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L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà? Editoriale a cura di Denis Curti

Jamie Diamond, Mother Brenda, 2012, Courtesy of the artist

Il dizionario della lingua italiana Treccani definisce con il termine surrogato “un riferimento a cose varie, anche non materiali, che sostituisce un’altra cosa in modo imperfetto”. Sulla base di questo insolito concetto, lo scorso 21 febbraio, l’Osservatorio, spazio che la Fondazione Prada ha dedicato interamente alla fotografia al centro di Milano, ha inaugurato la mostra Surrogati. Un amore ideale con le opere delle fotografe americane Jamie Diamond ed Elena Dorfman. Al centro dei loro progetti le artiste esplorano i concetti universali di amore familiare, romantico ed erotico ma con una declinazione alquanto insolita, analizzando il legame emozionale tra un uomo o una donna e una rappresentazione artificiale dell’essere umano. Ancora più nello specifico, la Diamond esplora la vita di una comunità outsider di artiste autodidatte chiamate Rebornes, che realizzano bambole iperrealistiche con cui interagiscono per soddisfare il proprio desiderio di maternità, mentre Elena Dorfman si è concentrata sulle persone che condividono la propria quotidianità domestica con realistiche bambole erotiche a grandezza naturale. La scelta di ospitare ora una mostra su tale argomento in un circuito ufficiale come quello della Fondazione Prada mi ha fatto riflettere sull’idea di surrogato. La fotografia stessa potrebbe rientrare in questa definizione? L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà, una sua trasposizione, una finzione a tutti gli effetti benché venga riprodotta quasi perfettamente? D’altra parte è anche vero che, nonostante ciò, assegniamo un forte valore di testimonianza alla fotografia, soprattutto con l’avvento dei social network dove condividiamo con gli altri un surrogato della nostra vita. Allora mi domando, stiamo forse vivendo un’epoca in cui il surrogato ha più valore del reale?

Questo e molto altro sul nuovo numero di Nphotography in edicola dal 15 marzo e disponibile online cliccando qui 

L’Italia dei fotografi: 24 storie d’autore per raccontare il Novecento

Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

M9 raccoglie con oltre 230 immagini le testimonianze dei grandi interpreti della fotografia in Italia.
M9 significa Museo del ‘900 e la sua apertura a Mestre si inserisce all’interno di un importante progetto di riqualificazione urbana. La sede, posta nell’ex convento di Santa Maria delle Grazie, ospita come prima mostra espositiva prodotta dalla Casa dei Tre Oci-Civita Tre Venezie un percorso di scoperta dedicato all’ottava arte e all’autorialità espressa dal belpaese grazie a una selezione di opere magistrali rimaste indelebili nella memoria storica. L’attenzione è posta sull’opera di uomini e donne che, dietro la macchina fotografica, sono stati attori partecipi del cambiamento in atto, osservatori e cittadini coinvolti nel flusso degli eventi.
“Con il titolo L’Italia dei fotografi si apre il racconto di un secolo di esperienze e di visioni che caratterizzano il volto e la storia di una nazione. Non è stato facile scegliere la direzione del progetto e stabilire in che modo quest’ultimo dovesse essere articolato, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, tra gli autori e i relativi contesti sociali e culturali. Non desidero qui soffermarmi sui nomi dei fotografi scelti – dal prossimo numero avremo modo di scoprirli –, ma vorrei rubarvi qualche minuto per raccontarvi alcune considerazioni maturate in questo cammino preparatorio e di produzione, invitandovi alla vernice del primo appuntamento espositivo il 21 dicembre (Museo del ’900 – Mestre). Un iniziale pensiero è nel dover riconoscere a una squadra di fotografi italiani il coraggio dell’approfondimento, unito al desiderio continuo di porre domande e rinunciare alla ricerca di risposte assolute. Solo letture critiche e consapevoli di un presente che vuole smettere di restare seduto su vecchi paradigmi. Viste tutte insieme, queste fotografie disegnano una trasversalità che contribuisce a comprendere il futuro. Nessuna predizione. All’interno di questa trasversalità non ci sono solo informazioni, c’è soprattutto l’invito a guardare il mondo da prospettive diverse. È spesso presente una ribalta che, fra ombre e luci, ci suggerisce che cosa ha generato il cambiamento, perché la fotografia è sicuramente un linguaggio ambiguo, ma è anche un concentratore di relazioni e un distributore di dubbi. In questo senso, gli autori presenti in questa rassegna, forse, non sono mai stati moderni. Casomai sempre avanti, anticipatori di un tempo a venire, narratori pertinenti, costruttori di perimetri emotivi, in grado di intendere la memoria come un pregiudizio. Alla fine, il filo rosso di tutte queste storie è racchiuso nella precisa volontà di rinunciare a dire di più di ciò che la realtà stessa conserva” Dichiara Denis Curti

