Tag archive

fotografia

La Fotografia della settimana: il Concorde di Peter Marlow

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport, The last days of Concorde. Landing prior to retiring from service in October 2003

Il 24 Ottobre del 2003 il Concorde effettua il suo ultimo volo passeggeri. Peter Marlow ha documentato i viaggi della sua ultima estate. “Concorde. The Last Summer” è il libro che Peter Marlow ha dedicato agli ultimi voli dell’aereo supersonico attraverso l’Oceano Atlantico. Nel Concorde c’è tutta l’Europa e l’America degli anni ’70 e ’80: gli affari, lo star system, la ricerca della velocità a qualsiasi prezzo, la distanza culturale tangibile verso tutto ciò che può essere green o low cost. Nell’immaginario c’è anche l’incidente al Charles De Gaulle nel luglio del 2000: quel volo era un charter noleggiato da una comitiva di turisti, il che ci ha fatto immediatamente capire quanto il business di questo aereo fosse ormai diffuso, popolare, al tramonto. Il suo ultimo volo passeggeri è del 24 ottobre 2003, mentre l’ultimo volo in assoluto è del 26 novembre, un mese dopo.


Peter Marlow, fotografo inglese della Magnum morto nel 2016 e che negli anni ‘70 ha documentato le situazioni sociali più complesse in Irlanda del Nord, ha seguito il Concorde per un’estate, l’ultima. Alcune fotografie della serie sono pubblicate qui (https://pro.magnumphotos.com/Package/2TYRYDMCLX9S). Il progetto è corporate, ma queste immagini non parlano di aerei e di tecnologia, anche perché non era più tanto una questione di biglietti da vendere ma di un fenomeno sociale da documentare. La realizzazione è quindi perfettamente in linea con l’occhio di Peter Marlow: il Concorde non è stato solo un aereo ad alta tecnologia o un modo per viaggiare da Londra a New York su uno status symbol con due ali. È stata la vita di migliaia di abitanti delle aree periferiche di Heathrow, del Charles De Gaulle, del JFK e di tutti gli altri aeroporti del mondo che il Concorde ha toccato (i primi voli erano verso Dakar, Rio e il Barhein, gli Stati Uniti sono arrivati dopo) che per trent’anni hanno avuto un appuntamento quotidiano con l’unico mezzo “capace di arrivare prima di partire”.

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.
G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.

Per questo, una buona parte del libro è dedicata alle persone comuni che escono dalle loro case con un gilet, una tuta ed un binocolo e, immerse nelle banali campagne inglesi, osservano il decollo e l’atterraggio di questo triangolo molto piccolo che si avvicina tra gli alberi, un modellino più che un aereo.

“Concorde. The Last Summer” non è un libro di foto spettacolari, non ci sono Boeing che sfiorano la testa delle persone sulle spiagge tropicali (tutte quelle cose che ci piace cliccare oggi nelle gallery online), è una documentazione realizzata da un grande fotoreporter, senza effetti speciali. La fine di un momento irripetibile, sia per chi ha viaggiato, sia per chi è rimasto a terra.

Massimo Vitali: l’irresistibile richiamo del paesaggio

Piscinao de Ramos 2012 © Massimo Vitali
Nella produzione fotografica di Massimo Vitali si riconosce un percorso in cui la biografia e l’esperienza professionale s’intrecciano con la poesia dell’irrazionale e la fascinazione del caso. Negli anni Sessanta, la carriera foto-giornalistica è già brillantemente avviata nelle file dell’agenzia inglese Report e di quella italiana Grazia Neri, senza però registrare quel grado di soddisfazione che fa amare un mestiere. Quindi, senza mai abbandonare definitivamente la fotografia, inizia l’esperienza del cinema, prima come operatore alla macchina da presa realizzando documentari, pubblicità e qualche fiction e poi, brevemente, come direttore della fotografia. Nei primi anni Novanta, un evento inatteso procura un cambiamento radicale nella prospettiva dell’uomo e del fotografo: il furto della sua preziosa attrezzatura. Dopo lo spiacevole incidente, Massimo Vitali rimane con una sola fotocamera, un banco ottico 20×25, la cui ingombrante struttura avrebbe contribuito a complicare irrimediabilmente il suo rapporto con il reportage. Ed ecco che, spinto da una doppia necessità, tecnica e di ricerca, inizia a vedere nell’utilizzo del grande formato le enormi potenzialità espressive e interpretative dell’osservazione lenta e meditata. In primo luogo, capisce subito che avrebbe dovuto alzare il punto di vista per ottenere l’immagine con la nitidezza e il fuoco desiderati. Realizza, con l’aiuto di un artigiano, un cavalletto speciale molto alto e finalmente riesce a vedere il mondo come aveva sempre desiderato osservarlo. In quel momento anche la percezione del colore inizia a cambiare e assume progressivamente le note tenui e delicate del paesaggio e della sua vitale componente umana.

