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La Fotografia della settimana: il ritratto di René Burri a Ernesto Che Guevara

© Rene Burri / Magnum Photos

Il 9 ottobre del 1967 moriva in Bolivia Ernesto Che Guevara, immortalato qualche anno prima da René Burri in un’immagine destinata ad entrare nella storia.

© Rene Burri / Magnum Photos
© Rene Burri / Magnum Photos

Per fortuna qualcuno conserva i provini a contatto, altrimenti ci ricorderemmo più delle icone, che fanno la Storia, che delle fotografie, che hanno una storia. René Burri, fotografo svizzero membro di Magnum, ha rischiato seriamente di restare identificato con questa fotografia di Ernesto Che Guevara, scattata a Cuba nel 1963 e diventata icona più di ogni altro suo ritratto ai personaggi chiave del XX Secolo. In quel periodo René Burri si trovava a Cuba con Henri Cartier-Bresson. Uno lavorava per a rivista Look, l’altro per Life. Burri incontra il Che, Ministro dell’Industria, nel suo ufficio a L’Avana e coglie la rara occasione di fotografarlo per una rivista americana, anche se il Che non la prende troppo bene: non lo guarderà per tutto il tempo. Il risultato sono otto rullini che ritraggono Che Guevara in ogni tipo di situazione: seduto, sorridente, arrabbiato, concentrato, mentre accende l’ennesimo Havana. Tra questo grande numero di scatti, solo uno diventerà l’icona che conosciamo e che condividiamo per gli anniversari. La rivista taglierà male quel ritratto ma Burri, pur sottolineando la cattiva messa in pagina della foto, ha sempre detto con grande modestia che “quella fotografia è entrata nel nostro immaginario grazie al Che e al suo grande sigaro, non al mio lavoro”.

Reza Khatir: la fotografia come progetto di conoscenza, pratica di ascolto e lente per riflettere.

Pacato, riflessivo, sempre curioso. Reza Khatir è un apolide, un uomo libero di mettere radici nel mondo. Iraniano, ha abitato a Tehran fino alla seconda metà degli anni Sessanta per poi vivere in Inghilterra, a Parigi e a Locarno, in Svizzera. Un passato da fotoreporter in Medio Oriente per poi decidere di lavorare su progetti personali, dove ricerca e passione, sentimento e visione, risultano gli strumenti del suo tool box comunicativo. L’elemento distintivo del suo fotografare, oggi, è la bellezza nell’imperfezione.

Ho iniziato il mio percorso professionale – dichiara l’autore – utilizzando la pellicola e, spesso, delle camere di grande formato come il Sinar 20×24. Ero interessato all’alta definizione e alla qualità. Ultimamente, la mia fascinazione verso la lomografia è dettata proprio dal contrario, cioè dall’utilizzo di prodotti assolutamente low-tech, con il fondamentale vantaggio che si possono avere degli ingrandimenti importanti senza perdere la qualità, perché la qualità non c’è a priori. L’unica clausola nascosta è che, vista la totale imprevedibilità e i limiti che un apparecchio con un tempo di esposizione unico e un diaframma approssimativo comportano, l’uso della lomografia richiede una certa competenza e pazienza. In fondo, questo mi permette di rivivere la magia di quella fotografia con la quale sono cresciuto.

Intervista a Reza Khatir

 

Cos’è per te la fotografia?
Per molti anni, quando pensavo a questo mezzo, mi veniva sempre in mente la frase di Edward Steichen quando diceva che serve a far conoscere un uomo a un altro uomo e l’uomo a se stesso. Oggi, per me, la fotografia è memoria. Tu comunichi qualcosa che hai già dentro. Te stesso, il tuo vissuto. Forse la natura ha inventato l’uomo per avere un testimone, qualcuno che documenti; solo che, purtroppo, uno dei nostri problemi è che non abbiamo più una  memoria incontaminata, siamo talmente bombardati dalle immagini che non riusciamo più ad immaginare una cosa nostra. Questo inizia a mancarci. A questo serve la fotografia per me, a ricordarci chi siamo.