L’Italia dei fotografi: gli autori in mostra

Ventiquattro, gli autori proposti: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli e Massimo Vitali .
Nelle intenzioni del curatore Denis Curti, il focus della ricerca è dedicato agli anni del secondo dopoguerra, un periodo caratterizzato da un’attività creativa impulsiva, impetuosa e innovativa, fino alle recenti espressioni che accompagnano la lettura del presente.

Immagine in evidenza
Anni Cinquanta – Contadino sul suo asino vicino al tempio della Concordia ad Agrigento. Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

 

WORKSHOP DI FOTOGRAFIA ISTANTANEA A CURA DI MAURIZIO GALIMBERTI e DENIS CURTI

Sabato 9 giugno 2018 presso la galleria STILL (via Balilla 36, Milano) Maurizio Galimberti e Denis Curti terranno un workshop dedicato alla fotografia istantanea.
Un’occasione unica per tutti gli appassionati di fotografia di confrontarsi con una delle personalità più importanti nel panorama fotografico nazionale contemporaneo.

Il programma del workshop prevede:

-lettura

-shooting in interno ed esterno sui temi: architettura, ritratto, paesaggio urbano
-focus sul mercato della fotografia contemporanea

Maurizio Galimberti, oggi considerato il massimo esponente italiano di quella corrente artistica che utilizza la fotografia istantanea per esprimere la propria creatività, tiene in quest’occasione un workshop volto a esaminare la sua tecnica. Durante il corso verrà mostrato come la fotografia istantanea, applicata a luoghi, spazi e ritratti, possa esprimere creatività e progettualità in maniera attuale e originale al tempo stesso.

Il costo del workshop è di € 450, lo stesso è a numero chiuso per un massimo di 10 partecipanti e un minimo di 6. Il costo include: pranzo, coffee breack e aperitivo. E’ indispensabile portare il proprio apparecchio a sviluppo istantaneo.
Tutti gli iscritti riceveranno in OMAGGIO un ritratto autografato da Maurizio Galimberti

