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Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

di Alessandro Curti


Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950
Le baiser de l’hôtel de ville, Paris 1950

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale.


Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

Robert Doisneau


L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà.

La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.


La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.


Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Robert Doisneau


Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.


Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

Robert Doisneau nasce a Gentilly, nei pressi di Parigi, nel 1912. Dopo aver lavorato per alcuni anni come fotografo industriale per le officine Renault, viene travolto dalla furia della guerra: si impegna nella Resistenza utilizzando le sue abilità di fotografo per produrre documenti falsi e fotografa i giorni della liberazione. Terminato il conflitto, nel 1946 diventa fotografo indipendente per l’agenzia Rapho, con cui sviluppa una collaborazione lunga quasi cinquant’anni.
Negli anni ’50 diviene membro del Group XV, associazione di fotografi per la ricerca tecnica e artistica.
Trascorre la sua vita nella periferia parigina di Montrouge, dove sviluppa buona parte del suo lavoro.
Muore nel 1994.


Scopri la mostra all’Arengario di Monza, realizzata da Fratelli Alinari, cliccando qui.

Steve McCurry al Forte di Bard – incontro con il pubblico, sabato 22 ottobre ore 17.00

Sharbat Gula, Afghan Girl. Peshawar, Pakistan, 1984. © Steve McCurry
Steve McCurry al Forte di Bard – sabato 22 ottobre

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“… girare per il pianeta fece di un ragazzino di Filadelfia che aveva detestato la scuola, una persona riflessiva, meno superficiale … alla fine l’aspetto semplice, solitario, della fotografia mi attrasse … sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica e il soggetto da inquadrare, l’immagine da costruire … non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento … È la fusione tra etica ed estetica che mi avvince”.

Steve McCurry


Un grande ritorno quello di Steve McCurry al Forte di BardIl grande fotografo americano sabato 22 ottobre alle ore 17.00, sarà ospite dell’Associazione Forte di Bard nell’ambito del suo tour in Italia 2016.

Uno dei fotografi più importanti del secondo dopoguerra, McCurry, insieme a molti altri riconoscimenti, ha ottenuto la Robert Capa Gold Medal, il National Press Photographers Award e, per la prima volta nella storia, quattro primi premi assegnati dal World Press Photo.

Durante la conversazione aperta al pubblico, McCurry racconterà le tappe salienti della sua vita: dalla nascita alle esperienze della prima infanzia, dal collegio al liceo, dalla fuga per l’Europa alla scoperta dell’amore per il viaggio, soprattutto quello nel “resto del mondo” dove regna una povertà choc che può profondamente incidere sul provincialismo di un ragazzo dei sobborghi…

L’evento si terrà nella sala Olivero della fortezza. Steve McCurry interverrà alla presentazione introdotto dal Presidente del Forte di Bard, Augusto Rollandin e da Stefano Peccatori, Direttore generale Mondadori Electa.

Gli spettatori avranno la possibilità di acquistare i seguenti due volumi, editi da Mondadori Electa, e farli autografare da McCurry: Il mondo di Steve McCurry – Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta, e Steve McCurry – Leggere (con prefazione di Paul Theroux).


 L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria al n. 0125.833818 o all’indirizzo prenotazioni@fortedibard.it

Non saranno accettate prenotazioni cumulative.

Stefano Cerio. La fotografia dell’assenza

Aquapiper Guidonia, © Stefano Cerio

di Giovanni Pelloso


A essere indagata è l’altra metà della luna. Quella celata agli occhi dei più. E forse la più vera, perché non consumata dalla febbre vorticosa del divertimento e dalla calca di una moltitudine vociante. A incuriosire Stefano Cerio sono quei luoghi che, per alcuni momenti, rimangono sospesi, immobili, in attesa. A interessare la sua ricerca è l’inattività, l’assenza della figura umana, quel vuoto nel pieno di un mondo occidentale globalizzato e opulento e di un Paese, come la Cina, di un miliardo e trecentomila abitanti. A catturare la sua curiosità è, in una parola, l’off. Quando le luci si spengono e la macchina scenica, fino a prima in azione, si ferma. Spenta, inattiva, nella quiete del momento, essa si lascia avvicinare da un interlocutore che richiede tempo, non accontentandosi di attimi rubati e di incontri fugaci. Con metodo, Stefano Cerio registra le condizioni di vita di una stazione sciistica durante la notte, di una nave da crociera in attesa del nuovo carico, di parchi acquatici e di divertimento chiusi al pubblico. Il suo sguardo punta al particolare, al segno rivelatore, alla sineddoche – una parte per il tutto – che definisce e descrive un’invisibile realtà, tanto vicina quanto lontana.


«Una singola fotografia non colpisce mai la mia attenzione. Non esiste una bella immagine. Esiste solo un percorso coerente»


«Io non mi occupo di luoghi abbandonati. Se il posto è abbandonato non è assolutamente di mio interesse». Inizia con queste parole l’incontro con l’autore. E aggiunge: «È il rapporto tra vuoto e pieno che cerco. Quest’alternanza è fondamentale per la mia ricerca. In Cina, per esempio, questo rapporto è devastante. Quello che m’incuriosisce è, in una parola, l’assenza. Amo dire che gli scatti che realizzo rappresentano dei ritratti di persone che non sono lì».

