici, galleristi, photo editor, curatori), suggerendo, e neppure tanto tra le righe, che anche dall’altra parte della scrivania si ripetono cliché e frasi fatte. Mi sono quindi accostato a qualche collega e, naturalmente, mi sono messo in gioco ripensando a quanto sia complesso “criticare” o semplicemente offrire suggerimenti a chi decide di mettere le proprie immagini sul tavolo in cerca di un confronto, di un parere e, perché no, di un giudizio. Dunque, sarà capitato anche a voi… come recita il vecchio ritornello di Zum Zum Zum cantata dalla mitica Sylvie Vartan, di sentirvi dire: «Questa immagine l’avrei tagliata così… Avrei preferito delle stampe, la visione su monitor è troppo fredda… Questa sequenza è troppo lunga… Questa stampa l’avrei fatta più piccola, questa più grande… Questo progetto lo avrei stampato su carta opaca, il lucido lo mortifica…

Editoriale di Denis Curti

Questa sequenza io la ricostruirei a partire da qui… Questo lavoro non ti rappresenta, conosco troppo bene la tua storia precedente… La dimensione teorica del tuo lavoro è nettamente inferiore a quella estetica che hai prodotto… Cosa vuoi farne di questo lavoro? Pensi a un libro o a una mostra? Il tuo lavoro sarebbe meglio apprezzato nel mondo dell’arte contemporanea… Chi è il committente? Questo tema è già stato trattato innumerevoli volte… Quali sono i tuoi riferimenti culturali e visivi? È troppo evidente la citazione… Fai un uso eccessivo delle figure retoriche e i rimandi a quel maestro sono troppo scontati… ». Insomma, potrei andare avanti ancora molto, ma mi fermo qui e invito i miei amici lettori a inviarmi il resoconto delle loro esperienze con i critici, perché credo valga la pena approfondire le dinamiche di questa relazione. Ho letto con interesse il blog di Michele Smargiassi quando ha posto la questione dei testi critici al fianco delle immagini. La sua raccolta di pareri conteneva tutto e il contrario di tutto, ma un dato certo era comune: le parole, spesso, non riescono a raccontare le fotografie. E per me, per noi autori delle teorie critiche de Il Fotografo, questo resta un fatto cruciale costruire un equilibro armonico tra testo e immagine. Da una parte c’è la necessità di “spiegare” la complessità di un progetto, dall’altra l’obbligo di raccontare, di storicizzare e di contestualizzare. Ma questa è cosa diversa dalla lettura critica delle fotografie. Ho già denunciato a gran voce l’attività di critici non sempre competenti e poco rispettosi dell’intimità altrui. Sì, perché io credo che mostrare le proprie fotografie sia rivelare una parte intima di se stessi. E a questo gesto va portato enorme rispetto. Forse le fotografie potrebbero anche non essere interessanti, ma le storie accanto alle immagini raramente non lo sono.

Questo e molto altro sul nuovo numero de IL FOTOGRAFO, in edicola dal 20 Febbraio e disponibile online cliccando qui 

L’Italia dei fotografi: 24 storie d’autore

Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio 
Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio 

L’Italia dei fotografi

M9 raccoglie con oltre 230 immagini le testimonianze dei grandi interpreti della fotografia in Italia.

M9 significa Museo del ‘900 e la sua apertura a Mestre si inserisce all’interno di un importante progetto di riqualificazione urbana. La sede, posta nell’ex convento di Santa Maria delle Grazie, ospita come prima mostra espositiva prodotta dalla Casa dei Tre Oci-Civita Tre Venezie un percorso di scoperta dedicato all’ottava arte e all’autorialità espressa dal belpaese grazie a una selezione di opere magistrali rimaste indelebili nella memoria storica. L’attenzione è posta sull’opera di uomini e donne che, dietro la macchina fotografica, sono stati attori partecipi del cambiamento in atto, osservatori e cittadini coinvolti nel flusso degli eventi.

L’Italia dei fotografi: gli autori in mostra

Ventiquattro, gli autori proposti: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli e Massimo Vitali .

Nelle intenzioni del curatore Denis Curti, il focus della ricerca è dedicato agli anni del secondo dopoguerra, un periodo caratterizzato da un’attività creativa impulsiva, impetuosa e innovativa, fino alle recenti espressioni che accompagnano la lettura del presente.