La primavera della fotografia: editoriale di Denis Curti

© Rune Guneriussen, At No Time Defeat Sunrise, 2014

La primavera della fotografia

Con l’arrivo di marzo riparte l’anno dei grandi eventi della fotografia europea. Il primo appuntamento è a Milano (22-25 marzo) con l’imperdibile MIA Photo Fair, ormai giunta alla sua nona edizione. La kermesse italiana, punto di riferimento per il nostro collezionismo ma anche per appassionati e addetti ai lavori, apre la stagione fieristica che vedrà protagoniste: Londra a maggio con il Photo London, Amsterdam a settembre con Unseen Photo Festival e, a conclusione dell’anno, l’intramontabile Paris Photo. Il MIA Photo Fair è una realtà ormai consolidata e vicina al suo decimo anno di attività ma se tanto è stato fatto, molto altro c’è ancora da fare. Senza alcun dubbio, cercare di fare ordine tra passato, presente e futuro delle immagini è uno dei compiti da assolvere. Ormai da qualche anno la fotografia internazionale ha iniziato a delineare nuovi temi d’interesse
e approfondimento, trovando in altri ambiti inaspettati alleati. Scienza e tecnologia sono state le protagoniste indiscusse degli ultimi decenni aprendo a frontiere inimmaginabili, e la fotografia, in quanto espressione del nostro tempo, non è rimasta a guardare. Il nuovo binomio, scienzafotografia, raccoglie da tempo un sempre maggiore interesse e il MIA Photo Fair, in qualità di assodato riferimento, intende approfondire tale tema. Il comitato direttivo, composto da Fabio e Lorenza Castelli, ha deciso di dedicare un ampio spazio a questo nuovo dialogo, concentrando il dibattito in particolar modo sul tema delle neuroscienze, promosso in collaborazione con l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Gli incontri vedranno la partecipazione di figure accademiche dell’area umanistica e scientifica che discuteranno su arte, neuroscienze e filosofia. Di buon auspicio è anche il numero di adesioni da parte delle gallerie che raggiunge il numero di ottantacinque presenze, delle quali un terzo straniere. Da tali premesse si prospetta un evento del tutto eccezionale, con l’augurio che la sovrapposizione di data tra la primavera meteorologica e l’inaugurazione del MIA Photo Fair possa essere una fortunata coincidenza per una nuova primavera della fotografia italiana.

Esercizi a tema de Il Fotografo: il collage. Le tue foto saranno pubblicate sul nuovo numero della rivista

Esercizio a tema: il collage

Tecnica molto utilizzata in fotografia perché considerata un valido strumento di espressione artistica, un linguaggio unico e di grande incisività comunicativa

Il procedimento artistico del collage consiste nell’accostamento e nella sovrapposizione di immagini e di supporti differenti per trasmettere disorientamento e riflessione. È stata utilizzata sin dagli inizi del Novecento per la creazione di opere d’avanguardia, principalmente da esponenti del Cubismo, come Braque e Picasso. Quest’ultimo, in particolare, utilizza il collage con i cosiddetti papiers collés , in cui assemblava, oltre alla carta, pacchetti di sigarette, scatole di fiammiferi, carte da gioco e altri oggetti e immagini d’uso quotidiano. Successivamente questa tecnica è stata adottata da numerosi movimenti artistici, dal Futurismo all’Astrattismo, dal Dada alla Pop Art. In fotografia i primi collage sono a opera di John Heartfield, che ne valorizza la funzione satirica antinazista. Ma ancora oggi sono numerosi gli artisti fotografi che utilizzano questa tecnica, sia attraverso gli strumenti analogici che quelli digitali. Il fotomontaggio, per esempio, permette loro di accostare o sovrapporre parzialmente fotografie diverse, o parti di esse, per comporre un’unica immagine. Quest’ultimo, in particolare, è stato un procedimento largamente utilizzato da uno dei padri della fotografia come László Moholy-Nagy nell’ambito della scuola del Bauhaus. Altri metodi per la creazione di immagini combinate sono la stampa sovrapposta – con due o più negativi su un unico foglio di carta fotografica –, la proiezione frontale e le tecniche di montaggio digitale. Ma al di là del metodo scelto, ciò che è importante per la proposta tematica di questo mese è che i nostri lettori si confrontino con il collage in quanto linguaggio. Pertanto saranno ben accette tutte le variabili possibili di questa tecnica, purché utilizzate in maniera consapevole

Puoi caricare le tue foto cliccando qui fino al 15/5/2019 e saranno poi pubblicate sul n 315 di luglio 2019

 

Ferdinando Scianna in mostra alla Galleria d’arte moderna di Palermo

Celia Forner. Sevilla, 1988© Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna in mostra a Palermo

Negli spazi espositivi della Galleria d’arte moderna di Palermo, aprirà al pubblico la grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita.
Con oltre 180 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l’intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.
Una grande mostra antologica come questa di Palermo, a settantacinque anni, è per un fotografo un complesso, affascinante e forse anche arbitrario viaggio nei cinquant’anni del proprio lavoro e nella memoria. Ecco già due parole chiave di questa mostra e del libro che l’accompagna: Memoria e Viaggio. La terza, fondamentale, è Racconto. Oltre 180 fotografie divise in tre grandi corpi, articolati in diciannove diversi temi. Questo tenta di essere questa mostra, un Racconto, un Viaggio nella Memoria. La storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia”, dichiara Ferdinando Scianna.

