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Il maestro Elio Ciol, massimo esponente della fotografia italiana, in mostra a Grosseto

Il maestro Elio Ciol, uno dei massimi esponenti della fotografia italiana porta la sua mostra fotografica “Elio Ciol. Orizzonti di luce” a Grosseto, in Toscana. La mostra, curata da Giovanni Gazzaneo, sarà visitabile fino al 24 novembre.
Due le prestigiose sedi espositive, vicinissime tra loro, che ospiteranno le opere: il Polo culturale Le Clarisse e il Museo diocesano d’arte sacra di Grosseto.
La mostra “Elio Ciol. Orizzonti di luce” è stata appositamente ideata e realizzata da Fondazione Crocevia per la Settimana della Bellezza 2019, insieme con la grande monografia “Elio Ciol” edita da Crocevia. L’allestimento è curato dagli architetti Edoardo Milesi e Viola Grassenis e dallo studio Archos.
“Il vero ha un fascino estremo e la fotografia è un modo più profondo di vedere la realtà. Per questo fin dagli inizi del mio percorso ho scelto di fotografare cose semplicissime”, Elio Ciol.

Elio Ciol uno dei massimi esponenti della fotografia italiana

La mostra vuole offrire un’ampia prospettiva sul lungo percorso di Elio Ciol, fotografo friuliano, tra i grandi maestri della fotografia contemporanea. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei internazionali. In tutto saranno esposte oltre 60 immagini in bianco e nero: le stanze del Polo culturale Le Clarisse sono dedicate agli scatti fotografici che ritraggono spazi rurali e urbani, ai luoghi del lavoro e dell’arte, ai ritratti corali, in particolare dei bambini, colti nella semplicità della vita quotidiana e al ciclo dei paesaggi, nella duplice visione che Ciol ci offre. Da un lato “l’orizzonte essenziale”, immagini senza tempo in cui la natura è colta come puro segno, e dove unica protagonista è la luce; dall’altro “l’orizzonte disegnato”, in cui la ricchezza di particolari ci mostra la creazione nel suo continuo generarsi, dalle pianure alle cime delle Alpi, dove terra e cielo diventano un tutt’uno.
Al Museo Diocesano sono, invece, esposte dodici opere del ciclo dedicato ad Assisi, realizzate tra il 1957 e il 2009. Ciol ha saputo cogliere la bellezza del paesaggio, del contesto urbano, dei luoghi sacri, il tutto nel segno dell’essenza mistica della città di san Francesco. Come scrive lo storico dell’arte Massimo Carboni, si tratta di un ciclo di immagini «nitide, terse, come incise nella luce con un bulino, che sorprendono per la coerenza dello sguardo, la vocazione contemplativa, la costanza di uno stile figurativo asciutto, realistico, che niente concede al virtuosismo tecnico e alla spettacolarità fine a se stessa». Per Giovanni Gazzaneo, curatore della mostra, “Elio Ciol scrive con la luce come pochi sanno fare. Va in profondità, coglie l’essenziale, il cuore palpitante dell’essere e ce lo offre. Terra, cielo, acqua, e poi l’uomo, il lavoro, l’arte. Il soggetto è importante, ma molto più lo sguardo. E lo sguardo di Ciol è attento, pronto ad abbracciare l’insieme e il particolare, l’ombra e la luce. È uno sguardo lungo e profondo, gravido d’attesa. Sgorga dal suo cuore innamorato della realtà che gli si offre nel volto del Creato, nella gente che incontra. È uno sguardo senza tempo, come senza tempo è la contemplazione. La purezza dello sguardo è all’origine delle sue immagini, autentiche icone: un frammento di tempo (e di vita) liberato che rivendica la dignità del “per sempre”, un frammento di spazio che ha il respiro dell’universo, un frammento di luce, bellezza e sentimento. Ideale e reale si fondono in unità non per magia ma per rivelazione, che per Ciol è prima di tutto dono e grazia e poi lavoro, sperimentazione, conoscenza, e una vita, un’intera vita, che si è fatta sguardo […] I bianchi e neri di Ciol si declinano secondo due modalità: l’opposizione netta dei due colori, con il bianco che abbaglia e il nero profondo come un abisso; la trama continua, dove le gradazioni dei grigi disegnano un’armonia dalle infinite sfumature”.