«Sono un immagazzinatore di situazioni senza la macchina fotografica. Non la porto mai con me. Raccolgo con gli occhi»


Le lune di Saturno, 2009 Diana 6x6 cm, Kodak Portra 160
Le lune di Saturno, 2009
Diana 6×6 cm, Kodak Portra 160

Che senso ha realizzare degli scatti quando su Facebook sono presenti 250 miliardi di immagini?
C’è la febbre di condividere il caffè che hai appena bevuto. Abbiamo perso il senso di responsabilità nel produrre delle foto. Nella facilità di postare scatti realizzati ovunque, anche in luoghi privati, c’è un atteggiamento che faccio fatica a comprendere. Manca l’attenzione alla persona e soprattutto a chi hai vicino. Ci si rivede sui social dopo aver partecipato a una festa privata senza che nessuno ti abbia chiesto nulla. Inoltre, tutti scattano e nessuno produce più una stampa. A casa mia, sulla parete della cucina, ho le foto della famiglia. Il mio album è lì. Vedo i loro volti e loro sono sempre intorno a me. Questo è il mio patrimonio.

«Insegnare è molto gratificante, soprattutto quando riesci a trasmettere la tua esperienza»

“Nell’arco degli anni ho realizzato circa cinquecento fotografie con la Polaroid di massimo formato (50×60 cm). Quest’immagine è parte di una serie di trenta ritratti di richiedenti asilo ospitati in un ex-orfanatrofio in attesa della decisione delle autorità. Tra i lavori degli ultimi anni, rimane la mia preferita. È l’unico portfolio in Polaroid che ho conservato nella sua interezza. Nessuna foto è stata, né sarà mai venduta singolarmente”.

Cos’hai imparato lavorando in questi trent’anni?
Che tutto ha un ciclo. Ho realizzato dei lavori che in un determinato momento non creavano l’interesse desiderato. Vent’anni dopo sono stati riscoperti e apprezzati. Alle volte capita di essere in anticipo con i tempi. Ho imparato che bisogna sempre fare quello che ti riesce meglio, senza seguire le tendenze. E soprattutto, come ritrattista, ho imparato a rispettare le persone che fotografo e che si mettono a disposizione per aiutarmi a raggiungere il mio scopo. Pero, il mio scopo non potrà mai essere più importante della dignità della persona. In tutti questi anni non ho mai fatto firmare una liberatoria a nessuno, salvo per i lavori commerciali o pubblicitari. Se voglio fotografare qualcuno, famoso o no, non faccio mai uno scatto “rubato”, chiedo sempre e se la persona in questione non può dedicarmi un po’ del suo tempo per entrare in una comunicazione intensa con me, piuttosto rinuncio.

«Inizialmente, avrei voluto studiare cinema. È però un’arte collettiva. La fotografia è, invece, più vicina al mio essere. Io sono un solitario. Amo lavorare in autonomia»

“Appartiene a una serie di undici fotografie dedicate ai miei antenati. Sono immagini di inizio Novecento scattate da un mio avo e combinate con delle fotografie realizzate da me. In camera oscura ho creato dei montaggi. Ogni immagine è un originale unico, risultato di tre o quattro negativi sovrapposti. Ho voluto cancellare i volti delle figure per rendere l’atmosfera ancora più fantasmatica e misteriosa”.

 

 

Di Giovanni Pelloso

Ettore Mo: i ricordi di un inviato speciale in compagnia di Luigi Baldelli

Burkina Faso © Luigi Baldelli

Il suo nome appartiene a quella ristretta cerchia di reporter di guerra considerati tra i più prestigiosi e singolari del giornalismo italiano. Colleghi e amici gli riconoscono, oltre all’interminabile desiderio di raccontare le storie degli uomini, due grandi doti: l’ironia e il coraggio. Da vent’anni forma con Luigi Baldelli una coppia indissolubile. Uno, giornalista di penna, l’altro, giornalista con la macchina fotografica. A ben vedere, essi rimangono gli ultimi rappresentanti di una tradizione giornalistica che anteponeva l’efficacia di una valida narrazione testuale e visiva alle logiche del marketing e alle soluzioni in economia.

«Sguattero e cameriere a Parigi e Stoccolma, barista nelle Isole della Manica, bibliotecario ad Amburgo, insegnante di francese (senza titoli, naturalmente) a Madrid, infermiere in un ospedale per incurabili a Londra e infine steward in prima classe su una nave della marina mercantile britannica». Queste le parole di Ettore Mo, storico corrispondente di guerra del Corriere della Sera, nel ricordare gli esordi lavorativi. Nel 1962 è l’inizio della carriera giornalistica. Amante dell’avventura e deciso a raccontare il mondo, intervisterà capi di stato e guerriglieri, i Beatles e gli ultimi della Terra. A Il Fotografo, il decano dei giornalisti italiani rivela il sodalizio professionale con il fotografo Luigi Baldelli.