Immagine in evidenza
Anni Cinquanta – Contadino sul suo asino vicino al tempio della Concordia ad Agrigento. Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

 

La fotografia italiana si mostra: l’autorialità del bel paese è raccolta da M9. Editoriale di Denis Curti

La fotografia italiana si mostra

Mi hanno chiesto di pensare a un grande evento che desse evidenza del valore e dell’impegno autorale. Un anno fa ho iniziato a selezionare i nomi che hanno scritto la storia della fotografia in Italia nell’arco di un secolo – vi assicuro che non è stato facile, avendo dovuto escludere comunque delle grandi firme visto un limite numerico – e di comporre in un mosaico visivo le esperienze che potessero offrire il volto di una nazione. La ricerca mi ha costretto a scegliere la direzione del racconto e a stabilire una modularità e un’articolazione, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, fra gli autori e i relativi contesti culturali. In queste pagine cercheremo di dare conto di tutto questo, nella convinzione di dover incorrere in una parzialità inevitabile. L’occasione è stata anche quella di approfondire un tema di carattere storico: Quanto è italiana la fotografia italiana?

Quanto è italiana la fotografia italiana?

Le ricerche svolte dal giornalista Michele Smargiassi hanno dato un esito che non lascia dubbi: all’inizio la fotografia in Italia o almeno quella degli esordi e poco oltre, parla francese. Nel ritardo italiano fioriscono studi, atelier, botteghe, grandi e piccole. Tutte attività di mestiere, animate da un intento puramente classificatorio, prive di un carattere a eccezione degli Alinari a Firenze e dei Villani di Bologna. Contagiati dallo spirito cavouriano, i fotografi furono chiamati a colmare una lacuna identitaria: fatta l’Italia si doveva far conoscere con l’immagine la nazione agli italiani. Il carattere nazionale doveva emergere da un censimento corale che spesso si rivelò lacunoso e incompiuto. Nell’approfondita ricerca di Michele Smargiassi che arricchisce il catalogo che accompagna la mostra si coglie che anche durante il regime fascista, nazionalizzando lo sguardo fotografico sul Paese e lasciando il resto all’innocuo giocherellare dei pittorialisti tardivi, fu posta una pietra tombale sullo sviluppo di una cultura fotografica italiana consapevole di se stessa, proprio in un momento in cui la fotografia internazionale sviluppava i linguaggi e i generi della sua modernità – tra le poche voci fuori dal coro si rileva l’indagine di Ermanno Scopinich nel sondare le profondità segrete e semisconosciute di quel territorio di sperimentazione che diede i natali ad alcune menti straordinarie –. Fino all’ultimo dopoguerra – scriverà Bertelli nel libro La nascita della visione, in Italia: ritratto di un paese in sessant’anni di fotografia – «pesa sulla fotografia italiana […] un anonimato che ne fa quasi un’opera collettiva, […] che autorizza a parlare della fotografia che precede il 1950 come in altre età storiche si parlerebbe del mosaico o della pittura parietale». Dobbiamo attendere gli anni del boom economico e oltre per cogliere un’uscita dal ghetto della periferia e proporsi, in un tempo relativamente breve, nel confronto internazionale. Ed è di enorme importanza – e al contempo rivelatore –, che questo processo di emersione e di indipendenza sia passato in grande misura per le stesse strade che avevano costretto la fotografia italiana al suo opposto, il conformismo e l’omologazione dello sguardo: quelle della fotografia del paesaggio, della città, del territorio. In fin dei conti, sottolinea Smargiassi, quel che di italiano c’è nella fotografia italiana forse consiste in questo paradosso, di essere cioè una fotografia «fuori di sé», che ha saputo approfittare di una storia senza spiccate connotazioni per emanciparsi da ossessioni nazionaliste e scioviniste, farsi camera d’eco intelligente, che raccoglie, rivive e rilancia le tensioni di un medium a vocazione planetaria. La storia della fotografia italiana potrebbe essere letta allora come un percorso di liberazione da una condizione di oggetti destinatari e perfino vittime dello sguardo altrui; una lunga, secolare lotta di spiazzamento, in senso proprio: da oggetti a soggetti, da destinatari a protagonisti di un linguaggio che, quando è stato nazionale, lo è stato quasi sempre in funzione aggressiva, coloniale, imperialista.

