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Appuntamenti fotografici da non perdere in autunno

Eccovi due appuntamenti fotografici da non perdere in autunno.

  • Ferdinando Scianna. Viaggio Racconto Memoria
    Ferdinando Scianna ha iniziato a fotografare negli anni Sessanta narrando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione, la Sicilia – nel 1965 insieme allo scrittore Leonardo Sciascia pubblica il libro Feste Religiose in Sicilia e vince il prestigioso premio Nadar. In seguito si trasferisce a Milano dove collabora per  L’Europeo e, successivamente, è a Parigi – vi rimarrà dieci anni –. Nella capitale francese inizia una collaborazione con  Le Monde dedicandosi anche alla scrittura. Il più grande dono che la Ville Lumière gli regala è l’incontro con Henri Cartier- Bresson, il quale, colpito dal suo lavoro, lo invita a prender parte della ‘nuova’ agenzia Magnum – è il primo italiano ad avere questo onore –. Questi e altri momenti sono evocati nella mostra retrospettiva  Viaggio Racconto Memoria dedicata al fotografo siciliano alla Casa dei Tre Oci di Venezia. L’esposizione ripercorre oltre cinquanta anni di carriera attraverso centottanta opere in bianco e nero divise in tre macro temi, come suggerito dal titolo stesso.
    INFORMAZIONI: Casa dei Tre Oci, Fondamenta delle Zitelle 43 30133, Giudecca, Venezia
    Orari: Tutti i giorni dalle ore 10 alle 19. Chiuso il martedì
    Tel.: 041.24.12.332.
    Ingresso: 13 euro
    E-mail: info@treoci.org
    Web: www.treoci.org
  • Sergio Scabar. Oscura Camera 1969 – 2018
    Sergio Scabar ha fatto della fotografia uno strumento di riflessione e d’indagine. Autodidatta, è divenuto noto al panorama artistico grazie all’originalità de Il Teatro delle cose del 1999 – lavoro che ha segnato il suo stile votato a una ricerca poetica incentrata sull’essenzialità degli oggetti e delle loro forme–. La mostra, inaugurata lo scorso 28 giugno al Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia e presentata alla libreria MiCamera di Milano, si compone di trecento scatti che seguono l’andamento cronologico del suo lavoro diviso in due grandi fasi: la prima, più vicina al genere del reportage, la seconda, più riflessiva e sperimentale avviata negli anni Novanta che ha definito la cifra stilistica dell’autore. Il suo reportage è segnato da una particolare sensibilità di sguardo nel creare sistemi seriali d’immagini dove, al contrario di una documentazione classica, la camera rimane fissa e sono gli oggetti e le persone a muoversi dinnanzi a essa. Negli anni a cavallo tra lo scorso e l’attuale secolo, in un’evoluzione della staticità che aveva sperimentato nei lavori precedenti, la natura morta diventa l’asse portante della sua produzione, riprodotta attraverso una particolare tecnica di ripresa detta ‘alchemica’ che gli consente di ottenere tonalità opache e scure che sono diventate ben presto il suo inconfondibile tratto distintivo.
    INFORMAZIONI Palazzo Attems Petzenstein, Piazza E. De Amicis 2, Gorizia
    Orari: Da martedì a domenica ore 10-18, giovedì ore 10-20; lunedì chiuso
    Tel.: 0481.38.53.35.
    Ingresso: 6 eur
    E-mail: musei.erpac@regione.fvg.it
    Web: www.musei.regione.fvg.it

JOBS, la Quarta rivoluzione industriale: concorso fotografico riservato a fotografi Under 35

Stephen Shore, Luzzara, 1993. © Stephen Shore. Dalla collezione Linea di Confine

JOBS Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale è il concorso fotografico organizzato dall’associazione Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea che si propone di selezionare ed esporre le ricerche autonomamente svolte da autori under 35 in Italia ed in Europa, con la finalità di dare visibilità alla sensibilità e all’interesse che le giovani generazioni mostrano ai temi della trasformazione del lavoro e degli spazi della produzione. Con l’economia circolare e la Quarta rivoluzione industriale, caratterizzata da un forte impulso all’automazione, il lavoro ha assunto nuove forme in rapporto alla tecnologia e al territorio, diventato una vera e propria “fabbrica a cielo aperto”. La fotografia contemporanea si è preoccupata, in questi decenni, di sottolineare la scomparsa del lavoro e la dimensione astratta dei processi produttivi, tuttavia, da più parti, si avverte la necessità di una visione più approfondita sui cambiamenti che interessano il lavoro e gli spazi della produzione.