Grosseto, fino al 24 novembre 2019
“Elio Ciol. Orizzonti di luce”
Mostra a cura di Giovanni Gazzaneo
Grosseto, Polo Culturale Espositivo delle Clarisse e Museo Diocesano

 

FERDINANDO SCIANNA. Viaggio Racconto Memoria alla Casa dei Tre Oci

New York, 1985 © Ferdinando Scianna

FERDINANDO SCIANNA, Viaggio Racconto Memoria. La grande antologica racconta, attraverso 180 opere, oltre cinquant’anni di carriera di uno dei maestri della fotografia contemporanea. Per l’occasione, verrà esposta una serie d’immagini di moda che Scianna ha realizzato a Venezia, testimonianza del suo forte legame con la città lagunare.  “Non sono più sicuro, una volta lo ero, che si possa migliorare il mondo con una fotografia. Rimango convinto, però, del fatto che le cattive fotografie lo peggiorano”

Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria

La mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director, organizzata da Civita Mostre e Musei e Civita Tre Venezie e promossa da Fondazione di Venezia, ripercorre oltre 50 anni di carriera del fotografo siciliano, attraverso 180 opere in bianco e nero, divise in tre grandi temi – Viaggio, Racconto, Memoria.
Per l’occasione, verrà esposta una serie d’immagini di moda che Scianna ha realizzato a Venezia come testimonianza del suo forte legame con la città lagunare. Ferdinando Scianna ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia negli anni sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di narrazioni, non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e con la sua modella icona Marpessa. Poi i reportage (è il primo italiano a far parte, dal 1982, dell’agenzia fotogiornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi amici, maestri del mondo dell’arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni. Dotato di grande autoironia, Scianna ha scelto un testo di Giorgio Manganelli per sintetizzare questa sua mostra: “Una antologia è una legittima strage, una carneficina vista con favore dalle autorità civili e religiose. Una pulita operazione di sbranare i libri che vanno per il mondo sotto il nome dell’autore per ricavarne uno stufato, un timballo, uno spezzatino…”.

Ferdinando Scianna alla Casa dei Tre Oci

Per approfondire i contenuti dell’esposizione, Casa dei Tre Oci ha predisposto un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, con visite-esplorazione e laboratori su prenotazione, un ciclo d’incontri in mostra e una serie di visite guidate con i curatori. Ai visitatori sarà fornita un’audioguida (in italiano e in inglese), attraverso la quale sarà lo stesso Scianna a raccontare in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. Nella Sala video di Casa dei Tre Oci verranno inoltre proiettati tre film-documentari dedicati alla sua vita professionale.

Ferdinando Scianna, Viaggio Racconto Memoria
Fino al 2 febbraio 2020
Casa dei Tre Oci di Venezia

René Burri: racconta con la fotografia i cambiamenti storici, politici e culturali del Novecento

Brazil, Brasilia, 1960

René Burri. Il percorso di vita e di studi che ha condotto il celebre reporter svizzero a occupare le copertine più prestigiose della stampa internazionale prende il via dalla Scuola di Arti Applicate della città di Zurigo, tra le file degli studenti di Hans Finsler, personalità di spicco del movimento del Bauhaus. Qui René Burri frequenta i corsi di pittura e grafica, dal 1949 al 1953, e acquisisce la predisposizione al metodo dell’osservazione riflessiva che conduce alla composizione dell’immagine attraverso l’espressione di un’idea o di un pensiero. I primi anni della carriera li dedica al cinema, lavorando come regista e aiuto cameraman in alcune produzioni di Walt Disney. Ma la vena documentarista si affina con la pratica fotografica, durante gli anni del servizio militare con al collo un’inseparabile Leica. A quel periodo risale il primo memorabile reportage che l’autore dedica a una comunità di bambini sordi, conquistandosi la pubblicazione sulla prestigiosa rivista Life e, nel 1955, la nomina dell’agenzia Magnum, che lo ammette tra i suoi fotografi di fama internazionale. Il fotogiornalismo. «A quell’epoca la fotografia giornalistica sembrava una meta irraggiungibile. Arrivato sui posti, spesso la situazione mi sembrava insopportabile. Ho visto delle cose atroci e in quei momenti mi sono detto “attenzione, vecchio mio, oltre a vedere le cose bisogna anche guardarci dentro, con queste immagini si può anche gettare polvere negli occhi”. Si combatte dunque quando si fotografa, in situazioni dure, e si lotta di nuovo al ritorno, per difendere la propria libertà d’espressione e una certa verità».

