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Massimo Sciacca: reporter di guerra, grande scuola di vita

Afghanistan 2001
Afghanistan 2001

Massimo Sciacca. Raccontare in poche righe la carriera di un professionista, che ha dedicato metà della sua vita alla fotografia, non è cosa facile. Meno ancora quando gran parte di questa attività si è svolta in zone di guerra. Quella guerra che ha sempre cercato di raccontare non parlando di morte, ma cogliendo momenti che potessero rappresentare segnali di vita e di speranza. Massimo Sciacca, classe 1965, è nato e cresciuto a Bologna. Inizia la sua attività di reporter a soli 18 anni, prima occupandosi di cronaca e poi come fotogiornalista di guerra per importanti testate italiane. Ha seguito tutto il conflitto nei Balcani. Restando per anni a Sarajevo, tanto che oggi considera la città come casa sua. “Ho ancora tanti amici – dice – è stata un’esperienza molto potente, che mi ha insegnato molto. Anche in quella situazione terribile, preferivo raccontare storie di vita e non di morte. La mia più grande soddisfazione è stato il progetto ‘Rock sotto l’assedio’. Il giovane gruppo rock che avevo fotografato per le strade sconvolte dalle bombe è stato ingaggiato da Vasco Rossi come spalla per i suoi concerti. In Italia hanno esordito a Milano, allo stadio di San Siro. Dopo i Balcani sono andato in Asia, a Hong Kong, poi in Polinesia. Giro il mondo perché è importante denunciare ciò che non va attraverso le immagini. Dopo è stata la volta degli Stati Uniti e ora dell’Africa”. Ma con l’avvento del digitale, per un fotografo come Sciacca qualcosa è cambiato? “È stato difficile adeguarmi – spiega -. Mi ritengo un fotografo classico. Preferisco raccontare in bianco e nero, anche se ora faccio film e documentari. Naturalmente a colori”. Ma come è diventato fotografo? “ “La passione è nata dai viaggi. Sono un autodidatta. La mia palestra? I rally a Bologna. Ho scoperto tardi la mia città – continua -. Amavo la Bologna alternativa, quella dei centri sociali, del Livello 57 e del Link. L’ho documentata nei primi anni ‘90 ed è stata oggetto di una mostra nel 2000, quando fu città della Cultura. Un periodo d’oro, che ha prodotto tanti bravi artisti. Come BLU, uno dei migliori street artist”. Nel 1997 Sciacca ha vinto il primo premio Word Press. Nel 1998 entra a far parte di Contrasto. “La realtà è a colori, ma il bianco e nero è molto più realistico”, conclude

8 AGOSTO 1869. Muore Roger Fenton, primo reporter di guerra

8 AGOSTO 1869. Muore a Londra Roger Fenton (nato a Heywood il 28 marzo 1819), primo reporter di guerra nella storia della fotografia. Durante gli studi di pittura a Parigi nell’atelier di Paul Delaroche, Fenton conobbe il fotografo Gustave Le Gray e iniziò a avvicinarsi alla fotografia decidendo, tornato in Inghilterra, di dedicarsi a quest’arte. Nel 1852 viaggiò in Russia, testimoniando con i suoi scatti la costruzione del Ponte delle Catene di Kiev. L’anno successivo fondò a Londra la Royal Photographic Society. Nel 1855 ottenne dal governo britannico l’incarico di fotografo ufficiale della Guerra di Crimea che vide contrapporsi da un lato la Russia e dall’altro Impero Ottomano, Francia,Gran Bretagna e Regno di Sardegna. Lavorando in condizioni critiche, Roger Fenton realizzò più di trecento foto, molte delle quali furono esposte in una mostra a Londra.

