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Intervista a Iago Corazza, il fotografo che insegna l’arte di vivere nel mondo

Iago-Corazza

Viaggiatore, prima ancora che fotografo e giornalista, Iago Corazza dedica la sua indagine all’uomo ed esplora gli angoli più nascosti del pianeta insieme ai suoi corsisti alla ricerca della bellezza e della ricchezza della diversità.

La nostra intervista esclusiva a Iago Corazza

Iago, che cos’è per te la fotografia? La fotografia per me rappresenta un modo per “fissare” la mia passione vera che è studiare l’uomo, indagare come sarebbe stato Iago Corazza se fosse nato in ognuno dei luoghi che visito. Cerco di prepararmi tantissimo sull’aspetto antropologico, che è quello su cui sono specializzato da tanti anni, e quando sono sul posto uso tanto la macchina fotografica quanto il bloc notes. Torno a casa con una quantità enorme di appunti veri e propri ma l’immagine completa in modo unico l’appunto scritto, culturale. Così metto insieme tante tessere di un mosaico che spero mi aiutino a capire sempre di più sull’uomo. Anche se, più cose capisco, più domande nascono.

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Un momento della Donga, la cerimonia rituale dei Suri in Etiopia. © Iago Corazza

Ti ricordi un incontro particolarmente emozionante? Ne abbiamo decine ogni viaggio. L’ultimo è stato in una città sperduta dell’India. Abbiamo incontrato un signore che ci ha proposto dei massaggi, delle cure speciali e ha iniziato a seguirci mentre fotografavamo. A un certo punto, ci ha detto di essere un seguace del conte Cesare Mattei, che nell’Ottocento ha inventato l’elettro-omeopatia. Questo signore, insieme al padre, prosegue le ricerche di Mattei e ha un ambulatorio dove cura gratuitamente malati che arrivano da tutta l’India. Quando gli ho detto che abito a cento metri dal castello del conte Mattei e che sono stato in casa sua a fare le fotografie, si è inginocchiato in terra, ci ha abbracciati e portati a casa sua. Ed è stata un’emozione pura pensare che in un posto sperduto del mondo qualcuno cura gratuitamente i malati grazie alle ricerche di una persona che qui a casa mia tutti conoscono…

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Baldeo, in India. © Iago Corazza

Però ci sono stati anche momenti di difficoltà… Qualche settimana fa eravamo in Etiopia e siamo finiti in mezzo a uno scontro tra Mursi e Hari. Il governo ha deciso di aprire un convertitore di etanolo, sequestrando le terre ai Mursi. Questi hanno ucciso molti camionisti che stavano portando i materiali per costruire la fabbrica e gli Hari si sono vendicati entrando nei villaggi Mursi, uccidendo donne e bambini. Si è scatenato l’inferno. Noi eravamo lì in mezzo, abbiamo dovuto prendere una scorta. Il problema è che quando scegli degli uomini, altri si arrabbiano perché una fonte di denaro non è arrivata a loro. Questi ci hanno intimato di andare via, noi abbiamo risposto che avevamo già la scorta militare e i permessi ma questi hanno sparato, ci hanno forato le automobili. Alla fine siamo passati ma sono cose che non dovrebbero succedere.

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L’uomo è al centro della ricerca di Iago che qui ha catturato un momento molto emozionante. Lo scatto è stato realizzato a Kolkata (Calcutta), in India. © Iago Corazza

Iago, quali sono i tre insegnamenti più importanti che cerchi di trasmettere ai tuoi studenti durante i viaggi? La prima cosa è che è più importante l’uomo della fotografia: per scattare un’immagine non bisogna diventare invasivi, sgradevoli o maleducati, dimostrare l’ignoranza che ti sei portato da casa. E questa è una cosa che chi viaggia con me deve sempre tenere presente, altrimenti non sarà più un mio compagno di viaggio. In secondo luogo, una brutta fotografia non si scatta. Quando arrivi a capire, prima di scattare, che quella foto non sarà bella e il tuo dito non preme il pulsante di scatto, hai veramente fatto il salto di qualità. Vuol dire che sei così tecnico, così bravo, sei arrivato a un punto di cultura fotografica tale che capisci già che la fotografia non sarà bella, non sarà giusta e quindi hai il coraggio di non farla. Infine, una foto orrenda rimane orrenda. Tu puoi post-produrre quello che vuoi ma la fotografia non sarà mai bella quanto un’immagine che era già buona allo scatto. È inutile perderci del tempo.

