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Boschi e foreste: le foglie cambiano colore. È il momento giusto per tirare fuori la reflex

Boschi e foreste: le foglie cambiano colore e si tingono di rosso

L’autunno è forse la stagione migliore per chi ama la fotografia naturalistica. I paesaggi, infatti, si mostrano nel loro massimo splendore, grazie alla morbidezza dorata della luce e alle ombre che si allungano presto regalando una fantastica tridimensionalità agli scatti. Nonostante ciò, non sempre è facile portare a casa gli scatti che si hanno in mente: ecco quindi che i consigli dei professionisti diventano preziosissimi.

Boschi e foreste: i consigli di Guy Edwardes

Una cupola d’oro “Monta un grandangolo. Sdraiati a terra, guarda in alto e porta al volto la tua fotocamera: che spettacolo! Non tenere troppo sospese le braccia, imposta un’apertura come f/11 e assicurati che i tronchi e tutte le chiome siano a fuoco. Componi in modo che qualche tronco parta dagli angoli del fotogramma e, se il cielo è blu, usa il polarizzatore per esaltarne i colori.”

Dettagli da non trascurare “In questo caso monta un teleobiettivo per far risaltare i dettagli, comprimendo i piani in prospettiva e migliorando il controllo della composizione. Cerca un punto di ripresa alto sopra un bosco, un lago o un villaggio da cui poter dominare il paesaggio. Se riuscirai a sfruttare le ore in cui il sole è ancora basso e la bruma si solleva, avrai grandi vantaggi nel produrre una scena suggestiva e affascinante, con pochi elementi di distrazione: se imposti una buona apertura (f/5.6-8), la nebbiolina nasconderà strade, case, piloni e lascerà respiro tra gli alberi.

Quando le foglie cadono “Puoi sperimentare ottiche con focali molto diverse per ottenere effetti differenti. Un pieno basculaggio delle lenti permette di catturare i tronchi come se fossero inclinati verso di noi. Cerca sempre di comporre escludendo aree di cielo troppo luminose. L’ideale è fotografare in giornate di cielo coperto. La nebbia, invece, regalerà alle tue immagini un’atmosfera quasi mistica!”

La magia dei riflessi “Puoi raddoppiare l’impatto dei colori autunnali fotografandoli riflessi in superfici d’acqua perfettamente calme. Non aver paura di centrare l’orizzonte – la simmetria che ne risulterà potrebbe essere efficace. Fotografa al mattino presto o verso la fine del giorno, quando il vento tende ad annullarsi. Se l’acqua si muove, monta un filtro ND e allunga i tempi di posa per ottenere il classico effetto ‘setoso’. In giornate di cielo coperto, componi escludendo il cielo.

 

Glasgow 1969, gli esordi scozzesi di Gabriele Basilico

Immagini 021

Nell’estate del 1969 Gabriele Basilico, ancora studente, fece un viaggio a Glasgow, in Scozia, dove scattò un rullino di tutte le immagini e le sfaccettature sociali che lo colpirono. Una volta rientrato a Milano, Basilico stampò le foto e le mostrò a Lanfranco Colombo, che decise di allestirgli una mostra nella sua galleria milanese Il Diaframma. Fu la prima mostra di Basilico. Queste foto mostrano uno stile attento all’attimo e al movimento, diverso da quello che lo farà conoscere in tutto il mondo come uno tra i più autorevoli interpreti della fotografia italiana del Novecento. Il libro Glasgow 1969, edito da Humboldt Books, completa la trilogia Basilico prima di Basilico, dopo Iran 1970 e Marocco 1971, ed è accompagnato dai testi di Umberto Fiori, Pippo Ciorra e di Giovanna Calvenzi, che lo accompagnava nell’estate del 1969: «È un tardo pomeriggio dell’estate 1969. Siamo nella periferia di Glasgow e Gabriele Basilico imbraccia una Nikon F scattando un solo rullino. È in uno stato di grazia, ma nessuno può ancora sapere che quel rullino costituisce l’atto di nascita di Basilico come fotografo».

