Tag archive

fotoreporter

Fotogiornalismo di guerra: per ricordare che il mondo è anche un inferno

Un campo base Vietcong brucia

Fare il fotoreporter di guerra non è facile. Entri ed esci dalle follie del mondo di continuo. Il giorno prima sei seduto con i tuoi cari a guardare la televisione e il giorno dopo ti ripari dalle schegge di una bomba mentre intorno a te i feriti urlano di dolore. E prima che tu li possa aiutare li devi fotografare. Perché questo è il mestiere di un fotoreporter di guerra. Un mestiere vecchio quasi quanto la storia della fotografia. Infatti il potere straordinario del nuovo mezzo viene immediatamente intuito dal potere. È l’esercito di sua maestà britannica che per primo ingaggia un fotografo per raccontare un conflitto, quello di Crimea. Ed è Roger Fenton, il primo fotografo autorizzato e obbligato a stare al seguito delle truppe, che accetta l’incarico nel 1855. Nasce così ufficialmente la fotografia di guerra. E la sua iconografia classica: foto in posa e paesaggi, perché i limiti dello strumento non permettono nient’altro. Ma che tuttavia rendono un’importante servizio alla storia come le foto realizzate da Alexander Gardner che ha immortalato la guerra di secessione americana e la scoperta dei nuovi territori indiani dell’Ovest. Le potenzialità del nuovo mezzo sono intuite anche dall’editoria: si moltiplicano le testate dei giornali illustrati nel nord Europa e nei paesi anglosassoni. Il fotografo John Burke, ad esempio, testimonia la guerra afgana del 1878 con l’album “The Afghan War”. Alla fine dell’800 lo strumento si evolve: i tempi di esposizione si accorciano, le lastre possono essere preparate molto prima e sviluppate molto dopo.

Nasce il fotoreportage contemporaneo

Nasce il fotoreportage contemporaneo: l’attimo è finalmente colto in movimento. E si sviluppa la rete: fotografi free-lance forniscono alle agenzie immagini che vengono distribuite ai giornali. Già con il primo conflitto mondiale la fotografia di guerra delle origini raggiunge la sua maturità espressiva con risultati di una qualità e modernità eccezionale. Mentre le foto della seconda guerra mondiale diventano già a colori avvalendosi di una tecnica acquisita nel 1936 grazie alle pellicole della Agfacolor. Dunque il fotoreportage di guerra come oggi lo concepiamo non se l’è inventato Robert Capa negli anni ’30 durante la Guerra di Spagna come vuole la leggenda. Ma è negli anni ’30 che si afferma il concetto del fotografo di reportage come autore e artista che ha il diritto di firmare la sua opera. Ed è ancora con Robert Capa e i suoi colleghi della Magnum che inizia formalmente il dibattito sulla figura del fotoreporter e sulla sua autonomia espressiva. Che tradotto significa la libertà di essere una continua spina nel fianco dei governi. Se ne accorge l’America con la guerra in Vietnam. L’appoggio al conflitto finisce quando i genitori, nelle immagini dei fotoreporter, guardano in faccia i loro figli disperati mentre stanno per morire. L’editoria fotografica internazionale, con la rivista americana Life a fare da traino, sarà in continua espansione fino agli anni ‘70. Ma è proprio in quegli stessi anni che comincia anche la sua lenta decadenza durata fino a oggi. A toglierle lo scettro di regina dell’informazione è il mezzo televisivo a colori, un concorrente formidabile. Le grandi riviste che vivono di fotoreportage chiudono una dopo l’altra. I soldi sono sempre meno. E la crisi economica mondiale del 2008 certo non ha aiutato. Ma il fotogiornalismo di guerra ciononostante non è scomparso. A tenerlo in vita un possibile futuro offerto dai nuovi mezzi di informazione dell’era digitale, sempre affamati di immagini. E soprattutto i fotografi che credono ancora nella loro missione: ricordarci che il mondo è anche un inferno.

Don McCullin: l’intensità del reportage

The Battle for the City of Hue, South Vietnam, US Marine Inside Civilian House 1968
The Battle for the City of Hue, South Vietnam, US Marine Inside Civilian House 1968

Don McCullin: uno dei più importanti e significativi fotografi della storia del fotogiornalismo