JOBS Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale: modalità di partecipazione

Entro il 12 ottobre, i giovani autori potranno presentare le proprie ricerche che saranno selezionate da una commissione composta da Antonello Frongia (storico della fotografia, Università Roma 3), William Guerrieri (fotografo, curatore Linea di Confine), Guido Guidi(fotografo), Stefano Munarin (urbanista, IUAV) e da Andrea Pertoldeo (fotografo e coordinatore Master fotografia IUAV).
Le ricerche selezionate saranno esposte all’Ospitale di Rubiera (RE), nel contesto di una giornata di studio e di una mostra di fotografie di autori di rilevanza internazionale a cura di Linea di Confine, che inaugurerà in data 16 novembre 2019. Per partecipare al concorso i canditati dovranno inviare via email, entro e non oltre il 12 ottobre 2019, all’indirizzo dell’associazione (L’Ospitale, Via Fontana 2 42048 Rubiera, RE info@lineadiconfine.org) un portfolio di un minimo 13 e un massimo di 30 fotografie, in formato digitale, oppure in formato cartaceo, inerente le tematiche del concorso, oltre ai dati anagrafici e fiscali, il curriculum e i propri recapiti postali ed email e una breve presentazione del progetto.
I partecipanti dovranno versare una quota di iscrizione di 20,00 Euro a Linea di Confine, tramite bonifico bancario (IBAN: IT07C0538766470000001031239). Tutti i partecipanti riceveranno una email di conferma del materiale ricevuto. Tutti i progetti pervenuti in regola con le norme concorsuali saranno sottoposti al giudizio della Commissione. La Commissione selezionerà un minimo di 10 progetti che saranno esposti, con modalità definite da Linea di Confine nelle sale espositive dell’Ospitale di Rubiera, in concomitanza con la giornata di studio e la mostra collaterale di fotografie e documenti che inaugurerà il 16 Novembre 2019. I materiale fotografici, o video o altro, pertinenti ai progetti selezionati saranno prodotti ed inviati a cura dei partecipanti nelle quantità e nelle dimensioni richieste dalla commissione esaminatrice. I materiali inviati dai partecipanti ed esposti nella mostra, rimarranno di proprietà degli autori e saranno rispediti a cura di Linea di Confine ai partecipanti che ne faranno richiesta esplicita, al termine della mostra.

Il bando e maggiori informazioni e materiali di approfondimento sono disponibili sul sito:
www.lineadiconfine.org 

