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La Fotografia della settimana: Man Ray, Le Violon d’Ingres

Il 18 novembre del 1976 muore a Parigi Emmanuel Rudzitsky, Man Ray, l’uomo raggio, il primo fotografo surrealista.

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C’è un piccolo dettaglio fondamentale nella biografia di Man Ray: ha acquistato la sua prima macchina fotografica per fotografare le sue opere. Pensate oggi a quanti fotografi e artisti oggi si confrontano e teorizzano sull’uso della fotografia come mezzo o come fine di un’arte vera o presunta. Ecco, la storia fotografica di Man Ray comincia in molto semplice: scatta la prima fotografia perché ha una necessità, uno scopo immediato, gli serve a qualcosa. La fotografia deve sempre servire a qualcosa.Quando realizza Le Violon d’Ingres è il 1924 – per contestualizzare, stesso anno del manifesto surrealista – la modella è Alice Ernestine Prin (altri nomi: Kiki de Montparnasse o Reine de Montparnasse o ancora The Queen of Montparnasse). La fotografia si ispira a La Grande Baigneuse di Jean-Auguste-Dominique Ingres, le cui figure femminili distorte si prestavano particolarmente alla decontestualizzazione surrealista. Man Ray veste Kiki con un grande turbante e trasforma, idealmente, il corpo della donna in uno strumento musicale, tramite il disegno delle chiavi di violino sul corpo. In breve: quando pensate a Photoshop, pensate che prima lo ha già fatto Man Ray

Muore Edward Steichen: è il 25 marzo del 1973

Fotografo, pittore, designer e curatore, è stata una delle figure chiave della fotografia del XX secolo. Lussemburghese di nascita, naturalizzato statunitense,
si era formato come pittore di belle arti e, avvicinatosi alla fotografia, abbracciò il movimento pittorialista divenendo uno degli esponenti più significativi. A lui va riconosciuto l’impegno di aver cercato di connotare la fotografia di un senso estetico necessario per renderla comparabile alle arti maggiori. Con il fotografo Alfred Stieglitz fonda nel 1902 il gruppo Photo-Secession, al quale aderiranno, tra gli altri, Clarence White e Frank Eugene. Apre nel 1905, sempre con Stieglitz, una galleria sulla Quinta Strada, nota come “291”. Per la sua opera in Condé Nast, vi lavorerà dal 1923 al 1938, è considerato tra gli iniziatori della fotografia di moda. Direttore del dipartimento di fotografia al MoMA (Museum of Modern Art) di New York tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Sessanta del Novecento, ha curato The Family of Man (1955), la mostra più popolare nella storia della fotografia

Gli scatti più celebri di Ferdinando Scianna raccolti in un video

Ferdinando Scianna è uno dei più noti fotografi italiani. Nato a Bagheria il 4 luglio 1943, ha iniziato a scattare negli anni Sessanta raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine. Il lungo percorso artistico del fotografo siciliano si snoda attraverso tematiche quali la guerra, frammenti di viaggio, esperienze mistiche, religiosità popolare, legati da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.
Iscrittosi inizialmente alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università di Palermo, non porta a termine gli studi per dedicarsi alla passione fotografica. Nel 1963 Leonardo Sciascia visita quasi per caso la sua prima mostra fotografica, che ha per tema le feste popolari, presso il circolo culturale di Bagheria.
Tra i due nasce una profonda amicizia determinante nel dare una spinta propulsiva alla carriera del giovane fotografo, dandogli la possibilità di accedere al mondo dell’editoria e ottenere la pubblicazione dei lavori fotografici. Sciascia partecipa, infatti, con prefazione e testi alla stesura del suo primo libro, Feste religiose in Sicilia, che gli fa vincere il premio Nadar nel 1966.
Ferdinando Scianna si trasferisce a Milano nel 1967 ed inizia a collaborare come fotoreporter e inviato speciale con l’Europeo, diventandone in seguito il corrispondente da Parigi. Nel 1977 pubblica in Francia “Les Siciliens” (Denoel), con testi di Domenique Fernandez e Leonardo Sciascia, e in Italia “La villa dei mostri” (introduzione di Leonardo Sciascia). A Parigi scrive per Le Monde Diplomatique e La Quinzaine Littéraire.
Incontra Henri Cartier-Bresson, le cui opere lo avevano influenzato fin dalla gioventù. Il grande fotografo lo introduce, come primo italiano, nella prestigiosa agenzia Magnum, di cui diventerà socio a tutti gli effetti nel 1989. Nel frattempo stringe amicizia e collabora con vari scrittori di successo, tra i quali Manuel Vázquez Montalbán (che qualche anno più tardi scrive l’introduzione di “Le forme del caos”, 1989) Negli anni Ottanta lavora anche nell’alta moda e in pubblicità, affermandosi come uno dei fotografi più richiesti. Fornisce un contributo essenziale al successo delle campagne di Dolce e Gabbana della seconda metà degli anni Ottanta.