René Burri e il valore etico del fotogiornalismo

Così, in un’intervista rilasciata nel 2004, in occasione della grande retrospettiva al Musée de l’Elysée di Losanna, René Burri esprimeva il suo pensiero sul fotogiornalismo, sul valore etico del mestiere del reporter e sulla grande responsabilità dell’informazione nella persuasione delle masse. Con queste parole indicava la strada di una professione con cui egli stesso era stato capace di penetrare gli eventi più importanti del XX secolo, restituendone un’immagine profonda e memorabile. I suoi reportage hanno seguito il corso dei più importanti cambiamenti politici e sociali in atto, in Europa, nel Medio Oriente, in Asia e in America Latina. Nel corso della sua carriera, ha fotografato protagonisti della cultura come Picasso, Giacometti e Le Corbusier; ha conosciuto da vicino le dinamiche della rivoluzione cubana, ritraendo e intervistando in esclusiva il comandante Ernesto Che Guevara; ha documentato la Germania della Repubblica Democratica Tedesca e nel 1962 ha pubblicato un libro, dal titolo I tedeschi , a cura di Robert Delpire e con l’introduzione di Jean Baudrillard. È stato un osservatore riflessivo e puntuale degli eventi più significativi del Novecento. Interessato ai meccanismi interni della storia, così come alle sue ripercussioni sulla vita sociale e culturale delle nazioni.

Di Michela Frontino

Stefano Guindani: la fotografia non è perfezione ma EMOZIONE

Sara Cardin, karateka italiana campionessa mondiale, Milano, 2018

Stefano Guindani, una carriera dal teatro alla danza, dalla moda alle celebrities, passando per lo sport e la cronaca. È un fotografo di moda con l’amore per il reportage umanitario da Haiti all’Operazione Mare Nostrum in cui ha documentato la missione della Marina Militare Italiana che ha accolto e dato soccorso a oltre 60.000 migranti a Lampedusa. Tra gli ultimi suoi lavori si distingue il volume Do you know? realizzato in Sud America in occasione dei sessant’anni dell’organizzazione internazionale N.P.H. Nuestros Pequenos Hermanos che dal 1954 accoglie nelle sue case i bambini orfani o abbandonati.

Intervista a Stefano Guindani

Ha spaziato in moltissimi settori, ci può raccontare la sua carriera? «Ho cominciato realizzando fotografie di scena a teatro – ero a Cremona –, poi mi sono specializzato nella danza. Andava abbastanza bene e, nonostante Cremona fosse una piccola realtà, tutte le produzioni che passavano in città richiedevano la mia collaborazione. Le foto piacevano. A livello economico, però, la fotografia di danza non era così remunerativa. Il punto di svolta fu la conoscenza di Giulio Bosetti, un grande attore di teatro, il quale, riconoscendo il mio talento e concedendomi in affitto un suo appartamento, mi permise di affacciarmi al panorama milanese. Cominciai a collaborare con l’agenzia Olympia, in seguito Olycom, nella quale rimasi per sette anni. Poi, vent’anni fa, decisi di aprire la mia agenzia, sempre a Milano, specializzandomi principalmente nel mondo della moda e degli eventi. Fu una decisione in controtendenza. Quando tutti lavoravano per i giornali, la nostra agenzia fu la prima, tra le fotogiornalistiche, a interagire direttamente con le aziende. Forse c’era qualche fotografo che già singolarmente lo faceva, ma non esisteva nessuna realtà strutturata come la nostra e questo ha fatto scuola. In tanti hanno poi adottato il nostro modello che credo sia l’unico in grado di permettere a un’agenzia fotografica di sopravvivere con la crisi dell’editoria che c’è stata. Siamo stati i primi a vendere le foto dei red carpet alle aziende quando i giornali non avevano più budget per acquistarle e ancora oggi cerchiamo sempre di avere idee innovative. Con l’avvento dei competitor che praticano una vendita di immagini a bassissimo costo – mi piace chiamarli “i supermercati della fotografia” –, i prezzi sono scesi notevolmente, costringendo tutti i fotografi a perdite economiche significative».