Fotogiornalismo di guerra: per ricordare che il mondo è anche un inferno

Un campo base Vietcong brucia

Fare il fotoreporter di guerra non è facile. Entri ed esci dalle follie del mondo di continuo. Il giorno prima sei seduto con i tuoi cari a guardare la televisione e il giorno dopo ti ripari dalle schegge di una bomba mentre intorno a te i feriti urlano di dolore. E prima che tu li possa aiutare li devi fotografare. Perché questo è il mestiere di un fotoreporter di guerra. Un mestiere vecchio quasi quanto la storia della fotografia. Infatti il potere straordinario del nuovo mezzo viene immediatamente intuito dal potere. È l’esercito di sua maestà britannica che per primo ingaggia un fotografo per raccontare un conflitto, quello di Crimea. Ed è Roger Fenton, il primo fotografo autorizzato e obbligato a stare al seguito delle truppe, che accetta l’incarico nel 1855. Nasce così ufficialmente la fotografia di guerra. E la sua iconografia classica: foto in posa e paesaggi, perché i limiti dello strumento non permettono nient’altro. Ma che tuttavia rendono un’importante servizio alla storia come le foto realizzate da Alexander Gardner che ha immortalato la guerra di secessione americana e la scoperta dei nuovi territori indiani dell’Ovest. Le potenzialità del nuovo mezzo sono intuite anche dall’editoria: si moltiplicano le testate dei giornali illustrati nel nord Europa e nei paesi anglosassoni. Il fotografo John Burke, ad esempio, testimonia la guerra afgana del 1878 con l’album “The Afghan War”. Alla fine dell’800 lo strumento si evolve: i tempi di esposizione si accorciano, le lastre possono essere preparate molto prima e sviluppate molto dopo.

Nasce il fotoreportage contemporaneo

Nasce il fotoreportage contemporaneo: l’attimo è finalmente colto in movimento. E si sviluppa la rete: fotografi free-lance forniscono alle agenzie immagini che vengono distribuite ai giornali. Già con il primo conflitto mondiale la fotografia di guerra delle origini raggiunge la sua maturità espressiva con risultati di una qualità e modernità eccezionale. Mentre le foto della seconda guerra mondiale diventano già a colori avvalendosi di una tecnica acquisita nel 1936 grazie alle pellicole della Agfacolor. Dunque il fotoreportage di guerra come oggi lo concepiamo non se l’è inventato Robert Capa negli anni ’30 durante la Guerra di Spagna come vuole la leggenda. Ma è negli anni ’30 che si afferma il concetto del fotografo di reportage come autore e artista che ha il diritto di firmare la sua opera. Ed è ancora con Robert Capa e i suoi colleghi della Magnum che inizia formalmente il dibattito sulla figura del fotoreporter e sulla sua autonomia espressiva. Che tradotto significa la libertà di essere una continua spina nel fianco dei governi. Se ne accorge l’America con la guerra in Vietnam. L’appoggio al conflitto finisce quando i genitori, nelle immagini dei fotoreporter, guardano in faccia i loro figli disperati mentre stanno per morire. L’editoria fotografica internazionale, con la rivista americana Life a fare da traino, sarà in continua espansione fino agli anni ‘70. Ma è proprio in quegli stessi anni che comincia anche la sua lenta decadenza durata fino a oggi. A toglierle lo scettro di regina dell’informazione è il mezzo televisivo a colori, un concorrente formidabile. Le grandi riviste che vivono di fotoreportage chiudono una dopo l’altra. I soldi sono sempre meno. E la crisi economica mondiale del 2008 certo non ha aiutato. Ma il fotogiornalismo di guerra ciononostante non è scomparso. A tenerlo in vita un possibile futuro offerto dai nuovi mezzi di informazione dell’era digitale, sempre affamati di immagini. E soprattutto i fotografi che credono ancora nella loro missione: ricordarci che il mondo è anche un inferno.

Fotoreporter accusato di aver simulato una serie di foto scaricato dalla propria agenzia

Un fotoreporter è accusato di aver simulato una serie di foto che mostrano l’ondata di violenza in Honduras.
Fstoppers ha pubblicato un rapporto che accusa il fotografo Italosvizzero Michele Crameri di aver messo in scena le immagini e di aver pubblicato gli scatti con delle didascalie false. Il rapporto si basa su prove e dichiarazioni fornite dalla persona che ha messo in contatto il fotografo con la banda durante i quattro viaggi fatti da Crameri tra il 2015 e il 2018.
Secondo le dichiarazioni, nel momento in cui sono state scattate le fotografie, Crameri stava scherzando con la banda e stava chiedendo loro di mostrare le tecniche di esecuzione. Le immagini così rubate sono state poi pubblicate dal fotografo con didascalie false e ingannevoli che affermavano di essere in presenza di una vera violenza.

