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La fotografa Emma O’Brien ha fotografato cani e gatti neri con lo scopo di incoraggiare le adozioni

È dimostrato che gli animali con il pelo nero hanno meno probabilità di essere adottati a causa di inutili superstizioni. È assurdo pensare che la gente creda ancora a certe cose e la cosa peggiore è che a farne le spese sono adorabili cani e gatti che non vengono accolti nelle case amorevoli che meritano, semplicemente per il colore della loro pelliccia.

Una mostra fotografica per incoraggiare le adozioni

La fotografa Emma O’Brien ha avuto una splendida idea e ha messo in atto una geniale iniziativa mostrando alla gente la bellezza di queste adorabili creature attraverso una mostra fotografica. Nella sua esposizione Black Rescue, ha fotografato cani e gatti neri salvati da Johannesburg con lo scopo di incoraggiare le adozioni. La fotografa Emma ha spiegato: “I cani e gatti neri capiscono quando sono indesiderati. Essere abbandonato in un rifugio è doloroso per qualsiasi animale, ma le creature nere hanno poche possibilità di essere scelti e aspetteranno molto più a lungo, rispetto agli altri, di essere adottati”.

Le immagini fotografiche che immortalano questi animali sono davvero bellissime. Questo è un piccolo, grande gesto da parte di un’artista che ha voluto incentivare le adozioni di questi animali meno fortunati e, al contrario, dimostrare attraverso i suoi scatti quanto siano meravigliosi. Il messaggio è chiaro: è arrivato il momento di mettere da parte vecchie superstizioni e donare loro una casa e tutto l’amore che meritano.

Immagine in evidenza via metro.co.uk

John Szarkowski: il primo a riconoscere la fotografia come pratica artistica autonoma

Per quasi trent’anni Direttore della sezione Fotografia del MoMA di New York (succedendo a Edward Staichen nel 1962), grazie alla sua influente posizione e alle sue idee rivoluzionarie, John Szarkoswy ha ricoperto un ruolo chiave nell’evoluzione dei linguaggi e degli indirizzi espressivi della fotografia mondiale. Nel corso della sua carriera da Direttore di Dipartimento, ha organizzato per il MoMA più di 160 mostre, ospitando per la prima volta, in uno spazio istituzionale, le opere di William Eggleston, Elliot Erwitt, Diane Arbus, Lee Friedlander, Andre Kertz, Bill Brandt, Garry Winogrand. Tra queste, le più celebri sono sicuramente Mirrors and Windows: American Photography since 1960 del 1978 e Color Photographs by William Eggleston del 1976 che hanno segnato tappe fondamentali nella storia della fotografia. Molte sono state anche le pubblicazioni firmate da Szarkoswy, volumi critici di riflessioni teoriche ed estetiche fondamentali nell’emancipazione della fotografia a pratica artistica autonoma.

Il suo libro più importane èsenza dubbio L’Occhio del Fotografo scritto in concomitanza con l’omonima mostra da lui curata, dove spiega molto chiaramente la distinzione tra fotografia e pittura affermando con forza la maturità e l’indipendenza stilistica della prima dalla seconda. Dopo il suo ritiro, John Szarkowski ritornò a scattare fotografie esponendo in diverse personali in giro per gli Stati Uniti, mentre nel 2006 il MoMA gli ha dedicato una grande retrospettiva completa sul suo lavoro.

Focus: impariamo a sfruttare le cornici naturali per foto strepitose

Le cornici naturali

Impariamo a riconoscere e sfruttare le cornici naturali: i nostri paesaggi ne trarranno immediato beneficio e i soggetti non si perderanno più nel vuoto…