Di cosa si occupa in agenzia? «La fortuna di avere dei collaboratori molto validi che lavorano con me da molti anni, mi permette di allontanarmi un po’ dal mondo della moda, che comunque rimane una grande passione, per seguire vari progetti, anche senza scopo di lucro come, per esempio, il reportage sociale in Centro America. Un altro bellissimo progetto del quale mi sono occupato tra febbraio e marzo di quest’anno è stato quello relativo alla collaborazione tra Banca Generali e FAI per le Giornate di Primavera 2019, per le quali sono stato chiamato a reinterpretare otto meravigliosi beni italiani. Mi piace molto anche il settore automotive nel quale ho cercato di portare il mio linguaggio. L’obiettivo è di rendere la fotografia una sorta di reportage di ciò che accade in un evento così come in una casa automobilistica, provando sempre a raccontare una storia. Ormai lo faccio da così tanti anni che spesso conosco tutti gli interlocutori e riesco a trasmettere loro empatia e sicurezza».

Quali sono i segreti del successo della sua agenzia? «Ci vuole un po’ di fortuna, molta serietà e molta voglia di lavorare per tante ore al giorno. Tengo un corso all’interno della Condé Nast Academy che ha l’obiettivo di formare nuovi influencer e durante le mie lezioni, relative alla parte fotografica e video, ripeto ai ragazzi che alla meta non si arriva mai per caso. Qualunque sia la specializzazione scelta, non si riuscirà a emergere se non si dedicano una media di 10-15 ore al giorno. Questa professione è fatta di pubbliche relazioni, esperimenti, studio, prove e di tanti altri elementi che costruiscono una carriera e quello che si semina oggi si raccoglierà domani, nel bene e nel male. Una volta un grande imprenditore italiano mi disse che il tempo è galantuomo e credo sia assolutamente vero. Vi racconto un aneddoto: qualche anno fa mi trovavo a un evento con diverse superstar hollywoodiane. Justin Bieber, che aveva circa 17 anni ed era nel pieno del successo, arrivò con mezz’ora di ritardo e vidi il suo manager sgridarlo severamente e obbligarlo a girare tra tutti i tavoli per scusarsi. Non è con la presunzione che si raggiunge l’obiettivo, non ho mai conosciuto nessuno che sia arrivato al successo senza aver lavorato sodo».

L’articolo completo sul numero 314 de Il Fotografo, disponibile online cliccando qui 

Steve McCurry si racconta. Le storie dietro le fotografie

Steve McCurry. Le storie dietro le fotografie” offre uno sguardo inedito sul lavoro del celebre fotoreporter americano.

14 fotoreportage, realizzati in tutto il mondo nel corso della sua lunga carriera, scandiscono il ritmo di questo volume: ogni storia è illustrata con appunti, immagini, ricordi e circa 120 tavole fotografiche con i lavori più significativi. Accanto alle foto, un vasto archivio formato da materiali non fotografici, molti dei quali inediti: oggetti, diari, documenti, come articoli di giornale, mappe, i lasciapassare iracheni per la stampa. Un affascinante libro fotografico, ma anche storico edito da Electa e Phaidon, che spiega i contesti sociali e storico-politici in cui ciascun reportage è stato realizzato.

