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I paesaggi e la composizione secondo Tom Mackie

Il paesaggista Tom Mackie  ci spiega come interpreta l’ambiente che lo circonda

La fotografia è “vedere” ma è anche quello che non si vede. Per il celebrato paesaggista Tom Mackie, questo è uno dei punti più importanti da ricordare quando catturiamo una scena. La prima cosa che Tom fa quando è pronto a scattare è esaminare ciò che ha davanti e cercare qualsiasi motivo o forma geometrica che possa diventare elemento portante della composizione. “Detesto i paesaggi pasticciati e affollati e comporre sui motivi è un buon modo per imporre un certo ordine al mondo naturale. Aiuta lo sguardo a navigare più facilmente nell’inquadratura.”

Per Tom, la composizione è il processo di dissezione dei dettagli di un paesaggio

“Nei miei workshop, le persone dicono sempre di voler ‘vedere’ una scena come faccio io,” aggiunge Tom. “Il miglior modo che mi viene in mente per descrivere il mio processo compositivo è dire che, prima di portare la fotocamera agli occhi, osservo la scena e cerco di immaginarla come uno schizzo a matita, senza nessun particolare. Escludo mentalmente tutti i dettagli per riuscire a concentrarmi solo sulle linee. Una volta fatto questo, si tratta solo di disporre queste linee nell’inquadratura per formare una composizione piacevole. Poi si può affinare la disposizione estraendo i dettagli  che sottraggono qualcosa al soggetto principale. Quello che non si include spesso è importante quanto quello che si include.”

Le basi del primo piano

A questo punto, scegliere un elemento di interesse in primo piano diventa la considerazione più importante, cosa che spesso il dilettante medio dimentica. “Il primo piano è cruciale perché aggiunge profondità alle immagini,” spiega Tom. “Un’altra cosa che spesso la gente scorda è l’effetto delle forme che si sovrappongono e fondono. Un sacco di principianti non si rendono conto che l’occhio vede un’infinità di dettagli che la reflex non è in grado di registrare.” La fotocamera appiattisce la scena, dice, e infrange ogni tentativo di previsione. Tom cita l’esempio di una serie di faraglioni: “I nostri occhi li vedono come forme separate, ma la fotocamerali fonde e ricrea solo una grossa macchia di roccia. Per evitarlo, si deve controllare che siano nella posizione giusta e verificare il risultato sullo schermo LCD”.

Alcuni luoghi consentono più libertà creativa e compositiva di altri. Il cambio delle maree richiede inquadrature diverse, come il grandangolo con la bassa marea, mentre i paesaggi boschivi sono più difficili da comporre perché motivi e strutture degli alberi dettano in gran parte l’inquadratura.
Infine, se il cielo è piatto e non aggiunge niente alla vostra immagine, conviene escluderlo… Dovete sapere quando violare le regole!” Proprio “sapere quando” è parte di quanto distingue i dilettanti dai professionisti. Dobbiamo sempre avere una buona ragione per fare qualcosa.

Se noto un esemplare giallo nel mezzo di un campo di tulipani rossi, so di dover spezzare la regola dei terzi per inquadrarlo al centro, per enfatizzare il tema dell’indipendenza,” spiega Tom. “Se avessi rispettato la regola dei terzi, quello scatto non funzionerebbe altrettanto bene.”

Suggerimenti e consigli del fotografo Samo Vidic, Canon Ambassador, per la fotografia sportiva 

Suggerimenti e consigli del fotografo Samo Vidic, Canon Ambassador 

Qualche consiglio per i giovani fotografi che desiderano cimentarsi nella fotografia sportiva, catturando immagini di Parkour o di altri sport adrenalinici, come quelli visti nell’ultima campagna Canon
Una buona preparazione è essenziale, soprattutto quando si vuole immortalare uno sport d’azione come il Parkour. Prima di prendere in mano la mia fotocamera Canon EOS-1D X Mark II e il mio obiettivo preferito, EF 70-200mm f/2.8L IS II USM, osservo attentamente la location e parlo sempre con gli atleti, in modo da conoscere esattamente quali sono i punti migliori per catturare lo scatto perfetto. Mentre ero a Istanbul per il servizio fotografico sugli Storror, ad esempio, ho scattato una serie di fotografie da angolazioni e prospettive diverse, prima di iniziare realmente a riprendere le acrobazie più pericolose”.  