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Un momento di un rito di iniziazione tra i pastori Surma, in Etiopia. © Iago Corazza
Trovi l’intervista completa di Elisabetta Agrati nel numero 93 di NPhotography o cliccando qui.

 

La fotografia in viaggio: curiosità e tecnica si mescolano alla ricerca

Franco Cappellari è convinto che il viaggio fotografico sia un arricchimento culturale legato non solo alla storia, alla geografia e alla situazione politica dei luoghi visitati, ma a qualcosa di più personale: all’esperienza che diviene conoscenza, al desiderio di incontrare persone con abitudini e sentimenti diversi che, con la fotografia, si possono raccontare. Siamo curiosi di comprendere quando inizia, per lui, il viaggio. Il tempo di premere il tasto “REC” ed è subito un debordare di pensieri: “Il viaggio inizia nel momento stesso in cui scelgo la destinazione. Ne segue un accurato studio e un’attenta e meticolosa costruzione delle tappe e dell’organizzazione logistica. Questa fase è indispensabile per riportare a casa scatti che sappiano restituire bellezze, emozioni, condizioni di vita e, magari, qualcosa di mai visto prima“. Non sempre, però, un’attenta programmazione mette al riparo dagli imprevisti.

La fotografia in viaggio

A volte, le sorprese possono rivelarsi magnifiche: “La più bella”, racconta, “mi è capitata quando sono stato in Kenya per un servizio fotografico sul Lago Bogoria, un luogo caratteristico per i suoi meravigliosi fenicotteri rosa. Solitamente è facile trovarli, ma una volta giunto non mi sarei mai aspettato di vederli tutti sistemati a mo’ di corona lungo la foce del fiume che va nel lago, come potete vedere (alle pagine 20-22, ndr). È stato qualcosa di unico che poi non ho più rivisto. Mi sono sentito super fortunato e soprattutto molto felice“ Emozioni dall’alto. Da sempre gli aerei rappresentano, oltre a un’opportunità lavorativa, una grande passione di Franco Cappellari: “Sin da piccolo ero innamorato dell’idea del volo, anche perché è sempre stata sinonimo di avventura e di scoperta. Mi ricordo che il primo viaggio in aereo l’ho fatto a quindici anni, destinazione Londra. Ero con un amico e dopo un mese siamo tornati a casa senza un soldo. Da lì in poi, ho sempre continuato a viaggiare e a fotografare

 

Fotografia di Viaggio: un nuovo concorso rivolto a studenti e fotografi amatoriali

Elena Massarenti "Behind the glass", finalista concorso "Mobile photo - Travel 2017"

Dedicato alla Fotografia di viaggio è questo un nuovo concorso, organizzato in collaborazione con le filiali di Hotelplan in Ticino, che si va ad aggiungere a quelli già annunciati per la prossima edizione del festival internazionale di fotografia LuganoPhotoDays, ideato da Marco Cortesi e in programma dall’11 al 27 ottobre 2019, presso l’ex Macello a Lugano (Svizzera).
Oltre ai due concorsi Reportage e fotografia documentaria e Natura e fauna selvatica e al neonato “Premio Città di Lugano”, ci sarà dunque una nuova opportunità, questa volta rivolta esclusivamente a fotografi amatoriali e studenti che abbiano compiuto 18 anni di età.