Nino Migliori tra incanto e illusione

Il Tuffatore – 1951

Gestualità, sperimentazione, concettualismo, performance e narrazione sono solo alcune delle definizioni possibili per decifrare la portata progettuale dell’autore bolognese. Artista audace e poliedrico, Nino Migliori ha seguito, da protagonista, l’evoluzione linguistica della fotografia all’interno del contesto culturale italiano. Il suo esordio è negli anni del dopoguerra, quando la presenza ingombrante dell’industria cinematografica lo porta a confrontarsi con quel sentimento inedito di libertà ed entusiasmo che guidava la ricostruzione del Paese: è la scuola del Neorealismo. All’interno di questo movimento si distingue con una produzione capace di costruire un ponte espressivo tra le avanguardie europee. Certo, da fotografo neorealista, fa uso del bianco e nero e ritrae il mondo che lo circonda, ma già lavora per brevi sequenze, spostando la sua attenzione verso l’universo concettuale, che già da tempo aveva superato l’idea del fotografico come specchio della realtà. Una consapevolezza, riguardo alla sua poetica, che matura negli anni Cinquanta grazie anche ai sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’Informale, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e di coinvolgerlo in un dibattito attivo nella Bologna dell’epoca. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, introduce nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività. Sono gli anni dedicati all’indagine senza tregua sul rapporto tra la fotografia e la realtà. La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo è anche il rapporto tra le immagini con la storia per giungere a un chiarimento della funzione di testimonianza e della formazione della memoria collettiva.Dalle sequenze in scala di grigio all’esaltazione del particolare sulla pellicola a colori, il passo è breve e, proprio in questo passaggio, Nino Migliori inaugura il suo personalissimo percorso conoscitivo, fondato sulla sperimentazione che lo accompagna per tutta la sua carriera. Come una successione di livelli esplorativi, le prime opere lasciano il passo alla riflessione sulla spontaneità del segno, colto sulle ruvide superfici urbane: è il momento di Manifesti strappati e Muri, realizzati a partire dagli anni Cinquanta. A seguire, con la serie Il tempo rallentato approda all’esaltazione simbolica della natura e dei suoi frutti. Più recente è, invece, la produzione di Cuprum, il lavoro inedito dell’artista bolognese che si lascia stupire dalle tracce umide dei bicchieri di birra sui tavolini di un pub londinese. Il risultato è l’incanto e l’illusione di una favola che assume le variabili fisionomiche e cromatiche della luna. Instancabile sperimentatore, egli rimane un convinto sostenitore dell’ineluttabilità del cambiamento fotografico dovuto al suo essere tecnologia.

Da Il Fotografo

 

Brassaï. Paris de Nuit

di Vittorio Scanferla


Paris de Nuit. Fotografie di Brassaï. Introduzione di Paul Morand. Parigi. Edizioni di Arts et Metiers Graphiques.1933 (2 dicembre 1932). 250x193mm. 74 pag. 62 fotografie in bianco e nero. Copertina illustrata. Legatura a spirale. Edizione inglese. Paris after Dark. London. Batsford. 1933.


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Una felice alchimia ha prodotto un’icona dell’epoca d’oro dell’editoria europea: Paris de Nuit, il primo fotolibro di Gyula Halasz, che dalla Transilvania si trasferì a Parigi nel 1924, dopo aver frequentato le Accademie di Belle Arti di Budapest e Berlino e assunto lo pseudonimo di Brassaï, dalla città di Brassò, dove era nato nel 1899. Giornalista, fotografo, disegnatore, poeta, scultore, scrittore, film-maker e scenografo: intellettuale a tutto tondo, profondamente inserito nel clima culturale e artistico della capitale del XX secolo, come la definì Walter Benjamin, Brassaï era rimasto colpito dalle immagini di Atget che documentavano la trasformazione della città, convinto che la fotografia fosse lo strumento ideale per la narrazione del mondo oscuro della Ville Lumiére scoperto durante le sue peregrinazioni notturne.


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«Brassaï: l’occhio nascosto del vampiro, l’occhio calmo del Budda che abbraccia il Tutto e non si ferma mai, l’occhio insaziabile, l’occhio di Parigi» Henry Miller