Don McCullin è certamente uno dei più importanti e significativi fotografi della storia del fotogiornalismo. Le sue immagini sono delle potenti testimonianze dei maggiori conflitti mondiali del Novecento, dal Vietnam all’Irlanda del Nord, dal Libano al Congo al Biafra. McCullin muove i primi passi come fotografo negli anni Cinquanta, all’indomani della nascita dell’Agenzia Magnum, documentando i dintorni del suo quartiere nativo di Londra. Il 1958 è l’anno della svolta che segna il suo ingresso nel mondo del professionismo: The Observer pubblica alcuni suoi ritratti scattati ai membri di una gang locale. Oggi, a più di cinquant’anni dal suo esordio, la Tate Britain di Londra dedica all’autore inglese una grandiosa retrospettiva, allestendo nelle sale più di duecentocinquanta opere vintage, ognuna stampata dal fotografo nella sua personale camera oscura. Grazie alla sua macchina fotografica ha documentato per mezzo secolo, oltre ai conflitti mondiali, la povertà e la quotidianità della working class dell’Est End di Londra e dell’Inghilterra del Nord, dedicando la sua intera vita a dare una voce a chi non l’ha mai avuta.

TATE Britain
Millbank, Westminster, London SW1P 4RG, Regno Unito

The Battle for the City of Hue, South Vietnam, US Marine Inside Civilian House 1968

Nasce Christina Broom: è il 28 dicembre del 1862

Christina Broom

Accreditata come la prima fotografa e stampatrice donna del Regno Unito, è oggi ancora considerata tra le prime 10 fotoreporter della storia. A 41 anni, in seguito al fallimento del business della ferramenta di famiglia e di altre iniziative imprenditoriali, prese in prestito una macchina fotografica a scatola e imparò i rudimenti della fotografia. Allestì una bancarella nei Royal Mews, presso Buckingham Palace, vendendo cartoline di fotografie che aveva scattato per quasi trent’anni, assistita dalla figlia Winifred, che aveva lasciato la scuola per aiutarla. Le cartoline si vendevano bene; si pensi che in una sola sessione notturna di camera oscura, l’autrice riusciva a stamparne circa mille. Tra i suoi soggetti preferiti si scoprono scene locali, incluse quelle al Palace, così come le marce di protesta di The Boat Race e delle Suffragette. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, le sue fotografie sono comparse su Illustrated London News, The Tatler, The Sphere e Country Life. Oggi, sono conservate al Museum of London, alla National Portrait Gallery, all’Imperial War Museum, al Guards Museum (Londra), al National Museum of Scotland (Edimburgo), al Royal Maritime Museum (Greenwich), al Royal Borough of Kensington e al Chelsea Local Studies Library, all’Università del Texas negli Stati Uniti

Ivo Saglietti: istanti di umanità

Ivo Saglietti

Testimoniare la storia e il destino dell’uomo. Con questo scopo è entrato nelle pieghe dei fatti più drammatici restituendoli con una visione asciutta ma pienamente coinvolta, degna di una grande voce del fotogiornalismo. Prima di incontrare la fotografia si è nutrito di una passione affine: quella per il cinema. A metà degli anni Settanta quella passione diventa un lavoro quando è assunto in una casa di produzione di Torino. Dopo qualche tempo, però, si rende conto che la complessa e affollata macchina del cinema è troppo distante dal suo modo di guardare la realtà. Mentre fa queste riflessioni un giorno vede su una bancarella il libro di Eugene Smith Minamata. Quelle immagini lo illuminano sulla sua vera vocazione: raccontare le vicende dell’uomo, la sua storia. Si procura una piccola fotocamera, qualche rullo di pellicola, un paio di scarpe comode e parte.

Ivo Saglietti: documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti

Il banco di prova è un reportage sulla lavorazione dei gamberi che realizza all’inizio degli anni Ottanta a Mazara del Vallo, in Sicilia. «Nel laboratorio c’erano molti immigrati tunisini che non volevano farsi riprendere perché in gran parte clandestini. Neanche gli italiani parlavano molto. Feci poche foto, ma mi resi conto di quanto fosse diversa la realtà vista dall’interno», racconta. Nel frattempo si era trasferito a Parigi dove era entrato nell’agenzia Compagnie des Reporters che aveva rilevato l’archivio della Viva, fondata tra gli altri da Guy Le Querrec e Martine Franck.
«In Italia solo i giornali di sinistra pubblicavano reportage impegnati ma avevano pochi soldi per pagarli, mentre le grandi agenzie come Grazia Neri puntavano sugli autori stranieri, benché più pretenziosi dei connazionali». In Francia, invece, si aprono nuove porte. Nei primi anni Ottanta, durante la guerra civile nel Centroamerica, il settimanale «Newsweek» lo invia nel Salvador mentre di lì a poco il «New York Times» lo manda per un mese in Nicaragua. La vera svolta arriva con un lungo reportage che realizza in Cile durante i tumulti dell’ultimo periodo della dittatura di Pinochet. In seguito si sposta in altri stati del Centro e Sud America e poi in Medio Oriente e in Africa. Segue il conflitto in Kosovo e, per molto tempo, la ricostruzione. Alla fine degli anni Novanta rientra definitivamente in Italia e inizia un progetto sulle aree di frontiera nel Mediterraneo e sui flussi migratori. Saglietti non è un reporter dal clic facile. Non si ferma alla cronaca ma documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti. Per questo vuole osservare la realtà da vicino, creando relazioni e facendosi accettare senza imporre la sua presenza, con pazienza, tenacia e discrezione. Anche la scelta del bianco e nero in pellicola rientra in questo suo approccio rispettoso ma diretto, che non lascia spazio all’enfasi estetica e alla retorica sul dolore dell’altro.