Massimo Sciacca: reporter di guerra, grande scuola di vita

Afghanistan 2001
Afghanistan 2001

Massimo Sciacca. Raccontare in poche righe la carriera di un professionista, che ha dedicato metà della sua vita alla fotografia, non è cosa facile. Meno ancora quando gran parte di questa attività si è svolta in zone di guerra. Quella guerra che ha sempre cercato di raccontare non parlando di morte, ma cogliendo momenti che potessero rappresentare segnali di vita e di speranza. Massimo Sciacca, classe 1965, è nato e cresciuto a Bologna. Inizia la sua attività di reporter a soli 18 anni, prima occupandosi di cronaca e poi come fotogiornalista di guerra per importanti testate italiane. Ha seguito tutto il conflitto nei Balcani. Restando per anni a Sarajevo, tanto che oggi considera la città come casa sua. “Ho ancora tanti amici – dice – è stata un’esperienza molto potente, che mi ha insegnato molto. Anche in quella situazione terribile, preferivo raccontare storie di vita e non di morte. La mia più grande soddisfazione è stato il progetto ‘Rock sotto l’assedio’. Il giovane gruppo rock che avevo fotografato per le strade sconvolte dalle bombe è stato ingaggiato da Vasco Rossi come spalla per i suoi concerti. In Italia hanno esordito a Milano, allo stadio di San Siro. Dopo i Balcani sono andato in Asia, a Hong Kong, poi in Polinesia. Giro il mondo perché è importante denunciare ciò che non va attraverso le immagini. Dopo è stata la volta degli Stati Uniti e ora dell’Africa”. Ma con l’avvento del digitale, per un fotografo come Sciacca qualcosa è cambiato? “È stato difficile adeguarmi – spiega -. Mi ritengo un fotografo classico. Preferisco raccontare in bianco e nero, anche se ora faccio film e documentari. Naturalmente a colori”. Ma come è diventato fotografo? “ “La passione è nata dai viaggi. Sono un autodidatta. La mia palestra? I rally a Bologna. Ho scoperto tardi la mia città – continua -. Amavo la Bologna alternativa, quella dei centri sociali, del Livello 57 e del Link. L’ho documentata nei primi anni ‘90 ed è stata oggetto di una mostra nel 2000, quando fu città della Cultura. Un periodo d’oro, che ha prodotto tanti bravi artisti. Come BLU, uno dei migliori street artist”. Nel 1997 Sciacca ha vinto il primo premio Word Press. Nel 1998 entra a far parte di Contrasto. “La realtà è a colori, ma il bianco e nero è molto più realistico”, conclude

Sergio Scabar nella mostra Oscura Camera 1969 – 2018

Sergio Scabar ha fatto della fotografia uno strumento di riflessione e d’indagine. Autodidatta, è divenuto noto al panorama artistico grazie all’originalità de Il Teatro delle cose del 1999 – lavoro che ha segnato il suo stile votato a una ricerca poetica incentrata sull’essenzialità degli oggetti e delle loro forme –. La mostra, inaugurata lo scorso 28 giugno al Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia e presentata alla libreria MiCamera di Milano, si compone di trecento scatti che seguono l’andamento cronologico del suo lavoro diviso in due grandi fasi: la prima, più vicina al genere del reportage, la seconda, più riflessiva e sperimentale avviata negli anni Novanta che ha definito la cifra stilistica dell’autore. Il suo reportage è segnato da una particolare sensibilità di sguardo nel creare sistemi seriali d’immagini dove, al contrario di una documentazione classica, la camera rimane fissa e sono gli oggetti e le persone a muoversi dinnanzi a essa. Negli anni a cavallo tra lo scorso e l’attuale secolo, in un’evoluzione della staticità che aveva sperimentato nei lavori precedenti, la natura morta diventa l’asse portante della sua produzione, riprodotta attraverso una particolare tecnica di ripresa detta ‘alchemica’ che gli consente di ottenere tonalità opache e scure che sono diventate ben presto il suo inconfondibile tratto distintivo.

Foto del Mese: Flower Power di Bernie Boston. Fiori contro la guerra

Mettete dei fiori nei vostri cannoni: questo l’invito lanciato in Italia nel 1967 dal gruppo I Giganti nella canzone Proposta. Un appello che andava a unirsi alle voci provenienti da ogni parte del mondo che protestavano contro l’intervento degli Stati Uniti in Vietnam. Erano gli anni del movimento studentesco, della lotta per i diritti civili degli afroamericani, di quel “flower power” (“potere dei fiori”) – termine coniato dal poeta Allen Ginsberg nel 1965 – destinato a influenzare intere generazioni. Le proteste contro la guerra in Vietnam raggiunsero il culmine il 21 ottobre 1967, giornata che vide il susseguirsi di manifestazioni dagli Stati Uniti al Giappone, all’Europa. A Washington, oltre 100mila persone si radunarono al Lincoln Memorial e una marcia raggiunse il Pentagono. Tra la folla assiepata di fronte al Dipartimento della Difesa, c’era anche il fotoreporter Bernie Boston, inviato del Washington Star, che scattò una delle immagini più iconiche di quella giornata. La fotografia, candidata al Pulitzer del 1967, ritrae un giovane mentre infila un garofano nella canna del fucile di un soldato della Guardia Nazionale, schierata di fronte al Pentagono. «Quando vidi il mare dei manifestanti, seppi che qualcosa stava per accadere», ricordò più tardi l’autore. Intitolata Flower Power , la fotografia fu inizialmente giudicata di scarso interesse dal photo editor del Washington Star. Bernie Boston, però, intuendone il potenziale, la presentò a numerosi concorsi fotografici: lo scatto ottenne ben presto consensi e riconoscimenti, uscendo dall’oblio e divenendo il simbolo di quel “movimento dei fiori” che si stava preparando a rivoluzionare la cultura e la società anche al di fuori dei confini degli Stati Uniti. Altra fotografia iconica tra quelle legate alla guerra in Vietnam è quella scattata durante le proteste al Lincoln Memorial dal fotografo francese Marc Riboud. Protagonista dello scatto è la diciassettenne Jan Rose Kasmir che, agli uomini della Guardia Nazionale armati di fucile a baionetta, offre un fiore, simbolo di fragilità e speranza per un futuro di pace.