«Ci incontrammo per caso a Sarajevo nel maggio del 1995. Io ero già un vecchietto di oltre sessant’anni e vantavo un’anzianità aziendale di circa trent’anni al Corriere della Sera, da topolino di redazione a Milano a inviato speciale (ma già coi capelli tutti bianchi) in prima linea sui fronti di guerra. Quella sera, mentre facevo uno spuntino in un bar di periferia della capitale bosniaca dove il giornale mi aveva spedito per seguire la guerra nei Balcani, mi trovai di fronte il giovane fotoreporter Luigi Baldelli (30 anni di meno) che si era già imposto a settimanali e riviste internazionali con servizi dal Medio Oriente, Africa ed ex URSS. Sono bastate poche parole, scaturite con l’aroma di un buon vino locale, per accordarci sui termini di una nuova, intensa collaborazione che dura tutt’ora. Per rispetto dell’età, il ragazzo continua a chiamarmi “zio”, senza però mai arrivare al “nonno” nel timore, forse, di scatenare la mia reazione. Su una cosa però eravamo pienamente d’accordo: per raccontare una vicenda occorreva andare sul posto. I pezzi anonimi costruiti sulle agenzie (anche se documentatissimi) non avrebbero mai potuto offrire la sensazione o la schiettezza della testimonianza diretta. Allo stesso tempo non potrei giurare che siamo riusciti nell’impresa. Però sul posto ci siamo sempre andati, perché per raccontare una storia ci siamo sempre detti che bisogna “usmare”, ossia annusare. E questa voglia di vedere, raccontare, sentire gli odori, ci ha portato dall’Afghanistan al Sud America, dall’Africa all’Asia, dalla Siberia al Messico. Ovunque ci fosse stata una storia da raccontare.

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Di Giovanni Pelloso e Ettore Mo

La Fotografia della settimana: Il Kuwait in fiamme di Sebastião Salgado

Kuwait © Sebastião Salgado

Il 28 novembre del 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU autorizza l’intervento militare in Iraq. Una guerra ricordata oggi, oltre che per le lunghe dirette televisive, anche per le immagini di Sebastião Salgado dal deserto del Kuwait in fiamme.

Ogni fotografia ha sempre un prima e un dopo, così come ogni storia. La prima guerra del Golfo, scoppiata con l’operazione Desert Storm la notte del 17 gennaio 1991 viene di fatto autorizzata due mesi prima, con la risoluzione ONU 678 del 28 novembre 1990. Esiste poi un “durante”: tutti noi ricordiamo le dirette televisive della CNN (con gli scoop di Peter Arnett, unico reporter occidentale a Baghdad) di questa guerra che sembrava di transizione verso un nuovo modo di fare informazione.

Solo dopo mesi sono arrivate le fotografie scattate da Sebastião Salgado. Il primo Aprile del 1991 Salgado arriva in Kuwait, inviato per il New York Times Magazine, quando i bombardamenti sono ormai terminati ma si sta ancora consumando uno di più grandi disastri ecologici della storia recente. L’esercito di Saddam Hussein ha incendiato centinaia – 700, si è detto – di pozzi di petrolio nel deserto del Kuwait. Otto mesi dopo, alcuni pozzi bruciavano ancora.
Quando Sebastião Salgado arriva in Kuwait si trova sotto un cielo nero di polvere e fumo, il rumore delle fiamme impedisce agli uomini di comunicare, una scena apocalittica lunga mesi e mesi che alcuni eroi, così li definisce Salgado, tentano di arginare.

“Ricordo che il calore deformava gli obiettivi della mia macchina fotografica” ha scritto venticinque anni dopo Sebastião Salgado sul New York Times “le mie mascelle erano stremate dalla tensione per essere esposti ore ed ore a quelle temperature. C’era rumore, c’era puzza e c’era una continua paura di una grande esplosione. Ho capito immediatamente che avevo bisogno di attrezzature speciali se volevo fotografare da vicino quelle persone impegnate a spegnere gli incendi. Per fortuna, lungo la strada ho trovato calzature e indumenti protettivi lasciati nel deserto dall’esercito iracheno in fuga. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia moderna.