Le sue foto più celebri sono raccolte in questo video, 5 minuti di pura poesia.

Book show: Luigi Ghirri. The Map and the Territory

Rimini, 1977 (In Scala, 1977-1978). [p.307] C-Print, 17.8 x 27 cm. Eredi di Luigi Ghirri. Courtesy of MACK

La casa editrice londinese MACK ha pubblicato il libro Luigi Ghirri. The Map and the Territory  interamente dedicato alla prima decade del lavoro dell’artista emiliano. Il volume, curato da James Lingwood, si presenta come un interessante e rigoroso approfondimento sulla prima e intensa fase di esplorazione artistica di Luigi Ghirri, conclusasi con la mostra a Parma del 1979. Il volume offre un vasto apparato fotografico e iconografico dei principali lavori prodotti da Ghirri tra il 1970 e il 1979, presentando al lettore un excursus completo su progetti come le Fotografie del periodo iniziale (1970), il celebre Kodachrome (1970-78), Colazione sull’erba (1972-74), Catalogo  (1970-79), Km 0.250  (1973), Diaframma 11, 1/125, Luce Naturale (1970-79), Atlante  (1973), Italia Ailati  (1971-79), Il Paese del Balocchi  (1972-79), Vedute (1970-79), Infinito  (1974), In Scala  (1976-79) terminando con Still Life  (1975-79).

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Fotografia 1943: il primo grande annuario di fotografia