Massimo Vitali: Una nuova coscienza visiva

Lontano dalle breaking news e dalla cronaca, Massimo Vitali  trova la dimensione ideale del suo pensiero. La posizione elevata del suo punto di vista diventa presto un rifugio, un riparto da cui osservare attentamente il mondo, cercare di comprenderlo e rappresentarlo con la fotografia. «Trovato il luogo, si deve cercare il punto in cui posizionarsi per essere esattamente silenziosi e invisibili. Poi bisogna aspettare. Ma quando dico aspettare, non mi riferisco all’attesa dei fotografi del momento decisivo. Nella vita di tutti i giorni tutti i momenti sono decisivi e al momento stesso privi di spettacolarità. Aspettare significa riempire gli spazi, mettere in contatto gli occhi, creare dei cortocircuiti, ordinare i colori».

<<LE PANORAMICHE PRODOTTE IN SERIE SULLE SPIAGGE E ALTRI CARATTERISTICI LUOGHI D’INCONTRO, COME LE PISCINE E LE DISCOTECHE, RAPPRESENTANO L’EMBLEMA DEI NOSTRI TEMPI: FIUMI DI PERSONE SENZA META, ALLA CONTINUA RICERCA DI NUOVI PUNTI DI RIFERIMENTO>>

Con queste parole è l’autore stesso a svelare la sua rinnovata ispirazione. L’urgenza emotiva dell’attesa, che ordina e chiarisce i pensieri, lo porta progressivamente alle ampie vedute di spiagge, coste e bagnanti per cui è divenuto famoso in tutto il mondo. Per entrare più a fondo nell’opera di Massimo Vitali è necessario esplorare le origini della sua visione e cogliere quei cortocircuiti che ne definiscono la poetica e l’identità. Nelle sue fotografie, lo sguardo si perde nell’immenso chiarore del mare e del cielo. Qui una folla umana si ferma al sole e, estasiata dalla vista che si estende davanti agli occhi, sembra occupare e contendersi lo spazio circostante. L’immaginario così descritto richiama subito alcuni modelli di rappresentazione su cui l’autore sviluppa l’efficace discorso visivo che lo impegna per tutto l’arco della sua produzione artistica. Tornano alla memoria le cartoline, specie quelle degli anni Ottanta e Novanta, che identificano il paesaggio italiano nello stereotipo di un territorio a tratti pittoresco, ma sempre uguale a se stesso. L’immagine commerciale e standardizzata del territorio, quella che, per intenderci, mostrava al grande pubblico (dentro e fuori i confini nazionali) il nuovo volto del Paese, offre a Massimo Vitali l’occasione per riflettere sul cambiamento in atto sul nostro paesaggio e sulle nostre abitudini sociali. I riferimenti dell’autore sono quelli conosciuti ai più: la scuola di Düsseldorf e la scuola italiana del paesaggio, già punti di riferimento per l’indagine fotografica dell’era post-industriale.

 

 