 

Foto storica: Richard Avedon e Sophia Loren. Tazio Secchiaroli

Il fotografo più famoso del mondo fotografa l’attrice più famosa del mondo. Richard Avedon non vuole nessuno sul suo set, Sophia Loren non accetta di essere fotografata se non alla presenza di Tazio Secchiaroli, il suo fotografo personale. Avedon, di malavoglia, cede ma non perdonerà mai questa imposizione. Secchiaroli si muove tra le due star come su un set cinematografico fotografando il backstage e le prove, fino a mettersi alle spalle di Richard Avedon e scrutare attraverso le sue lenti. In seguito, Richard Avedon scriverà a Tazio Secchiaroli di aver sfruttato il suo set per farsi pubblicità. Secchiaroli, preso dalla rabbia, straccerà quella lettera. Il suo era un punto di vista completamente diverso e il servizio nulla aveva di simile a quello fashion di Avedon, realizzato per il lancio del film Arabesque di Stanley Donen.

Voghera Fotografia: incontro nazionale dedicato alla fotografia d’autore

Paolo Fresu © Roberto Cifarelli

Prosegue, fino al 6 ottobre, la seconda edizione di Voghera Fotografia, incontro nazionale dedicato alla fotografia d’autore, organizzato da Spazio 53 – Visual Imaging, dal titolo Tra luoghi e persone – Transiti. Cinque i progetti fotografici che si potranno ammirare quest’anno, ma il programma si arricchisce di una mostra dell’Associazione Culturale Cacciatori d’Ombra sulla via Appia e di una collettiva sui “Transiti” contemporanei, oltre a corsi e workshop, visite guidate, letture portfolio, videoproiezioni. In particolare, nell’esposizione Vanishing Shepherds, Sara Munari racconta come i cambiamenti climatici e l’urbanizzazione stiano uccidendo la cultura pastorale in Mongolia, mentre Harry De Zitter, nella serie The Himba Collection, esplora le esistenze degli Himba, popolazione indigena della Namibia, l’ultima semi-nomade del Paese. Di Olivo Barbieri si può ammirare la serie Adriatic Sea (staged) Dancing People 2015, dedicata alla costa adriatica romagnola.

Fino al 6 ottobre Castello Visconteo Piazza della Liberazione
www.vogherafotografia.it

A Padova la prima edizione del Festival Internazionale di Fotografia: Photo Open Up

Io, l’altro (e l’altrove) Il tema del 'diverso' dall'Ottocento ai nostri giorni a cura di Carlo Sala

Padova ospiterà la prima edizione del Festival Internazionale di Fotografia: Photo Open Up. Le mostre sono situate in varie sedi e tutta la città vivrà un ricco calendario di eventi imperdibili per gli amanti della fotografia. La prima edizione di Photo Open Up, Festival Internazionale di Fotografia, coinvolgerà l’intera città di Padova dal 21 settembre al 27 ottobre 2019 con mostre ed eventi dedicati alla valorizzazione della fotografia come straordinario strumento di indagine, espressione e comunicazione.
Ideato e progettato dal Comune di Padova Assessorato alla cultura e Arcadia Arte con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e la direzione artistica di Carlo Sala (curatore e docente al Master in Photography dell’Università IUAV di Venezia), il Festival, esplorerà la fotografia dall’800 alla scena attuale sotto il tema “Dialoghi e Conflitti”, portando alla visione del grande pubblico nomi come Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Robert Mapplethorpe, David LaChapelle, Gabriele Basilico, Mussat- Sartor e molti altri. La kermesse si sviluppa nell’arco di un mese con un programma fatto di mostre, incontri, tavole rotonde, workshop e appuntamenti che desiderano fare rete con l’intero tessuto urbano sottolineando la ricchezza del patrimonio culturale e architettonico della città. Il festival infatti entrerà nelle principali sedi espositive tra le quali: Musei Civici agli Eremitani, Palazzo Zuckermann, Galleria Cavour, Scuderie di Palazzo Moroni, Palazzo Angeli, Museo Antoniano e Cattedrale  Ex Macello. Le mostre fotografiche del Festival saranno distribuite tra diversi punti in città. Saranno sette gli edifici in centro a ospitare le esposizioni di Photo Open Up, più numerose altre location dove trovare mostre ed eventi “fuori festival”
Non solo mostre: il Festival Internazionale di Fotografia si animerà di numerosi eventi e attività. Workshop e letture portfolio per gli appassionati di fotografia, ma anche mostre “fuori festival” e imperdibili eventi che vi daranno l’occasione di visitare Padova.