Creare una cornice intorno alla scena o al soggetto è uno dei modi più efficaci per produrre una composizione serrata e strutturata.  Non serve solo a dirigere lo sguardo dell’osservatore verso la porzione più importante dell’immagine, ma è utile anche per nascondere o camuffare le aree meno interessanti, come una vasta distesa di cielo vuoto. Le cornici naturali possono ovviamente essere usate in qualsiasi genere fotografico, ma se ci facciamo caso noteremo che abbondano in fotografia paesaggistica. Abbiamo tutti in mente cosa possa costituire una valida cornice naturale: i rami sporgenti di un albero sono probabilmente l’esempio più ovvio, ma non certo l’unico. Avremo sicuramente visto immagini con una scogliera o l’ingresso di una grotta. Sul mare, le fenditure tra sporgenze di roccia possono inquadrare alla perfezione la spiaggia, l’acqua e il cielo alle loro spalle. Sono tutti esempi piuttosto ovvi, e sicuramente già ampiamente sfruttati, ma se cominciamo a pensare alle cornici naturali, di sicuro si presenteranno nuove idee. Per esempio, perché non sfruttare i fianchi di una montagna per incorniciare gli elementi del paesaggio? Anche le nuvole in cielo possono rivelarsi efficaci cornici, contenendo gli elementi sul terreno e costringendo lo sguardo in basso verso di loro.

Le cornici naturali:come

Quando inquadriamo una cornice e abbiamo il sole alle spalle, la luce cade in modo abbastanza omogeneo su tutta la scena, ogni elemento riceve la stessa illuminazione e l’esposizione è piuttosto semplice: tutto risulta più o meno come lo vediamo a occhio nudo. Se però ci troviamo all’interno dell’ombra proiettata dalla cornice, è facile incorrere in una sovraesposizione della scena principale. Se capita, spostiamoci e usciamo dall’ombra, eseguiamo una lettura esposimetrica, blocchiamola con la funzione AE-Lock oppure impostiamola in modalità manuale e non cambiamo nulla finché non torniamo alla posizione di scatto e ricomponiamo con la cornice nell’inquadratura.

Le cornici naturali: quali

ARCHI E ARCATE:  sono una soluzione già vista, ma di sicuro si prestano sempre a incorniciare bene un punto focale. Questo scatto funziona particolarmente perché i dettagli della cornice completano il soggetto.

PENSIAMO ALLA SIMMETRIA: quando cerchiamo una cornice naturale nella scena – è sempre piacevole. Anche la disposizione più semplice, come questa, può creare enorme impatto.

UNA CORNICE NATURALE: è un ottimo modo per aggiungere un elemento di interesse al primo piano di una scena. In questa immagine il castello è il punto focale, ma l’impatto viene tutto dai teatrali spuntoni in primo piano.

IL SOGGETTO: non deve per forza riempire l’inquadratura per avere impatto: qui lo spazio vuoto concorre a dare forza alla composizione ponendo enfasi sulla cappelletta. Usiamo forme delicate ma grafiche, come il contorno di una nuvola o di una collina. Se la chiesetta fosse stata centrata l’immagine non avrebbe avuto la stessa energia. Guardiamoci attorno e cominceremo a notare cornici nelle forme più improbabili.

LA CORNICE IN OMBRA: qui crea un intenso contrasto con la scena più luminosa alle spalle. Cerchiamo differenze di colori e luce per dare importanza alla cornice e aggiungere impatto. Se non possiamo muoverci, controlliamo l’immagine di anteprima e l’istogramma e applichiamo la necessaria compensazione prima di scattare nuovamente. Quando invece scattiamo in controluce, o se abbiamo il sole di lato, solo la parte principale della scena sarà probabilmente bene illuminata, mentre la cornice riceverà poca o pochissima luce e verrà in parte sottoesposta o in completa silhouette. Per quanto riguarda la messa a fuoco, se vogliamo che tutto risulti perfettamente nitido, sia nella cornice sia nel paesaggio, selezioniamo un diaframma chiuso, come f/13, e usiamo la messa a fuoco iperfocale per sfruttare ogni centimetro di profondità di campo.

Il possibile approccio alternativo, invece, è aprire il diaframma, intorno a f/4, e mettere a fuoco sulla scena al di là della cornice: con una profondità di campo così ridotta, la cornice risulterà sfocata e tutta l’attenzione andrà sul punto di fuoco e il soggetto principale.