Ferdinando Scianna in mostra a Palermo: le sezioni della mostra

Le sezioni della mostra:
LA MEMORIA, Bagheria – La Sicilia – Le feste religiose
IL RACCONTO, Lourdes – I bambini – Kami – Il dolore
OSSESSIONI, Il sonno – Le cose – L’ombra – Bestie – Gli specchi
IL VIAGGIO, America – Deambulazioni – I luoghi
RITRATTI
RITI E MITI, Le cerimonie – Donne – Marpessa
Per approfondire i contenuti dell’esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione.
In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. È inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna.
La mostra è corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori.

Ferdinando Scianna incontra il pubblico

La sera del 20 febbraio presso il Real Teatro di Santa Cecilia Ferdinando Scianna incontra il pubblico di Palermo: un vero e proprio abbraccio con la città, aperto a tutti, in cui il Maestro insieme al co-curatore Denis Curti presenterà l’esposizione e risponderà alle domande dei presenti.
Al termine dell’incontro, ai partecipanti sarà riservata una visita all’esposizione nella vicina Galleria d’Arte Moderna (ingresso consentito fino alle 21.30 ai possessori dell’apposito coupon che verrà rilasciato al pubblico presente all’incontro).
Ferdinando Scianna firmerà il catalogo e le sue pubblicazioni presso il bookshop del museo, fino alle ore 21.30.
Per l’occasione, anche la caffetteria della GAM sarà aperta dalle ore 20.00 fino alle 22.30.

FERDINANDO SCIANNA
Viaggio Racconto Memoria
21 febbraio – 28 luglio 2019
Palermo, Galleria d’arte moderna
Via sant’Anna 21
A cura di
Paola Bergna, Denis Curti, Alberto Bianda, Art Director
Orari
Dal martedì alla domenica ore 9.30 – 18.30
Lunedì chiuso
La biglietteria chiude un’ora prima
Info e prenotazioni
091.8431605
info@gampalermo.it
www.gampalermo.it; www.mostraferdinandoscianna.it

Il realismo della finzione: editoriale a cura di Denis Curti

Il realismo della finzione

Nessun errore, nessuna sfocatura, tutto perfettamente nitido. No! Non è lo slogan dello spot di una nuova macchina fotografica… o forse, indirettamente, sì. Quelle sopra elencate sono le principali caratteristiche che si possono cogliere, a un primo sguardo, dell’immagine che riprende il panorama di Shanghai dall’Oriental Pearl Tower. 195 gigapixel – l’equivalente di altrettanti miliardi di pixel – compongono una delle fotografie tridimensionali realizzate con la più alta definizione della storia, così alta che è possibile zoomare fino a mettere a fuoco un uomo affacciato alla finestra a centinaia di metri di distanza o il volto di un passante in strada. Grazie alla tridimensionalità dell’immagine è possibile avere una vista dalla torre a 360 gradi sulla città e muoversi dall’alto verso il basso o da destra verso sinistra come se effettivamente ci si affacciasse da essa. L’iniziativa è stata promossa e prodotta dall’azienda cinese Jingkun Technology, conosciuta anche come Big Pixel, che ha voluto così dimostrare le possibilità delle fotocamere professionali, ed ecco, forse, svelata l’azione di marketing strategico dietro il progetto, nonostante non sia stato svelato il marchio delle macchine fotografiche. L’immagine, visibile all’indirizzo www.bigpixel.cn, in realtà è il prodotto finale dell’unione di più foto scattate con centinaia di macchine fotografiche e ben due mesi di minuziosa post-produzione, così da ottenere la straordinaria quantità di dettagli che è possibile cogliere. Il risultato è impressionante, la ricostruzione è talmente vicina alla realtà che è come se si spalancasse ai nostri occhi un nuovo mondo. Ovviamente l’immagine apre a non poche riflessioni. Prima su tutte è certamente l’aspetto della privacy che oltre alla questione sollevata dall’immagine stessa, dove al suo interno è possibile identificare chiaramente centinaia di persone, ci svela in quale misura realmente la tecnologia sia in grado di invadere il nostro spazio privato.