Il vuoto diviene allora l’unica condizione possibile per scoprire ciò che con il pieno non può essere visto.
«È proprio così. Questi luoghi divengono irreali, o meglio, surreali, nel momento che sono vuoti. Nella normale fruizione, essi risultano colmi di gente, di vita, di attività. Pieni di divertimento. Di quella sovrabbondanza che non ti permette altro che una lettura evidente. Nell’assenza, ho avuto modo, invece, di investigare in altro modo la macchina scenica e la sua funzione di costruttore d’intrattenimento».

Quali parole affioravano alla vista di questi paesaggi?
«Assurdità. Amo molto, come artista, l’incongruenza. Questa è, per me, una condizione entusiasmante. Il mio è un lavoro che analizza l’incongruente».

Ed è una ricerca che proseguirà?
«Da molti anni sono concentrato su quest’unica tematica, anche se formalmente è abbastanza diverso. Non ho avuto fino a ora la sensazione di un suo termine. È un lavoro che necessita di tempo proprio per mantenere sempre chiaro quel confine che distingue e separa l’incongruenza dall’esotismo, per esempio. O dal kitsch. L’incongruenza si rivela con l’approfondimento, in un tempo lento. Solo allora riesci a coglierla con chiarezza. In Cina era la prima volta che scattavo fuori dall’Italia. Dopo tanti lavori, da Aquapark a Night Ski, questo è il primo luogo del divertimento di massa al di fuori dei nostri confini. Che sia la Cina, rimane secondario. Quello che mi interessava era l’atmosfera, quella luce particolare. Amo molto quell’uniformità di luce che crea un forte contrasto con le attrazioni e mostra il tutto senza ombre. È questo bagliore che caratterizza questo progetto cinese e che lo differenzia da altre foto scattate, per esempio in Italia, dove le atmosfere e i contrasti, anche in giorni di pioggia, sono comunque più decisi».
 
La prossima meta del tuo progetto? Dove vorresti andare?
«Mi piacerebbe andare in Corea del Nord. Penso che possa riservare delle grandi sorprese».


«La fotografia è un’arte visiva. È un medium come un altro e non può essere considerato diverso dalla pittura»

StefanoRitratto


Stefano Cerio vive e lavora tra Roma e Parigi. Inizia la carriera di fotografo a diciotto anni collaborando con L’Espresso. Espone al Diaframma di Milano, alla galleria Recalcati di Torino e nel 2004 propone il progetto Machine Man al Lattuada Studio (Milano). La Città della Scienza di Napoli gli dedica nel 2005 la personale Codice Multiplo. Realizza nel 2008 per la Regione Piemonte un’installazione in occasione della mostra Le Porte del Mediterraneo a Rivoli. Espone nel 2010 alla Galerie Italienne di Parigi e al museo Madre di Napoli.
Alla Fondazione Forma di Milano è nel 2011 con Winter Aquapark. Nello stesso anno proietta il video Summer Aquapark al museo Maxxi (Roma). Lo Studio Trisorio di Napoli ospita nel 2012 Night Ski. Chinese Fun è presentata l’anno successivo da Noire Contemporary Art a Torino. Nel 2014 espone Cruise Ship al Mois de la Photo di Parigi. Chinese Fun diviene nel 2015 un libro per Hatje Cantz e una nuova mostra alla Fondazione Volume di Roma.

Nicola Cicognani

"Stazione centrale" Milano 2015

La storia di un fotografo che si tuffa nelle grandi periferie del mondo alla ricerca dell’umanità nelle metropoli e dell’attimo di poesia


di Alessio Perrone


«Ho capito a Palermo ciò che spingeva altri artisti: non potevo non rendere una traccia di ciò che stavo vedendo. È lì che è arrivata la fotografia»


"Stazione centrale" Milano 2015
“Stazione centrale” Milano 2015

«La città nuova è una sfida: entrarvi è affascinante, è come azzerarsi. Nessuno ti conosce, nessuno sa chi sei; drizzi le antenne, stai attento a cosa ti circonda, a cosa ti può salvare e a cosa non può farlo». Nicola Cicognani racconta con l’impeto di un fiume in piena, includendo nelle sue parole sempre più ricordi, storie e immagini del suo lavoro. Un’opera di esplorazione fotografica compiuta attraverso delle immersioni tra Rimini, Palermo, Milano e New York, in cui il fotografo si stacca dal documentarismo per il suo cercarsi e riscoprirsi nelle genti, nelle architetture, e nel suo stesso racconto.


«La felicità abita nelle metropolitane di periferia» Nicola Cicognani


Palermo

"Arcobaleno a Palermo" Palermo 2009
“Arcobaleno a Palermo” Palermo 2009

Il lavoro dedicato alla capitale siciliana è quello che ha sancito il suo status di fotografo. «A Palermo ero andato in cerca di umanità», racconta. «Sono stati quattro mesi di fuga alla ricerca di ciò di cui avevo bisogno e che ho trovato sui marciapiedi, nella gente senza un soldo. Ho raccontato la città così come io la sentivo». Cioè con colori violenti e decomposti, che accendono gli scorci e le piazze. Nella città trovano spazio arabeschi, icone di cristi e santi che spuntano come funghi nei negozi e tra le finestre rotte, nelle piazze deserte e negli edifici in degrado. Per Nicola Cicognani questo è un luogo dai contrasti profondi, in cui affiorano i vissuti, gli oggetti e i sogni di coloro che la popolano e l’hanno popolata nei secoli.