La Fotografia della settimana: il Concorde di Peter Marlow

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport, The last days of Concorde. Landing prior to retiring from service in October 2003

Il 24 Ottobre del 2003 il Concorde effettua il suo ultimo volo passeggeri. Peter Marlow ha documentato i viaggi della sua ultima estate. “Concorde. The Last Summer” è il libro che Peter Marlow ha dedicato agli ultimi voli dell’aereo supersonico attraverso l’Oceano Atlantico. Nel Concorde c’è tutta l’Europa e l’America degli anni ’70 e ’80: gli affari, lo star system, la ricerca della velocità a qualsiasi prezzo, la distanza culturale tangibile verso tutto ciò che può essere green o low cost. Nell’immaginario c’è anche l’incidente al Charles De Gaulle nel luglio del 2000: quel volo era un charter noleggiato da una comitiva di turisti, il che ci ha fatto immediatamente capire quanto il business di questo aereo fosse ormai diffuso, popolare, al tramonto. Il suo ultimo volo passeggeri è del 24 ottobre 2003, mentre l’ultimo volo in assoluto è del 26 novembre, un mese dopo.


Peter Marlow, fotografo inglese della Magnum morto nel 2016 e che negli anni ‘70 ha documentato le situazioni sociali più complesse in Irlanda del Nord, ha seguito il Concorde per un’estate, l’ultima. Alcune fotografie della serie sono pubblicate qui (https://pro.magnumphotos.com/Package/2TYRYDMCLX9S). Il progetto è corporate, ma queste immagini non parlano di aerei e di tecnologia, anche perché non era più tanto una questione di biglietti da vendere ma di un fenomeno sociale da documentare. La realizzazione è quindi perfettamente in linea con l’occhio di Peter Marlow: il Concorde non è stato solo un aereo ad alta tecnologia o un modo per viaggiare da Londra a New York su uno status symbol con due ali. È stata la vita di migliaia di abitanti delle aree periferiche di Heathrow, del Charles De Gaulle, del JFK e di tutti gli altri aeroporti del mondo che il Concorde ha toccato (i primi voli erano verso Dakar, Rio e il Barhein, gli Stati Uniti sono arrivati dopo) che per trent’anni hanno avuto un appuntamento quotidiano con l’unico mezzo “capace di arrivare prima di partire”.

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.
G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.

Per questo, una buona parte del libro è dedicata alle persone comuni che escono dalle loro case con un gilet, una tuta ed un binocolo e, immerse nelle banali campagne inglesi, osservano il decollo e l’atterraggio di questo triangolo molto piccolo che si avvicina tra gli alberi, un modellino più che un aereo.

“Concorde. The Last Summer” non è un libro di foto spettacolari, non ci sono Boeing che sfiorano la testa delle persone sulle spiagge tropicali (tutte quelle cose che ci piace cliccare oggi nelle gallery online), è una documentazione realizzata da un grande fotoreporter, senza effetti speciali. La fine di un momento irripetibile, sia per chi ha viaggiato, sia per chi è rimasto a terra.

Massimo Vitali: l’irresistibile richiamo del paesaggio

Piscinao de Ramos 2012 © Massimo Vitali
Nella produzione fotografica di Massimo Vitali si riconosce un percorso in cui la biografia e l’esperienza professionale s’intrecciano con la poesia dell’irrazionale e la fascinazione del caso. Negli anni Sessanta, la carriera foto-giornalistica è già brillantemente avviata nelle file dell’agenzia inglese Report e di quella italiana Grazia Neri, senza però registrare quel grado di soddisfazione che fa amare un mestiere. Quindi, senza mai abbandonare definitivamente la fotografia, inizia l’esperienza del cinema, prima come operatore alla macchina da presa realizzando documentari, pubblicità e qualche fiction e poi, brevemente, come direttore della fotografia. Nei primi anni Novanta, un evento inatteso procura un cambiamento radicale nella prospettiva dell’uomo e del fotografo: il furto della sua preziosa attrezzatura. Dopo lo spiacevole incidente, Massimo Vitali rimane con una sola fotocamera, un banco ottico 20×25, la cui ingombrante struttura avrebbe contribuito a complicare irrimediabilmente il suo rapporto con il reportage. Ed ecco che, spinto da una doppia necessità, tecnica e di ricerca, inizia a vedere nell’utilizzo del grande formato le enormi potenzialità espressive e interpretative dell’osservazione lenta e meditata. In primo luogo, capisce subito che avrebbe dovuto alzare il punto di vista per ottenere l’immagine con la nitidezza e il fuoco desiderati. Realizza, con l’aiuto di un artigiano, un cavalletto speciale molto alto e finalmente riesce a vedere il mondo come aveva sempre desiderato osservarlo. In quel momento anche la percezione del colore inizia a cambiare e assume progressivamente le note tenui e delicate del paesaggio e della sua vitale componente umana.