Gerry Johansson in mostra a Micamera

NY, 1962

Mettete su un disco jazz, qualcosa come Kind of Blue di Miles Davis con il sassofono contralto di Cannonball Adderley, immaginate di essere nei primi anni ’60. E’ mattina presto e seduto su un pullman dal New Jersey a New York c’è un adolescente svedese di nome Gerry Johansson. È qui che inizia il nostro viaggio. È prima delle fotografie quadrate che conosciamo. Con le immagini di Paul Strand in mente, un adolescente Gerry Johansson trascorre le giornate vagando per la Grande Mela e scattando foto. Frequenta il Village Camera Club e ha portato dalla Svezia un ingranditore per sviluppare e stampare in camera oscura – cosa che fa e ama fare tutt’ora, sperimentando con diverse carte per trovare sempre il supporto perfetto per ogni immagine. (Allo stesso modo, costruisce da sé anche le cornici, dipingendole in tonalità di bianco leggermente diverse per abbinarle alle stampe) Ma ora siamo nei primi anni settanta. Nel corso del tempo, Johansson assimila il lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand, cui seguono William Eggleston e Robert Adams. Gli Stati Uniti, la musica jazz e la cultura di questo paese, avranno una grande influenza su di lui. Tornerà a vivere in Svezia, viaggiando qui comunque spesso: sarà a Chicago nel 1976, attraverserà il paese dalla costa occidentale a quella orientale nel 1983. Nel 1993 è negli stati del sud. E altre visite seguiranno nel corso degli anni, scattando immagini che verranno pubblicate in diversi libri. L’ultimo, American Winter (MACK, 2018) raccoglie fotografie realizzate negli stati centro-occidentali tra il 2017 e il 2018: Kansas, Nebraska, South Dakota, North Dakota, Montana, Wyoming e Colorado. La fotografia di Johansson è in gran parte guidata dall’intuizione ma poi organizzata con logica e un ordine rigorosi. In genere evita di creare storie, considera ogni immagine a sé stante, individuale. Questa mostra è una sorta di eccezione, ha un certo sottofondo jazz, evidente nella selezione che scorre armoniosamente attraverso una carriera straordinaria, includendo liberamente toni diversi che fanno risuonare in noi le immagini di Lee Friedlander o Mark Steinmetz, o di Robert Adams, per arrivare a un chiaro e definito stile Gerry Johansson. Come diceva Charles Mingus: “Rendere complicato il semplice è cosa banale; trasformare ciò che è complicato in qualcosa di semplice, incredibilmente semplice: questa è creatività“.

AMERICA SO FAR. 1962 – 2018
mostra di fotografie di Gerry Johansson
Fino al 19 ottobre

Fotografa muore durante un servizio fotografico: incidente o omicidio?