Nel 1929 acquistò una Voigtlander Bergheil 6×9 a lastre, con ottica Heliar 105mm, allestì nel suo hotel una camera oscura, condivisa con Dora Maar, e studiò, da autodidatta, tutti i testi di tecnica e chimica fotografica disponibili, seguendo sempre personalmente le fasi di sviluppo e stampa delle sue fotografie. Per realizzare il suo progetto Brassaï frequentò, con la medesima complicità e partecipazione, tutti i luoghi e gli ambienti sociali, dai più umili ai più trasgressivi, dai più poveri ai più ricchi e aristocratici. Voleva restituire una nuova percezione della città, come se si scoprisse per la prima volta, forte del pensiero che «la notte non ci mostra le cose, ma le suggerisce e ciò ci disturba e sorprende». Il suo è uno sguardo diretto in un paesaggio trasfigurato dalla modernità della luce elettrica, documentato da una poetica fotografica semplice: un treppiede in legno, un’ottica fissa, un cordino per controllare la distanza e il tempo di posa scandito dalla durata di una o più sigarette a seconda della luce ambientale, corretta da un sapiente uso, open flash, di lampi al magnesio.


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«A lungo ho avuto un’avversione per la fotografia. Fino a trent’anni ignoravo l’uso della macchina fotografica. A Parigi io vivevo di notte vagando per la città da Montparnasse a Montmartre, andavo a letto all’alba e mi svegliavo al tramonto. Una profusione di immagini della mia vita notturna non cessava di sedurmi, di perseguitarmi e di ossessionarmi; non vidi altro mezzo per afferrarle che attraverso la fotografia» Brassaï


Accompagnato da altri irriducibili flâneur, come i suoi amici Jacques Prévert, Henry Miller, Leon-Paul Fargue e Raymond Queneau, il fotografo affinò, work in progress, la propria tecnica nelle notti parigine, ricche di incontri e di scontri con un mondo non sempre amichevole; furti e aggressioni non mancarono, portandolo a realizzare, sia in esterni che in interni, immagini di straordinaria suggestione, che la luce e il magnesio scolpivano in forme nitide, ma morbidamente plastiche e scultoree.


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Brassaï, dopo due anni di riprese, mostrò un centinaio di queste fotografie a Charles Peignod editore di Arts et Metiers Graphiques, che accettò di pubblicare il fotolibro con le più moderne tecniche di riproduzione in héliogravure, una qualità di stampa memorabile. Il montaggio e una grafica d’avanguardia, con fotografie a piena pagina senza didascalie, fecero il resto. La legatura a spirale permise una perfetta planeità del libro aperto e una lettura più efficace della sequenza e dei dettagli. La qualità degli inchiostri dona una straordinaria profondità dei neri, la scansione dei grigi e la brillantezza delle luci rimangono esemplari a tutt’oggi, realizzando secondo Martin Parr e Gerry Badger «probabilmente la più splendida stampa mai vista».
Paris de Nuit fu un successo editoriale e di critica e diede il via al filone della fotografia notturna che influenzò fotolibri importanti a partire da Night in London (1938) di Bill Brandt e costituì una svolta determinante nella vita professionale di Brassaï. L’edizione del 1933 escludeva le immagini più esplicite della Parigi trasgressiva fatta di bordelli, prostitute, fumerie di oppio e ritrovi di omosessuali e lesbiche, che Brassaï era riuscito a fotografare conquistandosi la fiducia e la complicità del popolo della notte. Solo nel 1976 l’editore Gallimard pubblicò la versione integrale di Brassaï. Le Paris secret des années 30, con centotrenta fotografie e il commento appassionato dell’autore, ma senza riuscire a riprodurre il fascino grafico e tipografico dell’edizione originale. Un buon esemplare di questo seminale fotolibro-oggetto – il suo punto fragile è nella legatura a spirale che ne può compromettere l’integrità –, si può trovare a 1.500/2.000 euro.

Larry Fink: il fotografo filosofo di Hollywood

Dall’introduzione di Enrica Vigano’ a The Vanities: Hollywood Parties 2000-2009 esposta a Savignano nel 2015

Larry Fink è uno di quegli autori da cui non si può prescindere se si vuole capire la storia della fotografia contemporanea. Nasce nel quartiere di Brooklyn (New York) nel 1941 in una famiglia che fa politica militante con un’impronta fortemente progressista. Le sue prime foto le scatta a dodici anni con una macchina fotografica che gli regala il padre. Ne ha diciassette quando incontra un gruppo di ragazzi che sta vivendo il momento di passaggio tra l’epoca beat e la nuova rivoluzione culturale giovanile che travolgerà gli anni Sessanta. Inizia a frequentarli, divenendo il cantore della loro vita volutamente ai margini della società. Già in quelle prime foto emergono quelle che saranno le sue caratteristiche più importanti di reporter: la capacità di entrare in empatia con i soggetti che ritrae e uno sguardo sulla realtà che ha a che fare più con la filosofia che con il fotogiornalismo. Due attitudini che renderanno sempre i suoi servizi, anche quelli realizzati per le grandi riviste glamour, qualcosa di più di semplici lavori su commissione.