Come diventare un fotografo di successo? Video intervista a Joel Grimes

Joel Grimes, intervistato da Serge Ramelli,  in questo video ci spiega come diventare un fotografo di successo.

Larry Fink: il fotografo filosofo di Hollywood

Dall’introduzione di Enrica Vigano’ a The Vanities: Hollywood Parties 2000-2009 esposta a Savignano nel 2015

Larry Fink è uno di quegli autori da cui non si può prescindere se si vuole capire la storia della fotografia contemporanea. Nasce nel quartiere di Brooklyn (New York) nel 1941 in una famiglia che fa politica militante con un’impronta fortemente progressista. Le sue prime foto le scatta a dodici anni con una macchina fotografica che gli regala il padre. Ne ha diciassette quando incontra un gruppo di ragazzi che sta vivendo il momento di passaggio tra l’epoca beat e la nuova rivoluzione culturale giovanile che travolgerà gli anni Sessanta. Inizia a frequentarli, divenendo il cantore della loro vita volutamente ai margini della società. Già in quelle prime foto emergono quelle che saranno le sue caratteristiche più importanti di reporter: la capacità di entrare in empatia con i soggetti che ritrae e uno sguardo sulla realtà che ha a che fare più con la filosofia che con il fotogiornalismo. Due attitudini che renderanno sempre i suoi servizi, anche quelli realizzati per le grandi riviste glamour, qualcosa di più di semplici lavori su commissione.

Intervista a Larry Fink

Come ti descriveresti come fotografo? «Sono essenzialmente un fotografo umanista. Mi piace raccontare storie. Non sono un mero autore di immagini di gossip neppure quando fotografo un party di gente famosa. Infatti, il gossip ha a che fare con il momento. Mi piace pensare, e spero che sia così, che le fotografie che realizzo abbiano, invece, qualche relazione con il destino e forse con l’eternità».

Fotografi spesso eventi. Che cosa ti attira in particolare di una festa? «Ho cominciato a realizzare immagini di eventi perché ero interessato a come la gente si relaziona con gli altri in quelle occasioni. Come fotografo, quando sei a una festa, puoi osservare le persone. E spesso durante un party la gente è molto naturale. Uno stato mentale che mi interessa molto. Cerco sempre in queste situazioni di scattare foto alla gente mantenendo una certa distanza per catturare quella naturalezza».

Che cosa cerchi quando ritrai i volti di chi partecipa a un evento? «Cerco l’energia che emerge quando ci sono degli scambi tra persone. Quando fotografo durante un party, voglio, in fin dei conti, aumentare la mia comprensione della realtà. Cerco di catturare l’emozione fisica che la realtà mi presenta. Infatti, considero la fotografia come uno strumento filosofico per aumentare e approfondire la mia conoscenza del mondo».

Come reagisce la gente quando ti vede? «Ho sempre cercato di non turbare nessuno con la mia presenza mentre lavoro. Mantengo sempre un comportamento assolutamente corretto. Ritengo che il fatto di essere un fotoreporter non significhi avere il diritto divino di entrare con prepotenza nella vita delle persone. È una visione invasiva e imperialista di certi autori che non condivido».

