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Cerca di fotografare un tramonto: alpinista precipita e perde la vita

Tragedia sulla Grigna Meridionale, in provincia di Lecco, dove il corpo senza vita di un alpinista di cinquant’anni è stato trovato morto.
L’uomo, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe precipitato dopo essere salito sulla Grignetta per fare delle foto al tramonto.
Immediatamente i familiari avevamo lanciato l’allarme per la scomparsa e dopo qualche ora di ricerche le unità di pronto intervento del Soccorso alpino lo hanno ritrovato morto.

Gianni Berengo Gardin si racconta in un’intervista

Gran Bretagna, 1977 - Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Già agli inizi della sua carriera lo chiamavano “il Cartier-Bresson italiano”, oggi è uno dei fotografi più affermati della fotografia italiana e internazionale. L’artista non si limita a catturare l’attimo ma a raccontare vere e proprie storie, immortalandole sulla sua amata pellicola.

Gli scatti di Gardin sono il racconto di un “viaggio in bianco e nero” che svela con poesia una realtà in continua evoluzione.

Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta: Il mondo di Steve McCurry

Dalla nascita alle esperienze della prima infanzia, dal collegio al liceo, dalla fuga per l’Europa alla scoperta dell’amore per il viaggio, soprattutto quello nel “resto del mondo” dove regna una povertà choc che può profondamente incidere sulprovincialismo di ragazzo dei sobborghi…
Mondadori Electa pubblica Il mondo di Steve McCurry. Steve Mccurry si racconta a Gianni Riotta, un libro avvincente, dedicato al racconto di uno dei maggiori fotografi al mondo. Alle storie affascinanti di McCurry, al suo sguardo epico, si affiancano le lucide e critiche riflessioni di Gianni Riotta che inquadra di volta in volta il momento storico e commenta le parole di McCurry. A raccontarci questo mondo è un giornalista e scrittore di grandissima esperienza, viaggiatore e ramingo: lo sguardo del reporter incontra quello del fotografo. Gianni Riotta discute con Steve McCurry e le voci si intrecciano, si mischiano, ognuna con diversa forza e portamento.
Dopo i bellissimi volumi fotografici Electa Le storie dietro le fotografie (2013), oltre 17.000 copie vendute, e India (2015), Mondadori Electa presenta questo nuovo progetto editoriale in anteprima mondiale.
Allegato di posta elettronica

“… girare per il pianeta fece di un ragazzino di Filadelfia che aveva detestato la scuola, una persona riflessiva, meno superficiale … alla fine l’aspetto semplice, solitario, della fotografia mi attrasse … sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica e il soggetto da inquadrare, l’immagine da costruire … non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento … È la fusione tra etica ed estetica che mi avvince”.

Steve McCurry

Foto storica: Richard Avedon e Sophia Loren. Tazio Secchiaroli

Il fotografo più famoso del mondo fotografa l’attrice più famosa del mondo. Richard Avedon non vuole nessuno sul suo set, Sophia Loren non accetta di essere fotografata se non alla presenza di Tazio Secchiaroli, il suo fotografo personale. Avedon, di malavoglia, cede ma non perdonerà mai questa imposizione. Secchiaroli si muove tra le due star come su un set cinematografico fotografando il backstage e le prove, fino a mettersi alle spalle di Richard Avedon e scrutare attraverso le sue lenti. In seguito, Richard Avedon scriverà a Tazio Secchiaroli di aver sfruttato il suo set per farsi pubblicità. Secchiaroli, preso dalla rabbia, straccerà quella lettera. Il suo era un punto di vista completamente diverso e il servizio nulla aveva di simile a quello fashion di Avedon, realizzato per il lancio del film Arabesque di Stanley Donen.

