Tag archive

fotografia - page 3

Le fotografie e i film: come ricreare i mondi scomparsi

I film cercano di ricostruire il più esattamente possibile tutti i dettagli e l’atmosfera del periodo che raccontano. Per ottenere un buon risultato, i registi, i direttori della fotografia, i costumisti e gli scenografi pescano a piene mani nella letteratura, ma anche nell’iconografia pittorica e tra le fotografie, se esistenti, dell’epoca che racconteranno.

Fotografie e film: Martin Scorsese in Gangs of New York

Martin Scorsese per Gangs of New York , il suo film del 2002 che trae ispirazione da un saggio sulla criminalità della New York del XIX secolo, ricrea la città dell’epoca in base alle fotografie di Jacob Riis, un emigrato danese diventato fotografo dopo aver esercitato i lavori più disparati.
Riis, grazie a una più leggera camera a cassetta Kodak apparsa nel 1888, riuscì a infilarsi agevolmente e documentare le strade, le baracche e le stanze dei poveri di New York, ambienti che aveva conosciuto bene durante i suoi primi anni negli Stati Uniti. Fotografa anche i Five Points , il quartiere miserevole dove, tra il 1846 e il 1862, è ambientato Gangs of New York  e dove si ammassarono, negli anni, gli irlandesi e i neri liberati dalla schiavitù. È a queste fotografie pubblicate nel 1890, oltre che ai dagherrotipi del museo di Ellis Island, a cui si ispirano Scorsese e i suoi collaboratori per ricreare quel mondo.

Fotografie e film: Steven Spielberg in Salvate il Soldato Ryan

Anche Steven Spielberg si rifà a documenti fotografici storici per trascinare lo spettatore dentro la scena iniziale di Salvate il soldato Ryan  (1998):si tratta delle celebri fotografie dello sbarco in Normandia scattate il 6 giugno del 1943 da Robert Capa che andò verso la spiaggia assieme ai soldati con due fotocamere Contax II. Spielberg si riferisce al repertorio fotografico anche per tracciare le atmosfere tra documentario e fiction di  Schindler’s list (1993). Il lavoro fotografico, dal quale traggono apertamente ispirazione le immagini del film, è quello di Roman Vishniac, il fotografo di origine russa che, con una Rolleiflex e una Leica, documentò la vita quotidiana delle comunità ebraiche dell’Europa orientale tra il 1935 e il 1938.

Fotografie e film: Louis Malle e Stanley Donen

Nel 1978 esce Pretty Baby di Louis Malle, il film che lancerà Brooke Shields, all’epoca dodicenne. Ambientato nel 1917 a Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans, il film è ispirato alla figura di Ernest J. Bellocq e alle sue fotografie. Bellocq, interpretato da Keith Carradine, fu un fotografo di New Orleans che, dal 1912, comincia a fotografare il quartiere della prostituzione e le donne che lì vivono. Del suo enorme lavoro, scoperto vari anni dopo la sua morte, sopravvissero solo 89 lastre, le uniche scampate alla probabile distruzione da parte del fratello gesuita. Anche Cenerentola a Parigi  del 1957 di Stanley Donen, si ispira alla figura e al lavoro di un fotografo che, in questo caso è Richard Avedon. Le fotografie che appaiono nel film, che racconta di un fotografo di moda, Fred Astaire, e di una commessa tramutata in modella, Audrey Hepburn, sono proprio di Avedon che fece anche da consulente al film. Un’altra fonte di ispirazione molto importante per il cinema è stata sicuramente quella delle fotografie realizzate nella seconda metà degli Anni Trenta per la Farm Security Administration, soprattutto quelle di Walker Evans, raccolte e pubblicate  nel 1938 nel libro American Photographs . Vi si ispireranno le immagini e la qualità del bianco e nero di due film di Peter Bogdanovich: L’ultimo spettacolo  del 1971, ambientato in Texas negli Anni Cinquanta e Paper Moon del 1973, ambientato negli Anni Trenta nella provincia americana del Kansas. A Walker Evans si ispirò anche il regista Wim Wenders, grande appassionato di fotografia e fotografo a sua volta, per il film in bianco e nero Nel corso del tempo  (1976) che diventò  il film-manifesto del Nuovo Cinema Tedesco. American Photographs  nel 1939 arrivò, clandestinamente, anche in Italia. Pubblicato dalla rivista Corrente  e recensito da Alberto Lattuada, futuro regista, influì sia sulla fotografia realista degli Anni Quaranta che sul cinema neorealista. Il cinema di Xavier Dolan, l’ènfant prodige del cinema canadese, dichiara un legame ancora più stretto con la fotografia, poiché trae ispirazione direttamente dal lavoro di grandi fotografi come Nan Goldin che ha suggerito la genesi di Mommy , Premio della Giuria a Cannes nel 2014. I libri fotosopra di Xavier Dolan, l’ènfant prodige del cinema canadese, dichiara un legame ancora più stretto con la fotografia, poiché trae ispirazione direttamente dal lavoro di grandi fotografi come Nan Goldin che ha suggerito la genesi di Mommy , Premio della Giuria a Cannes nel 2014.