Fotografia 1943 pubblicizzato come Primo grande annuario dell’attività fotografica in Italia, prenotabile fin dall’autunno 1942, raccoglieva le immagini di 114 autori nell’ambizione dei curatori e di Gianni Mazzocchi, editore dell’autorevole rivista di architettura Domus, di realizzare un fotolibro che per qualità editoriale ed artistica si confrontasse con la scena fotografica mondiale. La Rassegna, che avrebbe dovuto avere cadenza annuale, si proponeva come momento di svolta e di modernizzazione della fotografia italiana, omaggiando il meglio della tradizione del Pittorialismo di Sommariva e Peretti Griva e del Futurismo di Bragaglia, ma promuovendo soprattutto il nuovo dei grafismi di Balocchi, Boggeri, Nizzoli e Grignani vicini alla rivista  Campo Grafico, i poetici sperimentalismi a colori di Veronesi, le immagini moderniste degli architetti-fotografi Pagano, Mollino, Peressuti e Comencini, le foto scientifiche di Baldi e Clerici, il fotoamatorismo più innovativo di Cavalli, Vender, Pellegrini e Finazzi e il  Giornalismo nuova formula, teorizzato da Patellani e realizzato nei fototesti del settimanale Tempo (1939-1943) impaginato da Munari, cui avevano collaborato molti dei fotografi presenti nell’annuario. Guardando queste immagini poco traspare dei drammi che la tragedia bellica provocava e al di là delle inevitabili citazioni patriottiche, poco rimane del provincialismo e della retorica di regime che avevano permeato la fotografia italiana sino ad allora. Prevale l’alternanza tra realismo e formalismo che accompagnerà a lungo la nostra fotografia ma si percepisce un’aria di fronda e di rinnovamento culturale che sospinse molti dei fotografi qui raccolti da un consenso più o meno critico al regime al rifiuto del fascismo e in taluni casi di partecipazione alla resistenza armata, trascinando un “fascista rivoluzionario” come Pagano, prima in carcere e poi a morire a Mauthausen. Proprio durante la guerra e malgrado la crisi economica e i razionamenti di carte e inchiostri sono pubblicate alcune monografie che segneranno la storia della fotografia italiana in una nuova vitale consapevolezza critica e maturità di linguaggio come Occhio quadrato  (1941) di Alberto Lattuada , 8 fotografi italiani d’oggi (1942) raccolti attorno alla figura carismatica di Giuseppe Cavalli, Seconda Roma 1850- 1870  (1943), saggio storico sulla fotografia dell’Ottocento di Silvio Negro, Fotocronache  (1944) di Bruno Munari. Nel 1944 inizia la pubblicazione della collana Occhio magico , i fotolibro editi da Scheiwiller con le immagini di Federico Vender e Carlo Mollino autore de Il Messaggio della camera oscura , che avrebbe dovuto essere pubblicato nel 1945, ma che per difficoltà editoriali vedrà la luce solo nel 1949. Del 1945 è poi l’inizio della pubblicazione della rivista Il Politecnico  diretta da Elio Vittorini e illustrata dai fotoracconti impaginati da Albe Steiner. L’annuario di Domus  è un libro importante e seminale per la fotografia italiana, esempio di qualità artistica ed editoriale che non sfigura tra gli annuari europei più blasonati. Non è difficile reperire quest’opera editoriale a 250-300 euro.

 

Fotografia: Prima Rassegna dell’attività fotografica in Italia.
A cura di: Ermanno Federico Scopinich. Collaboratori Alfredo Ornano e Albe Steiner. Milano. Editoriale Domus.

Irving Penn: il ritratto oltre la moda

Irving Press, Picasso (1 of 6), Cannes, France, 1957. © by The Irving Penn Foundation.

Una delle caratteristiche che rendono immediatamente riconoscibili le fotografie scattate da Irving Penn è l’essenzialità. La grande rivoluzione che ha apportato al mondo dell’immagine riprodotta meccanicamente consiste proprio nell’aver cercato di togliere quanto più possibile gli orpelli che, soprattutto nella fotografia di monda, caratterizzavano le produzioni precedenti. Il suo è sempre stato un lavoro a togliere, una ricerca per sottrazione che mira a scavare in profondità nell’anima di cose e persone. E il campo di elezione è necessariamente infinito: dai personaggi più celebri agli oggetti più umili, addirittura ai resti del consumo della nostra società. Il suo obiettivo affronta con uguale forza introspettiva tanto il pittore celebrato o lo scrittore di grido, quanto i mozziconi di sigarette raccolti in strada. Lo scopo sembra essere sempre lo stesso tanto al cospetto di esseri umani quanto di oggetti inanimati: trovare l’essenza che esprime quanto si trova davanti all’obiettivo e lo rende unico. In questo panorama di ricerca un ruolo fondamentale è svolto dall’uso dello sfondo. Se le teorie sulla percezione studiate da Wertheimer e confluite nella Gestalt pongono la distinzione tra figura e sfondo al centro dell’attenzione, le fotografie di Penn sembrano quasi destinate ad esserne l’illustrazione più immediata. Per la Gestalt la distinzione si configura soprattutto nella differenza tra le caratteristiche della figura e dello sfondo. La prima è innanzitutto definita dal fatto di essere percepita come qualcosa dai contorni solidi e ben definiti. Questa specificità si riflette anche a livello cromatico con la presenza riscontrabile di colori epifanici, ovvero dall’aspetto molto materiale e compatto. Infine, la figura appare sempre più vicina e di dimensioni inferiori rispetto allo sfondo che la include. Al contrario, ciò che definiamo sfondo si presenta alla percezione dell’occhio umano come uno spazio evanescente al punto da sembrare a volte vuoto. Va da sé che sotto il profilo cromatico questo si traduca in colori diafanici, ovvero identificabili per scarsa densità. Da questi primi accenni di definizione del concetto di figura contrapposto a quello di sfondo derivano una serie di considerazioni, ben più interessanti, sull’influenza che quest’ultimo può avere sulla percezione della prima. E in questo senso il lavoro di Penn appare straordinariamente orientato a rendere l’influenza dello sfondo sul soggetto quanto meno forte possibile. L’idea stessa, tante volte copiata nel corso degli anni da tanti fotografi, di predisporre uno studio mobile che potesse essere portato in qualunque parte del mondo, riproducendo identiche condizioni di ripresa indipendentemente dal luogo, ha delle conseguenze di estremo interesse. Innanzitutto neutralizza l’influenza che può avere la scenografia sulla lettura del soggetto, aprendo la strada alla definizione del fattore tematico della catalogazione per quanto riguarda i contenuti. In altre parole, che sia il vigile del fuoco parigino o il gruppo di bikers, il presentarli sullo stesso sfondo li mette in qualche modo su un identico piano e permette allo spettatore di coglierne le differenze.