Massimo Vitali: Una nuova coscienza visiva

Lontano dalle breaking news e dalla cronaca, Massimo Vitali  trova la dimensione ideale del suo pensiero. La posizione elevata del suo punto di vista diventa presto un rifugio, un riparto da cui osservare attentamente il mondo, cercare di comprenderlo e rappresentarlo con la fotografia. «Trovato il luogo, si deve cercare il punto in cui posizionarsi per essere esattamente silenziosi e invisibili. Poi bisogna aspettare. Ma quando dico aspettare, non mi riferisco all’attesa dei fotografi del momento decisivo. Nella vita di tutti i giorni tutti i momenti sono decisivi e al momento stesso privi di spettacolarità. Aspettare significa riempire gli spazi, mettere in contatto gli occhi, creare dei cortocircuiti, ordinare i colori».

<<LE PANORAMICHE PRODOTTE IN SERIE SULLE SPIAGGE E ALTRI CARATTERISTICI LUOGHI D’INCONTRO, COME LE PISCINE E LE DISCOTECHE, RAPPRESENTANO L’EMBLEMA DEI NOSTRI TEMPI: FIUMI DI PERSONE SENZA META, ALLA CONTINUA RICERCA DI NUOVI PUNTI DI RIFERIMENTO>>

Con queste parole è l’autore stesso a svelare la sua rinnovata ispirazione. L’urgenza emotiva dell’attesa, che ordina e chiarisce i pensieri, lo porta progressivamente alle ampie vedute di spiagge, coste e bagnanti per cui è divenuto famoso in tutto il mondo. Per entrare più a fondo nell’opera di Massimo Vitali è necessario esplorare le origini della sua visione e cogliere quei cortocircuiti che ne definiscono la poetica e l’identità. Nelle sue fotografie, lo sguardo si perde nell’immenso chiarore del mare e del cielo. Qui una folla umana si ferma al sole e, estasiata dalla vista che si estende davanti agli occhi, sembra occupare e contendersi lo spazio circostante. L’immaginario così descritto richiama subito alcuni modelli di rappresentazione su cui l’autore sviluppa l’efficace discorso visivo che lo impegna per tutto l’arco della sua produzione artistica. Tornano alla memoria le cartoline, specie quelle degli anni Ottanta e Novanta, che identificano il paesaggio italiano nello stereotipo di un territorio a tratti pittoresco, ma sempre uguale a se stesso. L’immagine commerciale e standardizzata del territorio, quella che, per intenderci, mostrava al grande pubblico (dentro e fuori i confini nazionali) il nuovo volto del Paese, offre a Massimo Vitali l’occasione per riflettere sul cambiamento in atto sul nostro paesaggio e sulle nostre abitudini sociali. I riferimenti dell’autore sono quelli conosciuti ai più: la scuola di Düsseldorf e la scuola italiana del paesaggio, già punti di riferimento per l’indagine fotografica dell’era post-industriale.

 

 

