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Sebastião Salgado: il Fitzcarraldo della fotografia

Brasile, 2005 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Sebastião Salgado: un’estetica esemplare al servizio degli uomini

L’ uomo è al centro della sua opera. Da oltre quarant’anni investiga le tematiche sociali più urgenti per comprendere l’essere nella contemporaneità. Un’esplorazione che intreccia i diritti dei lavoratori, la povertà, gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Riguardo al suo progetto Genesi , il più grande fotografo dei nostri tempi così lo definisce: «Un tentativo di antropologia planetaria. Nato per documentare angoli del globo ancora non aggrediti dall’inquinamento e dall’economia selvaggia. Ma anche per proporre alle nuove generazioni l’immagine di un rapporto equilibrato, possibile, fra uomo e natura». In altre parole, Genesi è un grido di allarme che assume la forma di preghiera tradotta in immagini: non possiamo più consumare il nostro pianeta. Le risorse naturali sono allo stremo. Occorre fermarsi e ripensare ai modelli di consumo e di sviluppo.

Sebastião Salgado: un viaggio unico e straordinario attorno al globo

Lui, economista di formazione e con una forte esperienza professionale all’ONU, per dire tutto questo sceglie il linguaggio che gli appartiene in maniera più naturale: la fotografia. Così, sfogliando il catalogo monumentale o seguendo il percorso delle sue mostre, è possibile affrontare un viaggio unico e straordinario attorno al globo, dalle foreste tropicali dell’Amazzonia al Congo, dall’Indonesia alla Nuova Guinea, dai ghiacciai dell’Antartide ai deserti dell’America e dell’Africa. E Salgado, nel concreto, svela una parte del suo privatissimo album di famiglia che si compone di uomini che non conoscono la tecnologia, ma anche di animali, incredibilmente scampati al mondo contemporaneo. Un album, il suo, che racconta di zone remote nelle quali la natura ha ancora il sopravvento. A prevalere, dentro quelle fotografie, sono le emozioni: cerchi concentrici che esplorano la condizione umana. Vincitori e vinti, speranze e delusioni. Aspettative e convinzioni. Insomma, quelle di Salgado sono immagini che assomigliano sempre di più ai sentimenti. A pensieri paralleli che, capaci di trasportare l’immensità e il dramma, si fanno sguardi consapevoli.

I fotografi che hanno fatto la storia dell’ottava arte

I Fotografi che hanno fatto la storia della fotografia

Una piccola classifica dei migliori fotografici internazionali, che sono distinti per la loro unicità, la loro creatività e il loro coraggio, che alle volte li ha spinti oltre il limite del consentito.Cliccando sul nome dei singoli fotografi potrete scoprire la loro storia.