Concorso Fotografia di Viaggio: modalità di partecipazione

Ciascun partecipante potrà inviare al massimo 25 fotografie singole entro il 15 settembre 2019. Gli scatti verranno valutati dal fotografo Didier Ruef, affiancato da Gaby Malacrida (portavoce Hotelplan per il Ticino) e da Claudio Visentin, presidente della Scuola del Viaggio. Non ci sono limitazioni e viene lasciata massima libertà espressiva e nella scelta del soggetto.
Il premio per la foto migliore consiste in un buono viaggio del valore di 1000 franchi offerto da Hotelplan Ticino; tre buoni viaggio del valore di 200 franchi ciascuno andranno ad altri tre vincitori selezionati dalla giuria. La premiazione pubblica avrà luogo durante LuganoPhotoDays presso l’ex Macello (viale Cassarate 8, Lugano). Dettagli e iscrizione sono disponibili sul sito www.fotoviaggio.ch

 

 

Famiglia cerca fotografo per riprendere i tuffi alle Maldive: stipendio da 100 mila dollari all’anno

Famiglia cerca fotografo personale

Cercasi fotografo disponibile ad accompagnare la famiglia nei viaggi in tutto il mondo.
Il compito? Immortale la famiglia ad aventi come”il Gran Premio di Formula Uno a Monaco e Abu Dhabi, immersioni alle Maldive, il Mardi Gras a New Orleans e il Carnevale di Rio de Janeiro, così come lo sci in Val d’Isère”.  Lo stipendio? 102mila dollari l’anno. Questo è l’annuncio che una famiglia britannica ha pubblicato sul portale Perflocal.

Famiglia cerca fotografo personale: stipendio stellare

Il lavoro dovrebbe iniziare con il nuovo anno, e precisamente nel mese di febbraio. Si prevede un impegno giornaliero di dieci ore e il fotografo deve essere disponibile  alasciare il Paese con breve preavviso e viaggiare per la maggior parte dell’anno:  “È possibile che si debba essere via per un massimo di tre mesi alla volta, e visiteremo posti in Europa, America, Sud America e Australia, dove possediamo un certo numero di case per le vacanze e altre residenze”, appare sull’annuncio. Tutte le spese sono coperte dalla famiglia, che ha voluto rimanere anonima, ed è previsto il pagamento per malattia e ferie.

I requisiti richiesti sono almeno cinque anni di esperienza in foto di lifestyle.

Margaret Courtney-Clarke: On Borrowed Time, il tempo in prestito

© Margaret Courtney Clarke

di Francesca Marani


«Sentiamoci il prima possibile perché poi andrò nel deserto per qualche giorno e allora non so quando potremo parlare di nuovo». Questo è quello che può succedere quando si ha l’opportunità di intervistare Margaret Courtney-Clarke, fotogiornalista conosciuta in tutto il mondo per le celebri pubblicazioni sull’arte africana femminile e, soprattutto, donna di tempra eccezionale, capace di fronteggiare il deserto da sola e senza paura, proprio come le insegnarono i genitori fin da bambina, quando viveva in una grande tenuta ai confini del deserto namibiano.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

«Mio padre e mia madre sono di origine anglo-irlandese, mio nonno era governatore dell’Africa del Sud-Ovest, inviato qui dalla Società delle Nazioni, in seguito alla stipulazione del Trattato di Varsavia. Ho trascorso un’infanzia molto bella in Namibia, a stretto contatto con la natura e gli animali. Il deserto fa parte del mio animo, ci sono cresciuta dentro». Per questo non bisogna stupirsi se Margaret sa cacciare, costruire frecce, scavare tra le rocce per cercare l’acqua, sopravvivere al buio profondo di una notte senza luci artificiali. «Sembra qualcosa di straordinario per chi non cresce in questo ambiente – rassicura –, ma qui è abbastanza normale, fa parte della natura, fa parte della vita. E io non vedo l’ora di uscire fuori nel deserto, dove non c’è la corrente, dove mi posso staccare dalla televisione, dal telefono, dalle notizie». Sarà anche normale, ma questo è l’unico aggettivo che non viene in mente quando ci si confronta con Margaret Courtney-Clarke, per la forza del suo spirito che trapela da ogni racconto e per l’eccezionalità della vita vissuta, o meglio delle tante vite che ha sperimentato, viaggiando imperterrita tra l’Africa, l’Europa e l’America. Riassumerle qui sarebbe un’impresa tanto ardua quanto inutile: Margaret ha visto troppo, vissuto troppo per riuscire a ridurre, sintetizzare e condensare il tutto in poche pagine.