"La vetrina" Palermo 2010
“La vetrina” Palermo 2010

«Ogni tanto c’è qualcosa che per poco tempo è fotografia, e io sento di doverlo portare via» Nicola Cicognani


New York

"A mother" ny 2012
“A mother” ny 2012

Dopo Palermo, il suo sguardo si interessa sempre più alla figura umana e a una lettura che non può non risentire dell’ambiente urbano. Durante il viaggio verso l’altra sponda dell’Atlantico con destinazione New York, l’approccio profondo ed emotivo dedicato a Palermo si disfa della violenza e dei colori accesi. Nicola Cicognani si tuffa tra le strade in cui era nata la street photography. «New York è fortissima. È il lato bello della modernità, c’è un posto per ogni stato d’animo» ci dice. E lui si immerge nella capitale, tra le strade e la gente, e la dipinge attraverso i passaggi mutevoli sulla sua umanità. Nella Grande Mela il colore si fa più bilanciato all’interno della composizione, lasciando spazio al racconto vero e proprio della città, trasmesso con una fotografia ovattata e contemplativa. Passeggeri d’autobus che osservano il fotografo da dietro una bandiera americana, affetti e solitudini nascoste, riflessi sulle vetrine, vecchi neon e hot dog sono la foresta di simboli della New York in cui si rispecchia il narratore, « È una città così forte da dirti chi sei». Dopo New York, Nicola Cicognani sta lavorando su Milano, spostando sempre più il suo sguardo sulla gente che la popola. «Cerco l’umanità, persone colte in un momento di emozione, in treno, in metropolitana, in centro», racconta. L’approccio è lo stesso: «Guardando le persone, come gli interni e le architetture, capisci molte cose di una metropoli. Ma Milano è una nuova città, una nuova sfida».

3 am Manhattan ny 2012
3 am Manhattan ny 2012

«Guardando a dettagli di pareti scrostate, interni vissuti e logori, scorci di persone e vite cittadine, restituisce alle cose, spesso dimenticate, quella dignità che gli era appartenuta» Nicola Cicognani

"Grattacielo Pirelli" Milano 2015
“Grattacielo Pirelli” Milano 2015


Nicola Cicognani è nato a Bologna il 26 agosto 1968. Ha 13 anni quando, di nascosto dalla madre, prende in mano una fotocamera per la prima volta, senza velleità artistiche. Cresce pensando di diventare un pittore, un attore o uno scrittore. Si laurea in giurisprudenza, cedendo alle aspettative familiari. Ritratto CicognaniA quarant’anni subisce un grave incidente in moto ed è la svolta. Fotografa il mare di Rimini (2008) dopo la tempesta, poi Palermo (2009-10) per qualche mese con l’occhio dello street photographer. Da quegli scatti, quasi per caso, nasce la sua carriera da professionista. Franco Fontana nota una sua foto da uno stampatore e gliene chiede una copia. Poco più tardi, l’incontro con Denis Curti. Dal 2008 Cicognani collabora con la Galleria Forni di Bologna. Tra i maestri studiati, Eggleston, Scianna e Wenders. I suoi lavori più recenti sono quelli dedicati a New York e a Milano.

Carlo Carletti, il fotografo di cerimonia

Sarteano, 2015

di Francesca Marani


Bistrattata, sottovalutata, considerata di serie B e allo stesso tempo analizzata, comparata con altri generi, studiata dal punto di vista antropologico e sociologico, la fotografia di matrimonio ha una storia lunga e complessa come il rito sociale che rappresenta. Una storia che è destinata a evolvere e durare nel tempo poiché il matrimonio rimane una delle poche “circostanze speciali” in cui il pubblico si rivolge al fotografo professionista, perfino oggi che siamo tutti fotografi dilettanti e abili giudici delle nostre creazioni. D’altronde è innegabile, chi non vorrebbe ricordare i momenti salienti del “giorno più bello” attraverso il senso artistico, le qualità documentarie e lo spirito inventivo di un fotografo esperto? Oppure, si potrebbe dire, attraverso la poesia di uno sguardo autoriale? Una domanda lecita se si pensa al lavoro di Carlo Carletti, fotografo di matrimoni che ha fatto del proprio mestiere un’arte, dando vita a immagini suggestive al riparo dal sentimentalismo affettato di certi cliché, in cui sembra impossibile non scivolare quando si parla di cerimonia.

Nella tua biografia si legge di una laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Siena. Come maturi la scelta di diventare fotografo professionista?
«La fotografia c’è sempre stata, da giovane ero molto appassionato. Fotografavo tanto per diletto durante gli anni dell’università finché a un certo punto non mi sono reso conto che passavo più tempo a sperimentare in camera oscura e a frequentare i ferventi circoli fotografici senesi piuttosto che studiare per gli esami. Poi l’università l’ho conclusa lo stesso, laureandomi nel 1995, ma era chiaro che non avrei mai fatto l’avvocato. Dopo aver archiviato frettolosamente un concorso pubblico per qualche ministero, iniziai a fare il fotografo per professione, aprendo uno studio a Poggibonsi e da quel momento non ho più smesso».