La lettura delle immagini: incontri ravvicinati surreali fra fotografi e teorici delle immagini

La lettura delle immagini: editoriale di Denis Curti

Qualche numero fa ho raccontato dei tic dei fotografi a proposito delle modalità di presentazione dei portfolio. Mi hanno scritto in molti. Alcuni si sono riconosciuti, altri mi hanno invitato (e sfidato) a riflettere sulle pratiche di lettura critica da parte di esperti (critici, galleristi, photo editor, curatori), suggerendo, e neppure tanto tra le righe, che anche dall’altra parte della scrivania si ripetono cliché e frasi fatte. Mi sono quindi accostato a qualche collega e, naturalmente, mi sono messo in gioco ripensando a quanto sia complesso “criticare” o semplicemente offrire suggerimenti a chi decide di mettere le proprie immagini sul tavolo in cerca di un confronto, di un parere e, perché no, di un giudizio. Dunque, sarà capitato anche a voi… come recita il vecchio ritornello di Zum Zum Zum cantata dalla mitica Sylvie Vartan, di sentirvi dire: «Questa immagine l’avrei tagliata così… Avrei preferito delle stampe, la visione su monitor è troppo fredda… Questa sequenza è troppo lunga… Questa stampa l’avrei fatta più piccola, questa più grande… Questo progetto lo avrei stampato su carta opaca, il lucido lo mortifica…

Editoriale di Denis Curti

Questa sequenza io la ricostruirei a partire da qui… Questo lavoro non ti rappresenta, conosco troppo bene la tua storia precedente… La dimensione teorica del tuo lavoro è nettamente inferiore a quella estetica che hai prodotto… Cosa vuoi farne di questo lavoro? Pensi a un libro o a una mostra? Il tuo lavoro sarebbe meglio apprezzato nel mondo dell’arte contemporanea… Chi è il committente? Questo tema è già stato trattato innumerevoli volte… Quali sono i tuoi riferimenti culturali e visivi? È troppo evidente la citazione… Fai un uso eccessivo delle figure retoriche e i rimandi a quel maestro sono troppo scontati… ». Insomma, potrei andare avanti ancora molto, ma mi fermo qui e invito i miei amici lettori a inviarmi il resoconto delle loro esperienze con i critici, perché credo valga la pena approfondire le dinamiche di questa relazione. Ho letto con interesse il blog di Michele Smargiassi quando ha posto la questione dei testi critici al fianco delle immagini. La sua raccolta di pareri conteneva tutto e il contrario di tutto, ma un dato certo era comune: le parole, spesso, non riescono a raccontare le fotografie. E per me, per noi autori delle teorie critiche de Il Fotografo, questo resta un fatto cruciale costruire un equilibro armonico tra testo e immagine. Da una parte c’è la necessità di “spiegare” la complessità di un progetto, dall’altra l’obbligo di raccontare, di storicizzare e di contestualizzare. Ma questa è cosa diversa dalla lettura critica delle fotografie. Ho già denunciato a gran voce l’attività di critici non sempre competenti e poco rispettosi dell’intimità altrui. Sì, perché io credo che mostrare le proprie fotografie sia rivelare una parte intima di se stessi. E a questo gesto va portato enorme rispetto. Forse le fotografie potrebbero anche non essere interessanti, ma le storie accanto alle immagini raramente non lo sono.