  1. Henri Cartier-Bresson (22 agosto 1908 – 3 agosto 2004): pioniere del foto-giornalismo.  Ha fondato la famosa agenzia fotografica Magnum Photos insieme a Robert Capa, David Seymour e George Rodger.
  2. Sebastião Salgado (8 febbraio 1944): non nasce come fotografo ma come economista e approda nel mondo della fotografia in tarda età dopo un viaggio in Africa, che lo ispirerà per tutti i suoi successivi lavori di denunce sociali.  La fotografia si Salgado è usata come denuncia sociale, sopratutto con riferimento ai diritti dei lavoratori e la povertà nei paesi in via di sviluppo. Il fotografo ha sempre utilizzato macchine Leica, per foto sempre in bianco e nero.
  3. Ansel Adams (20 febbraio 1902 – 22 aprile 1984): fotografo famoso per gli scatti in bianco e nero dei parchi nazionali americani.  E’ stato l’inventore del sistema zonale: tecnica che permette di trasporre la luce in specifiche densità sul negativo e sulla carta, in modo da avere un maggiore controllo sulla foto.
  4. Irving Penn (16 giugno 1917 – 7 ottobre 2009): precursore di una stile fotografico unico soggetti posti in forte contrasto con lo sfondo, al fine di far risaltare l’abbigliamento.
  5. Robert Capa (22 ottobre 1913 –  25 maggio 1954):  è stato un fotografo di guerra, il più famoso del mondo e nel 1936 è autore di una delle foto di guerra più famose della storia, il soldato con la camicia bianca colpito a morte, considerata come la più famosa tra le fotografie di guerra mai esistite.
  6. Robert Doisneau (14 aprile 1912 – 1º aprile 1994): la sua fotografia più famosa  Bacio davanti all’Hotel de Ville, scattata nel 1950, nella quale una coppia di ragazzi si bacia serenamente per le vie caotiche di Parigi; lo stile unico del fotografo prevedeva la caratterizzazione della società e dell’ambiente parigino.
  7. David LaChapelle (11 marzo 1963): famoso nel campo della moda e della pubblicità per il suo stile surreale; le sue fotografie sono caratterizzate da una estremizzazione dei dettagli. Fu notato da Andy Warhol, che gli offri un lavoro per la rivista Interview magazine.
  8. Steve McCurry (24 febbraio 1950): fotoreporter famoso per la sua fotografia La Ragazza Afghana diventata una delle copertine più famose della rivista National Geographic.
  9. Diane Arbus (14 marzo 1923 –  26 luglio 1971): fotografa Newyorkese conosciuta soprattutto per i suoi fotoritratti. La sua fotografia più famosa è Il ragazzo con la granada giocattolo scattata a Central Park nel 1962.

L’avventura del bianco e nero: da necessità a virtù

La postazione del lustrascarpe, Sud-Est degli U.S.A., 1936, Walker Evans. FSA/OWI/Library of Congress
La postazione del lustrascarpe, Sud-Est degli U.S.A., 1936, Walker Evans. FSA/OWI/Library of Congress

L’avventura del bianco e nero

Quando la fotografia viene scoperta – o inventata – il mondo diventa improvvisamente in bianco e nero. Una necessità e un limite che, con l’avvento del colore, si trasforma in una scelta consapevole e virtuosa. Un battito di ciglia durato otto ore. Tanto impiega Joseph Nicéphore Niépce nel 1826 per realizzare la prima fotografia della storia: una vista sui tetti a Le Gras, in Borgogna, ottenuta cospargendo una lastra di stagno con bitume di Giudea ed esponendola alla luce del sole dalla finestra del suo studio. Neanche a dirlo, si tratta di un’immagine approssimativa e labile in bianco e nero. Dopo diversi tentativi per  perfezionare le tecniche di Niépce, Louis Daguerre mette a punto un procedimento di ripresa più rapido e in grado di restituire soggetti più dettagliati, la dagherrotipia, presentata al pubblico nel 1839. In seguito, vengono introdotte nuove tecniche al collodio umido e all’albumina con cui nel 1855 Roger Fenton riprende le prime immagini di guerra della storia al seguito dell’esercito britannico in Crimea. Intanto, i pittori avvertono la minaccia dell’invenzione meravigliosa per i loro affari e, per scoraggiare i clienti affascinati dall’idea di farsi ritrarre con il nuovo strumento, accusano la fotografia di scarsa artisticità poiché generata da un processo tecnico. Salvo utilizzarla in privato, benché ancora monocromatica, per riprendere scorci e vedute da riprodurre su tela, nel chiuso dei loro atelier. Anche la fotografia, dal canto suo, verso la fine dell’Ottocento, cerca di avvicinarsi allo stile e al linguaggio dei dipinti, imitandone le atmosfere sognanti in languidi ritratti e paesaggi sfocati come quelli dei pittorialisti Julia Margaret Cameron, Eugène Durieu e l’italiano Guido Rey. Ma la vera rivoluzione tecnologica, oltre che culturale, arriva nel 1925 con la Leica I, piccola e leggera fotocamera 35mm funzionante con rulli di pellicola preforata. Un’invenzione che darà forte impulso al reportage e farà la fortuna di riviste come «Time» e «Life», sempre più ricche di immagini, perlopiù in bianco e nero. I costi della stampa a colori sono ancora troppo alti fino alla metà del secolo scorso. La crescente richiesta di conoscere i fatti del mondo porta, nel 1947,  alla nascita dell’agenzia fotogiornalistica Magnum Photos. Nel frattempo, oltreoceano il presidente Roosevelt istituisce nel 1937 la Farm Security Administration per documentare le condizioni di vita nelle campagne e nelle città degli Stati Uniti dopo la Grande Depressione e ingaggiando alcuni fotografi tra cui Walker Evans, Gordon Parks e Dorothea Lange. Tutto questo mentre in Europa soffia un vento diverso: quello dell’immagine à la sauvette, dell’istantanea colta al volo, magari di nascosto, così coniata da Henri Cartier-Bresson. Naturalmente, poeticamente, in bianco e nero.