 

Mondo e foto: i 5 luoghi da fotografare almeno una volta nella vita

Le vacanze stanno arrivando e quale migliore occasione per svelarvi alcuni tra i luoghi più belli, ideali per la foto perfetta, da inserire nell’album dei ricordi, o se volete da pubblicare sui social e condividere con gli amici.

Oggi grazie all’avvento delle nuove tecnologie i viaggiatori scattano tantissime foto dei luoghi visitati: se siete appassionati di fotografia e cercate la meta di vacanza perfetta da fotografare, vi diamo qualche suggerimento.

  • Salar de Uyuni, Bolivia: il deserto di sale più grande della Terra e in assoluto uno dei più grandi deserti del mondo.
  • Valle della Luna, Cile: si trova nel Deserto di Atacama, in Cile. Nella valle si ergono delle formazioni di sabbia e pietra molto particolari.
  • Ushuaia, Terra del Fuoco, Argentina: uno dei luoghi incredibili e più spettacolari del mondo. Qui si trova un paesaggio di acqua, montagne e ghiacciai, con una natura imponente e selvaggia e una fauna ricchissima.
  • I Dodici Apostoli, Australia: sono una serie di faraglioni di roccia calcarea che si stagliano davanti alla costa meridionale dello Stato di Victoria, a poco più di 200 km da Melbourne.
  • Deserto dei Pinnacoli, Australia: un curioso deserto di sabbia caratterizzato dalla presenza di numerose rocce calcaree, simili a dei pinnacoli e dalle forme più varie

Tina Modotti: una mostra ne celebra il mito

ina Modotti, Ragazza che trasporta l’acqua, Messico, 1927

La mostra a Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, nella rinascimentale sede di Palazzo Bisaccioni, celebra Tina Modotti, una delle più grandi fotografe del Novecento, attraverso una mostra che vuole delineare la sua vicenda esistenziale oltre che artistica, celebrandone il mito, ma raccontando anche gli aspetti più privati. Fotografia e vita collimano, l’una a raccontare l’altra con un intento di onestà, passione e ideali. La mostra “Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria” è composta da sessanta fotografie provenienti dalla Galerie Bilderwel di Berlino di Reinhard Schultz, che ne è anche il curatore. Obiettivo del progetto espositivo, ideato da Francesca Macera, è quello di ripercorrere le affascinanti vicende biografiche di Tina Modotti, far scoprire la sua grande abilità di fotografa e le passioni che ne condizionarono in maniera determinate l’esistenza, attraverso un percorso che si snoda in sei tappe, che ripercorrono i luoghi, le immagini, gli amici, gli amanti che fecero parte dell’affascinante universo di Tina. Di origini friulane, giovanissima emigrò negli Stati Uniti per poi trasferirsi in Messico, dove partecipò attivamente alla fervida vita culturale e politica che negli anni Venti del Novecento animava il paese.

Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria

La mostra si apre con la sezione dedicata alle sue origini e alla sua storia familiare. Nata a Udine nel 1896 a cause delle difficili condizioni di vita, a soli diciassette si imbarca su un piroscafo diretta verso la California, dove la attendevano a San Francisco il padre e la sorella. Lì conosce e si innamora del pittore canadese Roubaix de l’Abrie Richey, detto Robo e con lui si trasferisce a Los Angeles. La seconda sezione documenta la sua breve carriera hollywoodiana, in qualità di attrice del cinema muto. Scritturata per parti da avvenente femme fatale, partecipa a diverse pellicole, tra cui The Tiger’s Coat del 1920 diretta Roy Clements, unico documento cinematografico superstite della carriera di attrice di Tina Modotti. Snodo fondamentale del percorso è la terza sezione, relativa alla fotografia, che Tina scoprì grazie all’incontro con il fotografo statunitense Edward Weston, che per molti anni fu suo mentore e con il quale si trasferì in Messico nel 1923 e intrecciò anche una lunga ed appassionata relazione sentimentale. Entrambi influenzati dal costruttivismo europeo e dall’estridentismo messicano, fotografano inizialmente gli stessi soggetti e oggetti, ma già da queste prime prove inizia a delinearsi la visione e la personalità fotografica densa di umanità della Modotti. Ne sono un esempio in mostra Serbatoio n. 1con i volumi accentuati da prospettive geometriche, o l’ammorbidirsi delle linee nella celebre Calle in cui tutto viene giocato nel contrasto tra luce e ombra. Weston rimane una presenza costante nella vita di Tina, ma l’amore è destinato a finire, quando la sua passione politica la allontana irrimediabilmente dall’estetica formale del fotografo statunitense. Per questo assoluto protagonista della quarta sezione in mostra è ilMessico, terra di passioni e tumulti, in cui la giovane Tina trova rifugio, amore e soprattutto ispirazione. Qui si concentra soprattutto sul ritratto e sul soggetto umano, raffigurandolo sempre da un punto di vista inedito con l’obiettivo di evidenziarne la dimensione emotiva. La sua attività di fotografa va di pari passo con il suo impegno politico, umano e sociale e i suoi scatti sono pubblicati dai più importanti giornali del tempo, come Il Machete, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano, i cui fondatori sono i pittori Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e Clemente Orozco, che diventano suoi intini amici. Al centro della quinta sezione, dedicata alle passioni che pervasero la sua vita, ci sono le fotografie degli amici, artisti ed intellettuali tra cui anche Frida Kahlo, Julio Antonio Mella, Vittorio Vidali che con la loro presenza animavano le lunghe serate di festa e di dibattito politico ed esistenziale. La tensione politica in Messico è alle stelle a causa dello scontro internazionale tra stalinisti e trotskisti e la stessa Tina videne accusata di aver partecipato prima all’omicidio di Julio Antonio Mella, rivoluzionario cubano con cui visse una breve ed intensa storia d’amore, e poi all’attentato al presidente messicano Pascual Ortiz Rubio. Siamo alla fine degli anni ’30 e, dopo 12 giorni di carcere, viene espulsa dal paese per essersi rifiutata di rinnegare il comunismo. Iniziano così le sue missioni in un’Europa alle soglie della Seconda Guerra Mondiale insieme all’onnipresente Vittorio Vidali, personaggio di spicco del partito comunista. Il sempre crescente coinvolgimento di Tina nella politica è al centro della sesta e ultima parte del percorso espositivo, un coinvolgimento tale che la porta ad abbandonare la fotografia per dedicare tutte le sue energie all’attivismo, un impegno totalizzante che la spinge per lunghi periodi in Russia, Francia e Spagna, e poi a tornare in Messico, fino alla sua misteriosa morte avvenuta nel gennaio del 1942 a Città del Messico dentro a un taxi che la sta riportando a casa.
A completare il percorso della mostra la proiezione integrale del film The Tiger’s Coat, lungometraggio che vede una giovane e bellissima Tina Modotti nel ruolo di protagonista. Lanciata sui giornali dell’epoca come una bellezza sensuale ed esotica, interpreta il ruolo in maniera personale ed originale concentrandosi sull’espressività del volto, meno smaccata delle altre attrici del muto, dimostrando anche in questo campo la sua assoluta modernità e il suo modo di andare controcorrente.

L’obiettivo di Tina Modotti è stato sempre quello raccontare il mondo e le diverse sfaccettature della vita senza la pretesa di fare arte, ed è proprio questa sua peculiarità che ancora oggi affascina e rende la sua storia umana, artistica e politica ancora attuale e la consacra come una delle maggiori fotografe del Novecento.

 

Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria a cura di Reinhard Schultz progetto espositivo ideato da Francesca Macera
Fino al 1 settembre 2019
Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi
Palazzo Bisaccioni, Jesi(AN) 

 

Wedding Workshop Contrasto al Lago di Como

Nella splendida cornice del Lago di Como un workshop organizzato da Contrasto.  Il corso, collaudato e con diverse edizioni alla spalle, ma con un nuovo programma didattico, si pone l’obiettivo di raccontare un intero mondo sulla fotografia di matrimonio e condividere tantissime esperienze.