Victoria Schafer

Una fotografa è rimasta uccisa dalla caduta di un ramo durante un servizio fotografico.
Victoria Schafer, 44 anni si trovava nel parco statale di Hocking Hills quando un ramo di un albero, cadendo, l’ha colpita e non le ha lasciato alcuna via di scampo. La fotografa era impegnata in un servizio fotografico con sei studenti di una locale scuola superiore.
Gli investigatori, dopo le prime indagini, hanno concluso che non poteva trattarsi di un incidente e hanno offerto 10.000 dollari a chiunque possa fornire informazioni su cosa in realtà è successo in quel parco. Secondo la ricostruzione ad opera degli inquirenti, sul luogo del delitto erano presenti delle persone che hanno provocato la caduta del ramo intenzionalmente. Per questo motivo le indagini stanno proseguendo per l’ipotesi di reato di omicidio.

 

 

Appuntamenti fotografici da non perdere in autunno

Eccovi due appuntamenti fotografici da non perdere in autunno.

  • Ferdinando Scianna. Viaggio Racconto Memoria
    Ferdinando Scianna ha iniziato a fotografare negli anni Sessanta narrando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione, la Sicilia – nel 1965 insieme allo scrittore Leonardo Sciascia pubblica il libro Feste Religiose in Sicilia e vince il prestigioso premio Nadar. In seguito si trasferisce a Milano dove collabora per  L’Europeo e, successivamente, è a Parigi – vi rimarrà dieci anni –. Nella capitale francese inizia una collaborazione con  Le Monde dedicandosi anche alla scrittura. Il più grande dono che la Ville Lumière gli regala è l’incontro con Henri Cartier- Bresson, il quale, colpito dal suo lavoro, lo invita a prender parte della ‘nuova’ agenzia Magnum – è il primo italiano ad avere questo onore –. Questi e altri momenti sono evocati nella mostra retrospettiva  Viaggio Racconto Memoria dedicata al fotografo siciliano alla Casa dei Tre Oci di Venezia. L’esposizione ripercorre oltre cinquanta anni di carriera attraverso centottanta opere in bianco e nero divise in tre macro temi, come suggerito dal titolo stesso.
    INFORMAZIONI: Casa dei Tre Oci, Fondamenta delle Zitelle 43 30133, Giudecca, Venezia
    Orari: Tutti i giorni dalle ore 10 alle 19. Chiuso il martedì
    Tel.: 041.24.12.332.
    Ingresso: 13 euro
    E-mail: info@treoci.org
    Web: www.treoci.org
  • Sergio Scabar. Oscura Camera 1969 – 2018
    Sergio Scabar ha fatto della fotografia uno strumento di riflessione e d’indagine. Autodidatta, è divenuto noto al panorama artistico grazie all’originalità de Il Teatro delle cose del 1999 – lavoro che ha segnato il suo stile votato a una ricerca poetica incentrata sull’essenzialità degli oggetti e delle loro forme–. La mostra, inaugurata lo scorso 28 giugno al Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia e presentata alla libreria MiCamera di Milano, si compone di trecento scatti che seguono l’andamento cronologico del suo lavoro diviso in due grandi fasi: la prima, più vicina al genere del reportage, la seconda, più riflessiva e sperimentale avviata negli anni Novanta che ha definito la cifra stilistica dell’autore. Il suo reportage è segnato da una particolare sensibilità di sguardo nel creare sistemi seriali d’immagini dove, al contrario di una documentazione classica, la camera rimane fissa e sono gli oggetti e le persone a muoversi dinnanzi a essa. Negli anni a cavallo tra lo scorso e l’attuale secolo, in un’evoluzione della staticità che aveva sperimentato nei lavori precedenti, la natura morta diventa l’asse portante della sua produzione, riprodotta attraverso una particolare tecnica di ripresa detta ‘alchemica’ che gli consente di ottenere tonalità opache e scure che sono diventate ben presto il suo inconfondibile tratto distintivo.
    INFORMAZIONI Palazzo Attems Petzenstein, Piazza E. De Amicis 2, Gorizia
    Orari: Da martedì a domenica ore 10-18, giovedì ore 10-20; lunedì chiuso
    Tel.: 0481.38.53.35.
    Ingresso: 6 eur
    E-mail: musei.erpac@regione.fvg.it
    Web: www.musei.regione.fvg.it