Storie di donne Storie universali: intervista a Donna Ferrato

Storie di donne: Storie universali

Dall’attivismo degli anni Sessanta al movimento #MeToo. Dopo aver mostrato al mondo le marce di protesta e gli abusi domestici, Donna Ferrato spiega perché, oggi, le donne sono più arrabbiate e più determinate. 

Storie di donne: Storie universali: come Donna Ferrato è entrata nella vita delle donne

Quando i fotoreporter mostravano la violenza sulle strade di New York, Donna Ferrato si faceva aprire le porte degli appartamenti di Tribeca, il suo quartiere, e documentava con la Leica tutto ciò che succedeva tra quegli spazi privati. Donne più o meno benestanti arrivavano in ospedale con segni di ogni genere di violenza e, senza quelle immagini e l’amicizia della fotografa, non avrebbero mai trovato il coraggio di rendere pubblico l’inferno vissuto. Donna Ferrato, in cinquant’anni di fotografie, non è solo entrata nelle loro case, ma è entrata nelle loro vite e non ne è più uscita. «Non sono mai stata una mosca sul muro», risponde quando le chiediamo del coinvolgimento nei suoi reportage. Nel frattempo, una certa America ha prodotto movimenti femministi, denunce pubbliche, attivismo, arte, hashtag condivisi, mentre un’altra America sceglieva Donald Trump come Presidente. «Non tutto è stato comunicato fino in fondo – racconta la fotografa – oggi l’imperativo dei media è “go viral”. Un meccanismo distorto che non permette di comprendere che il movimento #MeToo non è un modo per far rimbalzare notizie e scoop, ma è l’espressione di un gruppo di donne molto più arrabbiate rispetto al passato».

L’intervista completa sul numero 308 de Il Fotografo in edicola dal 19 ottobre e disponibile online
Per l’acquisto online clicca qui 

Addio a Eligio Paoni, il fotografo che immortalò l’omicidio Carlo Giuliani

E’ morto il fotografo che immortalò l’omicidio di Carlo Giuliani

E’ venuto a mancare all’età di sessantuno anni, il fotografo fotoreporter Eligio Paoni.
Il fotografo era originario di Terracina e la sua attività fotografica, iniziata negli anni Ottanta, lo ha portato a girare il mondo per documentare guerre sanguinose e conflitti.
Il fotografo era presente il 20 luglio 2001 a Piazza Alimonda, a Genova ed è stato testimone e vittima al tempo stesso dell’omicidio di Carlo Giuliani; quando il colpo di pistola che ucciderà il ragazzo parte, Paoni è li, a pochi metri di distanza e riesce, con la sua fotocamera ad immortalare il momento tragico.
 
Immagine in evidenza via internazionale.it

Addio Erich Lessing:fotoreporter dei momenti chiave della storia europea

Erich Lessing

Il fotografo austriaco Erich Lessing si è spento all’età di 95 anni; a darne il triste annuncio la comunità ebraica di Vienna.
Il fotoreporter è stato testimone dei momenti chiave della storia europea del secondo dopoguerra; uno dei suoi reportage più importanti riguarda la ricostruzione della Germania post-hitleriana.
Il fotografo austriaco ha lavorato per agenzie prestigiose come Magnum e Associated Press e i suoi lavori sono stati pubblicati sulle riviste più importanti del mondo, Times, Life, Paris Match e Fortune.
Nato nel 1923 a Vienna, nel 1939 fuggì in Palestina; dopo aver lavorato come fotografo per l’esercito britannico,  nel 1947  tornato in patria,  diventa un fotoreporter professionista e si dedica soprattutto ai fatti di cronaca politica.
Immagine in evidenza via AFP.com

Terra sacra e guerriglia: Fabio Polese racconta i Karen

Karen State (Birmania), 2017 - © Fabio Polese

Fabio Polese racconta i Karen

Terra Sacra e Guerriglia: Il giovane fotoreporter Fabio Polese apre una finestra sul dramma dei Karen, popolo che vive nella Birmania Orientale, al confine con la Thailandia.