Programma del corso

SABATO 23 NOVEMBRE 2019

ore 09.00 Registrazione partecipanti – inizio del corso
ore 09.30 – 12.30 Il reportage di matrimonio e tecnica
ore 12.30 – 13.30 Pausa pranzo c/o Hotel
ore 13.30 – 18.00 Shooting con Modelli Sposi

DOMENICA 24 NOVEMBRE 2019

ore 09.00 Inizio del corso
ore 09.15 – 12.30 Analisi immagini – tecnica – e marketing
ore 12.30 – 14.30 Pausa pranzo c/o Hotel
ore 14.30 – 18.00 Post produzione con LR+PS – slides corso
Conclusione del corso – consegna attestato

COSTO DEL WORKSHOP: € 350,00 + IVA 22% a persona
Escluso pasti per le due giornate di corso € 45,00 a persona

Massimo 25 partecipanti.
Attestato e workbook inclusi

INFO E PRENOTAZIONI
Per informazioni su alloggio camere Hotel NH e Hotel e B&B convenzionati contattare info@fotorota.com.

WEDDING WORKSHOP CONTRASTO – Lago di Como a cura di Luigi Rota
Sabato 23 e Domenica 24 Novembre 2019

 

La profondità di campo. Cos’è e come si controlla

Messa a fuoco accurata e tempi di posa veloci aiutano a migliorare la nitidezza dei nostri scatti, ma non tutti sanno che anche l’impostazione del diaframma è un fattore cruciale… 
Un obiettivo è veramente a fuoco solo su una singola distanza alla volta, ma la nitidezza non inizia e finisce su quel punto. Al contrario, si estende sia davanti sia dietro l’oggetto a fuoco e degrada progressivamente finché le cose cominciano a mostrarsi ai nostri occhi davvero sfocate. La fascia di apparente nitidezza è detta “profondità di campo”. L’estensione della profondità di campo varia da scatto a scatto, a seconda di una serie di diversi fattori. A volte la fascia nitida può essere molto limitata (solo una minima porzione della scena appare a fuoco), a volte può essere enorme. Controllare quali parti di un’immagine risulteranno nitide e quali sfuocate ci permette di attirare dove vogliamo lo sguardo dell’osservatore e di nascondere elementi che potrebbero altrimenti diventare di distrazione. Quando catturiamo un paesaggio, è probabile che vogliamo il massimo della profondità di campo possibile per registrare i dettagli dal primo piano fino all’orizzonte. Quando invece ci dedichiamo a un ritratto, quasi sempre desideriamo una fascia nitida molto più ristretta, per “staccare” il soggetto dallo sfondo. Non esiste un comando che controlla la profondità di campo: dobbiamo agire su una serie di impostazioni e parametri diversi, tra cui il diaframma, la distanza dal punto di fuoco e persino il tipo di fotocamera in uso. Cambiare l’apertura del diaframma è in genere il modo  più comodo e immediato di gestire l’estensione della profondità di campo, perché ci evita di cambiare la posizione di ripresa. Possiamo agire direttamente sul diaframma in modalità manuale o a priorità di diaframma e conviene usare la funzione di anteprima della profondità di campo per valutare l’effetto dei cambiamenti sull’immagine. È possibile ridurre la fascia di nitidezza aprendo il diaframma (per esempio su f/2.8 o f/4). Se invece pretendiamo un’ampia profondità di campo, è necessario chiuderlo (verso f/16 o f/22). Naturalmente, è l’obiettivo in uso a determinare a quali aperture di diaframma possiamo avere accesso. Anche la distanza su cui viene messo a fuoco l’obiettivo ha un effetto pronunciato sulla profondità di campo.