JOBS, la Quarta rivoluzione industriale: concorso fotografico riservato a fotografi Under 35

Stephen Shore, Luzzara, 1993. © Stephen Shore. Dalla collezione Linea di Confine

JOBS Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale è il concorso fotografico organizzato dall’associazione Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea che si propone di selezionare ed esporre le ricerche autonomamente svolte da autori under 35 in Italia ed in Europa, con la finalità di dare visibilità alla sensibilità e all’interesse che le giovani generazioni mostrano ai temi della trasformazione del lavoro e degli spazi della produzione. Con l’economia circolare e la Quarta rivoluzione industriale, caratterizzata da un forte impulso all’automazione, il lavoro ha assunto nuove forme in rapporto alla tecnologia e al territorio, diventato una vera e propria “fabbrica a cielo aperto”. La fotografia contemporanea si è preoccupata, in questi decenni, di sottolineare la scomparsa del lavoro e la dimensione astratta dei processi produttivi, tuttavia, da più parti, si avverte la necessità di una visione più approfondita sui cambiamenti che interessano il lavoro e gli spazi della produzione.

JOBS Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale: modalità di partecipazione

Entro il 12 ottobre, i giovani autori potranno presentare le proprie ricerche che saranno selezionate da una commissione composta da Antonello Frongia (storico della fotografia, Università Roma 3), William Guerrieri (fotografo, curatore Linea di Confine), Guido Guidi(fotografo), Stefano Munarin (urbanista, IUAV) e da Andrea Pertoldeo (fotografo e coordinatore Master fotografia IUAV).
Le ricerche selezionate saranno esposte all’Ospitale di Rubiera (RE), nel contesto di una giornata di studio e di una mostra di fotografie di autori di rilevanza internazionale a cura di Linea di Confine, che inaugurerà in data 16 novembre 2019. Per partecipare al concorso i canditati dovranno inviare via email, entro e non oltre il 12 ottobre 2019, all’indirizzo dell’associazione (L’Ospitale, Via Fontana 2 42048 Rubiera, RE info@lineadiconfine.org) un portfolio di un minimo 13 e un massimo di 30 fotografie, in formato digitale, oppure in formato cartaceo, inerente le tematiche del concorso, oltre ai dati anagrafici e fiscali, il curriculum e i propri recapiti postali ed email e una breve presentazione del progetto.
I partecipanti dovranno versare una quota di iscrizione di 20,00 Euro a Linea di Confine, tramite bonifico bancario (IBAN: IT07C0538766470000001031239). Tutti i partecipanti riceveranno una email di conferma del materiale ricevuto. Tutti i progetti pervenuti in regola con le norme concorsuali saranno sottoposti al giudizio della Commissione. La Commissione selezionerà un minimo di 10 progetti che saranno esposti, con modalità definite da Linea di Confine nelle sale espositive dell’Ospitale di Rubiera, in concomitanza con la giornata di studio e la mostra collaterale di fotografie e documenti che inaugurerà il 16 Novembre 2019. I materiale fotografici, o video o altro, pertinenti ai progetti selezionati saranno prodotti ed inviati a cura dei partecipanti nelle quantità e nelle dimensioni richieste dalla commissione esaminatrice. I materiali inviati dai partecipanti ed esposti nella mostra, rimarranno di proprietà degli autori e saranno rispediti a cura di Linea di Confine ai partecipanti che ne faranno richiesta esplicita, al termine della mostra.