Parallelo Zero, l’agenzia che rappresenta il fotografo, ha comunicato a PetaPixel la decisione di abbandonare Michele Crameri: “Parallelozero ha, dopo ulteriori indagini interne, deciso di interrompere il rapporto di lavoro con il fotografo Michele Crameri e di annullare il contratto per il film “Sicario”.
A Crameri è stata chiesta l’autenticità delle due immagini in questione e non è stato in grado di fornire prove convincenti per contrastare l’accusa di essere state effettivamente messe in scena e che le didascalie di accompagnamento non erano quindi completamente vere. Il fotografo, sin dall’inizio del suo rapporto con Parallelozero nel 2017, ci assicurò ripetutamente che tutte le foto erano autentiche e che aveva firmato un contratto in cui si assumeva la completa responsabilità dell’autenticità sia delle foto che delle didascalie. Parallelozero ha agito in buona fede e ritiene che sia una parte offesa in questa materia. Tuttavia, vorrebbe scusarsi con chiunque abbia sofferto in qualche modo a seguito della pubblicazione di queste immagini.

Crameri non ha ancora risposto alle  richieste di commenti riguardo a queste accuse, ma il progetto fotografico è stato tranquillamente rimosso dal suo sito personale nei giorni trascorsi da quando è scoppiata questa polemica.

Ecco le fotografie incriminate

Tano D’amico: la fotografia per pensare

Tano D’Amico, giornalista e fotoreporter, nato a Filicudi e romano di adozione, è un collaboratore storico de Il Manifesto e La Repubblica. Ha realizzato reportage su carceri, manicomi, rom, e ha documentato le manifestazioni di piazza a partire dagli anni sessanta vivendo la protesta studentesca e operaia in prima linea. Raccontando di sé e della sua vita di fotografo militante, ci rivela il potere che ha sempre avuto l’immagine come primo simbolo del cambiamento. Le sue fotografie, rigorosamente in bianco e nero, testimoniano la storia degli ultimi quarant’anni del nostro Paese, con particolare attenzione ai movimenti degli anni Settanta, e sono commentate da chi ha vissuto quei tempi in prima linea.

 

Dickey Chapelle: oltre la testimonianza

Divisa e orecchini di perle. Non li lasciava mai a casa Dickey Chapelle (Georgette Louise Meyer) in qualunque parte del mondo la portasse il suo lavoro di fotoreporter di guerra. Nata il 14 marzo del 1919 a Milwaukee, in Wisconsin, fin da giovane fu appassionata di aerei, tanto da studiare design aeronautico al Massachusetts Institute of Technology. A New York conobbe il fotografo, e suo marito per quindici anni, Tony Chapelle, appassionandosi alla fotografia. Durante la Seconda guerra mondiale, Dickey Chapelle divenne corrispondente per il National Geographic, immortalando con i suoi scatti le battaglie di Iwo Jima e Okinawa e altri momenti cruciali degli scontri sul fronte del Pacifico. Da quel momento, e fino alla sua morte nel 1965, la fotoreporter sarà testimone di alcuni dei conflitti più sanguinosi della seconda metà del Novecento, dall’Algeria alla Repubblica Dominicana, dal Libano a Cuba, dal Laos all’Ungheria, dove sarà addirittura imprigionata per due mesi. Sempre in prima linea, Dickey Chapelle agì con passione e determinazione, abbattendo molti dei tabù della fotografia di guerra, da sempre considerata un “lavoro da uomini”. Il 4 novembre del 1965, durante un pattugliamento in Vietnam, fu raggiunta al collo da un frammento di shrapnel e morì dissanguata poco dopo. I suoi ultimi istanti di vita furono fissati su pellicola dal fotografo Henri Huet che immortalò il cappellano John McNamara intento a darle l’estrema benedizione. Dickey Chapelle fu la prima fotoreporter statunitense uccisa in azione.

Fotoreporter con lo smartphone ma cresce il mercato delle macchine fotografiche second hand

Gli italiani sono un popolo di fotoreporter: secondo una ricerca però, gli italiani adorano scattare foto dei loro viaggi principalmente con lo smartphone.La ricerca realizzata da eDreams, evidenzia come la classica Reflex, che è senza dubbio lo strumento fondamentale per i viaggiatori, è stata sostituita dal cellulare; dai dati è evincibile come gli italiani si classifichino come  i turisti che più di tutti preferiscono l’utilizzo dello smartphone, con una percentuale, maggiore, attestata circa al 69%, sopratutto tra gli over 55; al contrario i ragazzi tra i 18 e i 24 anni decidono di utilizzare lo smartphone sopratutto a casa e meno quando sono in viaggio.Come mai gli italiani preferiscono lo smartphone? Innanzitutto per la durata maggiore delle batteria di uno smartphone; in secondo luogo per la maggior resistenza dei cellulari agli urti e all’acqua; negli ultimi tempi, a maggior riprova dei risultati della ricerca, i nostri connazionali, nella scelta dello smartphone guardano sopratutto la tipologia della fotocamera.