I luoghi di Milano da fotografare almeno una volta nella vita

Milano, anche se nessuno lo direbbe mai,  è una città piena di storia e presenta degli scorci davvero magnifici che un fotografo non può assolutamente perdersi.

Il faro: Sempre dritto lungo l’alzaia del Naviglio Grande sino a quando i vostri occhi incontreranno la Chiesa di San Cristoforo, considerata appunto il faro di Milano grazie al suo campanile ben visibile a chi arrivava dal Ticino  quando il Naviglio era ancora navigabile. 

I fenicotteri di Villa Invernizzi: Si tratta di uno degli scorsi più famosi dell’intera Città; i fenicotteri rosa che fanno da contorno al giardino di Villa Invernizzi si riescono a scorgere dalle inferriate che delimitano la proprietà. 

Il Duomo: Il Duomo merita una fotografia senza dubbio; ma non la classica fotografia bensì uno scatto dalle vetrate del Museo del 900:  l’opera di Lucio Fontana Neon, che sembra voler abbracciale il duomo, regala una vista e una sensazione imperdibile. 

Il palo bucato in Piazza della Repubblica: in Piazza della Repubblica, nell’area delle rotaie del tram è possibile notare un palo bucato; la struttura è stata danneggiata dalle schegge delle bombe che hanno devastato la Città durante la Seconda Guerra Mondiale ed è possibile e mai sistemato. 

Il ponte delle sirenette: si tratta di uno dei ponti che permettevano l’attraversamento del Naviglio in zona Visconti di Modrone, prima che i Navigli venissero interrati. Nel momento dell’interramento dei Navigli, il ponte è stato spostato all’interno di Parco Sempione: la leggenda vuole che toccare il seno di una delle sirenette porti fortuna.

Santa Maria presso San Satiro: Si tratta di una piccola chiesetta in cui il Bramante ha creato unfinto coro sfruttando la pittura prospettica. Significa che il muro dietro l’altare e grazie a un’illusione ottica si riesce a percepire uno spazio che in realtà non esiste.

Santuario di San Bernardino: Si tratta di una chiesa sorta nel 1127 con la funzione di Ospedale per i lebbrosi e di cimitero per chi moriva a causa di quella malattia. Negli anni successivi fu, però, costruita una camera annessa al santuario dove conservare le ossa dei defunti.  Nasce così l’ossario, le cui le pareti sono coperte interamente da ossa e teschi.  

Annie Leibovitz: una delle più famose fotografe contemporanee

Annie Leibovitz è una delle fotografe di più alto profilo del mondo. Lavora per riviste come Vanity Fair e Vogue ed è famosa per i ritratti ad alto budget di celebrità del campo dell’arte, della politica, della finanza e dello sport. Le sue sessioni somigliano spesso a produzioni cinematografiche e si dice che per la fotografia pubblicitaria fatturi dai 100.000 ai 250.000 dollari per giornata di lavorazione.
È nata a Waterbury, Connecticut, nel 1949. Il padre era un tenente colonnello dell’aeronautica e la famiglia lo seguiva in frequenti spostamenti. Nel 1967, Leibovitz ha iniziato gli studi al San Francisco Art Institute, dove l’anno successivo si è orientata verso la fotografia.

Annie Leibovitz: uno stile unico

Leibovitz è conosciuta soprattutto per i ritratti teatrali, raffinati e magistralmente illuminati di soggetti famosi. Si concentra deliberatamente sul personaggio pubblico, più che sulla  “vera” persona, e ha dichiarato di essere più interessata a quello che fanno che a quello che sono.
La sua opera polarizza i giudizi. Per alcuni è una grande fotografa le cui immagini sono ritratti assoluti del nostro tempo, mentre altri ritengono che siano solo lusinghe e celebrazioni di personaggi famosi. Ha ricevuto una lunga serie di importanti riconoscimenti, tra cui il Lifetime Achievement Award dell’International Center of Photography e la Centenary Medal della Royal Photographic Society.

Annie Leibovitz: le sue opere più famose

Quali sono le sue immagini più famose? Nel 1980 ha fotografo John Lennon e Yoko Ono: Lennon è nudo in posizione fetale, abbracciato a Ono completamente vestita. Lui è stato assassinato poche ore dopo e l’immagine è diventata una copertina celeberrima di Rolling Stone. Altri scatti famosi includono Demi Moore nuda con il pancione e Whoopi Goldberg in una vasca piena di latte….