M9
via Giovanni Pascoli 11
30171 Venezia Mestre

E se fosse tutto per una questione di like…Editoriale a cura di Denis Curti

E se fosse tutto per una questione di like…

Qualche mese fa in Malesia è accaduto un fatto alquanto curioso ma simbolico. Curioso perché la nota azienda asiatica Samsung ha utilizzato, per scopi promozionali, una fotografia scattata con una classica macchina fotografica professionale. Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che quella stessa immagine sarebbe stata utilizzata per pubblicizzare la qualità della fotocamera del nuovo modello Samsung Galaxy A8 Star. Il vaso di Pandora è stato aperto quando l’autrice dell’immagine, Dunja Djudjic, ha notato casualmente che il suo scatto campeggiava sul sito malesiano della multinazionale lasciando, più o meno esplicitamente, intendere che quella stessa fotografia era stata realizzata grazie alle capacità tecniche della fotocamera di quel modello di smartphone.

La rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite

Nelle sue dichiarazioni al giornale DIY Photography, la Djudjic racconta che per creare quello scatto aveva utilizzato una classica macchina fotografica digitale e che successivamente l’aveva caricato sul sito di archiviazione e condivisione di fotografie EyeEm per poi averlo selezionato, insieme ad alcune foto, per inserirlo nel catalogo dell’agenzia fotografica  Getty Images. Dunque l’immagine in questione oltre a non essere stata scattata con lo smartphone Galaxy A8 Star è risultata visibilmente modificata attraverso programmi di fotoritocco. La questione tuttavia, come anticipato nell’introduzione, non è solamente curiosa ma, a mio avviso, strettamente simbolica della rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite. Spesso mi sono chiesto come mai multinazionali come Samsung, Apple ecc, promuovano i propri smartphone vantando prestazioni sempre migliori delle loro fotocamere. Perché limitare la comunicazione pubblicitaria di un prodotto a una sola delle sue, ormai moltissime, funzioni? Con molta probabilità questo aspetto si lega profondamente con la nostra vita. Oggi un’immagine fotografica privata non è più semplicemente un ricordo ma, al tempo dei social, belle foto da poter condividere significano like che colmano le nostre insicurezze, appagano la nostra vanità e costruiscono la nostra vita sociale. Detto ciò, sono aperte le riflessioni.

Denis Curti

Immagine in evidenza © Dunja Djudjic

La fotografia e le nuove frontiere della realtà: editoriale a cura di Denis Curti

Debbie Gerlach Facebook

La fotografia e le nuove frontiere della realtà

Debbie Gerlach, di cui vi abbiamo già parlato qualche mese fa ( per leggere l’articolo clicca qui) vive a Tucson negli Stati Uniti e qualche mese fa avrebbe dovuto sposarsi con il suo fidanzato Randy Zimmerman, ma il destino ci ha messo la mano. Randy muore in un’incidente stradale qualche mese prima del matrimonio. Debbie, distrutta dalla perdita, decide comunque che avrebbe celebrato il loro amore nel giorno stabilito per il loro matrimonio, nonostante ciò che era accaduto. Così la giovane, vestendosi con il suo abito da sposa, ha posato nei magnifici panorami desertici dell’Arizona facendosi immortalare assieme all’ologramma di Randy e le sue ceneri, proprio come nel più classico album di nozze. Qualche giorno più tardi Debbie ha condiviso gli scatti, a opera della fotografa Kristie Fonseca, nella sua pagina Facebook e in breve tempo le immagini hanno fatto il giro del mondo. Qualche anno fa, invece, la ragazza olandese Zilla Van Den Bon, finse di andare in vacanza in Estremo Oriente. Durante quei giorni, per testimoniare il suo viaggio, pubblicò costantemente nei suoi profili social fotografie che la ritraevano al mare, davanti a templi antichi, nella giungla e insieme ai monaci buddisti. Tutto era ovviamente rigorosamente finto, e ogni singola immagine era artificialmente costruita con l’ausilio di Photoshop dal computer di casa sua, con lo scopo di dimostrare quanto la realtà virtuale, ma non solo, possa essere manipolata con estrema facilità.

L’importanza e il ruolo che la fotografia ricopre nelle vostre vite.