Il realismo magico di Kertész

Burlesque dancer (Satyric dancer), 1926 © André Kertész

Nato a Budapest nel 1894, comincia a fotografare molto presto con una piccola ICA 4,5×6. Riprende perlopiù scene di vita cittadina, contadini, animali, interni domestici e ritratti dei suoi familiari. Per sviluppare meglio le sue potenzialità fotografiche, non trovando opportunità valide nel suo Paese, si trasferisce a Parigi nel 1925. Qui entra nel pieno fermento della cultura artistica europea dei primi decenni del Novecento e frequenta personaggi come Man Ray, Berenice Abbott, Mondrian, Chagall, Brancusi, Eisenstein e Brassaï, gloriosi esempi della straordinaria fioritura delle arti visive nelle sue tante declinazioni: dal neopittorialismo allegorico alla visione più straight della fotografia documentaria, fino alle sperimentazioni sulla struttura e sulla plasticità delle forme. In questa effervescenza carica di possibilità Kertész compie fin da subito una scelta ben definita che porterà avanti per tutta la sua vita: occuparsi di ciò che accade intorno a lui, piccoli fatti che non cambiano le sorti del mondo, ma danno un senso del tutto personale all’istante. «Non importa il successo immediato – ricorda – presto o tardi scoprirai ciò che quell’immagine significa per te e ritroverai l’emozione del momento in cui l’hai scattata». Un concetto di cui Cartier-Bresson, per sua stessa ammissione, gli sarà debitore.Il diario degli istanti Le fotografie di Kertész nascono, dunque, da un intento più espressivo che comunicativo, tutt’altro che naïf. Nonostante la semplicità dei soggetti e l’essenzialità delle inquadrature, la costruzione delle sue immagini è frutto di un’attenta e raffinata regìa formale e spaziale. Per attuarla sceglie il piccolo formato, poco vincolato ai tecnicismi e a un lungo lavoro preparatorio che farebbero sfumare l’attimo. Con la sua Leica riprende spesso scene dall’alto, un punto di osservazione con il quale «posso inglobare nell’inquadratura tutto quello che desidero» – spiegherà. Realizza così una serie di vedute dalla finestra del suo appartamento che affaccia sul parco di Washington Square, al Greenwich Village di New York; qui si era trasferito da Parigi nel 1936 per lavorare con l’agenzia cinematografica Keystone di un amico ungherese. Il suo contratto dura un solo anno, ma finirà per restare oltreoceano per tutta la vita. Quando scoppia la guerra, però, ha difficoltà a muoversi per strada con la fotocamera poiché negli Stati Uniti è considerato una sorta di nemico, né può tornare in Europa. Inoltre, il fotogiornalismo statunitense è molto diverso da quello europeo. Le sue fotografie sono considerate troppo intime ed emozionali dai giornali che chiedono soprattutto immagini documentarie. Scaduto il contratto con l’agenzia si dedica alle vedute di interni e alle nature morte e collabora con numerose riviste tra cui Vogue, Harper’s Bazaar, Look, House and Garden. Nel 1944 ottiene la cittadinanza americana e alcuni anni dopo firma un contratto con l’editore Condé Nast. La collaborazione prosegue fino al 1962 quando decide di abbandonare il mondo dell’editoria per tornare alla vera fotografia, quella che risponde a un impulso interiore, fatta solo per se stesso. Comincia a esporre in grandi mostre, pubblica libri, ottiene consensi dalla critica e dal collezionismo e presenzia alle più importanti manifestazioni internazionali di fotografia fino agli ultimi anni della sua vita.

Il realismo magico di Kertész

Mentre si trova a Parigi, il direttore della rivista Sourire gli commissiona alcune fotografie a tema libero. Kertész, che già da tempo era affascinato dalla distorsione visiva – illuminante fu la fotografia del nuotatore sott’acqua che aveva scattato nel 1917 – noleggia uno specchio deformante da alcuni circensi e realizza una serie di nudi assoldando come modella un’amica del direttore. Quest’ultimo ne resta molto colpito e pubblica alcune di quelle immagini. Kertész ne raccoglie altre duecento per un libro finanziato da un editore tedesco. L’ascesa al potere di Hitler, però, ne blocca la pubblicazione. Riesce ugualmente a esporre alcune stampe al Moma di New York, seppur con il sesso occultato. Il libro con i nudi distorti vedrà la luce solo nel 1976.

 

Burlesque dancer (Satyric dancer), 1926 © André Kertész

Elton John: “La fotografia mi ha salvato”

Elton John ha donato più di 7000 fotografie d’autore, tra cui Man Ray, Richard Avedon, Irving Penn, David Bailey, Cindy Sherman, Sam Taylor Wood al Victoria and Albert Museum di Londra, uno dei musei storici della città, fondato dalla Regina Vittoria e dal principe consorte nel 1852. Le fotografie verranno esposte in una galleria a lui dedicata.
La galleria dedicata al cantante si chiamerà Elton John and David Furnish gallery, e raccoglierà le opere fotografiche della collezione privata del cantante.
Molti capolavori esposti e non poteva essere altrimenti dal momento che Elton John è un intenditore.
Per il cantante la fotografia è stata essenziale per riuscire a disintossicarsi dalla dipendenza da alcol e stupefacenti.
Siamo immensamente grati a Sir Elton John e David Furnish per la loro generosità nel sostenere il nostro Photography Centre. Siamo uniti da un profondo impegno per il mezzo e ci sono enormi sinergie tra le nostre collezioni, in particolare intorno alla fotografia moderna e contemporanea del XX secolo”, dichiara Tristram Hunt, direttore del V & A. “La collezione di fotografia di Sir Elton John è stata la principale finanziatrice della nostra esposizione del 2014, ‘Horst: Photographer of Style?. Non vedo l’ora di rafforzare la nostra collaborazione con Sir Elton, David e il loro team e di vedere le nostre collezioni in dialogo in una mostra fotografica nuova e rivelatrice“.
Immagine via Wikipedia