Quali le difficoltà che vanno prese in considerazione nella ripresa di uno sport d’azione che si sviluppa all’interno di una città
Quando una location è molto affollata, completare tutti gli scatti in programma può richiedere molto tempo, soprattutto se gli atleti stanno provando le loro acrobazie per la prima volta e non sempre riescono.  Bisogna sempre ricordare che le foto migliori si catturano in condizioni di luce naturale, per cui è importante lavorare nel modo più rapido ed efficiente possibile.  Infine, può sembrare ovvio, ma prima di uscire per un servizio fotografico, è fondamentale portare con sé tutta l’attrezzatura necessaria: gli obiettivi più adatti, batterie cariche e una buona riserva di schede di memoria”.

Quali le misure di sicurezza che bisogna considerare quando si fotografano atleti di parkour o di altri sport d’azione all’aperto
Bisogna sempre controllare le previsioni meteo, perché la pioggia è nemica dell’atleta di Parkour. È anche opportuno verificare la preparazione degli atleti e accertarsi che si sentano a loro agio con le acrobazie che stanno per eseguire.  Sebbene ottenere degli scatti di grande impatto sia un obiettivo importante, la sicurezza degli atleti e del fotografo è di massima importanza. Tuttavia, il rischio e un certo grado di pericolo sono un aspetto fondamentale del parkour”.

Gli obiettivi Canon da raccomandare per questo tipo di fotografia
È essenziale utilizzare obiettivi versatili e robusti, perché l’attrezzatura potrebbe subire degli urti durante le riprese.  Per catturare un action sport come il Parkour, suggerisco l’uso di un obiettivo grandangolare come EF 16-35mm f/2.8L III USM di Canon, affidabile ed eclettico.  Per la fotografia a distanza, EF 70-200mm f/2.8L IS II USM è una valida soluzione, perché consente sia di mettere a fuoco i dettagli sia di isolare l’atleta dallo sfondo. Entrambi questi obiettivi garantiscono immagini di elevata qualità con la giusta prospettiva sull’altezza e sullo sfondo, che sono gli elementi più sensazionali del parkour”.

Le impostazioni manuali da raccomandare a chi utilizza una fotocamera Canon, ad esempio la nuova mirrorless EOS M50, per ottenere risultati ottimali
Gli atleti di parkour si muovono rapidamente, saltando, volteggiando e correndo continuamente su superfici di altezza diversa. È difficile catturare tutto questo movimento. Suggerisco quindi di scattare alla massima velocità dell’otturatore, non meno di 1/1000 di secondo, impostando la messa a fuoco automatica su AI Servo e utilizzando il massimo frame rate”

Qualche consiglio per chi muove i primi passi nel mondo della fotografia e desidera sviluppare un proprio stile
Pratica, pratica e pratica! Suggerirei di scattare a tutte le ore del giorno, con condizioni di luce differenti, da angolazioni e prospettive diverse. Quando ho iniziato a muovere i primi passi in questo mondo, ho provato a riprendere diversi sport. Il mio consiglio è di andare nei centri sportivi locali, dove si praticano sport differenti, così potrete affinare le vostre capacità fotografiche, oltre a comprendere al meglio le impostazioni e le funzionalità della vostra fotocamera. Per chi è agli inizi, la nuova mirrorless Canon EOS M50 rappresenta una scelta perfetta: è leggera, può scattare a una velocità di 10 fotogrammi al secondo, esegue riprese in 4K e, tramite la connettività Wi-Fi e Bluetooth, consente di trasferire facilmente le immagini su cloud o su smartphone. Tuttavia, bisogna dire che il successo non arriva all’improvviso, la pratica è essenziale. Rompete la routine, provate nuove esperienze e fate qualcosa di diverso: la vita va colta in tutte le sue forme”. 