 

Le immagini al tempo del web e dei social. Giornata di studio sulla fotografia contemporanea

Ha ancora senso parlare di fotografia al tempo del web e dei social? Che ruolo hanno le immagini in un mondo in cui sembra non esistere più confine fra ciò che appare e ciò che è? Quale sforzo creativo e tecnologico è richiesto a quanti, oggi, considerano la fotografia come il proprio principale linguaggio? Sono alcune delle domande a cui cercherà di rispondere la giornata di studio sulla fotografia contemporanea dal titolo È ancora fotografia? Le immagini al tempo del web e dei social, in programma sabato 25 maggio nell’Auditorium del Museo M9, in via Pascoli a Mestre, dalle ore 10.00 alle ore 18.00.
La giornata, promossa e organizzata dalla Fondazione di Venezia e dalla Fondazione M9Museo del ‘900, è curata da Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci, e vedrà riuniti a Mestre alcuni dei maggiori esperti di fotografia, comunicazione e social media, oltre a scrittori, giornalisti, storici e sociologi.

Giornata di studio sulla fotografia contemporanea: programma

Due le sessioni in programma.
La prima, affidata al coordinamento di Denis Curti, avrà come titolo «Dai Sali d’argento ai pixel: vere e immaginarie rivoluzioni della fotografia” e vedrà l’intervento di Cristina Baldacci, docente dell’Università Ca’ Foscari, sul tema «Reimparare a vedere: le “immagini visibili” della realtà virtuale», di Giovanni Pelloso, sociologo e docente di linguaggi della pubblicità all’Università IULM di Milano, che interverrà su «La fotografia come definizione del sé e le sue implicazioni nel contemporaneo», di Enrico Ratto, fondatore del blog Maledetti Fotografi, con una relazione su «Dove cercare la fotografia di domani», e di Anna Acquistapace, dell’agenzia Luz Photo, con un intervento dal titolo «Chi si fiderà di noi?».
La sessione del pomeriggio, con inizio alle ore 15.00, sarà coordinata dal giornalista Michele Smargiassi e sarà caratterizzata dalle relazioni di Anna Fici, docente dell’Università di Palermo, su «Nella giostra della social photography», di André Gunthert, della École des hautes études en sciences sociales di Parigi, che interverrà sul tema «La visibilità degli anonimi», di Attilio Lauria della Fiaf (Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche), che si chiederà «Chi ha paura dell’Homo Instagram?», di Ilaria Barbotti, autrice del volume “Instagram marketing”, impegnata ad analizzare la fotografia nei social media ed in particolare Instragram, per comprenderne l’evoluzione e il trend seguito, insieme all’etica nelle nuove professioni visive digitali, ed infine di Stefano Mirti, esperto di social media e interaction design, con un intervento dal titolo «The community is the message. La grande mostra al tempo di Instagram. Antecedenti, riferimenti, esempi, avvertenze, modalità d’uso. Come venirne a capo senza farsi (troppo) male».
I contributi dei relatori permetteranno di analizzare ed approfondire i cambiamenti epocali che soprattutto la storia più recente ha imposto alla fotografia. In particolare il passaggio dall’analogico al digitale è stato l’occasione per riscrivere un nuovo vocabolario visivo e progettuale, all’interno del quale la ricchezza, la creatività e l’intelligenza presenti nel web si rivelano sempre più spesso motore di spinte fortemente innovative. Oggi le fotografie si muovono. Alcune si animano sul display, altre cambiano contenuto e forma. Ma sono ancora fotografie? E se non lo sono, cosa sono e che senso hanno nella comunicazione visiva del nostro presente e, ancor più, del prossimo futuro? Di certo nell’era della simultaneità e dell’immediata riproducibilità la fotografia non è più quella cosa che per un secolo e mezzo la parola ha significato, e chi si occupa di progettazione culturale e artistica chiede oggi nuove chiavi di lettura per poterla meglio ri-comprendere e ri-valutare. Una necessità di confronto e di approfondimento che questa giornata di studio si propone di stimolare e di arricchire, senza la pretesa di dare risposte assolute, ma con l’ambizione di contribuire a sciogliere almeno in parte i nodi cruciali.