Fotoreporter con lo smartphone ma cresce anche il mercato delle Second Hand

Se è vero che chi acquista un telefonino tiene in considerazione sopratutto la risoluzione della telecamera, a testimonianza dell’utilizzo che si farà di questi strumenti, torna a crescere, dopo tempi bui,  anche il mercato macchine tradizionali.
A crescere è sopratutto il mercato 
second hand delle macchine fotografiche, il mercato cioè della seconda mano, del riciclo e dell’acquisto dell’usato.
Tale crescita è generata in primo luogo dal proliferare di social network nel mondo della fotografia. Una moda che ha trasformato gli italiani in fotoreporter amatoriali ma, allo stesso tempo, ha portato alla riscoperta del concetto di fotografia. 

Professione reporter: un incontro di racconti e immagini con il fotografo Iago Corazza

Professione reporter, uno speciale incontro con il fotoreporter Iago Corazza, fotografo e viaggiatore che durante numerose spedizioni in tutto il mondo ha realizzato centinaia di reportage e monografie per National Geographic, White Star, Oasis e svariate testate geografiche e scientifiche.  In qualità di regista e e direttore della fotografia ha realizzato trasmissioni, programmi e documentari per le più importanti emittenti in Italia e nel mondo. E’ testimonial e collaboratore Emergency e UNICEF, con cui sviluppa e realizza progetti dedicati alla formazione dell’infanzia. Insegna fotografia grazie a particolari tecniche intensive da lui stesso messe a punto e a speciali workshop tenuti nei luoghi più suggestivi del mondo.

Incontro di racconti e immagini con il fotografo Iago Corazza

Accompagnati da coinvolgenti immagini e spettacolari filmati, si approfondirà, in questo appuntamento con il fotografo, gli aspetti più sorprendenti di questa appassionante professione. Interessanti backstage sveleranno i problemi e le difficoltà che i professionisti di questo settore incontrano quotidianamente nella preparazione e nella realizzazione delle più emozionanti spedizioni fotografiche.

Giovedì 30 Maggio 2019
ore 21:00
AS Hotel Limbiate, Corso Como 52, Limbiate (MB)

Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria
Per prenotazioni e informazioni info.it@eizo.com

Don McCullin: l’intensità del reportage

The Battle for the City of Hue, South Vietnam, US Marine Inside Civilian House 1968
The Battle for the City of Hue, South Vietnam, US Marine Inside Civilian House 1968

Don McCullin: uno dei più importanti e significativi fotografi della storia del fotogiornalismo

Don McCullin è certamente uno dei più importanti e significativi fotografi della storia del fotogiornalismo. Le sue immagini sono delle potenti testimonianze dei maggiori conflitti mondiali del Novecento, dal Vietnam all’Irlanda del Nord, dal Libano al Congo al Biafra. McCullin muove i primi passi come fotografo negli anni Cinquanta, all’indomani della nascita dell’Agenzia Magnum, documentando i dintorni del suo quartiere nativo di Londra. Il 1958 è l’anno della svolta che segna il suo ingresso nel mondo del professionismo: The Observer pubblica alcuni suoi ritratti scattati ai membri di una gang locale. Oggi, a più di cinquant’anni dal suo esordio, la Tate Britain di Londra dedica all’autore inglese una grandiosa retrospettiva, allestendo nelle sale più di duecentocinquanta opere vintage, ognuna stampata dal fotografo nella sua personale camera oscura. Grazie alla sua macchina fotografica ha documentato per mezzo secolo, oltre ai conflitti mondiali, la povertà e la quotidianità della working class dell’Est End di Londra e dell’Inghilterra del Nord, dedicando la sua intera vita a dare una voce a chi non l’ha mai avuta.