Ferdinando Scianna in mostra alla Galleria d’arte moderna di Palermo

Leonardo Sciascia. Racalmuto, 1964 © Ferdinando Scianna

Negli spazi espositivi della Galleria d’arte moderna di Palermo, ha aperto al pubblico la grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con oltre 180 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l’intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.
Una grande mostra antologica come questa di Palermo, a settantacinque anni, è per un fotografo un complesso, affascinante e forse anche arbitrario viaggio nei cinquant’anni del proprio lavoro e nella memoria. Ecco già due parole chiave di questa mostra e del libro che l’accompagna: Memoria e Viaggio. La terza, fondamentale, è Racconto. Oltre 180 fotografie divise in tre grandi corpi, articolati in diciannove diversi temi. Questo tenta di essere questa mostra, un Racconto, un Viaggio nella Memoria. La storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia”, dichiara Ferdinando Scianna.

Ferdinando Scianna a Palermo: le sezioni della mostra

LA MEMORIA, Bagheria – La Sicilia – Le feste religiose
IL RACCONTO, Lourdes – I bambini – Kami – Il dolore
OSSESSIONI, Il sonno – Le cose – L’ombra – Bestie – Gli specchi
IL VIAGGIO, America – Deambulazioni – I luoghi
RITRATTI RITI E MITI, Le cerimonie – Donne – Marpessa
Per approfondire i contenuti dell’esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione.
In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. È inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna.

FERDINANDO SCIANNA
Viaggio Racconto Memoria
Fino 28 luglio 2019, Palermo, Galleria d’arte moderna, Via sant’Anna 21
A cura di Paola Bergna, Denis Curti, Alberto Bianda, Art Director
Info e prenotazioni
091.8431605
info@gampalermo.it
www.mostraferdinandoscianna.it

 

Come immortalare i meravigliosi paesaggi alpini, la flora e la fauna d’alta quota

Sebbene la maggior parte dei vacanzieri italiani preferiscano di gran lunga dotarsi di pinne, fucile ed occhiali, sono moltissimi i devoti della montagna. Nella loro valigia, accanto agli scarponi, non può mancare una macchina fotografica: i paesaggi naturali sono spesso meravigliosi. Una delle difficoltà maggiori non è trovare i soggetti, né fare buone foto, come vedremo: è quella di trasportare la strumentazione, visto che oltre a obiettivi, schede e batterie di ricambio, è consigliatissimo l’uso del treppiede. Altra zavorra nello zaino. Madre natura, lassù, offre dei soggetti impareggiabili. Scenari da restare senza fiato, non solo per il poco ossigeno. Paesaggi meravigliosi, sempre diversi a seconda del momento della giornata e delle condizioni atmosferiche. Nelle lunghe sessioni di trekking si presentano anche altri soggetti niente male, come fiori rari e animali selvatici. Ottimi per dei “close-up”: le inquadrature strettissime, a tutto zoom, con lo sfondo naturale sfumato al punto giusto. Foto di sicuro effetto, che non comportano particolari difficoltà. Da non sottovalutare, anche in ambienti quasi del tutto incontaminati, il contributo dell’uomo: a volte le baite, le casette circondate dal verde, sono incantevoli.
Particolare attenzione è richiesta dall’acqua, in tutte le sue forme. Meno problematico il soggetto fiume o lago, anche se in quest’ultimo caso occorre stare attenti ai riflessi; più difficile “affrontare” un ghiacciaio o le distese di neve: il riflesso della luce spesso è difficile da gestire, e si rischia la sovraesposizione. In questo caso molte macchine, dalle reflex alle compatte, ci aiutano con un programma fatto apposta. Se vogliamo immortalare una cascata, meglio allungare i tempi di posa. Più si sale in quota, più aumenta la percentuale di raggi ultravioletti che conferiscono alle immagini una forte dominante azzurrina. I filtri UV o Skylight, in vendita nei negozi di fotografia attorno ai 15 euro, la riducono.

Immortalare i meravigliosi paesaggi alpini, la flora e la fauna d’alta quota

Quando si acquista una fotocamera reflex, conviene sempre comprare un filtro. Se non altro per proteggere l’obiettivo da polvere e intemperie. In montagna però è meglio dotarsi di un filtro specifico, polarizzatore, per migliorare le riprese. È un filtro formato da due vetri polarizzati ortogonalmente, uno dei quali può ruotare sull’altro. Con questa rotazione si elimina parte della luce che illumina la scena, fin quasi alla sua estinzione totale. Il filtro contribuisce anche a saturare i colori e ridurre la dominante azzurrina.Per restituire la grandiosità di questi paesaggi, via la mano dallo zoom: serve un campo di ripresa ampio. Bene una focale normale, ovvero una messa a fuoco automatica; meglio ancora quella grandangolare: ideale un obiettivo da 18 o 4 millimetri.
Le riprese di paesaggi richiedono l’uso del treppiede. Anche se il terreno è sconnesso, le gambe regolabili singolarmente aiutano a trovare il piano ideale. In alta montagna, magari dopo una salita faticosa, è probabile non avere la mano salda e impartire alla macchina dei tremolii.
Quando è meglio fotografare? Evitare le ore centrali della giornata: meglio una levataccia, comunque consona a una vacanza montana.
Non male anche la luce della sera. L’illuminazione laterale, dovuta al sole nascente o calante, esalta forme e volumi.