Intervista a Larry Fink

Come ti descriveresti come fotografo? «Sono essenzialmente un fotografo umanista. Mi piace raccontare storie. Non sono un mero autore di immagini di gossip neppure quando fotografo un party di gente famosa. Infatti, il gossip ha a che fare con il momento. Mi piace pensare, e spero che sia così, che le fotografie che realizzo abbiano, invece, qualche relazione con il destino e forse con l’eternità».

Fotografi spesso eventi. Che cosa ti attira in particolare di una festa? «Ho cominciato a realizzare immagini di eventi perché ero interessato a come la gente si relaziona con gli altri in quelle occasioni. Come fotografo, quando sei a una festa, puoi osservare le persone. E spesso durante un party la gente è molto naturale. Uno stato mentale che mi interessa molto. Cerco sempre in queste situazioni di scattare foto alla gente mantenendo una certa distanza per catturare quella naturalezza».

Che cosa cerchi quando ritrai i volti di chi partecipa a un evento? «Cerco l’energia che emerge quando ci sono degli scambi tra persone. Quando fotografo durante un party, voglio, in fin dei conti, aumentare la mia comprensione della realtà. Cerco di catturare l’emozione fisica che la realtà mi presenta. Infatti, considero la fotografia come uno strumento filosofico per aumentare e approfondire la mia conoscenza del mondo».

Come reagisce la gente quando ti vede? «Ho sempre cercato di non turbare nessuno con la mia presenza mentre lavoro. Mantengo sempre un comportamento assolutamente corretto. Ritengo che il fatto di essere un fotoreporter non significhi avere il diritto divino di entrare con prepotenza nella vita delle persone. È una visione invasiva e imperialista di certi autori che non condivido».

Qual è la storia di The Vanities: Hollywood Parties 2000-2009, un progetto che ti ha reso molto famoso? «Ho cominciato a fotografare i party di Hollywood per la rivista Vanity Fair. Come spesso accade, è diventato successivamente un progetto personale. In realtà, ogni lavoro su commissione della mia vita è stato l’inizio – o parte – di qualcuno dei miei progetti personali. Da questo punto di vista mi ritengo un fotografo fortunato perché ho sempre condotto le mie ricerche mentre realizzavo dei commissionati, senza nessuna contrarietà o lamentela da parte dei clienti».

Camera Torino rende omaggio al maestro della fotografia MAN RAY

Man Ray. The Fifty Faces of Juliet, 1941/1943. Collezione Privata. Courtesy Fondazione Marconi, Milano © Man Ray Trust by SIAE 2019

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia rende omaggio al grande maestro con la mostra wo/MAN RAY. Le seduzioni della fotografia che racchiuderà circa duecento fotografie, realizzate a partire dagli anni Venti fino alla morte (avvenuta nel 1976), tutte dedicate a un preciso soggetto, la donna, fonte di ispirazione primaria dell’intera sua poetica, proprio nella sua declinazione fotografica. In mostra alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo e che sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di Man Ray di reinventare non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo e del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. Attraverso i suoi rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni, il corpo femminile è sottoposto a una continua metamorfosi di forme e significati, divenendo di volta in volta forma astratta, oggetto di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una straordinaria – giocosa e raffinatissima – riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.