«Ho sempre avvertito una forte suggestione per i temi barthesiani del doppio spazio temporale proprio della fotografia; per mezzo della quale il passato si ripresenta in quanto “è stato”, ma sempre all’interno della cornice del presente».
Carlo Carletti, Fotografie di matrimoni, Marsilio


Perché hai scelto la fotografia di matrimonio?
«Più che una scelta consapevole è stata una coincidenza di fattori a condurmi verso questo genere. Sono originario del monte Amiata, tra la provincia di Grosseto e quella di Siena, la famosa terra del Chianti, conosciuta in tutto il mondo per la sua bellezza. Una collocazione geografica che si è rivelata fondamentale per l’avvio della mia storia professionale. Nei primi anni Novanta, quando ho aperto lo studio, ho immediatamente intercettato il fenomeno dei cosiddetti destination wedding, come li chiamano gli americani, i matrimoni celebrati in località rinomate nel mondo. Moltissimi stranieri preferivano sposarsi in Toscana e si rivelavano sensibili al tipo di proposta che facevo loro, piuttosto inusuale per i tempi: una fotografia non celebrativa, ma narrativa, descrittiva. Offrivo il reportage di un giorno speciale piuttosto che un prodotto confezionato. La mia idea era quella di seguire un canovaccio per raccontare una storia».

Una visione originale rispetto all’idea che si ha abitualmente della fotografia di cerimonia. Come fu accolta inizialmente questa intuizione?
«Ammetto che non fu semplice proporre un servizio di quaranta foto in bianco e nero. Era un’idea che poteva sembrare surreale o assurda vent’anni fa, sicuramente faceva storcere il naso ai miei colleghi che da anni praticavano il mestiere. Tuttavia, ebbi la fortuna d’incontrare l’approvazione e soprattutto la fiducia dei clienti stranieri, forse meno digiuni di linguaggio fotografico e dai gusti più evoluti in materia. Ricordo il primissimo servizio che realizzai: dissi a una coppia inglese che non avrei fatto nulla di classico, ma che avrei realizzato un racconto, una storia e questi accettarono sulla base dell’entusiasmo. Mi diedero carta bianca e andò tutto meravigliosamente. Conservo ancora i negativi di quel matrimonio, un ricordo rimasto indelebile. Così ha avuto inizio la mia vicenda professionale».


«La fotografia non ricorda qualcosa, ma è in qualche indecifrabile maniera quella cosa stessa. Questo mistero della memoria presente è indiscutibilmente ciò che mi affascina di più in fotografia e nelle fotografie. Il resto è comunque secondario: bello o brutto, generi, stilemi, stile».
Carlo Carletti, Fotografie di matrimoni, Marsilio


Con gli anni il tuo impegno professionale ti ha visto protagonista nelle splendide cornici di Amalfi, Positano, Ravello, Portofino, Capri, Venezia, il lago di Como. Nel 2006 hai ricevuto il prestigioso riconoscimento Photographer of the Year. Ce ne parli?
«Assegnato dall’associazione americana WPJA – Wedding Photojournalist Association, è nato per connettere tutti i fotografi del mondo che si cimentano con il matrimonio raccontato utilizzando gli stilemi del reportage. Grazie al premio, che ho ricevuto con mia grande soddisfazione nuovamente nel 2009 – a oggi, sono il primo ad aver ottenuto due volte l’onorificenza –, ho potuto approfondire la conoscenza della professione, scoprendo nuove modalità operative e possibilità di narrazione per immagini. Confrontandomi con altri fotografi ho, inoltre, compreso come la fotografia di matrimonio possa aprirsi al campo della sperimentazione artistica e della ricerca d’autore. Le persone del resto si riconoscono sempre di più in questo genere di interpretazione spontanea e non artificiosa, affine al racconto reportagistico degli eventi. L’immaginario di riferimento, per intenderci, è quello del Bacio davanti all’hotel De Ville di Doisneau, l’idea della coppia colta nella sua intimità, una visione più contemporanea, meno solenne e formale».

Per realizzare questo genere di narrazione che tipo di relazione instauri con gli sposi?
Con quale approccio affronti il servizio fotografico?
«Di solito non incontro gli sposi prima del giorno fatidico. Non ho bisogno di sapere tutto di loro, della loro storia o dei loro parenti. Anzi, preferisco evitare una conoscenza approfondita perché questo mi permette di essere più curioso e, per certi versi, più lucido al momento dello scatto. Se entrassi troppo in empatia con i protagonisti, questo potrebbe inficiare il risultato finale. Ho bisogno di curiosità per fotografare, del brivido dell’imprevedibilità, anche perché dopo anni di lavoro, con l’esperienza accumulata, è difficile che non riesca a prevedere cosa sta per accadere. Così, cerco di abbandonarmi all’occasione, al caso, di spiare dietro le quinte e soprattutto di non partire mai con dei layout mentali. Attraverso il matrimonio, del resto, scopri tante cose e impari molto sulle relazioni, il rito, le società, le religioni, le culture. I matrimoni ebraici, per esempio, mi piacciono moltissimo per i grandi festeggiamenti che li caratterizzano».