Luigi Ghirri: la fotografia come mezzo per fissare il mutamento

Scomparso nel 1992, a soli quarantanove anni, Luigi Ghirri è considerato uno dei più grandi fotografi di paesaggio in Italia. A influenzare la sua ricerca fu, innanzitutto, il profondo legame con i luoghi della giovinezza, quella provincia emiliana che negli anni Sessanta, superati gli strascichi della guerra, era in piena ripresa economica e culturale. Agli anni Settanta risalgono le prime serie di fotografie, tra cui Kodachrome, Colazione sull’erba e Atlante. Curioso e attento ai cambiamenti, Ghirri interpreta la fotografia come uno strumento capace di guardare al cuore delle cose, di raccontare le trasformazioni del paesaggio italiano. Un paesaggio colto non nella sua dimensione più “spettacolare” ma in quella più intima, nascosta. Cominciano le collaborazioni con architetti, urbanisti, filosofi e, negli anni Ottanta, Ghirri si fa promotore di diverse iniziative che indagano le trasformazioni dell’ambiente contemporaneo, in bilico tra modernità e tradizione, innovazione e conservazione. Risale al 1980 la serie Iconicittà, mentre è del 1984 il progetto Viaggio in Italia, curato insieme con Gianni Leone ed Enzo Velati e considerato un manifesto della fotografia italiana. L’importanza della sua ricerca è riconosciuta anche all’estero: nel 1985 il Ministero della Cultura francese lo incarica di fotografare la Reggia di Versailles e, nello stesso anno, è invitato a lavorare per la sezione di architettura della Biennale di Venezia. Tra i suoi ultimi lavori vi sono le serie dedicate a Giorgio Morandi e Aldo Rossi.

Lisetta Carmi: fotografie di vita

Israele, 1964

Una fotografia esente da qualunque indagine scandalistica. Lisetta Carmi ha sempre palesato il suo unico intento: la ricerca dell’essenza propria e altrui.

Lisetta Carmi è stata fotografa e concertista. Si è dedicata alla pittura, alla scrittura cinese, alla meditazione, ma soprattutto alla vita. Nel suo film presentato alla mostra del Cinema di Venezia del 2010, il regista Daniele Segre la definisce “un’anima in cammino”. Classe 1924, genovese, Lisetta Carmi nasce in una famiglia di origini ebraiche. Nel 1943, poco dopo la promulgazione delle leggi razziali, è costretta a fuggire in Svizzera dove porta con sé lo spartito del Clavicembalo ben temperato  di Bach e la speranza di rientrare nel suo Paese.
Rimpatria due anni dopo e si diploma al conservatorio di Milano. La sua tecnica è impeccabile e il suo tocco rivela il talento di un animo vigile. Negli anni che seguono, il sentimento di vicinanza al popolo ebraico si manifesta nella volontà di conoscere Israele, dove si reca più volte anche grazie alla musica. Gli applausi per la giovane pianista echeggiano abbondanti a Tel Aviv, ma la terra tanto bramata si rivela contraddittoria. Dopo un viaggio in Puglia alla scoperta delle comunità ebraiche autoctone, nel 1960 lascia la musica per la fotografia e prende forma il suo percorso esistenziale e lavorativo multiforme. L’artista utilizza la macchina fotografica, la preghiera, la meditazione e la pittura per rinnovare la propria visione in divenire del mondo e per cogliere la verità degli uomini e degli umili, a cui si sente sempre profondamente vicina. Nel ventennio fotografico in cui opera, l’Italia e il mondo assistono a una parabola artistica notevolmente pregna di eventi: il MOMA ha già presentato New Documents , Magnum Photos si arricchisce di grandi nomi, Giacomelli a Senigallia ha già realizzato Verrà la morte e avrà i tuoi occhi  e Non ho mani che mi accarezzino il volto , Berengo Gardin e Carla Cerati, in pieno periodo Basaglia, propongono il loro Morire di classe e l’agenzia italiana Grazia Neri lavora con nomi di grande rilievo. La stagione d’oro del fotogiornalismo pullula tra le pagine delle riviste internazionali.