La profondità di campo:istruzioni d’uso

Più siamo vicini al punto di fuoco e più si riduce la profondità di campo, fino a un’estensione di pochi millimetri quando riprendiamo soggetti minuscoli con un obiettivo macro. L’effetto è ancora più evidente se lo sfondo è lontano dal soggetto. Anche la lunghezza focale ha un impatto sulla profondità di campo, sebbene dipenda comunque dalla posizione di ripresa. Per esempio, un obiettivo 200 mm “messo a fuoco” su una decina di metri produce una profondità di campo sottilissima rispetto a quella di un 20 mm a fuoco sulla stessa distanza. Se però ci avviciniamo con il grandangolo e ci allontaniamo con il tele, finché il soggetto non occupi la stessa proporzione di inquadratura, la profondità di campo diventa più o meno uguale. L’immagine scattata con il teleobiettivo sembrerà  comunque avere una profondità di campo più limitata, ma dipende dall’angolo di campo: l’inquadratura sarà riempita con una porzione molto più piccola di sfondo, quindi ogni area fuori fuoco risulterà ingrandita. Le dimensioni del sensore sono un altro elemento che ha grande impatto sulla profondità di campo, ma sono ovviamente al di fuori del nostro controllo allo scatto. Con i sensori più grandi, la profondità di campo appare più limitata, perché dobbiamo essere più vicini o usare una focale più lunga per ottenere un’immagine delle stesse proporzioni di quella che otterremmo con un sensore più piccolo. Di fatto, a parità di diaframma e di lunghezza focale, una fotocamera full-frame produce una profondità di campo più stretta rispetto a un modello con sensore APS-C o Micro Quattro Terzi. Le fotocamere con sensore più piccolo sono avvantaggiate quando è necessario rendere nitida una porzione maggiore di scena. Se combiniamo tutte queste impostazioni e caratteristiche possiamo ottenere cambi radicali nella profondità di campo di un’immagine. In sostanza, per catturare una fascia di nitidezza minima e sfocare artisticamente lo sfondo, usiamo la focale più lunga che abbiamo, apriamo il più possibile il diaframma  avviciniamo al soggetto e inquadriamolo contro uno sfondo lontano. Per estendere la profondità di campo, combiniamo focale corta e diaframma chiuso ed evitiamo di mettere a fuoco troppo vicino all’obiettivo.
Basta un po’ di pratica e sarà un gioco da ragazzi!

Art Kane. Visionary, la grande mostra museale

Alcune celeberrime, altre inedite: cento fotografie raccontano l’immaginario visivo della seconda metà del XX secolo. Sono gli scatti iconici di Art Kane, il fotografo statunitense che col suo sguardo ha reinventato e ridefinito i canoni del ritratto, della foto di moda, della pubblicità raccolti nella retrospettiva Art Kane. Visionary, a cura di Jonathan Kane e Guido Harari, che sarà inaugurata mercoledì 12 giugno 2019 nel Chiostro di Santa Caterina a Formiello a Napoli. L’esposizione si compone di più sezioni. Quella dedicata alla musica raccoglie le foto realizzate da Kane alle più grandi icone del rock degli anni Sessanta e del jazz degli anni Cinquanta. Un’altra sezione, altrettanto ricca, affronta in maniera visionaria, anche grazie a innovativi accostamenti e stratificazioni di immagini, temi sociali e politici, attraversando alcune delle questioni che hanno segnato profondamente la società americana e non solo, quali la lotta per i diritti civili degli Afro-Americani e degli Indiani d’America, il fondamentalismo religioso, la guerra del Vietnam, l’incubo nucleare di Hiroshima, i primi passi della coscienza ambientalista ed una critica al consumismo. Una sezione è infine dedicata al racconto dei cambiamenti della società americana, attraverso il costume, la moda, la pubblicità e l’erotismo. In ogni scatto, in ciascuno dei mondi raccontati da Kane, affiora la forza e l’originalità del suo sguardo, che gli sono valsi i più prestigiosi premi fotografici e le copertine delle maggiori riviste del mondo. Perché, come sosteneva lui stesso “Il mio scopo è mostrare la parte invisibile delle persone.” Ma Kane è universalmente noto per “Harlem 1958”, lo scatto del 12 agosto 1958 in cui ha immortalato 57 leggende del jazz raggruppate a Harlem, sul marciapiede davanti al numero 17 della East 126th Street, creando l’immagine più significativa della storia del jazz. Con questa foto Kane si aggiudicò la medaglia d’oro dell’Art Directors Club di New York. La sua potenza, oltre a generazioni di fotografi che ne traggono ancora ispirazione in un infinito gioco di citazioni, è stata oggetto nel 1994 del documentario di Jean Bach A Great Day in Harlem, (nominato agli Oscar) e, più recentemente, del film di Spielberg, The Terminal con T0m Hanks. Di pochi mesi fa la pubblicazione del volume Art Kane. Harlem 1958 – The 60th Anniversary Edition, curato da Jonathan Kane e Guido Harari, edito da Wall Of Sound Editions.

Luce ed esposizione: come gestire queste due sorelle?

Dite che è banale ricordare che il termine fotografia (dal greco fotos , luce e grafein , scrivere) significa “scrivere con la luce”? Sicuramente sì. Ma se si vuole padroneggiare davvero uno degli aspetti essenziali della tecnica di ripresa, questo significato non bisogna dimenticarlo mai. Così, visto che il compito del fotografo è quello di utilizzare la luce per creare un’immagine, eccoci arrivati dritti alla necessità di conoscere tutti i segreti dell’esposizione.