Qualche suggerimento per ottenere splendide foto anche nelle città più frenetiche, per esempio, isolando il soggetto quando nell’inquadratura è presente del movimento
I posti migliori per il parkour si trovano nelle città più affollate, è nella natura di questo sport, ma bisogna comunque cercare di isolare il soggetto. Quando ci sono molte persone, uso un obiettivo con un’apertura f/2.8 che fornisce una ridotta profondità di campo”.

 Per ulteriori informazioni sul Canon Ambassador Samo Vidic, visitate: http://www.samovidic.com/

https://www.canon.it/pro/stories/samo-vidic-photographing-disabled-athletes/#href-Storie

Immagine in evidenza via Canon Europe

Canon presenta i nuovi obiettivi EF 70-200MM Serie L: essenziali per ogni fotografo

Canon presenta EF 70-200mm f/4L IS II USM ed EF 70-200mm f/2.8L IS III USM

Canon presenta EF 70-200mm f/4L IS II USM ed EF 70-200mm f/2.8L IS III USM, versioni aggiornate di due dei suoi obiettivi più amati e apprezzati della serie L.
Michael Burnhill, European Product Specialist, Consumer Imaging Group, Canon Europe, ha così commentato il lancio di EF 70-200mm f/4L IS II USM ed EF 70-200mm f/2.8L IS III USM: “Siamo orgogliosi di presentare questi due obiettivi, aggiornati considerando le richieste e le osservazioni ricevute dalla nostra community globale di fotografi. Siamo sempre attenti e impegnati a offrire prodotti di elevata qualità e con prestazioni ottimali, pensati per i moderni narratori. Vogliamo garantire una scelta tanto ampia da soddisfare pienamente le esigenze di qualsiasi fotografo. EF 70-200mm f/4L IS II USM rappresenta il meglio della tecnologia ottica della serie L, racchiusa in un corpo compatto, robusto e leggero, mentre EF 70-200mm f/2.8L IS III USM offre versatilità, durata e prestazioni imbattibili.”

EF 70-200mm f/4L IS II USM: qualità superiore in un design compatto


EF 70-200mm f/4L IS II USM è caratterizzato dallo stesso design ergonomico, dalla robustezza e dalla superiorità costruttiva che hanno reso famosi gli obiettivi Canon. Con un peso di soli 780 g, l’obiettivo EF 70-200mm f/4L IS II USM è perfetto per i fotografi in continuo movimento. Indipendentemente dalla situazione, questo obiettivo garantisce sempre immagini di straordinaria nitidezza. Il trattamento al fluoro riduce il depositarsi di sporco e di gocce d’acqua sull’obiettivo mentre i rivestimenti Super Spectra eliminano effetti come il ghosting e il flare. Gli elementi alla fluorite integrati in EF 70-200mm f/4L IS II USM sono in grado di correggere le aberrazioni cromatiche, garantendo immagini dal contrasto e dalla risoluzione elevati.
L’apertura costante f/4 fornisce un’esposizione uniforme in una grande varietà di condizioni luminose. Le nove lamelle del diaframma creano un piacevole effetto bokeh, sfocando lo sfondo e mettendo in risalto il soggetto. L’obiettivo EF 70-200mm f/4L IS II USM integra un nuovo stabilizzatore ottico d’immagine, basato sul design di EF 100-400mm f/4.5-5.6L IS II USM, che permette di compensare fino a cinque stop di stabilizzazione, rispetto ai tre stop del precedente obiettivo. Questa soluzione è ideale per le situazioni più difficili, come ad esempio durante le prime cinematografiche o i safari.EF 70-200mm f/4L IS II USM combina un motore USM ad anello e un motore EF di terza generazione, dotato di una nuova CPU di controllo ad alte prestazioni e di un nuovo firmware, per ottenere una messa a fuoco automatica più veloce e accurata. 