TATE Britain
Millbank, Westminster, London SW1P 4RG, Regno Unito

The Battle for the City of Hue, South Vietnam, US Marine Inside Civilian House 1968

Nasce Christina Broom: è il 28 dicembre del 1862

Christina Broom

Accreditata come la prima fotografa e stampatrice donna del Regno Unito, è oggi ancora considerata tra le prime 10 fotoreporter della storia. A 41 anni, in seguito al fallimento del business della ferramenta di famiglia e di altre iniziative imprenditoriali, prese in prestito una macchina fotografica a scatola e imparò i rudimenti della fotografia. Allestì una bancarella nei Royal Mews, presso Buckingham Palace, vendendo cartoline di fotografie che aveva scattato per quasi trent’anni, assistita dalla figlia Winifred, che aveva lasciato la scuola per aiutarla. Le cartoline si vendevano bene; si pensi che in una sola sessione notturna di camera oscura, l’autrice riusciva a stamparne circa mille. Tra i suoi soggetti preferiti si scoprono scene locali, incluse quelle al Palace, così come le marce di protesta di The Boat Race e delle Suffragette. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, le sue fotografie sono comparse su Illustrated London News, The Tatler, The Sphere e Country Life. Oggi, sono conservate al Museum of London, alla National Portrait Gallery, all’Imperial War Museum, al Guards Museum (Londra), al National Museum of Scotland (Edimburgo), al Royal Maritime Museum (Greenwich), al Royal Borough of Kensington e al Chelsea Local Studies Library, all’Università del Texas negli Stati Uniti

Ivo Saglietti: istanti di umanità

Ivo Saglietti

Testimoniare la storia e il destino dell’uomo. Con questo scopo è entrato nelle pieghe dei fatti più drammatici restituendoli con una visione asciutta ma pienamente coinvolta, degna di una grande voce del fotogiornalismo. Prima di incontrare la fotografia si è nutrito di una passione affine: quella per il cinema. A metà degli anni Settanta quella passione diventa un lavoro quando è assunto in una casa di produzione di Torino. Dopo qualche tempo, però, si rende conto che la complessa e affollata macchina del cinema è troppo distante dal suo modo di guardare la realtà. Mentre fa queste riflessioni un giorno vede su una bancarella il libro di Eugene Smith Minamata. Quelle immagini lo illuminano sulla sua vera vocazione: raccontare le vicende dell’uomo, la sua storia. Si procura una piccola fotocamera, qualche rullo di pellicola, un paio di scarpe comode e parte.

Ivo Saglietti: documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti

Il banco di prova è un reportage sulla lavorazione dei gamberi che realizza all’inizio degli anni Ottanta a Mazara del Vallo, in Sicilia. «Nel laboratorio c’erano molti immigrati tunisini che non volevano farsi riprendere perché in gran parte clandestini. Neanche gli italiani parlavano molto. Feci poche foto, ma mi resi conto di quanto fosse diversa la realtà vista dall’interno», racconta. Nel frattempo si era trasferito a Parigi dove era entrato nell’agenzia Compagnie des Reporters che aveva rilevato l’archivio della Viva, fondata tra gli altri da Guy Le Querrec e Martine Franck.
«In Italia solo i giornali di sinistra pubblicavano reportage impegnati ma avevano pochi soldi per pagarli, mentre le grandi agenzie come Grazia Neri puntavano sugli autori stranieri, benché più pretenziosi dei connazionali». In Francia, invece, si aprono nuove porte. Nei primi anni Ottanta, durante la guerra civile nel Centroamerica, il settimanale «Newsweek» lo invia nel Salvador mentre di lì a poco il «New York Times» lo manda per un mese in Nicaragua. La vera svolta arriva con un lungo reportage che realizza in Cile durante i tumulti dell’ultimo periodo della dittatura di Pinochet. In seguito si sposta in altri stati del Centro e Sud America e poi in Medio Oriente e in Africa. Segue il conflitto in Kosovo e, per molto tempo, la ricostruzione. Alla fine degli anni Novanta rientra definitivamente in Italia e inizia un progetto sulle aree di frontiera nel Mediterraneo e sui flussi migratori. Saglietti non è un reporter dal clic facile. Non si ferma alla cronaca ma documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti. Per questo vuole osservare la realtà da vicino, creando relazioni e facendosi accettare senza imporre la sua presenza, con pazienza, tenacia e discrezione. Anche la scelta del bianco e nero in pellicola rientra in questo suo approccio rispettoso ma diretto, che non lascia spazio all’enfasi estetica e alla retorica sul dolore dell’altro.

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