Al calar del sole: Le foto al tramonto sono le più suggestive. Ecco i consigli per scatti perfetti

Le foto “wow”, quelle che lasciano sicuramente a bocca aperta chi le guarda, hanno un misto magico di atmosfera,forme e colori. Ma quando scattarle? Nessun momento è migliore del tramonto: l’illuminazione è molto direzionata, e permette di giocare con le ombre, con le forme. La luce, per via della sua dominante, è molto calda. Anche questo porta ad avere soggetti con un rilievo e una plasticità unici, senza eguali in altri momenti della giornata. Il soggetto preferito al crepuscolo è spessoproprio il sole che, pian piano, scompare dietro l’orizzonte. Magari si tuffa nel mare: una foto di sicuro effetto, soprattutto se si usa un potente teleobiettivo che, grazie all’effetto prospettico, ingigantisce la palla solare, che pare infuocata. In ogni caso, non dobbiamo aver fretta di andarcene, dopo il tramonto. A volte le sfumature, nei momenti immediatamente successivi al calar del sole, sono altrettanto d’effetto.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: le regolazioni

Sulla compatta:

  • Scegliere il programma specifico “Tramonto”, che poi è lo stesso dell’alba, visto che le condizioni di luce sono equiparabili. È una modalità molto simile a quella “paesaggio”, ma adattata per realizzare fotografie quando c’è scarsa illuminazione. Nei ritratti in controluce, con il sole che tramonta dietro il soggetto, attivare il flash in modalità “Lampo di schiarita”.

Sulla reflex:

  • Usare il D-Lighting attivo: riduce la perdita di dettagli nelle aree con alte luci e ombre.
  • Impostare l’esposizione a “priorità dei diaframmi”, per avere il controllo sulla profondità di campo.
  • Impostare la lettura esposimetrica a matrice su tutto il campo inquadrato, per ridurre l’importanza della forte luce del sole.
  • Azionare la sovraesposizione intenzionale di 1 EV quando si riprende con il sole in macchina. Altrimenti l’esposimetro viene ingannato e fornisce indicazioni errate che portano anche a forti sottoesposizioni.
  • Se si usa il flash accessorio per schiarire le ombre impostarlo nella modalità “TTL Fill Flash”. Esponendo per il cielo è possibile ottenere l’effetto silhouette, ovvero una sottoesposizione molto forte degli oggetti in controluce, che diventano sagome nere.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: l’accessorio 

Per fotografare al tramonto serve un paraluce, perché l’illuminazione laterale porta alcuni raggi a “entrare nell’obiettivo”, provocando riflessi all’interno delle lenti che causano il cosiddetto “flare”: un deciso decadimento dell’incisione dell’immagine. Il paraluce elimina anche quei dischetti di luce sovrapposti all’immagine con la forma del foro del diaframma, chiamati “fantasmi”.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: i consigli

  • Per avere il sole molto grande è necessario usare una potente focale tele. Almeno 200mm, meglio se più lunga.
  • Per un ritratto sulla spiaggia della vacanza scegliere sempre l’ora del tramonto. In modo particolare i minuti che precedono la scomparsa del sole e quelli immediatamente successivi. Si hanno sfumature di luce come in nessun altro momento della giornata.
  • Il tramonto è l’unico momento della giornata in cui si può fotografare con il sole che illumina direttamente il soggetto. Il momento adatto è quando lo stesso soggetto può guardare l’astro senza socchiudere gli occhi.

Fino a che punto spingersi per una foto? I Daredevils Selfie

Fino a che punto spingersi per una foto?

A cura di Denis Curti

Angela Nikolau è una ragazza russa di ventiquattro anni figlia di trapezisti del circo di Mosca e il suo profilo Instagram conta più di mezzo milione di seguaci. Al contrario di quel che si possa pensare, Angela non è una modella ma, come da tradizione nella sua famiglia, ciò che condivide è l’amore per il pericolo e scatti di lei in equilibrio sui grattacieli più alti del mondo.  