È ancora fotografia? Le immagini al tempo del web e dei social
Giornata di studio sulla fotografia contemporanea
Auditorium Museo M9
Via Pascoli 11, Venezia Mestre
sabato 25 maggio ore 10 – 18

L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.
Per informazioni e iscrizioni:

tel. 041-2201233
email: a.gini@fondazionedivenezia.org

Scattando sotto la pioggia: qualche consiglio

Qualche consiglio per scattare sotto la pioggia

Anche quando viene giù a catinelle, non mancano le occasioni di realizzare fantastiche foto.
Portiamo con noi un’ottica macro e approfittiamo delle gocce di pioggia per riprendere i dettagli del mondo naturale da molto, molto vicino con un effetto davvero suggestivo.

Qualche consiglio per scati sotto la pioggia

Come per i cieli coperti, anche per la pioggia ci sono differenti “casistiche” di cui tenere conto: da una leggera pioggerellina alle bombe d’acqua, in ogni situazione avremo delle opportunità fotografiche da non perdere. In ogni caso, oltre a preoccuparci di mantenere asciutti noi stessi, dovremo fare la stessa cosa con l’attrezzatura. Sebbene sia difficile frenare l’entusiasmo di un fotografo ben impermeabilizzato, c’è da considerare che qualsiasi fotocamera (anche i modelli weatherproof, “resistenti alle intemperie”) può subire danni quando esposta a piogge consistenti, se non difesa dall’acqua con un’adeguata protezione .

Qualche consiglio…

  1. Quando pioviggina è relativamente facile lavorare. Le gocce d’acqua sono piccole e possono assomigliare alla nebbia.  Il terreno è bagnato, senza che si formino pozzanghere e, se è caldo, asciuga in fretta.
  2. I temporali sono eventi improvvisi e violenti ma offrono eccellenti occasioni per scattare,  anche se in condizioni non facili. Proprio per questo motivo molti fotografi preferiscono perdere qualche bella foto piuttosto che avventurarsi sotto un temporale, e questo è un vantaggio per gli intrepidi!  temporali sono associati con i cumulonembi, con fulmini e lampi. Possono verificarsi in qualsiasi periodo dell’anno, ma sono più frequenti in estate, soprattutto verso sera, e più rari nelle stagioni fredde.
  3. Il vento e l’acqua di una tempesta creano condizioni molto difficili in cui lavorare, soprattutto se il vento cambia spesso direzione.  Possiamo provare a proteggere l’attrezzatura con il corpo, ma a volte è impossibile farlo efficacemente. Naturalmente il coraggio e una buona preparazione possono essere premiati, anche in questo caso, da fotografie eccezionali.
  4. La pioggia continua ma non troppo copiosa è quella che offre le condizioni di lavoro più facili  e, spesso, i risultati migliori. Il segreto è guardare a terra per cercare i riflessi che per intensità dei colori e struttura offrono infinite possibilità di realizzare scatti creativi. L’assenza di vento ci permette di lavorare confortevolmente, ammesso di aver preso le opportune precauzioni..

Nasce Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia di movimento: è il 9 aprile del 1830

Cavallo in movimento, 1878 - © Eadweard Muybridge/ Wikimedia Commons

Eadweard Muybridge è il pioniere della fotografia del movimento. Dalla carriera di libraio ed editore, passò alla fotografia eseguendo inizialmente delle immagini di grande pregio dedicate al Parco Nazionale di Yosemite – le opere furono d’ispirazione al lavoro di Ansel Adams –. Ma il suo nome entrò di diritto nella storia della fotografia quando, nel 1872, l’uomo d’affari e governatore della California, nonché grande appassionato di cavalli, Leland Stanford gli chiese di utilizzare questo medium per comprendere al meglio come l’animale si muovesse alle varie andature, soprattutto al galoppo. Muybridge s’ingegno e nel 1878 riuscì a fotografare con assoluta precisione un cavallo in corsa utilizzando 24 fotocamere collocate parallelamente lungo il tracciato. Ogni macchina era azionata da un filo colpito dagli zoccoli. La sequenza chiamata The Horse in motion evidenziava come gli zoccoli si sollevassero dal terreno contemporaneamente, ma in modo del tutto diverso da quello presupposto. Fino ad allora si pensava che il sollevamento avvenisse nella posizione di massima estensione – significativi, a tal proposito, rimangono i dipinti e i disegni di inizio Ottocento come quello dell’artista francese Théodore Géricault dal titolo Il Derby a Epsom (1821) –. Si comprese, invece, che, al galoppo, un cavallo colpisce il terreno in tre tempi e poi ha un momento di sospensione nella contrazione, prima di riprendere la spinta con le zampe posteriori. I risultati ottenuti destarono grande interesse e influenzarono l’attività di scultori e pittori, anche dei più scettici, convinti ormai ad affidarsi al mezzo fotografico per meglio riprodurre quello che la normale capacità visiva dell’uomo non riusciva a cogliere. Dal cavallo, Muybridge passò ben presto allo studio del volo degli uccelli e  al movimento di vari animali dello zoo di Filadelfia, fino a giungere allo studio dell’essere umano. Famosissimi rimangono i suoi nudi in movimento fotografati in corsa, nel salire le scale, nel portare secchi d’acqua e in altre situazioni.