Qui, dal 1949, questo popolo si batte per la propria autonomia, per salvaguardare la terra dei propri avi, in una guerra sconosciuta alle cronache occidentali. Nella black area, come il governo birmano ha definito questa zona di confine, i giornalisti non possono entrare e la tragedia dei Karen si consuma nel silenzio del resto del mondo. Polese, attraverso suggestive immagini in bianco e nero, vuole rompere questo silenzio raccontando la storia, la vita quotidiana, le sofferenze, ma anche i sogni e la determinazione di questo popolo antico che si batte per la propria libertà.

 

Addio a David Goldblatt: fotografo dell’Apartheid in Sudafrica

Addio al fotografo David Goldblatt, l’artista dell’Apartheid

David Goldblatt dal 1948 a oggi ha raccontato per immagini in bianco e nero le numerose contraddizioni del suo Paese, l’ Africa; le sue foto hanno spaziato dalla segregazione razziale fino all’ultimo periodo.
David Goldblatt è l’uomo che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare gli anni dolorosi dell’Apartheid;la sua vita è trascorsa nel dolore e nell’ingiustizia che ha saputo raccontare alla perfezione attraverso i suoi scatti rigorosamente in bianco e nero “perché alcune cose sono troppo dure e difficili per poterle fotografare a colori“.

Laureatosi in commercio all’Università dello Witwatersrand (WITS) di Johannesburg, si è avvicinato al mondo della fotografia nel 1948 dopo aver osservato i reportage pubblicati su magazine come LIFE e Picture Post.  

David Goldblatt ha ritratto per mezzo secolo le contraddizioni della società sudafricana: dai quartieri residenziali di Cape Town alle baraccopoli di Johannesburg, dai parchi immensi alle strade desolate. 

Il fotografo è stato il primo artista sudafricano a esporre con una personale al MoMA di New York.
Nel 2006 ha vinto l’Hasselblad Award e nel 2009 l’Henri Cartier Bresson Award.

David Goldblatt mancherà a tutti, ma mancherà sopratutto alla sua Terra
Immagine in evidenza via trafficmagazine.co.za/on-the-road-with-david-goldblatt/
Credit: Warren van Rensburg

Gli italiani sono fotoreporter: si ma con lo smartphone

Gli italiani:  fotoreporter di viaggio con lo smartphone al posto della macchina fotografica

Gli italiani sono un popolo di fotoreporter: secondo una ricerca però, gli italiani adorano scattare foto dei loro viaggi principalmente con lo smartphone.

La ricerca realizzata da eDreams, evidenzia come la classica Reflex, che è senza dubbio lo strumento fondamentale per i viaggiatori, è stata sostituita dal cellulare; dai dati è evincibile come gli italiani si classifichino come  i turisti che più di tutti preferiscono l’utilizzo dello smartphone, con una percentuale, maggiore, attestata circa al 69%, sopratutto tra gli over 55; al contrario i ragazzi tra i 18 e i 24 anni decidono di utilizzare lo smartphone sopratutto a casa e meno quando sono in viaggio.

Come mai gli italiani preferiscono lo smartphone? Innanzitutto per la durata maggiore delle batteria di uno smartphone; in secondo luogo per la maggior resistenza dei cellulari agli urti e all’acqua; negli ultimi tempi, a maggior riprova dei risultati della ricerca, i nostri connazionali, nella scelta dello smartphone guardano sopratutto la tipologia della fotocamera.

Sarà possibile scattare fotografie uniche e bellissime di luoghi magici e della natura incontaminata semplicemente con uno smartphone?

Fausto Giaccone: il fotografo del Sessantotto

Italy / Rome / February 24th, 1968. Students protest against police in front of Philosophy Faculty at Sapienza University. In the middle of the crowd, the student on the right pointing against the police, is senator Cesare Salvi, former minister during the center-left government, led by Giuliano Amato and Massimo D'Alema. © Fausto Giaccone/Anzenberger

Fausto Giaccone è considerato un testimone di mezzo secolo di storia per le sue immagini rappresentative di un’epoca

Toscano di nascita, Fausto Giaccone cresce a Palermo e poi a Roma, dove si trasferisce nel 1965 per terminare gli studi di architettura. I movimenti, la voglia di cambiamento, l’effervescenza del Sessantotto spingono Giaccone a dedicarsi alla fotografia. Dopo le prime collaborazioni con riviste politiche italiane, il fotografo toscano inizia a viaggiare collaborando con realtà italiane e straniere di news e geografia creando anche documentari per la televisione. Ha partecipato a molte mostre personali e collettive. Tutto iniziò nel 1968 e arrivato ai suoi cinquant’anni di carriera Fausto Giaccone si racconta.