Quali evoluzioni ha avuto il tuo lavoro nel corso degli anni?
«Il cambiamento più eclatante l’ho riscontrato recentemente, quando, in qualità di Ambassador Leica, ho tenuto un workshop sulla fotografia di matrimonio. In quell’occasione ho incontrato ragazzi giovani, informati e appassionati, che apprezzavano il mio lavoro e mi guardavano come si guarda a un maestro. Un tempo questo entusiasmo per la fotografia di matrimonio non c’era, anzi era impensabile. Oggi, al contrario, credo che in Italia si stia assistendo a uno sdoganamento. Sempre più persone intuiscono che anche la fotografia di matrimonio può avere, a suo modo, dei contenuti autoriali. Un passaggio chiave fondamentale, determinato in parte dalla crisi della fotografia professionale, è che molti autori di talento si sono ritrovati a misurarsi con la fotografia di matrimonio per le opportunità che offre, in primis quelle economiche. Un mutamento che ho potuto misurare io stesso, chiamato a esporre in varie mostre, vedendo le fotografie in pubblicazioni editoriali, producendo stampe in edizione limitata per il collezionismo. Si tratta di una grande novità, un campo che spero di esplorare sempre di più».

Nuove direzioni della fotografia di matrimonio?
«Sicuramente il cambiamento più significativo degli ultimi tempi è l’ingresso, direi consistente, delle donne. Siamo abituati a immaginare un uomo nelle vesti di fotografo di matrimonio. Invece, oggi, le donne stanno dicendo la loro. Frequentano workshop, si formano e realizzano un racconto “al femminile” molto poetico e più attento al dettaglio. Sono senza dubbio la new sensation del momento».


Carlo Carletti

Nasce a Casteldelpiano (Grosseto) nel 1966. A partire dalla fine degli anni Ottanta collabora come fotografo freelance con riviste e giornali toscani. Nel 1997 fonda, insieme ad Angelo Governi, lo studio Arte Fotografica a Poggibonsi (Siena) e inizia a dedicarsi alla fotografia di matrimoni che interpreta in chiave spontanea e reportagistica. Il suo lavoro compare in libri fotografici e mostre collettive e personali. Nel 2006 è nominato Photographer of the Year dall’associazione americana WPJA (Wedding Photojournalist Association), prestigioso titolo che vince per la seconda volta nel 2009. Nel 2013 pubblica per Marsilio Editori il volume Fotografie di matrimoni (a cura di Denis Curti) e l’anno seguente espone presso la galleria Still di Milano in una mostra fotografica dal titolo Scene da un Matrimonio. È nominato nel 2015 Leica Ambassador.

Andy Summers. La rock star dei Police rivela la sua grande passione per la fotografia

photo by Mo Summers

«La fotografia è sofisticata come la musica quando la capisci» Andy Summers

di Giovanni Pelloso


© Andy Summers
© Andy Summers

Considera la fotografia come la controparte visiva della musica. A emergere dalle sue immagini è una linea melodica convulsa, un accordo scuro, con poche note, quasi astratto. Anche quando era impegnato nei tour mondiali, Andy Summers amava utilizzare questo linguaggio visivo per descrivere il suo rapporto con la realtà, per definire la propria posizione di fronte alle cose e al mondo. Dall’altopiano della Bolivia ai vicoli del Golden Gai di Tokyo, dalle strade di Napoli alle vedute di Shanghai, i quaranta scatti in bianco e nero esposti recentmente nelle belle sale della Leica Galerie (a pochi passi dal Duomo) offrono la testimonianza del lavoro di un apprezzato professionista, di un autore internazionale che desidera allontanarsi il più possibile dai percorsi turistici e aprire una porta verso un territorio che ammette il surreale e l’ambiguo con sfumature oscure e note malinconiche. Ciò che appare è un ensemble ricco di riferimenti alla sua vita di musicista e di autore sempre in viaggio. La fotografia si rivela come una naturale estensione di sé e l’espressione di ciò che ha vissuto. È il suo modo di attraversare le strade e le piazze, di fare esperienza della realtà (così come arriva). «È un altro tipo di espressione – racconta –, come la musica, molto naturale per me. Eccitante. Non è un hobby. Ti devi sentire coinvolto, sentire la passione; credo che sia un modo di sostenere la vita».

© Andy Summers
© Andy Summers

«La musica e la fotografia sono spiriti affini nell’essere arti non verbali, ma facilmente possono avere termini intercambiabili» Andy Summers

Quale fotografia predilige?
«Non sono interessato al reportage, la mia fotografia è più vicina a un viaggio emotivo. Non sono coinvolto come fotografo a formulare delle dichiarazioni politiche attraverso le mie immagini; sono più stimolato a creare un’espressione artistica che è più vicina alla musica e soprattutto al tipo di musica che mi appassiona in questo momento. Non sono attratto dalla street photography anche se continuo a girare il mondo. Cerco un immaginario più astratto e surreale. Credo sia molto importante anche la composizione della sequenza che, specialmente in un libro e nel percorso espositivo, diventa una dichiarazione. Se penso a Mysterious Barricade, ciò che appare è un sentire più mistico, astratto. Le immagini rivelano il loro essere, sono delle domande aperte senza risposta. Ti fanno quasi capire cosa sta succedendo. Sei tu, poi, a decidere se camminarci dentro oppure no.>>

© Andy Summers
© Andy Summers

«Al salire della pressione attorno alla band, la fotografia era diventata un mondo privato dove mi potevo ritirare» Andy Summers


Fotografia e musica sono due passioni nate in età giovanile?
«La fotografia mi ha affascinato da sempre. Se avessi preso in mano prima la macchina fotografica della chitarra forse sarei diventato un fotografo, ma a quel tempo ero troppo attratto dalla musica».