Lisetta Carmi: un’ incessante voglia di scoperta di tutto ciò che è, di tutto ciò che vibra

In un quadro fatto di esperienze così composite, Lisetta Carmi non può definirsi solo come infaticabile freelance. A muoverla, infatti, è un’ incessante voglia di scoperta di tutto ciò che è, di tutto ciò che vibra. Per vent’anni, con la Leica avuta in regalo dal padre, si dedica totalmente alla scoperta degli altri: le sue scarpe si sporcano nei basurero venezuelani e il suo cuore si ferma nel vecchio ghetto ebraico di Genova tra le appassionate cantate di De Andrè in via del Campo. Lontani dallo spirito reportagistico di quegli anni, gli scatti della fotografa genovese restituiscono un senso di compiuta indagine personale intrisa di un sentimento analitico più intimo, che con la cronaca puramente giornalistica non ha nulla a che vedere. Tra i suoi lavori più celebri, si ricordano i portuali di Genova del 1965, un quadro di volti piegati dal sole accecante e illuminati da una fatica quasi diafana, Ezra Pound a Sant’Ambrogio di Rapallo nel 1966 ripreso in tutta la solitudine e la drammatica grandezza del poeta, i viaggi in America Latina, il Venezuela, la Colombia e il Messico e poi l’Oriente dove, nel 1976, incontra Babaji Herakhan Baba. Il maestro spirituale la ribattezza Janki Rani e diventa il soggetto fotografico prediletto da Lisetta Carmi. Nel 1980, l’autrice abbandona definitivamente la fotografia. Da quel momento, per diciotto anni, guida la Fondazione Bhole Babadi Cisternino (Br) su volere di Babaji. Negli anni Novanta è a Milano, collabora con Paolo Ferrari e il suo Centro Studi Assenza e ritrova la musica. Nella sua quinta vita, quella attuale che lei stessa definisce dell’assoluta libertà, Lisetta Carmi coltiva e difende il proprio silenzio.

Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

 

L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà. La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.

La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.

Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.

Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

 

Al calar del sole: Le foto al tramonto sono le più suggestive. Ecco i consigli per scatti perfetti

Le foto “wow”, quelle che lasciano sicuramente a bocca aperta chi le guarda, hanno un misto magico di atmosfera,forme e colori. Ma quando scattarle? Nessun momento è migliore del tramonto: l’illuminazione è molto direzionata, e permette di giocare con le ombre, con le forme. La luce, per via della sua dominante, è molto calda. Anche questo porta ad avere soggetti con un rilievo e una plasticità unici, senza eguali in altri momenti della giornata. Il soggetto preferito al crepuscolo è spessoproprio il sole che, pian piano, scompare dietro l’orizzonte. Magari si tuffa nel mare: una foto di sicuro effetto, soprattutto se si usa un potente teleobiettivo che, grazie all’effetto prospettico, ingigantisce la palla solare, che pare infuocata. In ogni caso, non dobbiamo aver fretta di andarcene, dopo il tramonto. A volte le sfumature, nei momenti immediatamente successivi al calar del sole, sono altrettanto d’effetto.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: le regolazioni

Sulla compatta:

  • Scegliere il programma specifico “Tramonto”, che poi è lo stesso dell’alba, visto che le condizioni di luce sono equiparabili. È una modalità molto simile a quella “paesaggio”, ma adattata per realizzare fotografie quando c’è scarsa illuminazione. Nei ritratti in controluce, con il sole che tramonta dietro il soggetto, attivare il flash in modalità “Lampo di schiarita”.

Sulla reflex:

  • Usare il D-Lighting attivo: riduce la perdita di dettagli nelle aree con alte luci e ombre.
  • Impostare l’esposizione a “priorità dei diaframmi”, per avere il controllo sulla profondità di campo.
  • Impostare la lettura esposimetrica a matrice su tutto il campo inquadrato, per ridurre l’importanza della forte luce del sole.
  • Azionare la sovraesposizione intenzionale di 1 EV quando si riprende con il sole in macchina. Altrimenti l’esposimetro viene ingannato e fornisce indicazioni errate che portano anche a forti sottoesposizioni.
  • Se si usa il flash accessorio per schiarire le ombre impostarlo nella modalità “TTL Fill Flash”. Esponendo per il cielo è possibile ottenere l’effetto silhouette, ovvero una sottoesposizione molto forte degli oggetti in controluce, che diventano sagome nere.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: l’accessorio 