Qual è la storia di The Vanities: Hollywood Parties 2000-2009, un progetto che ti ha reso molto famoso? «Ho cominciato a fotografare i party di Hollywood per la rivista Vanity Fair. Come spesso accade, è diventato successivamente un progetto personale. In realtà, ogni lavoro su commissione della mia vita è stato l’inizio – o parte – di qualcuno dei miei progetti personali. Da questo punto di vista mi ritengo un fotografo fortunato perché ho sempre condotto le mie ricerche mentre realizzavo dei commissionati, senza nessuna contrarietà o lamentela da parte dei clienti».

BANDO ATLANTE: presentazione dei 5 fotografi vincitori

Il Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con la Triennale di Milano e grazie al sostegno della Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane (DG AAP) del MiBAC, affida a 5 fotografi professionisti di architettura under 40, individuati attraverso selezione pubblica, un incarico di committenza per la documentazione fotografica di 120 architetture contemporanee italiane. Martedì 10 settembre, alle 18 presso La Triennale di Milanosi terrà un momento pubblico di presentazione dei fotografi vincitori, in dialogo con il curatore del progetto Matteo Balduzzi e il fotografo di architettura Maurizio Montagna.
Sarà anche l’occasione per raccontare l’ATLANTE ARCHITETTURA CONTEMPORANEA, una piattaforma online promossa dalla DG AAP che si propone di divulgare le architetture italiane dalla seconda metà del Novecento a oggi. Ogni fotografo incaricato avrà il compito di documentare 24 edifici, tra i 155 precedentemente selezionati dalla DG AAP, all’interno del lotto composto da quattro regioni assegnato. Il corpus di immagini prodotte, per un totale di oltre 960 fotografie, andrà a implementare l’ATLANTE, da cui sarà tratta una mostra al Museo di Fotografia Contemporanea nel corso del 2020. La selezione di immagini, oltre a confluire in un catalogo, entrerà a far parte delle collezioni del Museo.

Presentazione dei 5 fotografi vincitori del Bando Atlante

Saranno presenti:
Luciano Antonino Scuderi, architetto della DG AAP
Matteo Balduzzi, curatore del progetto
Maurizio Montagna, fotografo di architettura

Gli autori:
Allegra Martin (Lotto 1: Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria)
Marina Caneve (Lotto 2: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna)
Flavia Rossi (Lotto 3: Toscana, Marche, Umbria, Lazio)
Davide Cossu (Lotto 4: Abruzzo, Molise, Campania, Sardegna)
Roberto Boccaccino (Lotto 5: Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia)

Martedì 10 settembre 2019, ore 18
Triennale di Milano (Sala Lab)

Kodak Smile Classic: la nuova macchina fotografica istantanea

Kodak Smile Classic è la nuova macchina fotografica istantanea che ricorda molto le Polaroid.
Kodak ha presentato alla IFA questa nuova macchina fotografica che utilizza una stampante senza inchiostro. La Smile Classic, che sfrutta la tecnologia Zink è la naturale evoluzione della vecchia Polaroid.

Kodak Smile Classic: caratteristiche

Le foto sono grandi 8,9 x 10,9 cm e presentano un retro adesivo. La fotocamera da 10 MP, dotata di flash, possiede anche un mirino a scomparsa e uno slot di memoria SD.
La Smile Classic è dotata inoltre di connessione Bluetooth e potrà essere utilizzata come stampante e collegando lo smartphone alla macchina fotografica sarà possibile stampare presenti sul telefono.

Il prezzo di listino è di 179,99€. Sarà disponibile in 4 diversi colori.

Uno scoiattolo odora i fiori: gli straordinari scatti del fotografo Dick Van Duijn

Il fotografo naturalista Dick Van Duijn ha pubblicato le meravigliose immagini di uno scoiattolo che odora i fiori. Il fotografo ha saputo cogliere l’attimo perfetto  e ben presto gli scatti hanno fatto il giro del mondo. Le fotografie sono state pubblicate sul New York Post, sul Daily Mail, e su Fox News.  Dick Van Duijn ha dichiarato che per riuscire ad ottenere questo risultato ha dovuto scattare ben 200 foto. 

Le foto sono visibili sul profilo Instagram di Dick Van Duijn

Henri Cartier-Bresson: vita e opere in un video

Henri Cartier-Bresson

Eccovi un video con le opere del famoso fotografo Henri Cartier-Bresson

 

 

 

 

 

 

 

 

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