Quali sono gli autori che inizialmente l’hanno ispirata?
«Molti. Quando sei così coinvolto è naturale guardare il lavoro degli altri, allo stesso modo è stato così per la musica. Sono sempre stato molto curioso e ho ascoltato ogni genere musicale, non solo pop, ma anche jazz e classica. Ho esplorato varie possibilità. Poi, nel percorso artistico, a un certo punto, si deve decidere cosa si vuol diventare e cosa piace o non piace. Amo Robert Frank, Ralph Gibson, Diane Arbus, Cartier-Bresson e Robert Capa. Nella crescita, con gli anni, il processo creativo si affina sempre di più. Oggi, mi permetto di non farmi piacere tutto».

© Andy Summers
© Andy Summers

«Musica e fotografia si fondono. I tour iniziano a distendersi come un rotolo di pellicola. Sogno attraverso la lente» Andy Summers


© Andy Summers
© Andy Summers

Fotografa solo in bianco e nero?
«La fotografia esiste per me solo in bianco e nero. La fotografia è in bianco e nero. Il colore è qualcos’altro. È un’immagine costruita».


Andy Summers

photo by Mo Summers
photo by Mo Summers

È nato e cresciuto nella cittadina di Bournemouth, nota località turistica dell’Inghilterra meridionale. È diventato famoso nei primi anni Ottanta come chitarrista della storica rock band dei Police. Il suo talento alla chitarra caratterizzò lo stile del gruppo, in particolare in Message in a Bottle, Don’t Stand So Close to Me ed Every Breath You Take. Nel 2006 ha pubblicato la sua autobiografia One Train Later che ha riscosso grande successo tra il pubblico, risultando il miglior libro dell’anno nel Regno Unito. Ha esposto alla Leica Gallery di Los Angeles, al Paris/LA Independent Photo Show, alla Kunst.Licht Gallery a Shanghai, al China Culture Center (CCC) a Beijing e alla Photokina (Colonia, Germania). È entrato nella Rock and Roll Hall of Fame e nella Guitar Player Hall of Fame, oltre ad aver ricevuto le chiavi della città di New York. È stato nominato cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere dal ministro della cultura francese.

Alessandro Grassani: la fotografia consapevole

di Giada Storelli


Alessandro Grassani ha scelto al caos dei grandi eventi internazionali la quiete del lavoro in solitaria

Per lui la fotografia è uno scambio umano, una relazione con il soggetto basata sul dare e il ricevere.
Il suo scopo è donare la possibilità alle persone di avere una voce e alle loro storie di essere raccontate. Le sue fotografie possiedono la forza della verità e l’armonia della composizione. Distante dalla teatralità del dramma, ricorda all’osservatore il rispetto del dolore.

© Alessandro Grassani
© Alessandro Grassani

Le storie che racconti sono dei veri e propri approfondimenti giornalistici. Perché hai scel- to la fotografia come mezzo di espressione?

«Ho scelto la fotografia perché mi dà la possibilità di vivere in prima persona le storie che voglio raccontare. Per arrivare a documentare nell’intimo la realtà delle persone ogni volta ho bisogno di condividere il più possibile con loro, di guardarli negli occhi, di avere uno scambio umano. Ho sempre osservato con grande interesse i progetti dei fotografi del National Geographic, le immagini di guerra di James Nachtwey e gli sterminati paesaggi di Ansel Adams».

Qual è stato il tuo primo progetto fotogiornalistico?
«Il mio primo, vero, progetto sul campo è stato Journey to Iran ed è durato dal 2005 al 2009, anche se avevo già avuto l’occasione di lavorare nel 2003 a Bam, una piccola città colpita da un terremoto. È stato un periodo molto particolare; era da poco salito al potere Ahmadinejad e la tensione internazionale era molto alta per via della crisi nucleare. Tuttavia, quello che volevo raccontare erano le varie sfaccettature della società iraniana, diversa dallo stereotipo di fanatismo religioso che i media internazionali dipingevano. Nel progetto ho voluto focalizzare la mia attenzione sulle categorie avverse al regime, dai giovani, che guardavano con interesse all’Occidente, alle minoranze etniche per raccontare la loro quotidianità nonostante le pressioni governative e la complessa diversità sociale del Paese. Il progetto con il tempo si è rivelato una vera e propria narrazione in immagini dell’assetto geopolitico dell’Iran».

© Alessandro Grassani
© Alessandro Grassani

Dal 2011 sei impegnato nella ricerca Environmental migrants: the last illusion.
Il progetto, distinto in quattro capitoli, riguarda i migranti ambientali, le persone costrette a fuggire dal proprio Paese in conseguenza ai cambiamenti climatici. Ci racconti gli sviluppi?