In un ritratto l’esposizione la fa da padrona

Iniziamo con il dire subito che in un ritratto l’esposizione la fa da padrona: bastano i toni e le luci sbagliate per dipingere sul viso più bello un’espressione sgradevole. E aggiungiamo anche che le moderne fotocamere sono così sofisticate da misurare sempre la luce giusta. Tanto che la vecchia polemica secondo cui è meglio escludere ogni automatismo per selezionare manualmente tempi e diaframmi è ormai venuta a cadere del tutto. È ormai chiaro che la regolazione manuale, che in fin dei conti si basa comunque sulle indicazioni dell’esposimetro della macchina fotografica, rappresenta solo una perdita di tempo e di impegno. Senza dimenticare che la creatività può essere affidata alla funzione EC Exposure Compensation, compensazione dell’esposizione) presente ormai in moltissimi apparecchi. Basta ruotare il comando EC per ottenere foto più o meno luminose, di solito in un range che va da -3 a +3 valori di diaframma. Con un poco di pratica nella scelta dei soggetti, a questo punto, per fare foto veramente belle e creative, dalle immagini volutamente sovraesposte ( high key) a quelle che fanno dei toni scuri il loro punto di forza ( low key).

Non dimentichiamo che l’impiego della regolazione EC permette, comunque, moltissime cose, dallo schiarire i particolari in ombra (ruotando il selettore verso il segno +) al creare, all’opposto (segno -), impeccabili silhouette controluce. Basta una semplice “pennellata” del flash abbinato alla fotocamera, ad esempio, per creare atmosfere piene di fascino di notte e terribilmente dinamiche e vive di giorno. I ritrattisti più esperti, del resto, difficilmente rinunciano alla tecnica del “flash di riempimento” quando realizzano le loro immagini. Non è una tecnica difficile, basta ”forzare” l’intervento del flash agendo sull’apposito comando, di norma contrassegnato con un piccolo fulmine. Il flash scatterà anche se il sensore che lo governa gli dice che la luce sarebbe sufficiente.

Il mondo sommerso: foto perfette… se sai come farle

Se fino a qualche anno fa le foto subacquee, sempre spettacolari, erano appannaggio solo di alcuni professionisti, ora le cose sono cambiate: scattare immagini sotto la superficie del mare, a patto che sia pulito e ricco di fauna marina, è un’operazione alla portata di tutti. Ancora una volta dobbiamo dire grazie alla rivoluzione digitale, che ha abbattuto i costi e, allo stesso tempo, migliorato sensibilmente la qualità e l’affidabilità delle fotocamere. Sono molti i modelli di macchine fotografiche impermeabili e, come vedremo, esiste comunque la possibilità di proteggere la propria fotocamera con una scafandratura. Se non disponiamo né dell’una, né dell’altra, ma soprattutto non pensiamo di ripetere l’esperienza della foto subacquea, possiamo sempre acquistare una “usa e getta” stagna a pellicola: se ne trovano ancora, nelle località turistiche; sono racchiuse in custodie di plastica rigida a tenuta d’acqua. Una precisazione: per scattare foto in profondità occorre essere dei provetti sub, con tanto di brevetto d’immersione. Detto questo, immersioni più abbordabili o superficiali, come lo snorkeling, possono comunque procacciare un buon “pescato” di fdi foto, con soggetti altrettanto interessanti.

Gli errori da non fare

  • Sembra ovvio, ma non lo è: non fidarsi della tenuta stagna della propria fotocamera e farle fare un bagnetto, anche se per pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua. I danni ai circuiti sarebbero irreparabili. Bisogna usare necessariamente macchine “waterproof”, a prova d’acqua, dove obiettivo, vano batteria, vano scheda di memoria, pulsante di scatto, pulsanti per i vari comandi, hanno guarnizioni a tenuta.
  • Se usate il flash incorporato, che funziona frontalmente, otterrete un effetto nebbia, dovuto alle particelle in sospensione nell’acqua. Meglio un flash esterno, o faretti a luce continua.
  • L’acqua riduce l’angolo di campo degli obiettivi del 25 per cento, a causa della rifrazione ottica. Via le mani dallo zoom
  • Sistemiamo la fotocamera all’interno della custodia in modo che l’asse dell’obiettivo coincida perfettamente con l’asse di curvatura dell’oblò, per evitare distorsioni ottiche.