Uno degli aspetti più importanti della fotografia di Penn è lo straordinario rispetto delle individualità

Se l’operazione nella sua struttura pone tutti su un identico piano, l’autore non dimentica la fase introspettiva di analisi sul soggetto, di cui comunque vengono scarnificate e portate alla luce le unicità che lo definiscono. Il distacco che la struttura compositiva può lasciar supporre è solo apparente. Il punto di ripresa leggermente ribassato conferisce importanza al soggetto senza per questo deformarne le sembianze in quanto il piano focale rimane parallelo a quello in cui giace il soggetto. Ma il vederlo leggermente dal basso induce chi guarda l’immagine a porsi implicitamente in una posizione di attenzione nei confronti delle sue specificità. Un meccanismo che altrove è scatenato con tagli estremamente radicali che portano a tu per tu con il soggetto, quasi costretti a entrare nelle parti più riservate della sua anima.

Lettera a un (giovane) fotografo: editoriale di Denis Curti

Sto sistemando le ultime pagine di un libro di prossima pubblicazione, che spero sia capace di raccogliere le diverse esperienze a cui ho avuto modo di partecipare in oltre trent’anni di mestiere. Ho immaginato di scrivere una lunga lettera a un ipotetico giovane fotografo che si propone come uno spunto di riflessione sui molti cambiamenti avvenuti in questo specifico settore. Dagli incontri con i grandi maestri ai libri fondamentali, alle avventure di successo e anche a quelle meno felici: sì, perché a volte si impara anche e soprattutto dai fallimenti. La pubblicazione si chiude con un decalogo a me molto caro che da sempre ritengo indispensabile e che desidero condividere con voi. Dice il saggio cinese: «Rispetta le regole nel 99% dei casi». Le scuole e le accademie hanno fatto proprio questo motto. Insegnano codici, linguaggi creativi, canoni estetici e fanno continuo riferimento a un certo gusto e a una certa scuola. Spingono gli studenti ad assorbire questo grande edificio di regole, senza le quali non c’è futuro, e non incoraggiano certo chi le viola. Succede però che, davanti a un talento, di tutte queste regole si fa un bel falò. Si osannano e si consacrano proprio i suoi punti di rottura. E allora verrebbe da dire: «Ma scusate, a saperlo non le seguivo nemmeno io le vostre regole». Il tema in realtà è delicato e anche doloroso. La ricerca dell’arte procede sempre sulla linea di confine fra le strutture della narrazione e del saper fare, da una parte, e l’audacia, l’innovazione e la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo, dall’altra. Quel che è certo è che di fronte a strade percorse per la prima volta nessuno potrà esclamare: «Si fa così!». Questo, per la semplice ragione che non c’è mai stato un prima. Cercare l’equilibrio tra regole e sperimentazione è una tensione fertile che deve accompagnarci per tutta la vita. Un pizzico di saggezza mi porta a considerare che le due facce del problema non siano poi così opposte come sembrano; anche se si dice che è necessario violare le regole, esiste un universo in cui queste due teorie del mondo in qualche modo convivono. Quindi, giovane fotografo, ti lascio con un piccolo decalogo che ti farà da bussola nel mare tempestoso che ti appresti a solcare. Libero di seguire le mie raccomandazioni o di violarle nel modo più talentuoso ed eclatante. O di fare entrambe le cose, a seconda di quello che ti conviene.