Il bando e maggiori informazioni e materiali di approfondimento sono disponibili sul sito:
www.lineadiconfine.org 

Massimo Sciacca: reporter di guerra, grande scuola di vita

Afghanistan 2001
Afghanistan 2001

Massimo Sciacca. Raccontare in poche righe la carriera di un professionista, che ha dedicato metà della sua vita alla fotografia, non è cosa facile. Meno ancora quando gran parte di questa attività si è svolta in zone di guerra. Quella guerra che ha sempre cercato di raccontare non parlando di morte, ma cogliendo momenti che potessero rappresentare segnali di vita e di speranza. Massimo Sciacca, classe 1965, è nato e cresciuto a Bologna. Inizia la sua attività di reporter a soli 18 anni, prima occupandosi di cronaca e poi come fotogiornalista di guerra per importanti testate italiane. Ha seguito tutto il conflitto nei Balcani. Restando per anni a Sarajevo, tanto che oggi considera la città come casa sua. “Ho ancora tanti amici – dice – è stata un’esperienza molto potente, che mi ha insegnato molto. Anche in quella situazione terribile, preferivo raccontare storie di vita e non di morte. La mia più grande soddisfazione è stato il progetto ‘Rock sotto l’assedio’. Il giovane gruppo rock che avevo fotografato per le strade sconvolte dalle bombe è stato ingaggiato da Vasco Rossi come spalla per i suoi concerti. In Italia hanno esordito a Milano, allo stadio di San Siro. Dopo i Balcani sono andato in Asia, a Hong Kong, poi in Polinesia. Giro il mondo perché è importante denunciare ciò che non va attraverso le immagini. Dopo è stata la volta degli Stati Uniti e ora dell’Africa”. Ma con l’avvento del digitale, per un fotografo come Sciacca qualcosa è cambiato? “È stato difficile adeguarmi – spiega -. Mi ritengo un fotografo classico. Preferisco raccontare in bianco e nero, anche se ora faccio film e documentari. Naturalmente a colori”. Ma come è diventato fotografo? “ “La passione è nata dai viaggi. Sono un autodidatta. La mia palestra? I rally a Bologna. Ho scoperto tardi la mia città – continua -. Amavo la Bologna alternativa, quella dei centri sociali, del Livello 57 e del Link. L’ho documentata nei primi anni ‘90 ed è stata oggetto di una mostra nel 2000, quando fu città della Cultura. Un periodo d’oro, che ha prodotto tanti bravi artisti. Come BLU, uno dei migliori street artist”. Nel 1997 Sciacca ha vinto il primo premio Word Press. Nel 1998 entra a far parte di Contrasto. “La realtà è a colori, ma il bianco e nero è molto più realistico”, conclude

Sergio Scabar nella mostra Oscura Camera 1969 – 2018

Sergio Scabar ha fatto della fotografia uno strumento di riflessione e d’indagine. Autodidatta, è divenuto noto al panorama artistico grazie all’originalità de Il Teatro delle cose del 1999 – lavoro che ha segnato il suo stile votato a una ricerca poetica incentrata sull’essenzialità degli oggetti e delle loro forme –. La mostra, inaugurata lo scorso 28 giugno al Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia e presentata alla libreria MiCamera di Milano, si compone di trecento scatti che seguono l’andamento cronologico del suo lavoro diviso in due grandi fasi: la prima, più vicina al genere del reportage, la seconda, più riflessiva e sperimentale avviata negli anni Novanta che ha definito la cifra stilistica dell’autore. Il suo reportage è segnato da una particolare sensibilità di sguardo nel creare sistemi seriali d’immagini dove, al contrario di una documentazione classica, la camera rimane fissa e sono gli oggetti e le persone a muoversi dinnanzi a essa. Negli anni a cavallo tra lo scorso e l’attuale secolo, in un’evoluzione della staticità che aveva sperimentato nei lavori precedenti, la natura morta diventa l’asse portante della sua produzione, riprodotta attraverso una particolare tecnica di ripresa detta ‘alchemica’ che gli consente di ottenere tonalità opache e scure che sono diventate ben presto il suo inconfondibile tratto distintivo.

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