I consigli

  1. È raro, sott’acqua, poter fare una panoramica oltre i dieci metri di distanza. Di solito le distanze utili vanno dai pochi centimetri della ripresa macro ai tre o quattro metri, al massimo. Da qui la necessità di usare le focali grandangolari.
  2. Se stiamo facendo snorkeling, non dovremo cercare i pesci. Saranno loro a cercare noi. La tecnica migliore per riprenderli è rimanere fermi, immobili. Se il display della fotocamera è poco visibile, per colpa della maschera, tenete l’inquadratura larga: un bel gruppo di pesci colorati è sempre apprezzato.
  3. Spesso serve il flash, quindi la custodia che usate deve possedere l’attacco per quello esterno. Sott’acqua, se si vogliono i colori reali, non si può fare a meno d’illuminare il soggetto.
  4. Se si fotografa dal basso verso l’alto, il pelo dell’acqua appare come una superficie specchiata che riflette molto la luce e causa sottoesposizioni. Al contrario, riprendendo dall’alto verso il basso, un fondale scuro causerà sovraesposizione se ci si fida ciecamente dell’automatismo. È buona norma quindi eseguire alcuni scatti di prova nelle situazioni più frequenti in cui si fotografa in modo da trovare i valori di sovra/ sottoesposizione da correggere.
  5. Ai fini della resa ottica dell’obiettivo è importante la forma dell’oblò della custodia. In quelle di minor prezzo è una semplice lastra di perspex dalle facce piane e parallele. Nelle custodie per le reflex c’è invece la possibilità di sostituire l’oblò normale con un oblò sferico: sfrutta al massimo la potenzialità del grandangolare spinto ed evita fastidiose vignettature ai bordi dell’immagine. Quando possibile, questo tipo di oblò è da preferire.

Mario Giacomelli: ha scelto la fotografia per compiere un viaggio interiore e affrontare i propri fantasmi

Io sono nessuno, da una poesia di Emily Dickinson, 1996
Io sono nessuno, da una poesia di Emily Dickinson, 1996

Mario Giacomelli. Ha attraversato la pittura, la poesia, la composizione grafica e, infine, ha scelto la fotografia per compiere un viaggio interiore e affrontare i propri fantasmi. Senza perdere mai il contatto con la realtà.

«È l’uomo nuovo della fotografia italiana», disse di lui una voce autorevole come quella di Paolo Monti, trovandosi al cospetto di alcune delle sue prime stampe. Tipografo di mestiere, appassionato di pittura, di poesia e di corse automobilistiche, prima ancora che di fotografia, Mario Giacomelli comincia a scattare da autodidatta a metà degli anni Cinquanta frequentando il circolo “Misa”, fondato da Giuseppe Cavalli. Fin da subito il suo approccio appare rivoluzionario, sia rispetto al disincanto e all’impegno civile della visione neorealista, sia nei confronti del dogma dell’irripetibilità del momento decisivo bressoniano. Per lui la fotografia non è uno strumento d’indagine sociale o di denuncia, né la testimonianza di un accadimento, ma un mezzo che gli consente di cogliere nella realtà il riflesso del suo sentire più intimo. È nelle piccole cose che popolano il mondo a lui più prossimo che cerca le grandi occasioni per appagare i bisogni della sua anima, prima del suo sguardo. «Mentre altri si arrampicavano faticosamente per raggiungere il cielo dell’arte», ricorda oggi suo figlio Simone, «lui iniziava la sua discesa nel mondo, nel flusso del tempo, fin dentro la terra, dentro se stesso, perché le sue radici, la sua genealogia, affondavano nella terra e nel sacrificio. Per lui la terra non è un concetto ma un elemento vivo di cui fare esperienza, che si incarna nel moto dell’esistenza, nel continuo inseguirsi di vita e morte, dissoluzione e coagulazione, bianco e nero». La terra, dunque, luogo simbolico carico di contraddizioni, è uno degli elementi chiave della sua poetica: materia grezza e primordiale che racchiude in sé il ciclo della vita ed metafora del suo mondo interiore, oscuro e informe, illuminato solo dai lampi fugaci del sogno, dei ricordi, dell’amore. L’immaginario di Giacomelli è di una semplicità spiazzante, anche se solo apparente.