«Il progetto ha avuto inizio in Mongolia. Qualche tempo prima avevo sentito parlare di un inverno particolarmente rigido che aveva colpito il Paese e che aveva ucciso otto milioni di capi di bestiame e costretto ventimila pastori a emigrare verso la città di Ulan Bator. Quello che mi premeva capire era il destino di questi allevatori costretti a emigrare e ad abbandonare tutto a causa dei cambiamenti climatici. Pertanto, la mia idea era, innanzitutto, di documentare la vita nelle campagne condannata dall’estremo freddo per poi raccogliere le testimonianze a Ulan Bator di coloro che erano stati costretti a vivere in povertà nelle tende piantate nella periferia della città con la conseguente trasformazione dell’assetto urbano. Mentre ero impegnato nel reportage e nel confronto con i ricercatori che studiavano da tempo il fenomeno, ho compreso che questa problematica non riguardava solamente la Mongolia, ma le stesse condizioni si stavano verificando in altri Paesi. Così, subito dopo, sono partito per il Bangladesh e, negli anni successivi, ho ampliato il progetto anche al Kenya e ad Haiti, mantenendo sempre la medesima formula narrativa. Environmental migrants ha una forte struttura sia giornalistica che scientifica ed è stato prodotto, e in parte finanziato, in collaborazione con importanti associazioni internazionali. L’International Organization for Migration (IOM) ha recentemente organizzato a Parigi una mostra sul mio lavoro dal titolo Entwined Destinies: Migration, Environment and Climate Change esposta al Palais de la Port Dorée alla fine del 2015 per sensibilizzare la persone rispetto a queste tematiche».

Nell’era della fotografia realizzata con lo smartphone, cosa significa essere un reporter di professione?

«Talvolta mi interrogo sul significato di questo lavoro. Spesso le immagini degli eventi di cronaca sono scattate dalle persone coinvolte nell’avvenimento e in tempo reale caricate online. Penso che
il futuro del fotogiornalismo sia lavorare a progetti a lungo termine e indagare grandi tematiche sociali. Nel mio lavoro il momen- to bressoniano va in secondo piano per dare più importanza ai contenuti e alla struttura progettuale. Oggi il reporter di cronaca deve avere la capacità e l’istinto di immortalare ciò che gli altri non vedono e avere la lucidità, nella concitazione della circostanza, di individuare e isolare attimi significativi. A riguardo ho apprezzato molto il lavoro I veli di Aleppo di Franco Paggetti sulla guerra in Siria».

Alessandro Grassaniritratto

Nasce a Pavia nel 1977. Si diploma in fotografia presso l’Istituto Riccardo Bauer di Milano e nella sua carriera ha collaborato con riviste come The New York Times, L’Espresso, Sunday Times e organizzazioni internazionali come Doctors of the World e International Organization for Migration (IOM). Con i suoi progetti, esposti in tutto il mondo, ha ricevuto importanti premi tra i quali il Premio Internacional de Fotografia Humanitaria Luis Valtueña, il Sony World Photography Awards e il PX3 International Awards. Nel settembre 2013 ha tenuto una conferenza a Berlino per il TEDx. Dal 2011 è insegnante alla scuola John Kaverdash di Milano al Master di fotografia documentaria.

Cortona On The Move: il programma workshop dell’edizione 2016


 CORTONA, 14 LUGLIO – 2 OTTOBRE 2016


Cortona OTM in collaborazione con Leica Akademie mette a disposizione la sua esperienza per la formazione degli amanti del settore e organizza workshop con fotografi e professionisti di livello internazionale. I corsi sono aperti a tutti fino a esaurimento posti.

 

Ecco nel dettaglio la lista dei docenti protagonisti della sesta edizione:


 


 


 


  • Eolo Perfido – Ritratto di viaggio – 16 e 17 luglio 2016 

    L’organizzazione del festival aiuterà coloro che vogliono partecipare a trovare alloggi convenienti tra le strutture convenzionate. I workshop si effettueranno presso Centro Convegni Sant’Agostino, Via Guelfa 40 52044 Cortona (AR).

    Maggiori informazioni sul sito www.cortonaonthemove.com

 

TRIENNALE, MILANO | Lectio magistralis con l’astronauta Paolo Nespoli e Gabriele Rigon | Sabato 2 luglio ore 17.30

AFIP INTERNATIONAL

SABATO 2 LUGLIO, ORE 17.30
PAOLO NESPOLI E GABRIELE RIGON

IN CONVERSAZIONE ALLA TRIENNALE DI MILANO

PER LE LECTIO MAGISTALIS DEI PIÙ IMPORTANTI FOTOGRAFI ITALIANI

Una serie di eventi organizzati dall’AFIP International – Associazione Fotografi Italiani Professionisti in collaborazione con CNA Professioni

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Quante persone possono dire di aver fotografato la Terra dallo Spazio? Naturalmente pochissime: tra loro Paolo Nespoli, astronauta italiano con la passione per la fotografia, che dal 2007 ad oggi ha preso parte a due diverse missioni, passando oltre 170 giorni in orbita. Un’esperienza professionale e di vita unica e irripetibile, che si riflette nelle immagini che Nespoli ha portato a casa e che condivide sabato 2 luglio alle 17.30 alla Triennale di Milano, in occasione dell’ultimo appuntamento stagionale con le Lectio magistralis di fotografia e dintorni promosse da AFIP International e CNA Professioni.