EF 70-200mm f/4L IS II USM – Caratteristiche principali

  • Versatile escursione zoom 70-200 mm
  • Apertura massima f/4 costante
  • Messa a fuoco USM ad anello
  • Stabilizzatore ottico d’immagine a 5 stop
  • Estremamente portatile, con un peso di soli 780 g

EF 70-200mm f/2.8L IS III USM: massime prestazioni e versatilità


L’obiettivo EF 70-200mm f/2.8L IS III USM sostituisce il suo predecessore, migliorandone l’esperienza d’uso. Progettato per garantire robustezza e prestazioni elevate, è ideale per i fotografi che necessitano di un teleobiettivo di alta qualità per catturare anche i minimi dettagli. Costruito per soddisfare le esigenze dei professionisti, le guarnizioni protettive di EF 70-200mm f/2.8L IS III USM lo rendono perfetto per le condizioni atmosferiche più impegnative. Resistente a umidità e polvere, EF 70-200mm f/2.8L IS III USM integra elementi anteriori e posteriori con rivestimento alla fluorite, facili da pulire. Grazie a una struttura solida e resistente, questo nuovo obiettivo è la soluzione ideale per i fotografi che desiderano fotografie di viaggio di alta qualità. 
Con un’apertura massima f/2.8 e un diaframma a otto lamelle, EF 70-200mm f/2.8L IS III USM apre un mondo di possibilità creative, permettendo di mettere in risalto i soggetti perfettamente a fuoco su uno sfondo uniformemente sfocato. Grazie agli elementi ottici alla fluorite e UD, l’obiettivo EF 70-200mm f/2.8L IS III USM assicura un contrasto elevato e una risoluzione eccellente. L’apertura massima f/2.8, costante per l’intera escursione dello zoom, consente il doppio della luce rispetto a un obiettivo f/4, garantendo riprese ottimali anche in condizioni di scarsa illuminazione.Lo stabilizzatore ottico d’immagine compensa qualsiasi effetto mosso causato dal movimento della fotocamera mentre il motore USM ad anello offre una messa a fuoco silenziosa e velocissima. Queste caratteristiche rendono EF 70-200mm f/2.8L IS III USM l’obiettivo ideale per qualsiasi situazione.

EF 70-200mm f/2.8L IS III USM – Caratteristiche principali

  • Versatile escursione zoom 70-200 mm
  • Apertura massima f/2.8 costante
  • Messa a fuoco USM ad anello
  • Stabilizzatore ottico d’immagine a 3.5 stop
  • Rivestimenti al fluoro
  • Costruzione robusta e impermeabile

 

Morto il fotografo Abbas Attar pilastro dell’agenzia Magnum

Si è spento ieri il fotografo Abbas, pilastro dell’Agenzia Magnum

Si è spento a Parigi all’età di 74 anni il famoso fotografo Abbas Attar, conosciuto semplicemente come Abbas, pilastro dell’Agenzia Magnum.
Abbas nato a Khash, Iran, nel 1944, ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi, in Francia ed era entrato a far parte di Magnum nel 1981, dopo aver lavorato per le agenzie Sipa e Gamma.

Nonostante la sua vita trascorsa a Parigi, resta costante il legame con la sua terra natia: ha fotografato la rivoluzione islamica dal 1978 al 1980, e in una intervista concessa alla BBC nel 2017 ha confessato “sapevo che questa sarebbe stata l’unica volta nella mia vita che non sarei stato interessato solo a un evento, ma ne sarei anche stato coinvolto in maniera estremamente personale“.

Iran Diary 1971-2002, è uno dei suoi lavori più conosciuti e riguarda proprio il suo paese d’origine: la storia del suo paese scritta in forma di diario personale.

 

Fausto Giaccone: il fotografo del Sessantotto

Italy / Rome / February 24th, 1968. Students protest against police in front of Philosophy Faculty at Sapienza University. In the middle of the crowd, the student on the right pointing against the police, is senator Cesare Salvi, former minister during the center-left government, led by Giuliano Amato and Massimo D'Alema. © Fausto Giaccone/Anzenberger

Fausto Giaccone è considerato un testimone di mezzo secolo di storia per le sue immagini rappresentative di un’epoca

Toscano di nascita, Fausto Giaccone cresce a Palermo e poi a Roma, dove si trasferisce nel 1965 per terminare gli studi di architettura. I movimenti, la voglia di cambiamento, l’effervescenza del Sessantotto spingono Giaccone a dedicarsi alla fotografia. Dopo le prime collaborazioni con riviste politiche italiane, il fotografo toscano inizia a viaggiare collaborando con realtà italiane e straniere di news e geografia creando anche documentari per la televisione. Ha partecipato a molte mostre personali e collettive. Tutto iniziò nel 1968 e arrivato ai suoi cinquant’anni di carriera Fausto Giaccone si racconta.