Entrambe queste storie mi hanno fatto riflettere sull’importanza e il ruolo che la fotografia e, più in generale le immagini, ricopre nelle vostre vite. Questa in alcuni casi riempie un vuoto emotivo, soprattutto dal momento della diffusione di social network; le immagini che pubblichiamo sono la rappresentazione ufficiale delle nostre vite, più o meno, reali. Ecco allora che mi vengono in mente le parole del filosofo francese Cartesio che, nei primi anni del Seicento, si esprimeva con la locuzione “Cogito ergo sum” per manifestare la certezza indubitabile che ogni individuo ha della propria esistenza, e che oggi, con molta probabilità, andrebbe modificata con “Imago ergo sum”.

Incontro con Ferdinando Scianna, tra i più grandi maestri della fotografia

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Incontro con il fotografo Ferdinando Scianna in occasione della pubblicazione della monografia Ferdinando Scianna Viaggio Racconto memoria

Ferdinando Scianna tra i più grandi maestri della fotografia, vincitore del premio speciale alla carriera Sila 49’, primo italiano a far parte, dal 1982, della prestigiosa agenzia internazionale Magnum Photos, si racconta in dialogo con Denis Curti e Stefano Salis.

Il lungo percorso artistico di Scianna – iniziato negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia – si snoda attraverso varie tematiche (l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare), tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. E questo filo conduttore lo si trova nella grande retrospettiva in corso a Forlì (Musei San Domenico dal 22 settembre 2018 al 6 gennaio 2019), e nel catalogo che Marsilio ha pubblicato per l’occasione.

Ferdinando Scianna, tra i più grandi maestri della fotografia

Ferdinando Scianna nasce a Bagheria nel 1943. Compie all’Università di Palermo studi, interrotti, di Lettere e Filosofia. Nel 1963 incontra Leonardo Sciascia con il quale pubblica, il primo dei numerosi libri: Feste religiose in Sicilia, che ottiene il premio Nadar. Si trasferisce a Milano dove dal 1967 lavora per il settimanale L’Europeo come fotoreporter, inviato speciale, e poi corrispondente da Parigi. Introdotto da Henri Cartier-Bresson, entra, nel 1982, nell’agenzia Magnum Photos. A Parigi scrive per Le Monde Diplomatique e La Quinzaine littéraire. Collabora con vari scrittori di successo, tra i quali Manuel Vázquez Montalbán (che qualche anno più tardi scriverà l’introduzione di Le forme del caos, 1989). Negli anni ottanta lavora nell’alta moda e in pubblicità, fornendo un contributo essenziale al successo delle campagne di Dolce & Gabbana della seconda metà degli anni Ottanta. Nel 1995 pubblica Viaggio a Lourdes, e nel 1999 vengono pubblicati i ritratti di Jorge Luis Borges. Il 2003 vede l’uscita del libro Quelli di Bagheria ricostruzione dell’ambientazione e delle atmosfere della sua giovinezza. Con Giuseppe Tornatore, in occasione del suo nuovo film “Baarìa”, pubblica nel 2009 il libro fotografico Baaria Bagheria. Tra le sue opere ricordiamo anche il saggio Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria (2014); Obiettivo ambiguo (2015); Il ghetto di Venezia 500 anni dopo (2016); Istanti di luoghi (2017); di Bestie e di Animali, realizzato in collaborazione con Franco Marcoaldi (2017); Cose (2018), inventario antropologico per immagini degli oggetti del quotidiano.

 

Mercoledì 28 novembre ore 19
Libreria Feltrinelli
Viale Pasubio 11 – Milano

 

In Memoriam: editoriale a cura di Denis Curti

In Memoriam

Camminando per Parigi nello storico quartiere di Montparnasse, precisamente in rue Froidevaux, ci si può imbattere in una targa con una scritta davvero curiosa: “In questo stabile dal 1937 al 1939 hanno lavorato Robert Capa (1913- 1954), Gerda Taro (1910-1937) e David Seymour detto “Chim” (1911- 1956), fotografi e pionieri del reportage di guerra celebri per le loro immagini del fronte popolare e della guerra civile spagnola». Sebbene l’edificio abbia ospitato per soli tre anni quello che era l’Atelier Robert Capa, è in questo luogo che i tre entusiasti e talentuosi interpreti gettarono le basi del fotogiornalismo moderno, sognando una grande cooperativa per i fotografi dove questi potessero controllare l’uso delle proprie immagini difendendone i diritti d’autore, e realizzata,  all’indomani della Seconda guerra mondiale, con l’Agenzia Magnum. Qui Robert Capa, Gerda Taro e Chim custodirono la famosa “valigia messicana” contenente circa 4.500 negativi che gli autori avevano scattato durante la guerra civile spagnola, inestimabile testimonianza nonché pezzo fondamentale della storia del fotogiornalismo mondiale. I fotografi, per via delle loro origini ebraiche, abbandonarono l’atelier di rue Froidevaux nel 1939, preoccupati dall’avanzare delle truppe naziste in Francia. La targa, omaggio della città di Parigi al coraggio e alla passione dei tre fotografi, è stata svelata lo scorso 8 novembre di fronte a un nutrito gruppo di persone, sottolineando ancora una volta il ruolo centrale che la fotografia ricopre all’interno della cultura e della tradizione francese.