Grandi Maestri: Robert Frank e The Americans

Robert Frank (Zurigo, 1924) raggiunge poco più che ventenne la città di New York. Nella Grande Mela, Alexey Brodovitch, l’allora art director di Harper’s Bazaar, lo ha assunto come fotografo di moda. Pochi anni dopo, era il 1955, e stanco di quel lavoro, considerato poco gratificante, concorre su invito di Walker Evans a una borsa Guggenheim per la fotografia motivando così la richiesta: «Quando un osservatore americano viaggia all’estero, i suoi occhi vedono in modo nuovo e fresco e può essere vero l’inverso, quando un occhio europeo vede gli Stati Uniti… Voglio realizzare fotografie che possano fare a meno di parole e rendere inutile ogni spiegazione».

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La Guggenheim Fellowship gli permette, tra il 1955 e il 1956, di attraversare quarantotto Stati, insieme alla moglie e ai due figli su una vecchia Ford. Utilizza 687 rulli di pellicola 24×36 mm, ottenendo più di ventimila negativi – alla fine selezionerà ottantatré fotografie –. Nessun editore americano dimostra grande interesse per il lavoro e così decide di pubblicare Les Americains in Francia con Robert Delpire. L’interesse suscitato dalle edizioni europee, porterà infine alla pubblicazione oltreoceano. Cancellati i testi critici, fa scrivere l’introduzione, un vero e proprio poema beat, all’amico Jack Kerouac con cui aveva viaggiato on the road in Florida nel 1958.

Robert Frank, svizzero, discreto, carino… con quella sua piccola macchina… ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola entrando a far parte della compagnia dei poeti tragici del mondo

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«Robert Frank, svizzero, discreto, carino… con quella sua piccola macchina… ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola entrando a far parte della compagnia dei poeti tragici del mondo… Robert tu sai vedere». Dall’introduzione di Jack Kerouac.
L’impatto del libro sul mondo fotografico è enorme, pari solo a quello di New York di William Klein. The Americans e New York, segnano il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro, considerato come lo strumento più adeguato per esprimere le potenzialità espressive ed estetiche della fotografia. Sono due visioni sulla modernità offerte da due autori di origine ebraica: Klein, figlio di poveri immigrati ungheresi, Frank, proveniente da una famiglia tedesca emigrata a Zurigo che, sfuggita alla Shoah, ottiene la cittadinanza svizzera solo nel 1945. Due sguardi di outsider, sradicati e divisi tra l’Europa e gli Stati Uniti, si incrociano, infrangendo stereotipi e luoghi comuni dell’immaginario di una società del benessere – quella che esibisce la ricchezza e modelli culturali apparentemente irresistibili –. Il nuovo mondo, uscito dal conflitto con grandi speranze, è piombato rapidamente nella guerra fredda, tra maccartismo, razzismo e caccia alle streghe. La critica alla società dei consumi e al conformismo dell’American way of life, aggressiva ed esibita da Klein, appariva invece più sottile, meditata e sofferta in Frank e per questa ragione incideva ancora più profondamente nel cuore degli americani. Entrambi cambiarono la concezione della fotografia, stravolgendone, dal punto di vista formale, la visione accademica e incrinando, politicamente, l’ottimismo pacificato e consolatorio, messo in scena da The Family of Man di Edward Steichen.