Tra le foto divenute simbolo di quel tempo e dei tuoi primi lavori ve ne sono alcune ricordate più di altre?

Sicuramente quelle scattate durante la battaglia di Valle Giulia. Queste immagini mi hanno segnato in tutti sensi, le considero come un timbro che ha siglato l’inizio vero e proprio della mia carriera, in un anno molto ricco di stimoli e di temi investigativi. Era il primo marzo del 1968 e da Piazza di Spagna si era formato un corteo con l’inten- zione di riprendere l’occupazione della facoltà di Architettura che era stata sgomberata ed era presidiata dalla polizia.[…] Non ero mai stato in mezzo a uno scontro e non ero neanche bene attrezzato, ma aiutandomi anche con un teleobiettivo avuto in prestito, riuscii a fare una serie di immagini interessanti. Alla fine la polizia trattenne tutti quelli che riusciva a bloccare e mi ritrovai allineato insieme ad altri studenti fermati in un’aula della facoltà, perchésprovvisto di tessera stampa. Mi avevano anche sequestrato le macchine fotografiche, ma i rullini li nascosi nelle tasche.[…]”

Cosa ha significato per te il Sessantotto dal punto di vista del lavoro?

Oggi posso constatare che a ogni anniversario decennale è stato pubblicato sempre qualcosa del mio lavoro su quel periodo. Mi sono accorto che quel momento storico è stato raccontato a livello nazio- nale soprattutto con le mie foto. Non riesco a spiegarne il motivo, eravamo in parecchi a seguire le manifestazioni del movimento degli studenti, ricordo a Roma Adriano Mordenti, Massimo Vergari e Vezio Sabatini, a Milano Uliano Lucas e Massimo Vitali. Certamente seguivo gli avvenimenti con un forte senso di partecipazione emotiva.[…] Mi rendevo conto, in quei mesi, che avevo un ruolo nel racconto della storia del mio Paese“.

Come sono stati i tuoi rapporti con l’editoria?

A Roma non c’erano testate commerciali tranne L’Espresso, e io lavoravo soprattutto per le riviste legate ai partiti di sinistra e ai sindacati, come Noi Donne, Rinascita, Vie Nuove, L’Astrolabio, Mondo Nuovo. Mi sono trasferito a Milano anche perché volevo confrontarmi e verificare personalmente il mio lavoro con le varie case editrici con le quali fino ad allora collaboravo a distanza.[…] In ogni caso dopo pochi anni nel capoluogo lombardo, in cui ho lavorato molto per Panorama, Epoca, Grazia, mi sono reso conto che la qualitàdel lavoro che avevo fatto a Roma di mia iniziativa soltanto seguendo i miei interessi, senza nessuna certezza e protezione non aveva niente a che fare con l’esperienza che stavo facendo e che avrei fatto a Milano. In un certo senso ci voleva l’esperienza milanese per farmi capire l’importanza della mia formazione da autodidatta romano. Certo, Milano mi ha dato una grande lezione di professionalità; ho imparato presto ad avere solo due giorni per fare un servizio, senza limiti di spese, ma con tempi ristrettissimi. Lavoravo a colori in diapositiva ed era difficilissimo esporre bene, soprattutto se di fretta, e in inverno. Ho imparato a usare i flash elettronici che portavo sempre dietro. È stata una grande scuola, soprattutto di tipo professionale. Capivo però che stavo tradendo la mia vocazione“.

Com’èconfigurato il tuo archivio?

Il mio archivio ècomposto di negativi bianco e nero e diapositive colore 35mm. Dal 2004 ho iniziato a lavorare su commissione in digi- tale ma i miei ultimi due libri, Macondo e Volti di Cavallino Treporti li ho realizzati tra il 2006 e il 2012 entrambi con negativo medio formato. Una buona parte dei negativi e delle diapositive è stata già scansio- nata. Il bianco e nero è rimasto protagonista fino agli anni Ottanta, poi si ècominciato a lavorare a colori, in diapositiva anche se non riuscivo a staccarmi dal bianco e nero e quindi scattavo in entrambi i modi. Trovo però che la cosa non funzioni. Si pensa, si vede, o a colori o in bianco e nero“.