L’avventura del bianco e nero: lo scenario italiano

L’inizio del percorso visivo è segnato dalla scena amatoriale che ha avuto un grande seguito nel Secondo Dopoguerra, intorno a due principali orientamenti iniziali: quello della fotografia dai toni alti, intesa come “pura arte”, sostenuta da Giuseppe Cavalli e dal gruppo “La Bussola”, e quello di Paolo Monti, fondatore del Circolo “La Gondola”, fedele a un linguaggio rigoroso sotto l’aspetto tecnico e formale e all’idea del documento come prova del reale. Un corposo filone dei maestri italiani del bianco e nero accoglie i grandi del fotogiornalismo, eredi del pioniere di questo genere in Italia, Adolfo Porry-Pastorel, arguto reporter e irriverente paparazzo ante litteram attivo dai primi del Novecento e per tutto il Ventennio. Dal Secondo dopoguerra c’è spazio per tutti: cronisti della ricostruzione e reporter militanti, paparazzi e ritrattisti, fotografi di moda, sperimentatori e concettuali, antropologi e paesaggisti, fan della pellicola e dei sensori digitali. Per tutti loro il bianco e nero non è solo una scelta dettata dai tempi o da ragioni pratiche, né un vezzo estetico. È, invece, un modo deliberato di entrare in relazione con la realtà e con il visibile per coglierne i significati meno espliciti. Un linguaggio che toglie in superficie per restituire in profondità, riducendo i soggetti alle loro forme essenziali e rinunciando alla prosa fin troppo prevedibile del colore.

Immagine in evidenza

La postazione del lustrascarpe, Sud-Est degli U.S.A., 1936, Walker Evans. FSA/OWI/Library of Congress

Fotografo, gestisci il tuo ego se vuoi crescere come artista!

I fotografi si sa, hanno un grande ego. In generale tutti gli artisti sono noti per il loro ego smisurato.

I fotografi hanno un grande ego

Ci siamo chiesti: avere un ego è per forza una caratteristica negativa? In questo video, Sean Tucker parla di cosa significa in realtà avere un ego e come può essere essenziale per noi come artisti. Parla dei suoi lati positivi e negativi e di quanto sia importante trovare un equilibrio tra loro. Quando si parla di ego,  si intende una connotazione negativa nel linguaggio comune.
Tuttavia avere un ego non è in realtà un tratto negativo; non si tratta né di una buona né di una cattiva cosa, è entrambe le cose e a noi artisti spetta il compito di trovare un equilibrio tra questi due poli.
Avere un ego sano significa creare qualcosa per se stesso: pensare a un tipo di arte e vederla realizzata. Questo significa avere un ego; l’ego sano da una giusta concentrazione perché si smette di cercare soddisfare i gusti di tutti e si inizia a pensare ai propri gusti.
Solo quando si raggiungerà questo livello, si verrà apprezzati dal pubblico.