L’Italia dei fotografi: testimonianze di un secolo di storia

L’Italia dei fotografi: un editoriale di Denis Curti

Con grande gioia desidero condividere con voi un risultato per la fotografia nel difficile cammino di crescita (in termini di attenzione, conoscenza e valore). Il mio lavoro, anche in qualità di direttore di questa storica testata, s’inserisce in quella costante e preziosa opera di sostegno dedicata a questo linguaggio universale e al lavoro di professionisti e non che giorno per giorno contribuiscono alla scoperta delle realtà del mondo grazie a un impegno e a una passione mai domi. Sono stati mesi di intenso lavoro (di ricerca iconografica e di relazioni) per riuscire nell’intento: testimoniare il volto del nostro Paese, l’Italia, attraverso 24 storie d’autore.

L’Italia dei fotografi: il racconto di un secolo di esperienze e di visioni che caratterizzano il volto e la storia di una nazione

Con il titolo L’Italia dei fotografi si apre il racconto di un secolo di esperienze e di visioni che caratterizzano il volto e la storia di una nazione. Non è stato facile scegliere la direzione del progetto e stabilire in che modo quest’ultimo dovesse essere articolato, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, tra gli autori e i relativi contesti sociali e culturali. Non desidero qui soffermarmi sui nomi dei fotografi scelti – dal prossimo numero avremo modo di scoprirli –, ma vorrei rubarvi qualche minuto per raccontarvi alcune considerazioni maturate in questo cammino preparatorio e di produzione, invitandovi alla vernice del primo appuntamento espositivo il 21 dicembre (Museo del ’900 – Mestre). Un iniziale pensiero è nel dover riconoscere a una squadra di fotografi italiani il coraggio dell’approfondimento, unito al desiderio continuo di porre domande e rinunciare alla ricerca di risposte assolute. Solo letture critiche e consapevoli di un presente che vuole smettere di restare seduto su vecchi paradigmi. Viste tutte insieme, queste fotografie disegnano una trasversalità che contribuisce a comprendere il futuro. Nessuna predizione. All’interno di questa trasversalità non ci sono solo informazioni, c’è soprattutto l’invito a guardare il mondo da prospettive diverse. È spesso presente una ribalta che, fra ombre e luci, ci suggerisce che cosa ha generato il cambiamento, perché la fotografia è sicuramente un linguaggio ambiguo, ma è anche un concentratore di relazioni e un distributore di dubbi. In questo senso, gli autori presenti in questa rassegna, forse, non sono mai stati moderni. Casomai sempre avanti, anticipatori di un tempo a venire, narratori pertinenti, costruttori di perimetri emotivi, in grado di intendere la memoria come un pregiudizio. Alla fine, il filo rosso di tutte queste storie è racchiuso nella precisa volontà di rinunciare a dire di più di ciò che la realtà stessa conserva.

È la consapevolezza di chi sa bene che se una cosa non è fotografata, questa non esiste. Perché il mondo, visto da vicino, appare sempre nuovo e diverso.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: una grande retrospettiva

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998

La Casa dei Tre Oci di Venezia rende omaggio al grande fotografo francese Willy Ronis (1910-2009). La mostra è la più completa retrospettiva del grande fotografo francese in Italia, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite, dedicate a Venezia e documenti, libri e lettere mai esposti prima d’ora.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: la retrospettiva

L’esposizione curata da Matthieu Rivallin, coprodotta dal Jeu de Paume di Parigi e dalla Médiathèque de l’architecture et du patrimoine, Ministry of culture – France, con la partecipazione della Fondazione di Venezia e organizzata da Civita Tre Venezie, è in grado di ripercorre l’intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud. Le fotografie di Ronis, pur corrispondendo a una visione ottimista della condizione umana, non celano l’ingiustizia sociale e l’interessamento alle classi più povere. Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli svelasse i suoi misteri. Ai suoi occhi era più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: una fotografia da paura

In occasione della festa di Halloween di mercoledì 31 Ottobre, la Casa dei Tre Oci propone una serata speciale, con prolungamento dell’orario di apertura: si inizierà alle ore 18:00, con una visita guidata alla mostra dedicata a Willy Ronis del direttore artistico Denis Curti.