La sua vita è letteralmente appesa a un filo e, nonostante ciò, continua settimanalmente a pubblicare foto dove un semplice colpo di vento o un piede messo nella posizione sbagliata possono portarla alla morte. Molte aziende internazionali fanno a gara per poter sponsorizzare o comparire in uno dei suoi post, sostenendo e alimentando indirettamente la sua pericolosissima pratica, illegale in quasi tutti gli Stati, e soggetta a un dilagante fenomeno di emulazione tra i ragazzi di tutto il mondo.

Un business milionario quello dei selfie estremi, detto anche Daredevils Selfieche ha già provocato molte vittime in tutto il mondo e fatto correre ai ripari diversi governi promuovendo un vademecum per i selfie sicuri. Alla luce di questo fenomeno globale rifletto e mi chiedo che valore si dia oggi a una fotografia. Possibile che questa sia diventata così fondamentale per affermare la nostra identità tanto da mettere in pericolo la nostra stessa esistenza? Nella storia della fotografia, diversi sono stati i fotoreporter che per uno scatto hanno perso la vita, come Robert Capa, che nel 1954 morì in seguito all’esplosione di una mina durante la Prima Guerra dell’Indocina mentre saliva su un terrapieno per poter scattare una foto, o David Seymour (Chim), che fu brutalmente assassinato nel 1956 in Egitto durante la crisi del Canale di Suez. Questi grandi reporter, come molti altri nei decenni, hanno sacrificato la loro vita per poter documentare la Storia e spesso i loro scatti hanno influenzato eventi mondiali.

Oggi, invece, ciò che muove le persone sembra essere semplice esibizionismo ed esaltazione collettiva.

Foto notturne perfette: lo spettacolo del cielo stellato

L’ABC per scattare di notte

Diversi soggetti del cielo notturno richiedono attrezzature specialistiche per essere ritratti. Ma anche se non hai intenzione di procurarti un telescopio o un astroinseguitore, usando il tuo normale corredo avrai l’occasione di fare scatti memorabili: l’importante è tenere a mente queste quattro regole d’oro, prima di avventurarti nella tua nottata fotografica 

Attrezzatura: gli essenziali per la fotografia notturna

REFLEX: assicurati di avere una o due batterie completamente cariche.
OTTICA LUMINOSA: e ottiche luminose (quelle con l’apertura massima da f/1.4 a f/2.8) sono da preferirsi, per non essere costretti ad alzare gli ISO a causa di un obiettivo “lento”. Uno zoom grandangolare ti permetterà di riprendere un panorama siderale in una sola inquadratura, mentre un tele tra i 300 e i 600mm è perfetto per fotografare la Luna.
TREPPIEDE SOLIDO: Anche l’esposizione più breve durerà parecchio, quindi un treppiede robusto è fondamentale. Assicurati che le gambe siano bloccate.
COMANDO A DISTANZA: con la macchina ben fissata sul treppiede, bisogna assicurarsi di evitare il minimo movimento. Un comando a distanza – tramite un cavetto o un’app Nikon – garantirà la nitidezza dell’immagine, evitando il mosso.
TORCIA ELETTRICA: una torcia è necessaria, non solo per esigenze di sicurezza. Ma dopo che l’avrai usata al buio più completo, la sua luce rischia di abbagliare la tua visione. Con un semplice filtro rosso puoi risolvere l’inconveniente.
SMARTPHONE: dal tracciare il corso lunare con PhotoPills, ad attivare le fotocamere compatibili con Snap- Bridge, le app per la fotografia rendono gli scatti notturni molto più facili. Ti spiegheremo quali sono le più utili per ciascuna situazione.

Foto notturne: trucchi 

Imposta la macchina così: Usa il Manuale e il display in Live View. Poi preparati a tempi di posa lunghi

Messa a fuoco: isistemi autofocus non funzionano bene di notte, perciò devi affidarti alla messa a fuoco manuale. Anche così, quando c’è poca luce, può essere difficile trovare un soggetto adatto e isolato. Usare Live View ingrandendo ogni area illuminata nell’inquadratura può rendere le cose più facili rispetto a focheggiare dal mirino; alzare gli ISO a 6400, o anche di più, certo non fa male. Per mettere a fuoco un soggetto vicino alla macchina, usa la torcia elettrica per illuminarlo mentre ruoti l’anello della messa a fuoco.

Sensibilità: come la messa a fuoco, l’inquadratura dal mirino può risultare impossibile in certi casi. Comincia quando c’è ancora un po’ di luce per stabilire l’inquadratura; ma se è buio l’unica possibilità è Live View. Alzare molto gli ISO ti permette di vedere meglio nel display, ma ricordati di ritornare al valore stabilito, per lo scatto, altrimenti otterrai un risultato molto sovraesposto ed estremamente rumoroso.