Il realismo magico di Kertész

Burlesque dancer (Satyric dancer), 1926 © André Kertész

Nato a Budapest nel 1894, comincia a fotografare molto presto con una piccola ICA 4,5×6. Riprende perlopiù scene di vita cittadina, contadini, animali, interni domestici e ritratti dei suoi familiari. Per sviluppare meglio le sue potenzialità fotografiche, non trovando opportunità valide nel suo Paese, si trasferisce a Parigi nel 1925. Qui entra nel pieno fermento della cultura artistica europea dei primi decenni del Novecento e frequenta personaggi come Man Ray, Berenice Abbott, Mondrian, Chagall, Brancusi, Eisenstein e Brassaï, gloriosi esempi della straordinaria fioritura delle arti visive nelle sue tante declinazioni: dal neopittorialismo allegorico alla visione più straight della fotografia documentaria, fino alle sperimentazioni sulla struttura e sulla plasticità delle forme. In questa effervescenza carica di possibilità Kertész compie fin da subito una scelta ben definita che porterà avanti per tutta la sua vita: occuparsi di ciò che accade intorno a lui, piccoli fatti che non cambiano le sorti del mondo, ma danno un senso del tutto personale all’istante. «Non importa il successo immediato – ricorda – presto o tardi scoprirai ciò che quell’immagine significa per te e ritroverai l’emozione del momento in cui l’hai scattata». Un concetto di cui Cartier-Bresson, per sua stessa ammissione, gli sarà debitore.Il diario degli istanti Le fotografie di Kertész nascono, dunque, da un intento più espressivo che comunicativo, tutt’altro che naïf. Nonostante la semplicità dei soggetti e l’essenzialità delle inquadrature, la costruzione delle sue immagini è frutto di un’attenta e raffinata regìa formale e spaziale. Per attuarla sceglie il piccolo formato, poco vincolato ai tecnicismi e a un lungo lavoro preparatorio che farebbero sfumare l’attimo. Con la sua Leica riprende spesso scene dall’alto, un punto di osservazione con il quale «posso inglobare nell’inquadratura tutto quello che desidero» – spiegherà. Realizza così una serie di vedute dalla finestra del suo appartamento che affaccia sul parco di Washington Square, al Greenwich Village di New York; qui si era trasferito da Parigi nel 1936 per lavorare con l’agenzia cinematografica Keystone di un amico ungherese. Il suo contratto dura un solo anno, ma finirà per restare oltreoceano per tutta la vita. Quando scoppia la guerra, però, ha difficoltà a muoversi per strada con la fotocamera poiché negli Stati Uniti è considerato una sorta di nemico, né può tornare in Europa. Inoltre, il fotogiornalismo statunitense è molto diverso da quello europeo. Le sue fotografie sono considerate troppo intime ed emozionali dai giornali che chiedono soprattutto immagini documentarie. Scaduto il contratto con l’agenzia si dedica alle vedute di interni e alle nature morte e collabora con numerose riviste tra cui Vogue, Harper’s Bazaar, Look, House and Garden. Nel 1944 ottiene la cittadinanza americana e alcuni anni dopo firma un contratto con l’editore Condé Nast. La collaborazione prosegue fino al 1962 quando decide di abbandonare il mondo dell’editoria per tornare alla vera fotografia, quella che risponde a un impulso interiore, fatta solo per se stesso. Comincia a esporre in grandi mostre, pubblica libri, ottiene consensi dalla critica e dal collezionismo e presenzia alle più importanti manifestazioni internazionali di fotografia fino agli ultimi anni della sua vita.

Il realismo magico di Kertész

Mentre si trova a Parigi, il direttore della rivista Sourire gli commissiona alcune fotografie a tema libero. Kertész, che già da tempo era affascinato dalla distorsione visiva – illuminante fu la fotografia del nuotatore sott’acqua che aveva scattato nel 1917 – noleggia uno specchio deformante da alcuni circensi e realizza una serie di nudi assoldando come modella un’amica del direttore. Quest’ultimo ne resta molto colpito e pubblica alcune di quelle immagini. Kertész ne raccoglie altre duecento per un libro finanziato da un editore tedesco. L’ascesa al potere di Hitler, però, ne blocca la pubblicazione. Riesce ugualmente a esporre alcune stampe al Moma di New York, seppur con il sesso occultato. Il libro con i nudi distorti vedrà la luce solo nel 1976.