Per fotografare al tramonto serve un paraluce, perché l’illuminazione laterale porta alcuni raggi a “entrare nell’obiettivo”, provocando riflessi all’interno delle lenti che causano il cosiddetto “flare”: un deciso decadimento dell’incisione dell’immagine. Il paraluce elimina anche quei dischetti di luce sovrapposti all’immagine con la forma del foro del diaframma, chiamati “fantasmi”.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: i consigli

  • Per avere il sole molto grande è necessario usare una potente focale tele. Almeno 200mm, meglio se più lunga.
  • Per un ritratto sulla spiaggia della vacanza scegliere sempre l’ora del tramonto. In modo particolare i minuti che precedono la scomparsa del sole e quelli immediatamente successivi. Si hanno sfumature di luce come in nessun altro momento della giornata.
  • Il tramonto è l’unico momento della giornata in cui si può fotografare con il sole che illumina direttamente il soggetto. Il momento adatto è quando lo stesso soggetto può guardare l’astro senza socchiudere gli occhi.

Il nuovo esercizio a tema de Il Fotografo: il ritratto

Il ritratto è un genere praticato sin dagli esordi della fotografia, quando artisti e fotografi credevano nell’idea di mostrare le qualità fisiche e morali delle persone che ritraevano. Tale approccio è tuttora praticato nell’ambito di una ritrattistica tradizionale che cerca di entrare in contatto con il soggetto, per comprenderne e interpretarne le emozioni e i sentimenti attraverso le immagini. Ciò è facilmente riscontrabile nelle opere di autori come Nadar, Disdéri, Julia Margaret Cameron, Lewis Carroll, Gustave Le Gray e in tanti altri fotografi vissuti a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Successivamente, il ritratto fu praticato sempre più spesso nella fotografia di viaggio, documentaria, commerciale, fino al ritratto psicologico, poi utilizzato nella fotografia terapeutica. Autori che hanno lavorato in questa direzione sono, ricordandone alcuni, Richard Avedon, Brassaï, Walker Evans e August Sander. Per tutti il ritratto risulta uno strumento linguistico. In linea con queste esperienze artistiche e documentarie si muove la proposta di questo mese. L’invito è di sperimentare le variabili formali, interpretative e comunicative del ritratto. Quest’ultimo potrà essere realizzato senza restrizioni tecniche ed espressive, purché rappresenti lo stile comunicativo del suo autore

Scadenza 15/10/2019 e uscita sul numero 319 de Il Fotografo di novembre 2019

COME ERAVAMO. Quando la fotografia era una sorpresa: Roberto Mutti in dialogo con Bob Krieger

©BobKrieger

La fotografia, ottava arte. Sin dalla sua invenzione, il mezzo fotografico ha dovuto ritagliarsi uno spazio all’interno del sistema artistico, nato come una nuova tecnologia che dava la possibilità a chiunque se lo potesse permettere, di riprodurre oggetti, paesaggi o persone senza avere una particolare abilità manuale. Nei secoli, con l’evoluzione del mezzo e grazie ad illustri fotografi, la fotografia ha acquisito l’affermazione nel mondo dell’arte.
Robero Mutti, scrittore, storico e affermato critico fotografico, direttore artistico di Photofestival e Bob Krieger, fotografo ed autore delle immagini della mostra “Bob Krieger. Imagine. Living through fashion and music, ’60 ’70 ’80 ‘90” (in corso a Palazzo Morando |Costume Moda Immagine via Sant’Andrea 6 fino al 30 giugno), ci accompagnano giovedì 20 giugno dalle ore 17.30 lungo un viaggio temporale raccontandoci l’evoluzione dell’arte fotografica. A partire dal dagherrotipo, ovvero il primo processo fotografico che utilizzava lastre di rame e argento, alla Polaroid che ha segnato il passaggio all’istante fotografico, per arrivare infine alla fotografia digitale dei giorni nostri e alle sue infinite evoluzioni.