Il realismo magico di Kertész

Burlesque dancer (Satyric dancer), 1926 © André Kertész

Nato a Budapest nel 1894, comincia a fotografare molto presto con una piccola ICA 4,5×6. Riprende perlopiù scene di vita cittadina, contadini, animali, interni domestici e ritratti dei suoi familiari. Per sviluppare meglio le sue potenzialità fotografiche, non trovando opportunità valide nel suo Paese, si trasferisce a Parigi nel 1925. Qui entra nel pieno fermento della cultura artistica europea dei primi decenni del Novecento e frequenta personaggi come Man Ray, Berenice Abbott, Mondrian, Chagall, Brancusi, Eisenstein e Brassaï, gloriosi esempi della straordinaria fioritura delle arti visive nelle sue tante declinazioni: dal neopittorialismo allegorico alla visione più straight della fotografia documentaria, fino alle sperimentazioni sulla struttura e sulla plasticità delle forme. In questa effervescenza carica di possibilità Kertész compie fin da subito una scelta ben definita che porterà avanti per tutta la sua vita: occuparsi di ciò che accade intorno a lui, piccoli fatti che non cambiano le sorti del mondo, ma danno un senso del tutto personale all’istante. «Non importa il successo immediato – ricorda – presto o tardi scoprirai ciò che quell’immagine significa per te e ritroverai l’emozione del momento in cui l’hai scattata». Un concetto di cui Cartier-Bresson, per sua stessa ammissione, gli sarà debitore.Il diario degli istanti Le fotografie di Kertész nascono, dunque, da un intento più espressivo che comunicativo, tutt’altro che naïf. Nonostante la semplicità dei soggetti e l’essenzialità delle inquadrature, la costruzione delle sue immagini è frutto di un’attenta e raffinata regìa formale e spaziale. Per attuarla sceglie il piccolo formato, poco vincolato ai tecnicismi e a un lungo lavoro preparatorio che farebbero sfumare l’attimo. Con la sua Leica riprende spesso scene dall’alto, un punto di osservazione con il quale «posso inglobare nell’inquadratura tutto quello che desidero» – spiegherà. Realizza così una serie di vedute dalla finestra del suo appartamento che affaccia sul parco di Washington Square, al Greenwich Village di New York; qui si era trasferito da Parigi nel 1936 per lavorare con l’agenzia cinematografica Keystone di un amico ungherese. Il suo contratto dura un solo anno, ma finirà per restare oltreoceano per tutta la vita. Quando scoppia la guerra, però, ha difficoltà a muoversi per strada con la fotocamera poiché negli Stati Uniti è considerato una sorta di nemico, né può tornare in Europa. Inoltre, il fotogiornalismo statunitense è molto diverso da quello europeo. Le sue fotografie sono considerate troppo intime ed emozionali dai giornali che chiedono soprattutto immagini documentarie. Scaduto il contratto con l’agenzia si dedica alle vedute di interni e alle nature morte e collabora con numerose riviste tra cui Vogue, Harper’s Bazaar, Look, House and Garden. Nel 1944 ottiene la cittadinanza americana e alcuni anni dopo firma un contratto con l’editore Condé Nast. La collaborazione prosegue fino al 1962 quando decide di abbandonare il mondo dell’editoria per tornare alla vera fotografia, quella che risponde a un impulso interiore, fatta solo per se stesso. Comincia a esporre in grandi mostre, pubblica libri, ottiene consensi dalla critica e dal collezionismo e presenzia alle più importanti manifestazioni internazionali di fotografia fino agli ultimi anni della sua vita.

Il realismo magico di Kertész

Mentre si trova a Parigi, il direttore della rivista Sourire gli commissiona alcune fotografie a tema libero. Kertész, che già da tempo era affascinato dalla distorsione visiva – illuminante fu la fotografia del nuotatore sott’acqua che aveva scattato nel 1917 – noleggia uno specchio deformante da alcuni circensi e realizza una serie di nudi assoldando come modella un’amica del direttore. Quest’ultimo ne resta molto colpito e pubblica alcune di quelle immagini. Kertész ne raccoglie altre duecento per un libro finanziato da un editore tedesco. L’ascesa al potere di Hitler, però, ne blocca la pubblicazione. Riesce ugualmente a esporre alcune stampe al Moma di New York, seppur con il sesso occultato. Il libro con i nudi distorti vedrà la luce solo nel 1976.

 

Burlesque dancer (Satyric dancer), 1926 © André Kertész

Elton John: “La fotografia mi ha salvato”