Ad accompagnare Nespoli nel suo racconto il fotoreporter Gabriele Rigon, già elicotterista dell’esercito e fotografo ufficiale del Ministero della Difesa nel corso di importanti missioni militari – dalla Somalia all’Afghanistan, dall’Iraq al Kurdistan – per sei anni incaricato di documentare con i suoi scatti l’addestramento dell’astronauta italiano e la preparazione dei suoi viaggi spaziali. L’intreccio dei loro racconti offre una testimonianza preziosa di un filone meno indagato della fotografia, che si muove sul confine tra documentazione scientifica e reportage giornalistico, tra informazione e narrazione per immagine. Sullo sfondo di un contesto tra i più affascinanti che sia possibile immaginare.

Diretta streaming su: http://www.afipinternational.com/diretta-video-streaming.html

Paolo Nespoli nasce a Milano nel 1957. Alla fine del Liceo Scientifico parte per il servizio militare di leva con l’Esercito Italiano dove rimane diventando istruttore di paracadutismo e poi come Incursore (è attualmente Ufficiale della Riserva con il grado do Maggiore).  Dal 1982 al 1984 è in Libano con la Forza Multinazionale di Pace e al ritorno dalla missione decide di ritornare a perseguire il suo sogno di bambino: fare l’astronauta. Si iscrive alla Polytechnic University di New York e ottiene una laurea in Ingegneria Aerospaziale e un Master in Aeronautica e Astronautica.

Quindi lavora in Italia in un laboratorio di ricerca e sviluppo e nel 1991 è assunto dall’ESA (European Space Agency), dove per i primi sei anni si occupa della preparazione e della formazione degli astronauti e dei sistemi informatici di supporto alle missioni spaziali.

Nel 1998 è selezionato come astronauta e viene inviato a Houston al Johnson Space Center della NASA dove ottiene la qualifica di Specialista di Missione e Ingegnere di Bordo per volare sullo Space Shuttle e la Stazione Spaziale Internazionale. Alla fine del 2007 compie il suo primo viaggio nello spazio di 15 giorni a bordo dello Space Shuttle Discovery STS-120. Nel novembre 2008 viene assegnato alla Spedizione 26/27, una missione di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Europea sulla Stazione Spaziale Internazionale. La missione parte nel dicembre 2010 da Baikonur, in Kazakhistan, su navicella spaziale russa Soyuz TMA-20 e termina nel maggio 2011 dopo 159 giorni in orbita. Nel luglio del 2015 è assegnato dall’Agenzia Spaziale Italiana ad una seconda missione di lunga durata sulla Stazione Spaziale Internazionale, la Spedizione 52/53, prevista tra maggio e novembre 2017. Correntemente è impegnato nella preparazione per la missione dividendo il suo tempo tra la National Aeronautics Space Administration a Houston negli Stati Uniti, il Gagarin Cosmonaut Training Centre in StarCity Russia, l’European Astronaut Centre a Colonia in Germania, l’Agenzia Spaziale Italiana a Roma in Italia e il Japan Aerospace Exploration Agency a Tsukuba in Giappone.

Gabriele Rigon è nato nel 1961 a Gemona del Friuli. È stato elicotterista dell’esercito ed un “Combat Camera” per conto del Ministero della Difesa. Ha cominciato a scattare durante missioni militari di pace in zone come Namibia, Kurdistan, Albania, Somalia, Libano, Iraq e Afghanistan.

Ha lavorato sei anni per conto dell’Agenzia Spaziale Europea al seguito dell’astronauta italiano Paolo Nespoli, documentandone l’addestramento e la preparazione delle missioni.

Negli ultimi quindici anni i suoi interessi fotografici si sono spostati allo studio del corpo e della bellezza femminile. Ha realizzato oltre 60 copertine di libri, ha esposto in decine di mostre fotografiche, le sue foto sono state pubblicate in tutto il mondo. Ha tenuto e tiene diversi workshop sia in Italia che all’estero. Ha inoltre lavorato come docente di fotografia presso l’Università IUAV di Venezia nella facoltà di Architettura e Design.


Lectio Magistralis di Fotografia e dintorni

Triennale di Milano (viale Alemagna 6), Salone d’Onore

Sabato 2 luglio, ore 17.30

Ingresso gratuito (fino esaurimento dei posti)

Settimio Benedusi | si può vivere di fotografia?

di Alessandro Curti


 

Accedendo alla pagina Facebook di Settimio Benedusi, l’ultimo post che leggiamo è questo: “Domani parto da Imperia a Milano a piedi, senza soldi ma cercando di barattare la sopravvivenza in cambio di fotografie, per rispondere alla domanda “la fotografia ha ancora un valore?”. Inizio facile, ancora nel mio brodo, ancora a Milano: Rocco the hair dresser, il grooming designer (il parrucchiere, insomma) mi ha offerto il taglio in cambio di questa fotina!
Olè”

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L’hashtag del “pellegrinaggio” è #settimiodecompostela. Il viaggio nasce da una domanda semplice ma originale: si può vivere di fotografia? In un mondo in cui la professione del fotografo è sempre più difficile da categorizzare, Settimio Benedusi proverà sul campo e in prima persona a darci una risposta.

Noi lo seguiremo virtualmente aggiornandovi sulle varie tappe.

Una sorta di diario di bordo fotografico.

Stay tuned!

 

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