L’intervista completa per leggere del suo lavoro in America Latina e dei suoi ultimi progetti è pubblicata su IL FOTOGRAFO 301 ora in edicola e disponibile online.

Tim Flach: il fotografo ambientalista

Tim Flach: il fotografo che emoziona con le sue immagini di animali e habitat a rischio

Tim Flach, inglese classe 1958, nella sua carriera si è occupato di immagini commerciali per poi concentrarsi, nell’ultimo decennio, sulla fotografia d’arte e in particolar modo di animali e ambiente che hanno ispirato i suoi lavori. Il fotografo racconta la sua preoccupazione per il futuro dell’ambiente in quest’intervista.

Tim, quando hai cominciato a fotografare?

Ho realizzato le mie prime fotografie allo zoo di Londra, nel 1977, quando frequentavo un corso base di arte.
A distanza di quarant’anni, mi sono trovato di nuovo allo zoo di Londra, a scattare per un libro: ho chiuso un cerchio. Lo avevo previsto? Direi proprio di no.

Come hai cominciato a dedicarti a progetti personali?

Come la maggior parte dei fotografi, ho bisogno di progetti in cui immergermi, che mi spingano dove altrimenti non andrei. Inizialmente si trattava solo di aiutare qualche amico con la locandina di uno spettacolo teatrale o cose del genere.[…] Consiglierei a tutti di ritagliarsi una parte della vita per dedicarla a lavori personali e di non essere sempre e solo spinti dagli aspetti economici.

Come hai avviato la serie di “Animali da salvare”?

Ho cominciato a incontrare e intervistare alcune autoritàsul tema della protezione dell’ambiente, come Jonathan Baillie, che all’epoca era il direttore dei programmi di conservazione della Zoological Society di Londra. Ho chiesto loro opinioni e riflessioni e di spiegarmi quali fossero i problemi concreti. I loro punti di vista hanno contribuito a dare forma al progetto sulle specie a rischio.

Alcuni scatti di Animali da salvare sono stati realizzati in studio?

Sì, alcuni soggetti sono ritratti in studio, mentre altri sono fotografati in esterni, con luce naturale, ma contro un fondale nero.

Quali specie sono state piùdifficili da catturare?

La prima volta che ho fotografato le antilopi saiga, ero sotto il livello del terreno, in un rifugio bollente
e infestato di mosche. Il calore che saliva dal terreno era tale da distorcere le immagini. La seconda volta c’erano -30° e sono stato appostato per tre giorni prima di riuscire a cogliere uno sguardo di sfuggita da un maschio.

Le odierne fotocamere digitali ti hanno permesso di catturare immagini impossibili in passato?

[…]Ho usato una Canon EOS 5DS e sul campo lavoravo a ISO 1600 o 3200, con file da 50 MP. Ho potuto fotografare i gorilla da un’imbarcazione e i risultati sembrano quasi ritratti in studio, ho potuto fare cose che sarebbero state difficilissime in passato.

Puoi sapere di più del suo libro e dei progetti futuri, leggendo l’intervista completa su Digital Camera Magazine 187 attualmente in edicola e disponibile online.

Corso professionale in “Professione Curator_Photography®”

Dal 5 al 9 marzo a Milano al via la 4a edizione del corso in curatela fotografica “Professione Curator_Photography®”

Il corso èdedicato allo studio e all’approfondimento della curatela e dell’organizzazione di mostre di arte e fotografia. E’ rivolto a tutti coloro che vogliono approfondire le pratiche curatoriali del mondo della Fotografia contemporanea, con l’obbiettivo di formare figure professionali esperte nell’organizzazione di eventi per musei, istituzioni pubbliche, fondazioni e gallerie private in grado di realizzare la curatela di una mostra di Fotografia o di Arte, dalla ideazione alla sua finale realizzazione.