 

Burlesque dancer (Satyric dancer), 1926 © André Kertész

VIVIAN MAIER. Street photographer: in mostra al Castello Visconteo di Pavia 

VIVIAN MAIER. Street photographer

Le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia rendono omaggio a Vivian Maier.
La rassegna, curata da Anne Morin e da Piero Francesco Pozzi, promossa dalla Fondazione Teatro Fraschini e dal Comune di Pavia – Settore Cultura, Turismo, Istruzione, Politiche giovanili, prodotta e organizzata da ViDi, in collaborazione con diChroma photography, John Maloof Collection, Howard Greenberg Gallery, New York, propone un percorso di oltre cento fotografie in bianco e nero e a colori, e pellicole super 8 mm.

Le fotografie di Vivian Maier 

Quando nel 1987 la rock band irlandese degli U2 pubblicò la canzone “Where the Streets Have No Name”, cantando e suonando contro l’anonimato delle società divise e di divisione, in cui l’indirizzo di una persona, l’accento, il colore della pelle, il sesso, lo stato mentale o l’abbigliamento potevano determinare, in base alla nostra valutazione, la sua vita e le sue conquiste personali, una fotografa di strada ancora sconosciuta stava scattando a Chicago quelle che probabilmente sarebbero state le ultime immagini di una costante e produttiva documentazione.
Ma Vivian Maier iniziò circa 35 anni prima, con la sua Rolleiflex per le strade di New York – da autodidatta, con grande talento, spinta e persistenza – fotografando le persone e le strade come icone istantanee. Il suo lavoro può essere affiancato a quello dei grandi fotografi di strada del ventesimo secolo, molte delle sue immagini infatti ricordano fotografie che abbiamo visto da Lewis Hine, Ilse Bing, Lisette Model, Dorothea Lange, August Sander, Robert Frank, Helen Levitt, Louis Faurer, Diane Arbus, Weegee, Lee Friedlander, o Joel Meyerowitz, per nominarne alcuni. Lei sembra averli incanalati tutti, anche coloro che sono stati da lei preceduti, in quello che la critica del New York Times Roberta Smith chiama “un rigore quasi enciclopedico” nel riassumere “la storia della fotografia di strada del 20° secolo”.
L’esposizione offre la possibilità di scoprire e riscoprire una grandissima fotografa che con le sue immagini racconta la vita americana della seconda metà del XX secolo.
Per tutta la durata della mostra una serie di incontri ed eventi permetteranno ai visitatori di approfondire l’opera di Vivian Maier e la storia della fotografia.

VIVIAN MAIER. Street photographer
Pavia, Scuderie del Castello Visconteo, viale XI Febbraio, 35
Fino al 5 maggio 2019
Dal martedì al venerdì: 10.00-13.00/14.00-18.00
Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00
Informazioni e prenotazioni
Tel. 02.36638600
info@scuderiepavia.com
http://www.scuderiepavia.com/

 

Immagini in evidenza Vivian Maier, At the Balaban & Katz United Artists Theatre, Chicago, IL, 1961. ©Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.

Vivian Maier: la tata fotografa in mostra a Pavia

VIVIAN MAIER. Street photographer

Le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia rendono omaggio a Vivian Maier.
La rassegna, curata da Anne Morin e da Piero Francesco Pozzi, promossa dalla Fondazione Teatro Fraschini e dal Comune di Pavia – Settore Cultura, Turismo, Istruzione, Politiche giovanili, prodotta e organizzata da ViDi, in collaborazione con diChroma photography, John Maloof Collection, Howard Greenberg Gallery, New York, propone un percorso di oltre cento fotografie in bianco e nero e a colori, e pellicole super 8 mm.