Roberto Mutti in dialogo con Bob Krieger

La possibilità di poter modificare le immagini con filtri ed effetti di ogni tipo ha reso oggi la fotografia una forma d’arte a cui tutti possono accedere. Nella fotografia digitale non c’è più un rullino e non vi sono più lunghi tempi di attesa per visualizzare l’immagine fotografata, ma possiamo guardarla istantaneamente nel piccolo schermo della macchina o sempre di più su smartphone e tablet, per cancellarla, rifarla, o modificarla tramite il computer con l’ausilio di programmi come Photoshop, che hanno moltissime possibilità di correzioni in post-produzione. Tutto questo, però, ha tolto l’effetto “sorpresa” che accompagnava la visione dello scatto sviluppato nella camera oscura.
Se pellicole e stampe sono state archiviate dal grande pubblico, il mercato sta però rispolverando le vecchie istantanee rivisitate in chiave moderna, capaci di regalare immediatamente una foto su supporto cartaceo e restituire la magia della sorpresa, un tempo dimenticata. Corsi e ricorsi…

COME ERAVAMO. Quando la fotografia era una sorpresa
Roberto Mutti in dialogo con Bob Krieger
Giovedì 20 giugno ore 17.30
Palazzo Morando | Costume Moda Immagine via Sant’Andrea 6
Sala Conferenze – Ingresso all’incontro Libero

I paesaggi e la composizione secondo Tom Mackie

La fotografia è “vedere” ma è anche quello che non si vede. Per il celebrato paesaggista Tom Mackie, questo è uno dei punti più importanti da ricordare quando catturiamo una scena. La prima cosa che Tom fa quando è pronto a scattare è esaminare ciò che ha davanti e cercare qualsiasi motivo o forma geometrica che possa diventare elemento portante della composizione. “Detesto i paesaggi pasticciati e affollati e comporre sui motivi è un buon modo per imporre un certo ordine al mondo naturale. Aiuta lo sguardo a navigare più facilmente nell’inquadratura.”

Per Tom, la composizione è il processo di dissezione dei dettagli di un paesaggio

“Nei miei workshop, le persone dicono sempre di voler ‘vedere’ una scena come faccio io,” aggiunge Tom. “Il miglior modo che mi viene in mente per descrivere il mio processo compositivo è dire che, prima di portare la fotocamera agli occhi, osservo la scena e cerco di immaginarla come uno schizzo a matita, senza nessun particolare. Escludo mentalmente tutti i dettagli per riuscire a concentrarmi solo sulle linee. Una volta fatto questo, si tratta solo di disporre queste linee nell’inquadratura per formare una composizione piacevole. Poi si può affinare la disposizione estraendo i dettagli  che sottraggono qualcosa al soggetto principale. Quello che non si include spesso è importante quanto quello che si include.”

Le basi del primo piano

A questo punto, scegliere un elemento di interesse in primo piano diventa la considerazione più importante, cosa che spesso il dilettante medio dimentica. “Il primo piano è cruciale perché aggiunge profondità alle immagini,” spiega Tom. “Un’altra cosa che spesso la gente scorda è l’effetto delle forme che si sovrappongono e fondono. Un sacco di principianti non si rendono conto che l’occhio vede un’infinità di dettagli che la reflex non è in grado di registrare.” La fotocamera appiattisce la scena, dice, e infrange ogni tentativo di previsione. Tom cita l’esempio di una serie di faraglioni: “I nostri occhi li vedono come forme separate, ma la fotocamerali fonde e ricrea solo una grossa macchia di roccia. Per evitarlo, si deve controllare che siano nella posizione giusta e verificare il risultato sullo schermo LCD”.

Alcuni luoghi consentono più libertà creativa e compositiva di altri. Il cambio delle maree richiede inquadrature diverse, come il grandangolo con la bassa marea, mentre i paesaggi boschivi sono più difficili da comporre perché motivi e strutture degli alberi dettano in gran parte l’inquadratura.
Infine, se il cielo è piatto e non aggiunge niente alla vostra immagine, conviene escluderlo… Dovete sapere quando violare le regole!” Proprio “sapere quando” è parte di quanto distingue i dilettanti dai professionisti. Dobbiamo sempre avere una buona ragione per fare qualcosa.

Se noto un esemplare giallo nel mezzo di un campo di tulipani rossi, so di dover spezzare la regola dei terzi per inquadrarlo al centro, per enfatizzare il tema dell’indipendenza,” spiega Tom. “Se avessi rispettato la regola dei terzi, quello scatto non funzionerebbe altrettanto bene.”

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