«On Borrowed Time è un viaggio che è solo cominciato. Sento l’esigenza di ritornare al deserto, agli spazi e luoghi non visitati nei precedenti viaggi (…). Ho la passione di fotografare ciò che sembra che nessuno guardi, di catturare immagini che portano lo spettatore verso posti familiari, mettendo in discussione la loro percezione di questi luoghi. Di andare dove la luce mi porta, dove il silenzio mi risana, e dove posso sperimentare la libertà del mio spirito»
Margaret Courtney-Clarke, Swakopmund, Namibia, marzo 2015


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Meglio soffermarci sul presente, sul tempo che l’autrice ha deciso di dedicare a se stessa, giunta a questo punto del proprio percorso. Il tempo in prestito, On Borrowed Time, non a caso, è il titolo della ricerca fotografica portata avanti negli ultimi anni. Si tratta del primo progetto personale dell’autrice che, a differenza del passato, ha deciso di fotografare senza commissione, mossa solamente da un’urgenza privata. Quando nel 2008 torna al paese d’origine e di formazione, «alla ricerca di tranquillità, spazi aperti e aria pulita», si stabilisce a Swakopmund, una città costiera che si estende tra l’Oceano Atlantico meridionale e il deserto. Qui però non conosce la pace sperata perché si ritrova a dover affrontare una difficile malattia e, parallelamente, le contraddizioni di un Paese corrotto e segnato da profonde ineguaglianze.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Sarà la fotografia, che l’ha accompagnata per tutta la vita, a venirle ancora una volta in soccorso, aiutandola ad affrontare il cancro come una sorta di cura alternativa. «Riprendere la macchina fotografica in mano è stata una sfida enorme e anche una guarigione – rivela l’autrice –. La differenza tra quello che facevo e quello che faccio adesso, a distanza di oltre dieci anni, è che ora parlo di me, vorrei esprimere e ritrovare la mia identità, la mia personalità, ricercarla nel paesaggio della Namibia, dove sono custodite le mie memorie, la mia infanzia». Nasce così un progetto che è frutto di un cambiamento, una ricerca fotografica inedita per la sua stessa creatrice, uno sguardo acuto sulla Namibia contemporanea. «Il tempo della Namibia – coincide con il mio tempo, perché ogni giorno mi sveglio e non so cosa potrà accadermi. Voglio raccontare quello che sta succedendo in questo Paese in nome dello sviluppo, affinché il mondo veda e reagisca, perché qualcuno si vergogni».


«Le fotografie di On Borrowed Time parlano dell’esistenza. Esse sono il frutto di una consapevolezza (da parte dell’autrice) sulla fragilità della propria esistenza e di una stretta simbiosi con gli antichi ritmi del deserto e della costa, i modi di vivere dei suoi abitanti, le tracce del loro passaggio e l’avanzata apparentemente inesorabile dello sviluppo corporate e minerario. […] Esse sono eloquenti circa un’esistenza dura e di deboli barlumi di speranza, in una vita graffiata da un terreno spaventosamente inospitale, a fronte di una travolgente transizione sociale. Allo stesso tempo, queste fotografie raggiungono una grazia conturbante che non è un senso falsato della realtà, ma, al contrario, una rara sintesi di cosa ci sia nella realtà stessa assieme a una onestà di visione profondamente accresciuta e priva di compromessi» David Goldblatt, Johannesburg, 2015