LE DOCENZE DEL CORSO_ Marzo 2018

  • Alessia Locatelli /Indipendent curator, IED Venezia
  • Claudio Composti / MC2 gallery (MI)
  • Still Fotogorafia gallery (MI)
  • Emanuela Bernascone / EB uff Stampa (TO)
  • Avv Eleonora Tringari / per i diritti immagine
  • Spazio81 fine Art lab / per la lezione sulla fineart

    Attraverso lezioni tenute da esperti del settore, il corso affronterà i diversi argomenti coinvolti nella riuscita di un evento curatoriale. Sono inoltre previste visite presso gallerie specializzate di arte contemporanea o fotografia.
    Il corso èa numero chiuso per massimo 18 allievi per sessione. Alla fine del corso verràrilasciato un attestato di frequenza.

    Data sessione: dal 5 al 9 Marzo 2018 con Vista al MIA Fair (THE MALL Milano) per verifica dei temi affrontati nel corso.
    Orario: lunedì-venerdì dalle 13.00 alle 18.00

    COSTO ed ore

    il costo del corso nella sessione è di 400 euro, lunedì – venerdì , 13-18 h – e visita al MIA fair

    Per contatti e informazioni:
    Alessia Locatelli
    Photography and Art Curator & Critic
    Tel : 347 9638427 – locatellialessia77@gmail.com – FB: @alessialocatelliCritic

    La sede del corso è presso il bellissimo spazio TIM SPACE (mm Gioia) ed ospiterà il corso in una location ampia, luminosa e con un supporto tecnico all’avanguardia

Dario Spada, il dj con la macchina fotografica

Dario Spada voce famosa di Radio 105 con la passione per la fotografia e i viaggi ci porta con lui negli Stati Uniti

Dario Spada è un artista a trecentosessanta gradi che ha saputo coniugare le sue passioni – musica, fotografia, viaggi e scrittura – facendole diventare le fonti del suo successo

 

Dario Spada nasce e cresce a Palermo, dopo le prime esperienze professionali si trasferisce a Milano e lavora per radio 105. Ma la musica è solo una, anche se la principale, delle sue passioni che lo portano a farsi conoscere dal grande pubblico: la scrittura, con il suo blog, e la fotografia di viaggi apprezzata attraverso i social, sono le altre. Appena tornato da un mese in solitaria negli Stati Uniti, abbiamo deciso di ripercorree con lui il suo viaggio dall’Arizona a Los Angeles.

Prima della partenza, avevi pensato a come raccontare il viaggio e a chi avreb- be potuto pubblicare la tua esperienza?

“[…] Essendo un comunicatore, lo sono di mestiere, testimoniare quello che vedevo grazie alla fotografia sarebbe stato essenziale, quasi una necessità. L’unica cosa che ho fatto prima di partire èstata di aprire una mia pagina (dariospada. com); pensavo a un sito web ibrido, a metà tra un portfolio di viaggio e un blog. Una volta arrivato, mi sono reso conto che avevo bisogno anche di una comunicazione più estemporanea, che mi mettesse direttamente in contatto con chi stava seguendo il mio percorso. […]”

 

Cosa pensi della comunicazione attraverso i social network? Nel tuo caso come s’intreccia questo tipo di linguaggio col tuo lavoro quotidiano in radio?

I social network sono ormai il nostro biglietto da visita. Per una persona esposta pubblicamente come me, forse, questa cosa èancora piùvera. Le persone che mi seguono in radio, che stia trasmettendo la mattina, la sera o nel week-end, poi sbirciano quello che faccio anche nei momenti in cui non sono in onda, leggendo i miei pensieri su Facebook, guardando le mie foto su Instagram, e questo crea anche un interessante scambio di opinioni e punti di vista. […]”

Qualche progetto futuro? Cosa ti piacerebbe fare?

Mi piacerebbe unire la mia passione per la comunicazione nei media con la fotografia, creando un format televisivo su delle tipologie di viaggio ecosostenibili.[…]”

L’intervista completa con le sue foto, la trovi su IL FOTOGRAFO 300 ora in edicola e disponibile online.