Tra le foto divenute simbolo di quel tempo e dei tuoi primi lavori ve ne sono alcune ricordate più di altre?

Sicuramente quelle scattate durante la battaglia di Valle Giulia. Queste immagini mi hanno segnato in tutti sensi, le considero come un timbro che ha siglato l’inizio vero e proprio della mia carriera, in un anno molto ricco di stimoli e di temi investigativi. Era il primo marzo del 1968 e da Piazza di Spagna si era formato un corteo con l’inten- zione di riprendere l’occupazione della facoltà di Architettura che era stata sgomberata ed era presidiata dalla polizia.[…] Non ero mai stato in mezzo a uno scontro e non ero neanche bene attrezzato, ma aiutandomi anche con un teleobiettivo avuto in prestito, riuscii a fare una serie di immagini interessanti. Alla fine la polizia trattenne tutti quelli che riusciva a bloccare e mi ritrovai allineato insieme ad altri studenti fermati in un’aula della facoltà, perchésprovvisto di tessera stampa. Mi avevano anche sequestrato le macchine fotografiche, ma i rullini li nascosi nelle tasche.[…]”

Cosa ha significato per te il Sessantotto dal punto di vista del lavoro?

Oggi posso constatare che a ogni anniversario decennale è stato pubblicato sempre qualcosa del mio lavoro su quel periodo. Mi sono accorto che quel momento storico è stato raccontato a livello nazio- nale soprattutto con le mie foto. Non riesco a spiegarne il motivo, eravamo in parecchi a seguire le manifestazioni del movimento degli studenti, ricordo a Roma Adriano Mordenti, Massimo Vergari e Vezio Sabatini, a Milano Uliano Lucas e Massimo Vitali. Certamente seguivo gli avvenimenti con un forte senso di partecipazione emotiva.[…] Mi rendevo conto, in quei mesi, che avevo un ruolo nel racconto della storia del mio Paese“.

Come sono stati i tuoi rapporti con l’editoria?

A Roma non c’erano testate commerciali tranne L’Espresso, e io lavoravo soprattutto per le riviste legate ai partiti di sinistra e ai sindacati, come Noi Donne, Rinascita, Vie Nuove, L’Astrolabio, Mondo Nuovo. Mi sono trasferito a Milano anche perché volevo confrontarmi e verificare personalmente il mio lavoro con le varie case editrici con le quali fino ad allora collaboravo a distanza.[…] In ogni caso dopo pochi anni nel capoluogo lombardo, in cui ho lavorato molto per Panorama, Epoca, Grazia, mi sono reso conto che la qualitàdel lavoro che avevo fatto a Roma di mia iniziativa soltanto seguendo i miei interessi, senza nessuna certezza e protezione non aveva niente a che fare con l’esperienza che stavo facendo e che avrei fatto a Milano. In un certo senso ci voleva l’esperienza milanese per farmi capire l’importanza della mia formazione da autodidatta romano. Certo, Milano mi ha dato una grande lezione di professionalità; ho imparato presto ad avere solo due giorni per fare un servizio, senza limiti di spese, ma con tempi ristrettissimi. Lavoravo a colori in diapositiva ed era difficilissimo esporre bene, soprattutto se di fretta, e in inverno. Ho imparato a usare i flash elettronici che portavo sempre dietro. È stata una grande scuola, soprattutto di tipo professionale. Capivo però che stavo tradendo la mia vocazione“.

Com’èconfigurato il tuo archivio?

Il mio archivio ècomposto di negativi bianco e nero e diapositive colore 35mm. Dal 2004 ho iniziato a lavorare su commissione in digi- tale ma i miei ultimi due libri, Macondo e Volti di Cavallino Treporti li ho realizzati tra il 2006 e il 2012 entrambi con negativo medio formato. Una buona parte dei negativi e delle diapositive è stata già scansio- nata. Il bianco e nero è rimasto protagonista fino agli anni Ottanta, poi si ècominciato a lavorare a colori, in diapositiva anche se non riuscivo a staccarmi dal bianco e nero e quindi scattavo in entrambi i modi. Trovo però che la cosa non funzioni. Si pensa, si vede, o a colori o in bianco e nero“.

L’intervista completa per leggere del suo lavoro in America Latina e dei suoi ultimi progetti è pubblicata su IL FOTOGRAFO 301 ora in edicola e disponibile online.

0 0,00
Go to Top