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The Americans fu dapprima criticato per presunte deficienze e sciatterie tecniche: sottoesposizioni, inquadrature sbilenche, sfuocature, tono basso, cupo e confuso, ma tutto ciò non poteva che essere  consapevole per Frank, che alla fine del suo apprendistato era il responsabile tecnico del più importante laboratorio fotografico svizzero. Frank non era interessato alla bella immagine, risolta tecnicamente ed esteticamente compiuta nel momento decisivo bressoniano; non gli interessava la singola immagine esemplare, ma voleva creare, attraverso la sequenza di fotografie, il tono e l’emozione di un unicum narrativo, dentro il quale evocare sia la propria inquietudine esistenziale e visiva che le contraddizioni della società americana. L’importanza della sequenza è evidente nei menabò dei fotolibri, sia come ricerca personale che professionale. Anche qui risulta determinante il montaggio e l’impaginazione, che legano le fotografie: un filo rosso fatto di ritmi, allusioni, ripetizioni, sguardi, segni, concitazioni e rallentamenti, colloca The Americans tra i fotolibri classici che ci insegnano a guardare. Per Jean Claude Lemagny il tempo della fotografia non è più scandito da momenti decisivi, ma «da momenti in between, dove i significati li mettiamo noi… e Frank rappresenta questa fotografia inquieta, insicura di sé, aperta a ogni significato».

I fotografi che hanno fatto la storia dell’ottava arte

I Fotografi che hanno fatto la storia della fotografia

Una piccola classifica dei migliori fotografici internazionali, che sono distinti per la loro unicità, la loro creatività e il loro coraggio, che alle volte li ha spinti oltre il limite del consentito.

  1. Henri Cartier-Bresson (22 agosto 1908 – 3 agosto 2004): pioniere del foto-giornalismo.  Ha fondato la famosa agenzia fotografica Magnum Photos insieme a Robert Capa, David Seymour e George Rodger.
  2. Sebastião Salgado (8 febbraio 1944): non nasce come fotografo ma come economista e approda nel mondo della fotografia in tarda età dopo un viaggio in Africa, che lo ispirerà per tutti i suoi successivi lavori di denunce sociali.  La fotografia si Salgado è usata come denuncia sociale, sopratutto con riferimento ai diritti dei lavoratori e la povertà nei paesi in via di sviluppo. Il fotografo ha sempre utilizzato macchine Leica, per foto sempre in bianco e nero.
  3. Ansel Adams (20 febbraio 1902 – 22 aprile 1984): fotografo famoso per gli scatti in bianco e nero dei parchi nazionali americani.  E’ stato l’inventore del sistema zonale: tecnica che permette di trasporre la luce in specifiche densità sul negativo e sulla carta, in modo da avere un maggiore controllo sulla foto.
  4. Irving Penn (16 giugno 1917 – 7 ottobre 2009): precursore di una stile fotografico unico soggetti posti in forte contrasto con lo sfondo, al fine di far risaltare l’abbigliamento.
  5. Robert Capa (22 ottobre 1913 –  25 maggio 1954):  è stato un fotografo di guerra, il più famoso del mondo e nel 1936 è autore di una delle foto di guerra più famose della storia, il soldato con la camicia bianca colpito a morte, considerata come la più famosa tra le fotografie di guerra mai esistite.
  6. Robert Doisneau (14 aprile 1912 – 1º aprile 1994): la sua fotografia più famosa  Bacio davanti all’Hotel de Ville, scattata nel 1950, nella quale una coppia di ragazzi si bacia serenamente per le vie caotiche di Parigi; lo stile unico del fotografo prevedeva la caratterizzazione della società e dell’ambiente parigino.
  7. David LaChapelle (11 marzo 1963): famoso nel campo della moda e della pubblicità per il suo stile surreale; le sue fotografie sono caratterizzate da una estremizzazione dei dettagli. Fu notato da Andy Warhol, che gli offri un lavoro per la rivista Interview magazine.
  8. Steve McCurry (24 febbraio 1950): fotoreporter famoso per la sua fotografia La Ragazza Afghana diventata una delle copertine più famose della rivista National Geographic.
  9. Diane Arbus (14 marzo 1923 –  26 luglio 1971): fotografa Newyorkese conosciuta soprattutto per i suoi fotoritratti. La sua fotografia più famosa è Il ragazzo con la granada giocattolo scattata a Central Park nel 1962.
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