Henri Cartier-Bresson in mostra a San Gimignano

Place de l'Europe, Stazione Saint Lazare, Parigi, Francia 1932

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano dall’16 giugno al 15 ottobre 2017, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo,  per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.



Quando scatta l’immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a San Gimignano, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.
Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.
Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.



Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.
Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

“Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”.
I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.
Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. È mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

La mostra è curata da Denis Curti e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di San Gimignano, prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi.


Periodo
16 giugno – 15 ottobre 2017
Sede espositiva
San Gimignano, Via Folgore da San Gimignano 11
Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”
Orari
16 giugno – 30 settembre: ore 10.00- 19.30
1 ottobre-15 ottobre: ore 11.00- 17.30

Web: www.sangimignanomusei.it

Email: prenotazioni@sangimignanomusei.it[amz-related-products search_index=’All’ keywords=’henri cartier-bresson’ unit=’list’]


Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

di Alessandro Curti


Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950
Le baiser de l’hôtel de ville, Paris 1950

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale.


Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

Robert Doisneau


L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà.

La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.


La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.


Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Robert Doisneau


Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.


Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

Robert Doisneau nasce a Gentilly, nei pressi di Parigi, nel 1912. Dopo aver lavorato per alcuni anni come fotografo industriale per le officine Renault, viene travolto dalla furia della guerra: si impegna nella Resistenza utilizzando le sue abilità di fotografo per produrre documenti falsi e fotografa i giorni della liberazione. Terminato il conflitto, nel 1946 diventa fotografo indipendente per l’agenzia Rapho, con cui sviluppa una collaborazione lunga quasi cinquant’anni.
Negli anni ’50 diviene membro del Group XV, associazione di fotografi per la ricerca tecnica e artistica.
Trascorre la sua vita nella periferia parigina di Montrouge, dove sviluppa buona parte del suo lavoro.
Muore nel 1994.


Scopri la mostra all’Arengario di Monza, realizzata da Fratelli Alinari, cliccando qui.

Steve McCurry al Forte di Bard – incontro con il pubblico, sabato 22 ottobre ore 17.00

Sharbat Gula, Afghan Girl. Peshawar, Pakistan, 1984. © Steve McCurry
Steve McCurry al Forte di Bard – sabato 22 ottobre

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“… girare per il pianeta fece di un ragazzino di Filadelfia che aveva detestato la scuola, una persona riflessiva, meno superficiale … alla fine l’aspetto semplice, solitario, della fotografia mi attrasse … sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica e il soggetto da inquadrare, l’immagine da costruire … non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento … È la fusione tra etica ed estetica che mi avvince”.

Steve McCurry


Un grande ritorno quello di Steve McCurry al Forte di BardIl grande fotografo americano sabato 22 ottobre alle ore 17.00, sarà ospite dell’Associazione Forte di Bard nell’ambito del suo tour in Italia 2016.

Uno dei fotografi più importanti del secondo dopoguerra, McCurry, insieme a molti altri riconoscimenti, ha ottenuto la Robert Capa Gold Medal, il National Press Photographers Award e, per la prima volta nella storia, quattro primi premi assegnati dal World Press Photo.

Durante la conversazione aperta al pubblico, McCurry racconterà le tappe salienti della sua vita: dalla nascita alle esperienze della prima infanzia, dal collegio al liceo, dalla fuga per l’Europa alla scoperta dell’amore per il viaggio, soprattutto quello nel “resto del mondo” dove regna una povertà choc che può profondamente incidere sul provincialismo di un ragazzo dei sobborghi…

L’evento si terrà nella sala Olivero della fortezza. Steve McCurry interverrà alla presentazione introdotto dal Presidente del Forte di Bard, Augusto Rollandin e da Stefano Peccatori, Direttore generale Mondadori Electa.

Gli spettatori avranno la possibilità di acquistare i seguenti due volumi, editi da Mondadori Electa, e farli autografare da McCurry: Il mondo di Steve McCurry – Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta, e Steve McCurry – Leggere (con prefazione di Paul Theroux).


 L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria al n. 0125.833818 o all’indirizzo prenotazioni@fortedibard.it

Non saranno accettate prenotazioni cumulative.

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