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La Fotografia della settimana: Robert Frank, Elevator Girl

Elevator Girl © Robert Frank

Il 9 novembre del 1924 nasce Robert Frank.
Le domande di Jack Kerouac su una delle sue icone, la
ragazza dell’ascensore fotografata a Miami durante il lavoro The Americans.Quale è il suo nome? Quale è il suo indirizzo? È Jack Kerouac a porsi queste domande mentre scrive la prefazione di The Americans e si trova di fronte al volto della quindicenne Sharon – The Elevator Girl – fotografata nel 1955 in un ascensore di Miami da Robert Frank. Come dire che c’è una Storia della Fotografia, ed una storia della fotografia, e che le nostre domande devono essere rivolte ad entrambe.

In fotografia c’è un prima e un dopo Robert Frank. Lo spiega molto bene Philip Gefter, giornalista del NY Times, nel libro “Photography After Frank”: The Americans ha dato inizio alle nuove sfide della fotografia contemporanea: la tecnica, la luce, le regole narrative, il viaggio e il suo movente,la fotografia documentaria. Per fare qualche nome: Stephen Shore, Ryan McGinley, Annie Leibovitz, Philip-Lorca diCorcia, tutti si sono confrontati con il viaggio di Robert Frank attraverso l’America, e probabilmente con le domande di Jack Kerouac e di tutti noi.
La storia è piuttosto nota. Nel 1955 Robert Frank attraversa gli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio della Fondazione Guggenheim, realizza un lungo lavoro pubblicato per la prima volta nel 1958 dall’editore francese Delpire con il titolo Les Américains (e questa è l’edizione per collezionisti). Poi, tutto è entrato nella Storia della Fotografia, il lavoro è stato ripubblicato nell’edizione americana con la prefazione di Jack Kerouac ed oggi è best seller dei tedeschi di Steidl.Ma torniamo alla ragazza dell’ascensore. Sharon Goldstein aveva 15 anni quando è stata fotografata. Si è rivista in quella fotografia solo una quindicina di anni fa, durante una mostra a San Francisco.“Mi sono fermata di fronte a questa foto per almeno cinque minuti, senza capire il motivo per cui mi fossi bloccata lì” racconta Sharon “Solo dopo, ho capito che la ragazza nella foto ero io. In quell’ascensore, Robert Frank mi ha scattato circa quattro foto, senza flash. E poi, quando l’ascensore si è svuotato dei suoi ‘demoni”, mi ha chiesto di girarmi e di fargli sorriso.  Lui stesso ha fatto a me un sorriso. Ha visto qualcosa in me che la maggior parte delle persone non ha mai visto. Ho il sospetto che Robert Frank e Jack Kerouac abbiano visto in me qualcosa di più profondo, che solo le persone molto vicine a me possono vedere. In questa foto non c’è necessariamente la solitudine, è piuttosto… sognante”.
di Enrico Ratto

La fotografia: non è solo questione di tecnica ma anche di valore

La fotografia, come ben assodato da molto tempo, non è solo questione di tecnica e contenuto ma anche di valore, dove le immagini sono intese anche come bene culturale.