Esposizione: l’esposimetro della macchina non serve a niente nelle foto notturne, perciò per stabilire l’esposizione devi fare affidamento sull’intuizione e sull’esame della foto scattata, per valutarne la luminosità. Passa alla modalità Manuale per le esposizioni fino a trenta secondi, mentre per certi effetti ti serviranno tempi di posa ancora più lunghi. Usa la modalità B (Bulb), che trovi scorrendo i tempi dopo trenta secondi nella scala dei tempi di esposizione. In questo modo l’otturatore rimarrà aperto per tutto il tempo in cui tieni premuto il pulsante di scatto sul comando a distanza.

Bilanciamento: Se sei vicino a una città, prova il preset Incandescenza; se sei al buio, prova Sole diretto. Scattare in RAW anziché in JPEG ti permetterà di affinare il bilanciamento del bianco in post-produzione.

La Fotografia della settimana: Marc Riboud. Con Fidel Castro il giorno dell’assassinio di JFK

© Marc Roboud, Cuba 1963

Il 22 Novembre 1963 viene assassinato a Dallas il Presidente John Fitgerald Kennedy. In quei giorni, Marc Riboud è Cuba per incontrare Fidel Castro.


© Marc Riboud, Cuba 1963
© Marc Riboud, Cuba 1963
Tra le molte, moltissime storie che si intrecciano con la Storia che si è compiuta a Dallas il 22 Novembre del 1963, ce n’è una in particolare che parla di fotografia. E di fortuna. Quel giorno, Marc Riboud si è trovato nel posto giusto al momento giusto: Cuba.
Inviato sull’isola per un reportage, alla vigilia dell’attentato di Dallas Marc Riboud era insieme al giornalista dell’Express Jean Daniel. Trascorrono parecchi giorni in attesa di incontrare Fidel Castro, il quale fissa un appuntamento quando ormai i due, un classico, erano pronti a rinunciare e a rientrare prima negli Stati Uniti e poi in Francia. Fidel Castro incontra i due francesi la sera del 21 novembre, nella sua residenza estiva a 120 Km da L’Havana. Inizierà a parlare alle dieci di sera e finirà alle quattro del mattino. Marc Riboud scatta foto in continuazione, documenta la gestualità di Fidel Castro, le persone che gli si avvicinano, che entrano ed escono da quella stanza, vuole fissare sulla pellicola il carisma del Lider Maximo. La mattina del 22 Novembre Marc Riboud riparte. Insieme a Fidel e ai suoi collaboratori resta solo Jean Daniel. Alle 13.30 Fidel Castro riceve una telefonata. “Como? Un atentado?” dice al telefono. E, dopo aver chiesto quali erano le condizioni del Presidente degli Stati Uniti, ripete tre volte a Jean Daniel e alle persone in quella stanza: “Ecco, una pessima notizia”.

Tina Modotti: una mostra ne celebra il mito

ina Modotti, Ragazza che trasporta l’acqua, Messico, 1927

Tina Modotti: fotografa rivoluzionaria

La mostra a Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, nella rinascimentale sede di Palazzo Bisaccioni, celebra Tina Modotti, una delle più grandi fotografe del Novecento, attraverso una mostra che vuole delineare la sua vicenda esistenziale oltre che artistica, celebrandone il mito, ma raccontando anche gli aspetti più privati. Fotografia e vita collimano, l’una a raccontare l’altra con un intento di onestà, passione e ideali. La mostra “Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria” è composta da sessanta fotografie provenienti dalla Galerie Bilderwel di Berlino di Reinhard Schultz, che ne è anche il curatore. Obiettivo del progetto espositivo, ideato da Francesca Macera, è quello di ripercorrere le affascinanti vicende biografiche di Tina Modotti, far scoprire la sua grande abilità di fotografa e le passioni che ne condizionarono in maniera determinate l’esistenza, attraverso un percorso che si snoda in sei tappe, che ripercorrono i luoghi, le immagini, gli amici, gli amanti che fecero parte dell’affascinante universo di Tina. Di origini friulane, giovanissima emigrò negli Stati Uniti per poi trasferirsi in Messico, dove partecipò attivamente alla fervida vita culturale e politica che negli anni Venti del Novecento animava il paese.

Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria

La mostra si apre con la sezione dedicata alle sue origini e alla sua storia familiare. Nata a Udine nel 1896 a cause delle difficili condizioni di vita, a soli diciassette si imbarca su un piroscafo diretta verso la California, dove la attendevano a San Francisco il padre e la sorella. Lì conosce e si innamora del pittore canadese Roubaix de l’Abrie Richey, detto Robo e con lui si trasferisce a Los Angeles. La seconda sezione documenta la sua breve carriera hollywoodiana, in qualità di attrice del cinema muto. Scritturata per parti da avvenente femme fatale, partecipa a diverse pellicole, tra cui The Tiger’s Coat del 1920 diretta Roy Clements, unico documento cinematografico superstite della carriera di attrice di Tina Modotti. Snodo fondamentale del percorso è la terza sezione, relativa alla fotografia, che Tina scoprì grazie all’incontro con il fotografo statunitense Edward Weston, che per molti anni fu suo mentore e con il quale si trasferì in Messico nel 1923 e intrecciò anche una lunga ed appassionata relazione sentimentale. Entrambi influenzati dal costruttivismo europeo e dall’estridentismo messicano, fotografano inizialmente gli stessi soggetti e oggetti, ma già da queste prime prove inizia a delinearsi la visione e la personalità fotografica densa di umanità della Modotti. Ne sono un esempio in mostra Serbatoio n. 1con i volumi accentuati da prospettive geometriche, o l’ammorbidirsi delle linee nella celebre Calle in cui tutto viene giocato nel contrasto tra luce e ombra. Weston rimane una presenza costante nella vita di Tina, ma l’amore è destinato a finire, quando la sua passione politica la allontana irrimediabilmente dall’estetica formale del fotografo statunitense. Per questo assoluto protagonista della quarta sezione in mostra è ilMessico, terra di passioni e tumulti, in cui la giovane Tina trova rifugio, amore e soprattutto ispirazione. Qui si concentra soprattutto sul ritratto e sul soggetto umano, raffigurandolo sempre da un punto di vista inedito con l’obiettivo di evidenziarne la dimensione emotiva. La sua attività di fotografa va di pari passo con il suo impegno politico, umano e sociale e i suoi scatti sono pubblicati dai più importanti giornali del tempo, come Il Machete, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano, i cui fondatori sono i pittori Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e Clemente Orozco, che diventano suoi intini amici. Al centro della quinta sezione, dedicata alle passioni che pervasero la sua vita, ci sono le fotografie degli amici, artisti ed intellettuali tra cui anche Frida Kahlo, Julio Antonio Mella, Vittorio Vidali che con la loro presenza animavano le lunghe serate di festa e di dibattito politico ed esistenziale. La tensione politica in Messico è alle stelle a causa dello scontro internazionale tra stalinisti e trotskisti e la stessa Tina videne accusata di aver partecipato prima all’omicidio di Julio Antonio Mella, rivoluzionario cubano con cui visse una breve ed intensa storia d’amore, e poi all’attentato al presidente messicano Pascual Ortiz Rubio. Siamo alla fine degli anni ’30 e, dopo 12 giorni di carcere, viene espulsa dal paese per essersi rifiutata di rinnegare il comunismo. Iniziano così le sue missioni in un’Europa alle soglie della Seconda Guerra Mondiale insieme all’onnipresente Vittorio Vidali, personaggio di spicco del partito comunista. Il sempre crescente coinvolgimento di Tina nella politica è al centro della sesta e ultima parte del percorso espositivo, un coinvolgimento tale che la porta ad abbandonare la fotografia per dedicare tutte le sue energie all’attivismo, un impegno totalizzante che la spinge per lunghi periodi in Russia, Francia e Spagna, e poi a tornare in Messico, fino alla sua misteriosa morte avvenuta nel gennaio del 1942 a Città del Messico dentro a un taxi che la sta riportando a casa.
A completare il percorso della mostra la proiezione integrale del film The Tiger’s Coat, lungometraggio che vede una giovane e bellissima Tina Modotti nel ruolo di protagonista. Lanciata sui giornali dell’epoca come una bellezza sensuale ed esotica, interpreta il ruolo in maniera personale ed originale concentrandosi sull’espressività del volto, meno smaccata delle altre attrici del muto, dimostrando anche in questo campo la sua assoluta modernità e il suo modo di andare controcorrente.

L’obiettivo di Tina Modotti è stato sempre quello raccontare il mondo e le diverse sfaccettature della vita senza la pretesa di fare arte, ed è proprio questa sua peculiarità che ancora oggi affascina e rende la sua storia umana, artistica e politica ancora attuale e la consacra come una delle maggiori fotografe del Novecento.

 

Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria a cura di Reinhard Schultz progetto espositivo ideato da Francesca Macera
13 aprile –1 settembre 2019
Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi
Palazzo Bisaccioni, Jesi(AN) 

 

1 2 3 98
0 0,00
Go to Top