Le fotografie di Vivian Maier 

Quando nel 1987 la rock band irlandese degli U2 pubblicò la canzone “Where the Streets Have No Name”, cantando e suonando contro l’anonimato delle società divise e di divisione, in cui l’indirizzo di una persona, l’accento, il colore della pelle, il sesso, lo stato mentale o l’abbigliamento potevano determinare, in base alla nostra valutazione, la sua vita e le sue conquiste personali, una fotografa di strada ancora sconosciuta stava scattando a Chicago quelle che probabilmente sarebbero state le ultime immagini di una costante e produttiva documentazione.
Ma Vivian Maier iniziò circa 35 anni prima, con la sua Rolleiflex per le strade di New York – da autodidatta, con grande talento, spinta e persistenza – fotografando le persone e le strade come icone istantanee. Il suo lavoro può essere affiancato a quello dei grandi fotografi di strada del ventesimo secolo, molte delle sue immagini infatti ricordano fotografie che abbiamo visto da Lewis Hine, Ilse Bing, Lisette Model, Dorothea Lange, August Sander, Robert Frank, Helen Levitt, Louis Faurer, Diane Arbus, Weegee, Lee Friedlander, o Joel Meyerowitz, per nominarne alcuni. Lei sembra averli incanalati tutti, anche coloro che sono stati da lei preceduti, in quello che la critica del New York Times Roberta Smith chiama “un rigore quasi enciclopedico” nel riassumere “la storia della fotografia di strada del 20° secolo”.
L’esposizione offre la possibilità di scoprire e riscoprire una grandissima fotografa che con le sue immagini racconta la vita americana della seconda metà del XX secolo.
Per tutta la durata della mostra una serie di incontri ed eventi permetteranno ai visitatori di approfondire l’opera di Vivian Maier e la storia della fotografia.

VIVIAN MAIER. Street photographer
Pavia, Scuderie del Castello Visconteo, viale XI Febbraio, 35
Fino al 5 maggio 2019
Dal martedì al venerdì: 10.00-13.00/14.00-18.00
Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00
Informazioni e prenotazioni
Tel. 02.36638600
info@scuderiepavia.com
http://www.scuderiepavia.com/

 

Immagini in evidenza Vivian Maier, At the Balaban & Katz United Artists Theatre, Chicago, IL, 1961. ©Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.

Personaggi da ricordare: Mario Cattaneo, fotografia antropologica

La fotografia come “ricerca antropologica”: così la interpreta Mario Cattaneo (Milano, 1916-2004) che, influenzato dal lavoro di Cartier-Bresson, Doisneau, Berengo Gardin, negli anni Cinquanta e Sessanta punta l’obiettivo sull’uomo e sulla sua quotidianità. A Milano, Cattaneo frequenta abitualmente la fiera di Sinigaglia, luogo ideale per immortalare un’umanità varia, colta nella sua spontaneità. Da questa osservazione dell’uomo, dallo studio della figura umana nascono alcuni dei lavori più interessanti: Vicoli di Napoli, 1952; Luna park, 1956-60; Una domenica all’Idroscalo, 1958- 62; Caravaggio, 1964-65; Festival pop, 1973-77. Al reportage sociale e di costume, Cattaneo affianca anche il reportage di viaggio, alla scoperta di culture diverse. Nel 1991 la FIAF lo nomina Autore dell’Anno, dedicandogli una mostra itinerante. Dal 2006, in seguito a una donazione voluta dagli eredi, il fondo di Mario Cattaneo è di proprietà della Fondazione Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo. Il fondo fotografico raccoglie oltre 190mila tra negativi su pellicola, diapositive, stampe e provini, che testimoniano il lavoro realizzato da Cattaneo tra il 1950 e il 2004 e la sua capacità di restituire in uno scatto la bellezza racchiusa nell’umanità, anche la più semplice.