Alle 19:00  si proseguirà con un cocktail con buffet di tipici cicchetti veneziani, realizzato in collaborazione con la Distilleria Nardini 1779.

Alle ore 20 andrà in scena Scatti inquietanti, un talk con Denis Curti, che affronterà il tema della paura nella fotografia dall’800 a oggi con alcune immagini significative.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998: info e prenotazioni

Prenotazione obbligatoria a info@treoci.org  oppure telefonando allo 041.241.23.32

 

WILLY RONIS. FOTOGRAFIE 1934-1998
VENEZIA/TRE OCI
06.09.2018 > 06.01.2019

Workshop di fotografia istantanea a cura di Maurizio Galimberti

Nuovo imperdibile workshop organizzato da Il Fotografo!
Due maestri della fotografia, Maurizio Galimberti e Denis Curti, terranno un corso dedicato alla fotografia istantanea; un’occasione unica per tutti gli appassionati di fotografia di confrontarsi con una delle personalità più importanti nel panorama fotografico nazionale contemporaneo.

Maurizio Galimberti biografia

Giorgio Galimberti nasce a Como il 20 marzo 1980. Da sempre appassionato di fotografia, complice anche un clima familiare aperto all’arte e alla creatività, fin da piccolo comincia ad avvicinarsi al mezzo fotografico attraverso le Polaroid. Con i primi tentativi di manipolazione e alterazione dell’immagine, Giorgio esplora approfonditamente la dimensione giocosa del supporto istantaneo.
Durante l’adolescenza, la passione non viene mai meno e, attraverso la frequentazione di numerose mostre ed esposizioni, unitamente ad un’intensa attività pratica in camera oscura, si costruisce un personalissimo background fotografico, basato principalmente sulle tecniche di sperimentazione dei grandi maestri che hanno fatto la storia della fotografia. Dopo un periodo di momentaneo distacco, durato qualche anno, Galimberti si riavvicina al mondo della fotografia digitale senza mai abbandonare del tutto la fotografia analogica. Attraverso la sperimentazione del bianco e nero perfeziona i suoi gusti e, memore della lezione dei grandi maestri della fotografia, si avvicina ad una visione del mondo incentrata prevalentemente sugli effetti della luce sui corpi e sui paesaggi urbani, riprendendo alcuni elementi tipici della street photography e rielaborandoli in funzione di un linguaggio fotografico moderno e narrativo che unisce agli scorci di vita quotidiana le visioni sospese dell’architettura urbana con uno stile fortemente personale e riconoscibile. Numerose le sue partecipazioni a mostre personali e collaborazioni con importanti gallerie d’arte Italiane e Internazionali che gli hanno permesso di entrare nella fotografia autoriale. Si dedica alla didattica trasmettendo durante i suoi workshop e seminari il suo punto di vista sulla fotografia d’autore

Workshop di fotografia istantanea

Programma:
-lettura
-shooting in interno ed esterno sui temi: architettura, ritratto, paesaggio urbano
-focus sul mercato della fotografia contemporanea
Durante il corso verrà mostrato come la fotografia istantanea, applicata a luoghi, spazi e ritratti, possa esprimere creatività e progettualità in maniera attuale e originale al tempo stesso.

E’ indispensabile portare il proprio apparecchio a sviluppo istantaneo.

Per informazioni sui corsi e workshop vai su
www.ilfotografo.it/accademia
tel. 0292432444
workshop@ilfotografo.it

Per iscriverti clicca qui 

 

 

Il Fotografo si riserva la possibilità di rimandare o annullare il corso nel caso non si raggiungesse il numero minimo di iscritti partecipanti, la nuova data verrà comunicata entro una settimana dalla data prevista del corso. 

 

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