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Fotografia come strumento per illuminare la verità e catalizzare l’attenzione verso i problemi sottaciuti di un territorio vastissimo e sottopopolato, «dove la siccità e la ridistribuzione delle terre minacciano mezzi di sussistenza e stabilità socio-economica e dove culture e identità contrastano con il neocolonialismo». La Namibia è una terra ricca di minerali preziosi, risorse naturali che nel corso del tempo hanno attirato gli investimenti dei giganti globali, accorsi a spartirsi le concessioni minerarie. Questo fenomeno ha provocato, a sua volta, uno sviluppo senza precedenti, forti ondate migratorie e un divario sempre più netto tra ricchi, minoranza bianca e poveri.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Dune di sabbia, letti di fiume prosciugati, campi, allevamenti e riserve ambientali. Margaret Courtney-Clarke ha percorso centinaia di chilometri con infaticabile energia, attraversando terre remote, scavalcando barriere, evitando checkpoint e intrufolandosi nelle zone minerarie dall’accesso vietato, pur di raccontare senza riserve le condizioni di vita in cui versano la maggior parte dei namibiani e, in special modo, coloro che vivono all’interno di un campo abusivo, conosciuto come DRC (Democratic Resettlement Community, precedentemente Displaced Refugee Camp). Situato a dieci chilometri nell’interno, accanto alla discarica urbana, è una vera e propria baraccopoli profondamente intrisa di reminiscenze di apartheid. Un luogo dove «la speranza supera di gran lunga la fornitura di beni di prima necessità – racconta la Clarke –. Pochi lampioni, minimi prepaid water point, nessuna rete fognaria, nessun cassonetto per la spazzatura e un’occasionale raccolta di rifiuti. In questo ambiente mi sono sentita sfidata dalle immagini preconcette di povertà e bassifondi, madri e bambini (colti) nelle aspre lotte della vita – immagini che ho scelto di non scattare durante i miei primi viaggi attraverso l’Africa».


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

E le fotografie di On Borrowed Time non smentiscono la scelta, discostandosi fortemente da stereotipi e luoghi comuni: sono immagini che invitano al discernimento critico, sono il frutto di uno sguardo empatico, della fiducia che l’autrice riesce a guadagnare. Come sottolinea il fotografo David Goldblatt: «La relazione di Margaret con le persone che ha fotografato in questo lavoro è concreta e intima, quasi quella di un familiare piuttosto che quella di un osservatore compassionevole. È un frammento catturato con la pienezza del suo abbraccio. Utilizzando la sabbia del deserto ha costruito con loro una dimora di sacchi di sabbia. É un’amica fidata delle donne e dei bambini che puliscono la discarica dei rifiuti. Affronta funzionari municipali per il trattamento che riservano alle persone senza terra. Ha celebrato il suo compleanno con una famiglia di contadini che ha ucciso una capra in suo onore. Quando ha saputo di due bambini che sono morti per un morso di serpente, ha raccolto soldi per le loro bare e ha viaggiato per duecentotrenta chilometri su un’accidentata strada sterrata attraverso il deserto per essere presente al loro funerale». Sono tante le persone che aspettano, aiutano e proteggono Margaret Courtney-Clarke, sorella, amica, mamma, nonna di una grande famiglia allargata. La fotografia assume, allora, un ruolo marginale in questa relazione, dove la cosa più importante è l’incontro autentico con l’altro.

© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Biografiaritratto
Margaret Courtney-Clarke nasce in Namibia nel 1949. Si forma tra la Namibia e il Sudafrica, per poi approfondire lo studio dell’arte e della fotografia in Italia e negli Stati Uniti. Lavora come fotogiornalista per numerose testate internazionali. Tra il 1978 e il 1979 compie alcuni viaggi in Namibia ed è segnalata come persona non gradita in riferimento alle sue opinioni rispetto alle leggi sull’apartheid; lo stesso anno decide di rinunciare alla cittadinanza. Nel 1980 inizia a collaborare con il fotografo David Goldblatt. Tra il 1979 e il 1996 porta avanti alcuni progetti fotografici in Africa, documentando i diversi tipi di rifugi e indagando l’arte delle donne africane, a cui dedica una trilogia di grande successo (Ndebele: Arte di una Tribù Africana, Affreschi Africani, Popolo Libero). Tra il 1994 e il 1999 collabora con Maya Angelou, celebre poetessa americana e grande amica. Tra il 1999 e il 2010 crea la Ndebele Foundation, un’organizzazione culturale non-profit per le donne Ndebele e la gioventù di Mabokho, Mpumalanga. Nel 2008 torna a vivere in Namibia. Nel 2015 è nominata per l’Henri Cartier-Bresson Award con il progetto On Borrowed Time.

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