Elton John ha donato più di 7000 fotografie d’autore, tra cui Man Ray, Richard Avedon, Irving Penn, David Bailey, Cindy Sherman, Sam Taylor Wood al Victoria and Albert Museum di Londra, uno dei musei storici della città, fondato dalla Regina Vittoria e dal principe consorte nel 1852. Le fotografie verranno esposte in una galleria a lui dedicata.
La galleria dedicata al cantante si chiamerà Elton John and David Furnish gallery, e raccoglierà le opere fotografiche della collezione privata del cantante.
Molti capolavori esposti e non poteva essere altrimenti dal momento che Elton John è un intenditore.
Per il cantante la fotografia è stata essenziale per riuscire a disintossicarsi dalla dipendenza da alcol e stupefacenti.
Siamo immensamente grati a Sir Elton John e David Furnish per la loro generosità nel sostenere il nostro Photography Centre. Siamo uniti da un profondo impegno per il mezzo e ci sono enormi sinergie tra le nostre collezioni, in particolare intorno alla fotografia moderna e contemporanea del XX secolo”, dichiara Tristram Hunt, direttore del V & A. “La collezione di fotografia di Sir Elton John è stata la principale finanziatrice della nostra esposizione del 2014, ‘Horst: Photographer of Style?. Non vedo l’ora di rafforzare la nostra collaborazione con Sir Elton, David e il loro team e di vedere le nostre collezioni in dialogo in una mostra fotografica nuova e rivelatrice“.
Immagine via Wikipedia

Come immortalare i meravigliosi paesaggi alpini, la flora e la fauna d’alta quota

Sebbene la maggior parte dei vacanzieri italiani preferiscano di gran lunga dotarsi di pinne, fucile ed occhiali, sono moltissimi i devoti della montagna. Nella loro valigia, accanto agli scarponi, non può mancare una macchina fotografica: i paesaggi naturali sono spesso meravigliosi. Una delle difficoltà maggiori non è trovare i soggetti, né fare buone foto, come vedremo: è quella di trasportare la strumentazione, visto che oltre a obiettivi, schede e batterie di ricambio, è consigliatissimo l’uso del treppiede. Altra zavorra nello zaino. Madre natura, lassù, offre dei soggetti impareggiabili. Scenari da restare senza fiato, non solo per il poco ossigeno. Paesaggi meravigliosi, sempre diversi a seconda del momento della giornata e delle condizioni atmosferiche. Nelle lunghe sessioni di trekking si presentano anche altri soggetti niente male, come fiori rari e animali selvatici. Ottimi per dei “close-up”: le inquadrature strettissime, a tutto zoom, con lo sfondo naturale sfumato al punto giusto. Foto di sicuro effetto, che non comportano particolari difficoltà. Da non sottovalutare, anche in ambienti quasi del tutto incontaminati, il contributo dell’uomo: a volte le baite, le casette circondate dal verde, sono incantevoli.
Particolare attenzione è richiesta dall’acqua, in tutte le sue forme. Meno problematico il soggetto fiume o lago, anche se in quest’ultimo caso occorre stare attenti ai riflessi; più difficile “affrontare” un ghiacciaio o le distese di neve: il riflesso della luce spesso è difficile da gestire, e si rischia la sovraesposizione. In questo caso molte macchine, dalle reflex alle compatte, ci aiutano con un programma fatto apposta. Se vogliamo immortalare una cascata, meglio allungare i tempi di posa. Più si sale in quota, più aumenta la percentuale di raggi ultravioletti che conferiscono alle immagini una forte dominante azzurrina. I filtri UV o Skylight, in vendita nei negozi di fotografia attorno ai 15 euro, la riducono.

Immortalare i meravigliosi paesaggi alpini, la flora e la fauna d’alta quota

Quando si acquista una fotocamera reflex, conviene sempre comprare un filtro. Se non altro per proteggere l’obiettivo da polvere e intemperie. In montagna però è meglio dotarsi di un filtro specifico, polarizzatore, per migliorare le riprese. È un filtro formato da due vetri polarizzati ortogonalmente, uno dei quali può ruotare sull’altro. Con questa rotazione si elimina parte della luce che illumina la scena, fin quasi alla sua estinzione totale. Il filtro contribuisce anche a saturare i colori e ridurre la dominante azzurrina.Per restituire la grandiosità di questi paesaggi, via la mano dallo zoom: serve un campo di ripresa ampio. Bene una focale normale, ovvero una messa a fuoco automatica; meglio ancora quella grandangolare: ideale un obiettivo da 18 o 4 millimetri.
Le riprese di paesaggi richiedono l’uso del treppiede. Anche se il terreno è sconnesso, le gambe regolabili singolarmente aiutano a trovare il piano ideale. In alta montagna, magari dopo una salita faticosa, è probabile non avere la mano salda e impartire alla macchina dei tremolii.
Quando è meglio fotografare? Evitare le ore centrali della giornata: meglio una levataccia, comunque consona a una vacanza montana.
Non male anche la luce della sera. L’illuminazione laterale, dovuta al sole nascente o calante, esalta forme e volumi.