Omaggio alle donne di MAN RAY

Assistenti, muse ispiratrici, complici in diversi passi di questa avventura di vita e intellettuale sono state figure come quelle di Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, con la costante, ineludibile presenza di Juliet, la compagna di una vita a cui è dedicato lo strepitoso portfolio “The Fifty Faces of Juliet” (1943-1944) dove si assiste alla sua straordinaria trasformazione in tante figure diverse, in un gioco di affetti e seduzioni, citazioni e provocazioni. Ma queste donne sono state, a loro volta, grandi artiste, e la mostra si concentrerà anche su questo aspetto, presentando un corpus di opere, riferite in particolare agli anni Trenta e Quaranta, vale a dire quelli della loro più diretta frequentazione con Man Ray e con l’ambiente dell’avanguardia dada e surrealista parigina. Una mostra unica, dunque, sia per la qualità delle fotografie esposte, sia per il taglio innovativo nell’accostamento insieme biografico e artistico dei protagonisti di queste vicende. Un grande repertorio di immagini a disposizione del pubblico reso possibile grazie alla collaborazione con numerose istituzioni e gallerie nazionali e internazionali dallo CSAC di Parma all’ASAC di Venezia, dal Lee Miller Archive del Sussex al Mast di Bologna alla Fondazione Marconi di Milano. Realtà che hanno contribuito, tanto con i prestiti quanto con le proprie competenze scientifiche, a rendere il più esaustiva possibile tale ricognizione su uno dei periodi più innovativi del Novecento, con autentici capolavori dell’arte fotografica come i portfoli “Electricitè” (1931) e il rarissimo “Les mannequins. Résurrection des mannequins” (1938), testimonianza unica di uno degli eventi cruciali della storia del surrealismo e delle pratiche espositive del XX secolo, l’Exposition Internationale du Surréalisme di Parigi del 1938. Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, la mostra sarà accompagnata da un catalogo contenente la riproduzione delle opere esposte, i saggi dei curatori e di altri studiosi, nonché essenziali note bio-bibliografiche.

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020

Personaggi da ricordare: Franco Fontana. Tra colori e geometrie

Avvicinatosi alla fotografia attraverso la frequentazione dei circoli amatoriali modenesi, Franco Fontana (Modena, 1933) porta avanti dagli anni Sessanta un percorso di ricerca che lega la fotografia al colore e alla geometria. Pur spaziando tra diversi generi, la fotografia di Fontana si fonda, infatti, su questi due elementi, rispetto ai quali il soggetto diventa secondario. I suoi paesaggi, naturali o urbani, si compongono attraverso linee marcate e strutture geometriche ben definite, sottolineate da colori forti, accesi, quasi astratti, che hanno fatto spesso associare la fotografia di Fontana alla pittura. Ospite nel 1963 alla Biennale del Colore di Vienna, nel 1968 realizza la prima personale a Modena, esposizione che segna l’avvio della carriera internazionale e, nel tempo, il riconoscimento di Fontana tra i più importanti fotografi italiani del Novecento. Collaboratore di riviste e quotidiani, ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti (tra cui la laurea honoris causa conferita dalla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino) e ha esposto le sue immagini nei musei di tutto il mondo.

Fotografie vecchie di 150 anni dell’Amazzonia vendute all’asta per 81Mila dollari

Una serie di fotografie raffiguranti l’Amazzonia, vecchie di 150 anni, sono state vendute all’asta per 81 mila dollari. Le fotografie sono state scattate dal fotografo tedesco Albert Frisch e offrono una visione rara e affascinante di come era la vita nell’Alta Amazzonia brasiliana. Il lotto è stato venduto nell’ambito di un’asta di “Fotografie classiche” e ha generato una copertura di notizie internazionali. Le foto di Frisch – 98 in tutto – furono catturate durante “la prima spedizione fotografica di successo nell’Amazzonia del Brasile” nel 1867-1868, e pubblicate per la prima volta nel 1869. “Questo raro album, ora negli archivi del Weltmuseum di Vienna, era ritenuto l’unico set completo di tali stampe fino alla recente scoperta”, scrive Sotheby’s. “Le fotografie attuali, sui supporti bicolori con didascalia tipografica rilasciate dall’editore Georg Leuzinger nel 1869, sono ritenute l’unico gruppo di questo genere in mani private. Inoltre, questa raccolta contiene due fotografie (tavole 99 e 100) non rappresentate nell’album di Vienna. ”

Photographs by Albert Frisch, courtesy of Sotheby’s

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