Questo e molto altro sul nuovo numero de IL FOTOGRAFO, in edicola dal 20 Febbraio e disponibile online cliccando qui 

L’Italia dei fotografi: 24 storie d’autore

Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio 
Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio 

L’Italia dei fotografi

M9 raccoglie con oltre 230 immagini le testimonianze dei grandi interpreti della fotografia in Italia.

M9 significa Museo del ‘900 e la sua apertura a Mestre si inserisce all’interno di un importante progetto di riqualificazione urbana. La sede, posta nell’ex convento di Santa Maria delle Grazie, ospita come prima mostra espositiva prodotta dalla Casa dei Tre Oci-Civita Tre Venezie un percorso di scoperta dedicato all’ottava arte e all’autorialità espressa dal belpaese grazie a una selezione di opere magistrali rimaste indelebili nella memoria storica. L’attenzione è posta sull’opera di uomini e donne che, dietro la macchina fotografica, sono stati attori partecipi del cambiamento in atto, osservatori e cittadini coinvolti nel flusso degli eventi.

L’Italia dei fotografi: gli autori in mostra

Ventiquattro, gli autori proposti: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli e Massimo Vitali .

Nelle intenzioni del curatore Denis Curti, il focus della ricerca è dedicato agli anni del secondo dopoguerra, un periodo caratterizzato da un’attività creativa impulsiva, impetuosa e innovativa, fino alle recenti espressioni che accompagnano la lettura del presente.

Immagine in evidenza
Anni Cinquanta – Contadino sul suo asino vicino al tempio della Concordia ad Agrigento. Sicilia 1955 Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

 

La fotografia italiana si mostra: l’autorialità del bel paese è raccolta da M9. Editoriale di Denis Curti

La fotografia italiana si mostra

Mi hanno chiesto di pensare a un grande evento che desse evidenza del valore e dell’impegno autorale. Un anno fa ho iniziato a selezionare i nomi che hanno scritto la storia della fotografia in Italia nell’arco di un secolo – vi assicuro che non è stato facile, avendo dovuto escludere comunque delle grandi firme visto un limite numerico – e di comporre in un mosaico visivo le esperienze che potessero offrire il volto di una nazione. La ricerca mi ha costretto a scegliere la direzione del racconto e a stabilire una modularità e un’articolazione, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, fra gli autori e i relativi contesti culturali. In queste pagine cercheremo di dare conto di tutto questo, nella convinzione di dover incorrere in una parzialità inevitabile. L’occasione è stata anche quella di approfondire un tema di carattere storico: Quanto è italiana la fotografia italiana?

Quanto è italiana la fotografia italiana?