Fino a che punto spingersi per una foto? I Daredevils Selfie

Fino a che punto spingersi per una foto?

A cura di Denis Curti

Angela Nikolau è una ragazza russa di ventiquattro anni figlia di trapezisti del circo di Mosca e il suo profilo Instagram conta più di mezzo milione di seguaci. Al contrario di quel che si possa pensare, Angela non è una modella ma, come da tradizione nella sua famiglia, ciò che condivide è l’amore per il pericolo e scatti di lei in equilibrio sui grattacieli più alti del mondo.  

La sua vita è letteralmente appesa a un filo e, nonostante ciò, continua settimanalmente a pubblicare foto dove un semplice colpo di vento o un piede messo nella posizione sbagliata possono portarla alla morte. Molte aziende internazionali fanno a gara per poter sponsorizzare o comparire in uno dei suoi post, sostenendo e alimentando indirettamente la sua pericolosissima pratica, illegale in quasi tutti gli Stati, e soggetta a un dilagante fenomeno di emulazione tra i ragazzi di tutto il mondo.

Un business milionario quello dei selfie estremi, detto anche Daredevils Selfieche ha già provocato molte vittime in tutto il mondo e fatto correre ai ripari diversi governi promuovendo un vademecum per i selfie sicuri. Alla luce di questo fenomeno globale rifletto e mi chiedo che valore si dia oggi a una fotografia. Possibile che questa sia diventata così fondamentale per affermare la nostra identità tanto da mettere in pericolo la nostra stessa esistenza? Nella storia della fotografia, diversi sono stati i fotoreporter che per uno scatto hanno perso la vita, come Robert Capa, che nel 1954 morì in seguito all’esplosione di una mina durante la Prima Guerra dell’Indocina mentre saliva su un terrapieno per poter scattare una foto, o David Seymour (Chim), che fu brutalmente assassinato nel 1956 in Egitto durante la crisi del Canale di Suez. Questi grandi reporter, come molti altri nei decenni, hanno sacrificato la loro vita per poter documentare la Storia e spesso i loro scatti hanno influenzato eventi mondiali.

Oggi, invece, ciò che muove le persone sembra essere semplice esibizionismo ed esaltazione collettiva.

Foto notturne perfette: lo spettacolo del cielo stellato

L’ABC per scattare di notte

Diversi soggetti del cielo notturno richiedono attrezzature specialistiche per essere ritratti. Ma anche se non hai intenzione di procurarti un telescopio o un astroinseguitore, usando il tuo normale corredo avrai l’occasione di fare scatti memorabili: l’importante è tenere a mente queste quattro regole d’oro, prima di avventurarti nella tua nottata fotografica 

Attrezzatura: gli essenziali per la fotografia notturna

REFLEX: assicurati di avere una o due batterie completamente cariche.
OTTICA LUMINOSA: e ottiche luminose (quelle con l’apertura massima da f/1.4 a f/2.8) sono da preferirsi, per non essere costretti ad alzare gli ISO a causa di un obiettivo “lento”. Uno zoom grandangolare ti permetterà di riprendere un panorama siderale in una sola inquadratura, mentre un tele tra i 300 e i 600mm è perfetto per fotografare la Luna.
TREPPIEDE SOLIDO: Anche l’esposizione più breve durerà parecchio, quindi un treppiede robusto è fondamentale. Assicurati che le gambe siano bloccate.
COMANDO A DISTANZA: con la macchina ben fissata sul treppiede, bisogna assicurarsi di evitare il minimo movimento. Un comando a distanza – tramite un cavetto o un’app Nikon – garantirà la nitidezza dell’immagine, evitando il mosso.
TORCIA ELETTRICA: una torcia è necessaria, non solo per esigenze di sicurezza. Ma dopo che l’avrai usata al buio più completo, la sua luce rischia di abbagliare la tua visione. Con un semplice filtro rosso puoi risolvere l’inconveniente.
SMARTPHONE: dal tracciare il corso lunare con PhotoPills, ad attivare le fotocamere compatibili con Snap- Bridge, le app per la fotografia rendono gli scatti notturni molto più facili. Ti spiegheremo quali sono le più utili per ciascuna situazione.