Mario Giacomelli: uno sguardo enigmatico e complesso sul mondo

Per tutta la vita egli ritrae il paesaggio marchigiano, la costa, la natura, i muri scalcinati. E poi gli uomini, quelli con cui sente di poter tessere una muta corrispondenza: i pellegrini di Lourdes e di Loreto, gli zingari della Puglia, gli anziani ricoverati in un ospizio. Tuttavia il suo sguardo a prima vista naïf si fa via via più enigmatico e complesso. I campi arati, le case e gli alberi che riprende dall’alto, escludendo l’orizzonte e il cielo, diventano composizioni grafiche astratte, fatte di linee, graffi, macchie. Il bianco e nero denso e materico ne amplifica la sensazione di smarrimento. Nei solchi del terreno Giacomelli vede le cicatrici dell’esistenza, come rughe su un volto invecchiato. E poi l’ombra della morte che aleggia in tutta la sua opera, ora in modo esplicito nei corpi disfatti e fragili della serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ora evocata da sfocature ed evanescenze o da sagome nere stagliate nel bianco delle “vecchine” di Scanno. Un’anticipazione, quest’ultima, dei “pretini” che come ombre cinesi giocano in mezzo alla neve, in un’atmosfera sospesa; immagini in cui il presagio di morte cede alla gioia di un ritorno all’infanzia, alla felicità ingenua e fugace regalata dai piccoli miracoli della vita. «Perché le ricchezze per me sono le cose piccole che per molti non hanno senso», diceva Giacomelli. Cose minime che hanno reso grande in tutto il mondo un libero – per sua scelta – fotografo della domenica.

Immagine in evidenza Io sono nessuno, da una poesia di Emily Dickinson, 1996

Quarto potere. Giornalismo e fotografia

Giovedì 6 giugno alle ore 19.00CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia organizza l’incontro aperto al pubblico dal titolo “Quarto potere. Giornalismo e fotografia” con il direttore de La Stampa Maurizio Molinari e il direttore di CAMERA Walter Guadagnini. Si partirà dalle 240 fotografie in mostra che raccontano oltre quarant’anni della storia d’Italia attraverso gli scatti della più importante agenzia fotogiornalistica italiana, l’Agenzia Publifoto, per indagare come, nel secolo scorso, la carta stampata avesse sviluppato un rapporto privilegiato con le immagini, usate insieme al testo per esaltare le sue molteplici possibilità di comunicazione e informazione immediata. Allo stesso tempo, si ragionerà su come la combinazione di immagini e testo sia spesso stata governata in modo tale da influenzare e orientare le posizioni politiche, sociali e culturali dei lettori. Con la diffusione di internet, e la rivoluzione tecnologica correlata, infine, si farà luce sulle nuove prospettive, funzioni e modalità di fare informazione che si affacciano alla porta delle redazioni dei giornali di oggi. Il direttore di CAMERA, Walter Guadagnini, dialogherà di questi e altri problemi legati al mondo della comunicazione contemporanea con Maurizio Molinari, direttore de La Stampa ed esperto delle dinamiche della comunicazione di massa.

Intervengono

Maurizio Molinari, direttore La Stampa
Walter Guadagnini, direttore CAMERA

Info e prenotazioni prenotazioni@camera.to

Luigi Ghirri: una voce capace di raccontare le trasformazioni dell’ambiente contemporaneo

Scomparso nel 1992, a soli quarantanove anni, Luigi Ghirri è considerato uno dei più grandi fotografi di paesaggio in Italia. A influenzare la sua ricerca fu, innanzitutto, il profondo legame con i luoghi della giovinezza, con la provincia emiliana in particolare. Agli anni Settanta risalgono le prime serie di fotografie. Curioso e attento ai cambiamenti, Ghirri interpreta la fotografia come uno strumento capace di raccontare le trasformazioni del paesaggio italiano. Un paesaggio colto non nella sua dimensione più “spettacolare” ma in quella più intima, nascosta. Cominciano le collaborazioni con architetti, urbanisti, filosofi e, negli anni Ottanta, Ghirri si fa promotore di diverse iniziative che indagano le trasformazioni dell’ambiente contemporaneo, in bilico tra modernità e tradizione, innovazione e conservazione. Risale al 1980 la serie Iconicittà, mentre è del 1984 il progetto Viaggio in Italia, curato insieme con Gianni Leone ed Enzo Velati e considerato un manifesto della fotografia italiana. L’importanza della sua ricerca è riconosciuta anche all’estero: nel 1985 il Ministero della Cultura francese lo incarica di fotografare la Reggia di Versailles e, nello stesso anno, è invitato a lavorare per la sezione di architettura della Biennale di Venezia. Tra i suoi ultimi lavori vi sono le serie dedicate a Giorgio Morandi e Aldo Rossi.

0 0,00
Go to Top