Le ricerche svolte dal giornalista Michele Smargiassi hanno dato un esito che non lascia dubbi: all’inizio la fotografia in Italia o almeno quella degli esordi e poco oltre, parla francese. Nel ritardo italiano fioriscono studi, atelier, botteghe, grandi e piccole. Tutte attività di mestiere, animate da un intento puramente classificatorio, prive di un carattere a eccezione degli Alinari a Firenze e dei Villani di Bologna. Contagiati dallo spirito cavouriano, i fotografi furono chiamati a colmare una lacuna identitaria: fatta l’Italia si doveva far conoscere con l’immagine la nazione agli italiani. Il carattere nazionale doveva emergere da un censimento corale che spesso si rivelò lacunoso e incompiuto. Nell’approfondita ricerca di Michele Smargiassi che arricchisce il catalogo che accompagna la mostra si coglie che anche durante il regime fascista, nazionalizzando lo sguardo fotografico sul Paese e lasciando il resto all’innocuo giocherellare dei pittorialisti tardivi, fu posta una pietra tombale sullo sviluppo di una cultura fotografica italiana consapevole di se stessa, proprio in un momento in cui la fotografia internazionale sviluppava i linguaggi e i generi della sua modernità – tra le poche voci fuori dal coro si rileva l’indagine di Ermanno Scopinich nel sondare le profondità segrete e semisconosciute di quel territorio di sperimentazione che diede i natali ad alcune menti straordinarie –. Fino all’ultimo dopoguerra – scriverà Bertelli nel libro La nascita della visione, in Italia: ritratto di un paese in sessant’anni di fotografia – «pesa sulla fotografia italiana […] un anonimato che ne fa quasi un’opera collettiva, […] che autorizza a parlare della fotografia che precede il 1950 come in altre età storiche si parlerebbe del mosaico o della pittura parietale». Dobbiamo attendere gli anni del boom economico e oltre per cogliere un’uscita dal ghetto della periferia e proporsi, in un tempo relativamente breve, nel confronto internazionale. Ed è di enorme importanza – e al contempo rivelatore –, che questo processo di emersione e di indipendenza sia passato in grande misura per le stesse strade che avevano costretto la fotografia italiana al suo opposto, il conformismo e l’omologazione dello sguardo: quelle della fotografia del paesaggio, della città, del territorio. In fin dei conti, sottolinea Smargiassi, quel che di italiano c’è nella fotografia italiana forse consiste in questo paradosso, di essere cioè una fotografia «fuori di sé», che ha saputo approfittare di una storia senza spiccate connotazioni per emanciparsi da ossessioni nazionaliste e scioviniste, farsi camera d’eco intelligente, che raccoglie, rivive e rilancia le tensioni di un medium a vocazione planetaria. La storia della fotografia italiana potrebbe essere letta allora come un percorso di liberazione da una condizione di oggetti destinatari e perfino vittime dello sguardo altrui; una lunga, secolare lotta di spiazzamento, in senso proprio: da oggetti a soggetti, da destinatari a protagonisti di un linguaggio che, quando è stato nazionale, lo è stato quasi sempre in funzione aggressiva, coloniale, imperialista.

M9
via Giovanni Pascoli 11
30171 Venezia Mestre

E se fosse tutto per una questione di like…Editoriale a cura di Denis Curti

E se fosse tutto per una questione di like…

Qualche mese fa in Malesia è accaduto un fatto alquanto curioso ma simbolico. Curioso perché la nota azienda asiatica Samsung ha utilizzato, per scopi promozionali, una fotografia scattata con una classica macchina fotografica professionale. Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che quella stessa immagine sarebbe stata utilizzata per pubblicizzare la qualità della fotocamera del nuovo modello Samsung Galaxy A8 Star. Il vaso di Pandora è stato aperto quando l’autrice dell’immagine, Dunja Djudjic, ha notato casualmente che il suo scatto campeggiava sul sito malesiano della multinazionale lasciando, più o meno esplicitamente, intendere che quella stessa fotografia era stata realizzata grazie alle capacità tecniche della fotocamera di quel modello di smartphone.

La rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite

Nelle sue dichiarazioni al giornale DIY Photography, la Djudjic racconta che per creare quello scatto aveva utilizzato una classica macchina fotografica digitale e che successivamente l’aveva caricato sul sito di archiviazione e condivisione di fotografie EyeEm per poi averlo selezionato, insieme ad alcune foto, per inserirlo nel catalogo dell’agenzia fotografica  Getty Images. Dunque l’immagine in questione oltre a non essere stata scattata con lo smartphone Galaxy A8 Star è risultata visibilmente modificata attraverso programmi di fotoritocco. La questione tuttavia, come anticipato nell’introduzione, non è solamente curiosa ma, a mio avviso, strettamente simbolica della rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite. Spesso mi sono chiesto come mai multinazionali come Samsung, Apple ecc, promuovano i propri smartphone vantando prestazioni sempre migliori delle loro fotocamere. Perché limitare la comunicazione pubblicitaria di un prodotto a una sola delle sue, ormai moltissime, funzioni? Con molta probabilità questo aspetto si lega profondamente con la nostra vita. Oggi un’immagine fotografica privata non è più semplicemente un ricordo ma, al tempo dei social, belle foto da poter condividere significano like che colmano le nostre insicurezze, appagano la nostra vanità e costruiscono la nostra vita sociale. Detto ciò, sono aperte le riflessioni.

Denis Curti

Immagine in evidenza © Dunja Djudjic

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