Foto notturne: trucchi 

Imposta la macchina così: Usa il Manuale e il display in Live View. Poi preparati a tempi di posa lunghi

Messa a fuoco: isistemi autofocus non funzionano bene di notte, perciò devi affidarti alla messa a fuoco manuale. Anche così, quando c’è poca luce, può essere difficile trovare un soggetto adatto e isolato. Usare Live View ingrandendo ogni area illuminata nell’inquadratura può rendere le cose più facili rispetto a focheggiare dal mirino; alzare gli ISO a 6400, o anche di più, certo non fa male. Per mettere a fuoco un soggetto vicino alla macchina, usa la torcia elettrica per illuminarlo mentre ruoti l’anello della messa a fuoco.

Sensibilità: come la messa a fuoco, l’inquadratura dal mirino può risultare impossibile in certi casi. Comincia quando c’è ancora un po’ di luce per stabilire l’inquadratura; ma se è buio l’unica possibilità è Live View. Alzare molto gli ISO ti permette di vedere meglio nel display, ma ricordati di ritornare al valore stabilito, per lo scatto, altrimenti otterrai un risultato molto sovraesposto ed estremamente rumoroso.

Esposizione: l’esposimetro della macchina non serve a niente nelle foto notturne, perciò per stabilire l’esposizione devi fare affidamento sull’intuizione e sull’esame della foto scattata, per valutarne la luminosità. Passa alla modalità Manuale per le esposizioni fino a trenta secondi, mentre per certi effetti ti serviranno tempi di posa ancora più lunghi. Usa la modalità B (Bulb), che trovi scorrendo i tempi dopo trenta secondi nella scala dei tempi di esposizione. In questo modo l’otturatore rimarrà aperto per tutto il tempo in cui tieni premuto il pulsante di scatto sul comando a distanza.

Bilanciamento: Se sei vicino a una città, prova il preset Incandescenza; se sei al buio, prova Sole diretto. Scattare in RAW anziché in JPEG ti permetterà di affinare il bilanciamento del bianco in post-produzione.

La Fotografia della settimana: Marc Riboud. Con Fidel Castro il giorno dell’assassinio di JFK

© Marc Roboud, Cuba 1963

Il 22 Novembre 1963 viene assassinato a Dallas il Presidente John Fitgerald Kennedy. In quei giorni, Marc Riboud è Cuba per incontrare Fidel Castro.


© Marc Riboud, Cuba 1963
© Marc Riboud, Cuba 1963
Tra le molte, moltissime storie che si intrecciano con la Storia che si è compiuta a Dallas il 22 Novembre del 1963, ce n’è una in particolare che parla di fotografia. E di fortuna. Quel giorno, Marc Riboud si è trovato nel posto giusto al momento giusto: Cuba.
Inviato sull’isola per un reportage, alla vigilia dell’attentato di Dallas Marc Riboud era insieme al giornalista dell’Express Jean Daniel. Trascorrono parecchi giorni in attesa di incontrare Fidel Castro, il quale fissa un appuntamento quando ormai i due, un classico, erano pronti a rinunciare e a rientrare prima negli Stati Uniti e poi in Francia. Fidel Castro incontra i due francesi la sera del 21 novembre, nella sua residenza estiva a 120 Km da L’Havana. Inizierà a parlare alle dieci di sera e finirà alle quattro del mattino. Marc Riboud scatta foto in continuazione, documenta la gestualità di Fidel Castro, le persone che gli si avvicinano, che entrano ed escono da quella stanza, vuole fissare sulla pellicola il carisma del Lider Maximo. La mattina del 22 Novembre Marc Riboud riparte. Insieme a Fidel e ai suoi collaboratori resta solo Jean Daniel. Alle 13.30 Fidel Castro riceve una telefonata. “Como? Un atentado?” dice al telefono. E, dopo aver chiesto quali erano le condizioni del Presidente degli Stati Uniti, ripete tre volte a Jean Daniel e alle persone in quella stanza: “Ecco, una pessima notizia”.
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