Il collezionismo come imprescindibile attore protagonista

Intorno alla cultura dell’immagine si è sviluppato un indotto che vede nel mercato del collezionismo un imprescindibile attore protagonista, che incide sull’affermazione o la storicizzazione di un fotografo piuttosto che un altro. Quattro sono i grandi appuntamenti annui per i collezionisti che si ritrovano tra Londra e New York per aggiudicarsi i lotti alla miglior offerta. Il primo martello a battere dell’anno è quello di Phillips ad aprile, che ha proposto lo scorso 2017 ben 346 lotti fotografici con una straordinaria percentuale di vendita pari all’80 per cento rispetto al 2016. In catalogo alcuni scatti di grandi nomi della storia della fotografia internazionale tra i quali Gustave Le Gray, con un passaggio d’asta di 200.000 dollari, e uno scatto di Lázló Moholy-Nagy, aggiudicato a 212.500 dollari, ma anche interpreti della fotografia italiana come Picnic Allée  di Massimo Vitali battuto a 81.250 dollari. Alle porte dell’estate è la volta dell’inglese Sotheby’s che nell’ultimo appuntamento ha puntato su un mix ben riuscito fra talenti emergenti e pezzi pregiati di autori come Helmut Newton e Peter Lindbergh. Tra ottobre e novembre Christie’s, sempre nel 2017, ha ottenuto i migliori risultati rispetto ai suoi competitors, battendo in un sol colpo 672.500 dollari per un pezzo di Peter Beard dal titolo Orphaned Cheetah Cubs . Chiudono il calendario a novembre Phillips a Londra e gli appuntamenti di Sotheby’s e Christie’s che, come ormai di consuetudine, spostano la loro piattaforma a Parigi in concomitanza con la fiera fotografica del Paris Photo.

Questi sono solo alcuni dei numeri che ogni anno girano intorno al mondo del collezionismo, ma che fanno già ben intendere il valore commerciale dietro al settore della macchina fotografica.

Book shop: La fotografia in rivolta di Pino Bertelli

Il volume propone una “controstoria della fotografia” attraverso le immagini di trentadue autori che hanno rivoluzionato questo linguaggio. Tra loro, Man Ray, Alfred Stieglitz, David “Chim” Seymour, Giuseppe “Gègè” Primoli, Carlo Mollino, Bruce Weber, Don McCullin, Ernst Jünger, James Natchwey, Mario Dondero, Vernon Richards, Mario De Biasi, Andreas Gursky ed Edward Steichen

La fotografia in rivolta
Pino Bertelli
Edizioni Interno4

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Personaggi da ricordare: Pietro Donzelli. Tra fotografia e cinema

Nato a Monte Carlo, a tre anni Pietro Donzelli (1915-1988) si trasferisce a Milano dove, ritornato dalla guerra, entra a far parte del Circolo Fotografico Milanese, trasformando la sua passione per la fotografia in una professione. Curatore, organizzatore di mostre e critico, oltre che fotografo, Donzelli è stato tra gli autori più influenti del Novecento, contribuendo all’affermazione della fotografia italiana nel secondo dopoguerra. E proprio agli anni successivi al conflitto, segnati dalla voglia di riscatto e di ricostruire un futuro, sono dedicati alcune delle sue immagini più suggestive, bianchi e neri scolpiti dalla luce. Il suo sguardo si posa, in particolare, sul Delta del Po, sulle genti che abitano lungo le sponde del grande fiume, fra terra e acqua: nasce così, nel 1953, la serie Terra senz’ombra, ispirata al cinema neorealista italiano e francese. Fotografie preziose non solo per il loro valore di documento storico ma anche per la loro poetica, capace di sopravvivere allo scorrere del tempo. Co-fondatore nel 1947 della rivista Fotografia, nel 1950 fonda a Milano L’Unione Fotografica. Sue opere sono esposte in importanti musei, tra cui il Museum of Modern Art di New York e lo Städel Museum di Francoforte.

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