Il Premio Canon Giovani Fotografi per sostenere la crescita dei talenti italiani

Raccontaci una storia è il filo conduttore della 14esima edizione del Premio Canon Giovani Fotografi 2019: l’iniziativa si rivolge ai giovani italiani, dai 18 ai 35 anni di età. Un progetto che offre un’opportunità di affermazione professionale a tutti coloro che amano il mondo delle immagini. Sono molti, infatti, i professionisti e gli autori di successo che hanno partecipato alle precedenti edizioni, dimostrando l’attitudine e la tecnica per diventare protagonisti della scena attuale. Una storia di vita vissuta oppure un progetto creativo che nasce dall’immaginazione: anche quest’anno è giunto il momento di cogliere la sfida e di raccontare attraverso le immagini.
Le iscrizioni sono aperte fino al 10 maggio 2019.
Siamo lieti di annunciare l’avvio del Premio Canon Giovani Fotografi, un progetto che ha permesso negli anni di accompagnare al successo i giovani autori che, nel tempo, sono diventati i veri protagonisti del mondo della fotografia. Diversi vincitori delle edizioni passate, infatti, sono oggi fotografi affermati nel panorama nazionale e internazionale. Il premio Giovani Fotografi è uno spaccato dell’evoluzione tecnologica che ci vede protagonisti degli ultimi 20 anni, nei quali il passaggio dall’analogico al digitale ha permesso un’evoluzione del linguaggio degli autori attraverso l’utilizzo di strumenti sempre più performanti. Ringraziamo, infine, i partner editoriali, che ci stanno aiutando a valorizzare questo progetto, accompagnando i giovani nel percorso di tutorship e permettendo loro di confrontarsi direttamente con il mondo dei media.” ha dichiarato Massimiliano Ceravolo, Director Professional Imaging Group and Marketing Imaging Technologies & Communications Group, Canon Italia.

Premio Canon Giovani Fotografi: le categorie in gara

Sulla scia dell’edizione da record del 2018, che ha raggiunto quasi mille iscritti, il Premio torna confermando le due grandi categorie Fotografia e Multimedia e aggiungendo due importanti novità:

Fotografia sportiva
All’interno della categoria Fotografia sarà inserita una menzione speciale per le storie dedicate al mondo dello sport liberamente interpretato. E’ possibile scegliere qualsiasi disciplina sportiva, uno o più protagonisti, atleti professionisti o amatoriali, colti in gara, dietro le quinte o durante l’allenamento. Ci si può ispirare anche ai luoghi dello sport, da un campo di calcetto a una parete di arrampicata. Sono tante le opzioni: ciò che conta è la creatività, l’originalità e l’emozione che le immagini sapranno suscitare.

Esposizione dei progetti finalisti a Cortona On the Move
I lavori dei finalisti saranno esposti all’interno della mostra “Premio Canon Giovani Fotografi 2019” inserita nel programma ufficiale del festival internazionale Cortona On The Move (dall’11 luglio al 29 settembre 2019) che vede il sostegno di Canon in qualità di Digital Imaging Partner per il terzo anno consecutivo.

Categoria fotografia
La storica categoria del premio si rinnova per questa nuova edizione, chiedendo ai suoi iscritti di sviluppare un progetto originale composto di un minimo di 10 scatti fino ad un massimo di 15 immagini. Ma attenzione! E’ importante anche saper raccontare, a parole il progetto. E’ richiesto infatti un testo di presentazione che, insieme alla forza visiva delle fotografie, riesca ad appassionare e impressionare la giuria. Ad essere premiati saranno i primi tre lavori classificati e un progetto dedicato alla fotografia sportiva, che riceveranno attrezzatura Canon e sessioni di tutorship da importanti photo editor italiani, per supportarli nella loro crescita professionale.

Categoria multimedia
Una categoria pensata per chi ama sperimentare, tentare nuovi stili e approcci innovativi. Il progetto infatti deve rappresentare una combinazione di almeno due media. Che si tratti di video, fotografie, infografiche, testi o suoni, l’importante è la capacità di creare una storia unica e coinvolgente. Spetterà alla giuria assegnare il premio, che in questo caso, andrà in esclusiva al primo classificato.

