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Festival della Fotografia di Strada e d’Autore

ASPA 2019 volge al termine

Mária and her daughter, Luca preparing for school early in the morning. Most of the families of “Mud Country” must spend almost all their income for raising the children and covering their most basic needs.

La seconda edizione del Festival della Fotografia di Strada e d’Autore che si tiene ad Alghero, in Sardegna, ha premiato 15 autori internazionali, quindici storie arrivate da tutto il mondo a raccontarne la complessità, le incongruenze, le pieghe più remote, le ombre più dense.
Ma anche una innegabile, abbagliante bellezza.
Quella inusuale, sgualcita, comune, normalissima bellezza che declina i giorni.
La bellezza della ricerca, della perseveranza, dell’impegno, della consapevolezza. Quella a cui, quasi, non siamo più abituati.
Se è vero che fotografare significa scrivere con la luce, allora sì quelle che sono state premiati dai giudici– Valerio Bispuri, Viviana Gravano, Simone Sbaraglia, Siegfried Hansen, Salvatore Ligios, Ivo Serafino Fenu, Ezio Ferreri, Sonia Borsato– sono rivelazioni di trame complesse.

Festival della Fotografia di Strada e d’Autore

Oltre agli scatti singoli, che vincono in una sezione a loro dedicata – e che vedono emergere i lavori di Oleksandr Lykhorai (Ucraina), Sanghamitra Sarkar (India), Luis Godinho (Portogallo) e Sarah Boada (Colombia) – le serie offrono una riflessione più articolata, dei sotto-temi che si impongono all’attenzione: identità, migrazione, confini, urgenza ecologica sembrano essere i grandi topoi della letteratura visiva che gli sguardi non temono di affrontare. La riflessione identitaria di Serena Vittorini si confronta con una nazione come la Polonia che, forse più di altre, riflette su un passato segnato da invasioni e scelte politiche. Identità che, ormai lo sappiamo, non è e non può essere un concetto stabile e uniforme ma suscettibile di continui mutamenti, influenzata da relazioni, contesti. Come riscontra Luigi Avantaggiato sulle coste metaforicamente erose di una Grecia che stenta a riconoscere se stessa e il Mediterraneo tutto mentre fronteggia la “crisi dei rifugiati” e il confronto con “l’altrove”; lo stesso mito del “doloroso partire” su cui riflette Amy Friend quando analizza la migrazione attraverso archivi familiari e si interroga sulle trasformazioni antropologiche che conseguono alla speranza del viaggio. Identità che forse ricerca anche Alain Schroeder nel suo viaggio nella Repubblica democratica popolare di Corea ma che ritrova edulcorata e blindata da un regime che spinge a vedere solo una visione idealizzata della città. Strazianti sono le immagini di Jan Moller Hansen che in Bangladesh incontra le vittime di attacchi con l’acido, vittime alle quali vuole dare corpo e voce, status e dignità attraverso le sue fotografie. Come dignità cerca Maria Contreras Coll con Jounery to impurity che testimonia lo stato di arretratezza culturale che circonda la sessualità femminile in alcune zone del Nepal.
Poi l’attenzione per la deforestazione in Indonesia con relativa scomparsa degli oranghi nel lavoro della reportagista tedesca Sandra Hoyn o, all’opposto, l’apparentemente semplice poesia della solitudine urbana nel lavoro del giapponese Mankichi Shinshi o il racconto del vincitore della categoria giovani, il tedesco Andreas Schwab che vede Napoli con lo sguardo di uno straniero.
Infine la documentazione della devastazione che sta cambiando il volto di un’isola, la nostra, la Sardegna, nel lavoro Anima Incartada di Andrea Cappai. Su tutti, però, si impone, vincendo come autore ASPA 2019, Simon Moricz Sabjan, ungherese, con The Borsos Family. Gia trionfatore nella categoria Documentario, il reportage racconta il quotidiano di una famiglia di otto elementi che diventa lo specchio dell’Ungheria contemporanea. La narrazione così intima, domestica, colpisce per la grande dignità dei sentimenti che diventano colonna portante di tutto il lavoro e che contrastano lo squallore della povertà, lo redimono. In questi ambienti – nelle camere da letto spoglie, nei cortili ingombri, nei bar illuminati da luci al neon o in cucine sfumate dalle sigarette – la macchina ha registrato gli oggetti, privi di quella “forza rassicurante” a cui siamo abituati e che lo sguardo, istintivamente, ricerca. Questo straniamento, questo doppio passo – la tenerezza delle pose contro l’incuria degli ambienti, la familiarità dei corpi versus una loro apparente impresentabilità, un differire da canoni estetici che si raccontano adeguati alla felicità – genera nello spettatore un inusuale avvicinamento, una concentrazione rigenerante. La composizione sempre essenziale, centrata, fa sovvenire rimandi alla tradizione pittorica di cui noi europei siamo inevitabilmente imbevuti, impreziosita da una scala cromatica “invernale”, ravvivata occasionalmente da qualche giubbotto, maglietta, giocattolo che prende vita, sgargiante quasi senza motivo, e calamita il nostro sguardo trasformandoci non più in spettatori ma in attori non-protagonisti di un millennio inspiegabile che chiederà il conto. Perché, come dice Joel Meyerowitz, «Il mondo non ha un centro, il mondo è dappertutto». È dunque questo il mondo, o meglio la sua parvenza, il suo visibilium omnium.
E la fotografia ne è testimonianza. Ma ancora di più. È uno stato di evidenza, di rivelazione, di liberazione. Nel momento in cui vedo, conosco dunque cambio, muto. È una rivoluzione in essere. Come se, in un battito di ciglia, davvero tutti gli uomini fossero uno solo, come se, grazie a un click lontano, avessi sentito su di me lo strazio della carne, la reclusione del sesso, la rivendicazione identitaria, la possibilità del cambiamento, la poesia della strada, la complicità tra gli uomini, gli occhi di un bambino aggrappato a una finestra.

Cosa è un festival, dunque? È l’esito di un contest internazionale, un momento di scambio tra professionisti del settore e appassionati dell’immagine; è occasione di incontro, scambio, condivisione. Sono mostre, letture, masterclass e premiazioni. Ma ancora di più è l’asse dei giorni che si incrina per un momento e crea una nuova consapevolezza. È il mondo che si incontra in un punto nel Mediterraneo e incrocia le sue strade, rompendo i confini, inventando scritture e visioni nuove. E una volta che vedi, non torni indietro.

ASPAwards – Alghero Street Photography Award
aspawards.com
mostra visitabile fino al 26 maggio 2019
ex mercato civico Alghero

 

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