Premio Canon Giovani Fotografi: premi e giuria

Premi
I candidati che si classificheranno nelle prime tre posizioni per la Categoria Fotografia, il candidato per la menzione speciale dedicata alla Fotografia Sportiva e il primo classificato per la Categoria Multimedia avranno l’opportunità di ricevere tutorship con photo editor di fama internazionale, per approfondire e sviluppare le loro competenze professionali. Inoltre i lavori premiati saranno esposti al festival di Cortona On The Move, occasione unica per poter presentare i progetti a un pubblico di esperti e appassionati. Infine saranno messe in palio alcune delle tecnologie di riferimento dell’offerta Canon attuale da Canon EOS R ai modelli Canon EOS 6D Mark II, Canon EOS M50, Canon EOS 7D Mark II, le ottiche EF ed RF.

La Giuria
I progetti presentati saranno valutati da una Giuria d’eccezione composta da:

Arianna Rinaldo – Direttrice artistica Cortona On The Move;
Renata Ferri – photo editor Io Donna;
Giulia Ticozzi – photo editor La Repubblica;
Maysa Moroni – Photo editor di Internazionale;
Manila Camarini – photo editor D’ di Repubblica;
Naima Mancini – Giornalista e photo editor Sportweek;
Massimiliano Ceravolo – Director Professional Imaging Group and Marketing Imaging Technologies & Communications Group, Canon Italia.
Scopri i volti della Giuria

Iscrizioni aperte fino al 10 Maggio

Nino Migliori e l’Italia del Neorealismo

Nino Migliori_Portatore di pane_1956_© Fondazione Nino Migliori.
Nino Migliori_Portatore di pane_1956_© Fondazione Nino Migliori.

L’Italia del Neorealismo

Grande innovatore e sperimentatore, pur se profondamente legato alle tecniche dei pionieri della fotografia, tra il 1953 e il 1957 Nino Migliori ha restituito attraverso immagini di forte impatto il volto dell’Italia che usciva dalla Seconda guerra mondiale. Alinari gli rende omaggio con un volume che ne testimonia la passione e il contributo dato alla storia della fotografia, grazie alle ricerche sulle possibilità di espressione del mezzo fotografico e alla capacità di essere un punto di incontro fra passato e presente. Allo stesso tempo, il volume è un omaggio all’Emilia e al Sud, all’Italia del secondo dopoguerra, quella del Neorealismo, degli anni difficili ma avvincenti della rinascita economica e culturale.

Nino Migliori. Un fotografo d’avanguardia nell’Italia del neorealismo
Curatore: E. Sesti
Editore: Alinari IDEA
Anno: 2018 
Pagine: 62
Prezzo: 18 €

Immagine in evidenza Nino Migliori_Portatore di pane 1956 © Fondazione Nino Migliori.

A tu per tu: Denis Curti incontra Manuela De Leonardis

A TU PER TU vol. IV
Fotografi a confronto 
Interviste di Manuela De Leonardis

Denis Curti intervisterà l’autrice


 


“La gente ritratta vuole sempre apparire nel migliore dei modi. Per questo a loro non piacevano le mie foto. Ma non ho mai fotografato come volevano gli altri, solo come vedo io.” 

Manuela De Leonardis, registrando una serie di interviste accompagnate da inediti ritratti ai grandi protagonisti della fotografia contemporanea si fa fiera portavoce delle parole di Santu Mofokeng, finendo per realizzare quella che il suo editore ha definito una vera e propria “Enciclopedia De Leonardis”. 
 Denis Curti, in occasione della presentazione del libro “A tu per tu vol. IV”, intervisterà a sua volta l’autrice.

A tu per tu. Fotografi a confronto

Presentazione giovedì 30 novembre ore 19

Still via Balilla 36, 20136 Milano

press@stillfotografia.it- info@stilllove.it- 0236744528

 

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